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Discussione: Repubblicanesimo

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    Repubblicanesimo




    La teoria repubblicana sulla libertà e sul governo
    ********************************
    di Philip Pettit
    ********************************
    Si pensi come ci si sente quando il proprio “stato del benessere” dipende dalle decisioni di altri e non è possibile reagire contro tali decisioni. Si è in una posizione nella quale si può “affondare” o “galleggiare”, sulla base di una decisione che spetta ad altri. E non si ha nessun diritto di ricorso, psicologico o legale, nessuna possibilità di salvezza, anche se ci si trova in un consesso di amici che si aiutano, non si può sovvertire nulla. In queste occasioni si è nelle mani degli altri; si è alla loro mercéL’esperienza di dominazione (o supremazia) su di un altro assume diverse forme. Si pensi al bambino di un genitore emotivo e volubile; alla moglie di un marito occasionalmente violento; allo scolaro con un insegnante che, arbitrariamente, apprezza o disapprezza. Si pensi all’impiegato, la cui sicurezza dipende dal mantenere buoni rapporti con il proprio padrone o manager; al debitore, la cui sorte dipende dal capriccio del prestatore di denaro o dal manager di banca; o al piccolo imprenditore, la cui sopravvivenza dipende dal modo di comportarsi di un grande concorrente o da chi gestisce un’associazione. Si pensi al destinatario di interventi di sostegno sociale la cui sorte può mutare in base all’umore dell’impiegato-ragioniere che concede i contributi; all’immigrato o all’indigeno la cui condizione è vulnerabile, dipendendo dall’andamento erratico delle decisioni politiche e dei dibattiti radiofonici; o all’impiegato pubblico, la cui carriera dipende non dalle sue capacità ma dai collaboratori politici di cui un ambizioso ministro si circonda, perché li ritiene utili elettoralmente. Si pensi alla persona anziana che deve sottomettersi, sul piano culturale e istituzionale, alle volontà sfrenate di una gang di giovani della sua area. O si pensi proprio al giovane delinquente la cui punizione dipende da come i politici e i giornali scelgono di stimolare in un dato momento la cultura della vendettaIn tutti questi casi qualcuno vive alla mercé di altri. La persona è dominata da altre, nel senso che anche se queste non interferiscono direttamente nella sua vita, hanno la possibilità di poterlo fare: vi sono alcune restrizioni o dei “pesi” che frenano il suo comportamento. Se la persona “dominata” riesce ad evitare il trattamento malevolo, questo accade per la concessione o il favore del “dominante”. La persona vive comunque sottomessa al suo potere o sotto il controllo di altri: questi ultimi occupano la posizione di un dominus – il termine latino per indicare il capo – nella loro vitaSe si comprende l’esperienza dell’essere esposti e soggetti alla vulnerabilità di un altro – la situazione di dominazione – e se si può osservare che cosa incute timore, allora si è sulla giusta strada per comprendere il repubblicanesimo. Il tema centrale che ha coinvolto il repubblicanesimo nel corso dei secoli –l’argomento che spiega tutte le altre tipologie di impegno – è stato il desiderio di predisporre le diverse situazioni in maniera tale che i cittadini non fossero sottoposti a dominazioni di nessun genere, non dovessero vivere, come usavano dire i Romani, in potestate domini, sotto al potere di un padroneQuesto interesse repubblicano è sempre stato espresso come un impegno per la libertà, sin da quando la libertà, secondo i canoni repubblicani, richiede espressamente l’assenza di dominazione. Per rispondere ai requisiti sottesi dalla libertà repubblicana una persona deve essere un uomo o una donna indipendente e questo presuppone che essi non abbiano un padrone o dominus che li tenga sotto il suo potere, in relazione ad alcun aspetto della loro vitaIl concetto di libertà repubblicana è più rigido, quindi, del concetto di libertà inteso nel senso contemporaneo di “non interferenza”. Si potrebbe essere abbastanza fortunati o sufficientemente accorti da evitare interferenze di qualcuno, ma se poi si vive sotto lo spettro del potere di un terzo, che potrebbe essere un datore di lavoro, uno sposo o uno sfruttatore locale, seguendo l’idea repubblicana non si è liberi in tali situazioni, anche prima che vi siano eventuali interferenze. La libertà richiede una sorta di immunità da interferenze che diano la possibilità di poter fissare chiunque altro negli occhi. Nessuno è libero se deve mantenere un occhio sempre vigile per i capricci di chi ha più potere, e, all’occorrenza, adottare attitudini servili verso costoro, come farebbe una marionetta Un vecchio temaI temi ai quali abbiamo fatto prima riferimento hanno una lunga storia, come ci hanno dimostrato studiosi quali Pocock, Skinner e Viroli che se ne sono occupati. La “fiamma” del repubblicanesimo cominciò a divampare nella Roma classica, dove Cicerone e altri pensatori si vantavano della indipendenza e della mancanza di sottomissione del cittadino romano. Si riaccese durante il Rinascimento, quando i cittadini di città italiane come Venezia e Firenze erano fieri del modo in cui potevano tenere alte le loro teste, senza dover elemosinare favore da alcuno. Essi si sentivano cittadini “uguali” di una repubblica, ed erano di una specie politica differente dai soggetti “intimiditi” della Roma papale o della corte franceseLa fiamma repubblicana passò al popolo di lingua inglese nel diciassettesimo secolo quando la tradizione del commonwealth, che venne plasmata durante il periodo della guerra civile inglese, fissò e istituzionalizzò l’opinione secondo la quale il re ed il popolo dovevano vivere seguendo una disciplina contenuta nella medesima legge. Secondo questa prima versione del repubblicanesimo la monarchia non andava abbandonata, ma doveva essere parte di un ordine costituzionale, e non poteva esserle concesso di diventare centro di un potere assoluto. Entusiasti all’idea di un commonwealth – termine inglese che significa “repubblica” – sostenevano che essendo protetti da una legge chiara, nessun inglese sarebbe dipeso dalla volontà arbitraria di un altro, nemmeno dalla volontà arbitraria del re; a differenza dei Francesi e degli Spagnoli, gli Inglesi erano una razza di vigorosi e indipendenti – anche aspri e schietti – uomini liberiQuesto dibattito ebbe naturalmente delle ripercussioni sulla storia successiva degli Inglesi. Durante il diciottesimo secolo i coloni americani si persuasero che a loro stessi erano negate quelle libertà che invece erano dovute: ci si riferiva in particolare alla dipendenza dalla volontà arbitraria di un parlamento straniero. Forse dovevano pagare solamente un penny di tasse al governo londinese, come fece osservare uno scrittore contemporaneo, ma il governo che disponeva su di un penny aveva il potere di disporre anche su quello che rappresentava l’ultimo penny. Forse il padrone britannico era gentile e ben disposto, si adattava alle mutevoli esigenze, ma coloro che erano sottoposti al padrone gentile erano comunque dei sottoposti; non avevano l’immunità dal potere arbitrario che richiede la vera libertà. I coloni americani pensarono di sfuggire alla dominazione britannica spezzando il loro legame con il paese da cui provenivano e diedero vita alla prima grande repubblica del mondo costruita senza aiuto di alcunoIl precedente americano, e certamente il modello inglese di monarchia costituzionale, aiutarono nel favorire la creazione nel 1790 della repubblica francese. Questa seconda importante rivoluzione condusse, è noto, ad un regno di terrore ma nacque dallo stesso desiderio della cittadinanza di sentirsi libera dal giogo a cui era sottoposta. La libertà intesa come non dominazione, quale risultava nella tradizione francese, richiedeva eguaglianza e fraternità, e uno scenario nel quale ciascuno potesse camminare a testa alta, sicuro che nessuno fosse in grado di tiranneggiare su di lui. Ognuno poteva guardare i propri consimili negli occhi, osservare gli altri cittadini, e nessuno possedeva speciali privilegi. Nessuno doveva adulare o essere servile, nessuno doveva dipendere dalla grazia o dal favore di un altroHo osservato in precedenza che si è in grado di comprendere il repubblicanesimo se si ha la cognizione di che cosa significa la dominazione e le ragioni per cui va considerata detestabile. Nella Roma classica, nel Rinascimento italiano, durante il diciassettesimo secolo in Inghilterra o nel diciottesimo in America e in Francia, tutti i repubblicani videro la dominazione come il più grande pericolo da evitare organizzando una comunità e la vita sociale. Essi pensarono alla libertà come al supremo valore politico ed equipararono la libertà con il non essere sottoposto a nessun altro, anche se persona benevola o despota “protettivo”La libertà repubblicana assume questi significati: essere in grado di tenere la propria testa alta, poter guardare gli altri dritto negli occhi, e rapportarsi con chiunque senza timore o deferenza Dalla libertà repubblicana alle istituzioni repubblicaneIl repubblicanesimo, secondo il significato romano o neo-romano che è andato ad assumere, si è distinto non solamente per l’importanza accordata alla libertà intesa come non-dipendenza, ma anche attraverso il genere delle istituzioni sociali e politiche che ha generalmente preferito. Vi sono due argomenti che meritano di essere richiamati: innanzitutto, la fiducia nella efficacia di dichiarare in maniera esplicita i fini che si intendono perseguire; in secondo luogo, l’opinione intorno alla necessità di porre dei limiti in modo chiaro al perseguimento di quegli stessi finiIl repubblicanesimo ha sempre affermato che lo stato è richiesto per promuovere la libertà intesa come non-dipendenza dei suoi cittadini, benché nell’antichità i cittadini fossero limitati nelle loro azioni, così come in ogni altra forma di espressione del pensiero, per mantenere le proprietà ai soli uomini. Di conseguenza essi hanno sempre considerato che lo stato è necessario per proteggere le persone da nemici esterni ed interni, e per assicurare contro l’abuso di ricchezze private o di autorità: per esempio, assicurando una corretta distribuzione di terra o attraverso una legislazione contro certe forme di eccessiva ricchezzaMa se i repubblicani hanno sempre difeso il ruolo dello stato in relazione al perseguimento di tali fini – fini derivanti, in definitiva, dall’obiettivo di promuovere la libertà delle persone – essi hanno ugualmente insistito sull’essere lo stato una specie di spada affilata a due lame. A meno che non venga ridimensionato istituzionalmente in vari modi, lo stato può causare un pericolo peggiore per la libertà dei cittadini intesa come “non-dipendenza” piuttosto che adottando determinate decisioni contro un fine particolare. Se lo stato offre potere senza impedimenti a una singola persona, per esempio, come accade sotto a una monarchia assoluta o a una dittatura, allora quella persona sarà in grado di interferire con la sua volontà sulle vite dei cittadini e dominerà ciascuno e ognuno di essi. O se lo stato permette ad una particolare fazione o classe di controllare cosa è fatto in nome suo, allora lo stato avrà lo stesso potere di dominare anche coloro che non appartengono a quella classeLa tesi repubblicana su questo fronte ha sempre chiaramente indicato che lo stato deve essere strutturato e obbligato in modo tale che possa agire promuovendo solo ciò che conviene al pubblico interesse. Non deve essere libero di servire gli interessi di una particolare persona o famiglia o fazione a detrimento dell’interesse di altri. Se così fosse, allora rappresenterebbe un potere dominante nelle vite di altre persone. Lontano dal promuovere innanzitutto le loro libertà – benché debba fare qualcosa in questo senso – il suo effetto concreto sarebbe quello di ridurre la libertà: di trasformare i cittadini in una classe sottomessa, sistematicamente vulnerabileChe genere di limitazioni ha generalmente favorito il repubblicanesimo? La limitazione più importante nell’antica Roma, e nel periodo delle rivoluzioni americana e francese, è stata l’opposizione contro la monarchia: un rifiuto di tollerare l’idea di un diritto dinastico al supremo potere. L’importanza di questo rifiuto, sicuramente, spiega la ragione per la quale per molti il repubblicanesimo significhi poco o nulla di più di una posizione antimonarchica. Ma è necessario ricordare che c’era sempre più che una visione repubblicana delle istituzioni, una ostilità verso la monarchia e, di sicuro, che questa ostilità scompare nella tradizione del commonwealth che prende forma nel tardo Millesettecento in Gran Bretagna. Là l’idea repubblicana emerse, e venne generalmente accettata sotto altri forme, vale a dire che un monarca doveva essere costituzionalmente limitato, quindi la monarchia non era di per sé riprovevoleLe limitazioni che sono state più diffusamente associate con la teoria repubblicana dello stato sono ora, grazie anche all’influenza della tradizione, idee sicuramente più chiare. Sette punti, in particolare, vanno messi in evidenza: 1. l’importanza di avere una costituzione, scritta o non scritta, all’interno della quale ciascun governo deve operare; 2. il desiderio di un governo di essere selezionato – generalmene eletto – in modo che le differenti parti della popolazione abbiano i loro diversi interessi rappresentati; 3. l’ideale di limitare la durata del mandato di coloro che prestano servizio nell’ufficio esecutivo, con la richiesta della loro selezione attraverso un rinnovamento regolare e la sottoposizione a periodiche elezioni; 4. le necessità per il governo di governare attraverso la legge, non caso per caso, e di assicurare che le leggi siano applicate nei confronti di ciascuno, legislatori inclusi, e siano generali, chiare, ben comprese e così via; 5. la indispensabilità di separare i poteri, in modo che ciascuna autorità sia soggetta a controlli e valutazioni, e in particolare la indispensabilità di separare il potere giudiziario dal potere esecutivo e legislativo; 6. la necessità che quando le decisioni sono prese dal governo siano ricondotte a ragioni che derivano chiaramente da interessi generali, in modo che la rilevanza e la solidità di quelle ragioni possa essere posta in discussione nell’ambito della legislatura, dei tribunali o in altri forum; 7. la inevitabile fiducia dell’intero sistema sull’esistenza di un’attiva, partecipe cittadinanza che vigila sull’esercizio del potere di governo, mettendo in discussione i suoi abusi e facendolo condannare quando è necessario
    Conclusioni
    Per riassumere, quindi, il repubblicanesimo è in primo luogo una teoria di libertà e, secondariamente, una teoria di governo. Equipara la libertà con il godimento della non-dominazione, che possiamo esprimere in questo modo: vivere senza padrone la propria vita. E deriva dal valore di tale libertà sia ciò che lo stato dovrebbe fare, sia come lo stato dovrebbe esserci costretto. Fornisce una base sulla quale elaborare sia una teoria sostanziale che una teoria costituzionale dello stato. *************************************
    Traduzione dall’inglese a cura di Paola Morigi. tratto dal PENSIERO MAZZINIANO
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  2. #2
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    Predefinito tratto da IL CORRIERE DELLA SERA del 21-03-2002

    IL LIBRO DEL GIORNO
    Cattaneo: una repubblica federale

    Quasi a simbolica conclusione dell'anno bicentenario della nascita, ecco questo libro-sintesi di Franco Della Peruta su Carlo Cattaneo politico , così rigoroso nell'analisi e, insieme, così didascalico come lettura, che il presidente Ciampi di recente ne ha fatto esplicito dono anche al leader leghista. E la ragione è evidente: Della Peruta, da storico che come pochi conosce i protagonisti e le vicende dell'Ottocento, offre in queste pagine uno straordinario ritratto dello sfortunato esponente delle Cinque Giornate (1848) ma anche dell'antesignano di quel federalismo, oggi spesse volte malinterpretato (o addirittura equivocato).
    Qui, invece, diventa chiarissimo come e perché la polemica di Cattaneo contro lo Stato centralista e la «soluzione monarchica» del Risorgimento non sfocia mai nella pretesa di separatismi e secessionismi; al contrario, forte di una visione civile illuministico-positiva, riformatrice e progressista, Cattaneo (1801-1869) sostiene il principio dell'identità italiana fra patria nazionale e «piccole patrie», arrivando a esaltare persino il ruolo simbolico del tricolore («palladio perpetuo di fraternità militante e pensante» dirà già nel 1850).
    Non solo: mentre fino a pochi anni fa, almeno da parte di certa storiografia, si pretendeva di vedere in Cattaneo il solito ideologo della borghesia, pronto a privilegiare gli interessi delle classi padronali, Della Peruta - rileggendone attentamente gli scritti - sottolinea quanto Cattaneo sia stato «largo di suggerimenti e consigli agli uomini della Sinistra», tanto da individuare negli operai e negli artigiani (le «classi povere» delle città) un vero e proprio «quarto Stato», ormai giunto a una «chiara coscienza di sé e del suo diritto». E in questa prospettiva sosteneva che il suffragio universale dovesse diventare uno degli obiettivi primari, per riuscire a fare dell'Italia una vera democrazia repubblicana.


    FRANCO DELLA PERUTA
    Carlo Cattaneo politico
    Editore Franco Angeli
    Pagine 202, euro 18,00

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    “Del repubblicanesimo”
    note per un dibattito europeo

    Maurizio Viroli nel suo ultimo libro, Repubblicanesimo, edizioni Laterza, ha mirabilmente sintetizzato i lineamenti di una tradizione, coniugandoli con istanze concrete, vicine, europee, nazionali e internazionali, spesso da noi sollecitate su queste stesse pagine. Si tratta di un percorso di lunga gittata, sviluppatosi in ambiti culturali diversissimi in tempi e luoghi lontani, non riconducibile (per fortuna, ammonisce egli stesso) a "un corpo dottrinario sistematico", né a un unico interprete messianico, seppure i nomi di Machiavelli, di Tocqueville, Mazzini, Cattaneo ricorrano spesso, uniti a quelli dei principali interpreti e studiosi contemporanei del neorepubblicanesimo. L’obiettivo dichiarato è chiaro e ineludibile: costituire "la base di una nuova utopia politica capace di risvegliare quelle passioni da cittadini liberi che gli ideali politici che dominano la scena di questo fine secolo (...) non sono in grado di mantenere vive e tanto meno di far nascere." Il riferimento va, innanzitutto, sia al liberalismo che al liberismo, spesso inopinatamente confusi non solo nell’immaginario collettivo, ma anche presso gli addetti ai lavori, non si sa fino a che punto artatamente. Ma il discorso è rivolto pure alle varie forme di socialismo: democratico, liberale, ecc. e alle diverse versioni del comunitarismo.
    Il repubblicanesimo si differenzia sostanzialmente in vari punti da tali visioni della politica che pure stanno dominando questo scorcio del millennio. La sua storia, lunga molti secoli, costituisce un viatico e un’opportunità a condizione che le tensioni ideali che da essa emanano siano rielaborate e rivissute nell’atto della ri-costruzione della società. Si tratta dunque di un grande progetto culturale, politico, sociale che è stato abbozzato e che rivendica grande attenzione in Italia, in Europa, nell’Occidente intero e nel resto del mondo.
    Il repubblicanesimo si coniuga, inoltre, esemplarmente con le teoriche della virtù repubblicana, della responsabilità civile, come premessa per l’esercizio della libertà, del patriottismo, nettamente distinto dal nazionalismo, dell’europeismo che tende all’Europa dei cittadini, dell’ethos civile che dovrà segnare la società democratica multiculturale, pena rischi gravissimi per la stessa identità delle nostre comunità, con le unioni sovranazionali che interessano solo i potentati, anziché proporsi come mezzo per connotare i popoli e consentire una convivenza pacifica nella salvaguardia delle rispettive identità.
    Ora un punto interrogativo s’impone: riteniamo che questo repubblicanesimo, declinato da Viroli e, sotto molti punti vista, "praticato" anche dalla nostra rivista in questi anni sia conciliabile col mazzinianesimo? Fino a che punto? Con quali conseguenze?
    Carte in tavola. È ovvio che chi scrive queste righe ritenga il messaggio storico mazziniano non solo conciliabile col neorepubblicanesimo, ma addirittura, sotto molti aspetti, sovrapponibile ad esso, sia a livello di prassi, sia a livello di elaborazione teorica. Una convinzione che si è rafforzata, mese dopo mese, nelle lunghe ore trascorse con Viroli a riflettere sui punti cruciali che legano il mazzinianesimo con la storia lunga del repubblicanesimo, con la prassi della democrazia, della libertà, del socialismo mazziniano o associazionismo, fino, appunto, alle moderne teoriche del neorepubblicanesimo. Rinfrancati dai sempre proficui e stimolanti incontri con Giulio Cavazza, dalle discussioni e dal confronto, sulle pagine di questa rivista e altrove, con gli amici e gli studiosi, anche giovani, in questi ultimi anni abbiamo ribadito e chiarito che le culture locali e nazionali, spesso, esprimono dei bisogni, a volte si presentano come nuove forme di aggregazione, promuovono istanze, dopo l’epoca del comunismo, che tendeva ad avocare a sé diversi rivendicazionismi. Ancora: si sono poste come luoghi della partecipazione (era, ed è questo il senso del nostro federalismo possibile, che non ha nulla a che vedere con il separatismo), in risposta a una globalizzazione che tende a porre in discussione gli stessi mezzi della democrazia, fino a svuotarli dei loro contenuti di fatto. Pensiamo a uno stato sovrano che decida di far sorgere una centrale nucleare a poche decine di chilometri dai confini di un paese che abbia scelto di non rischiare col nucleare; oppure guardiamo alle grandi imprese economiche, che scavalcano sistematicamente e disinvoltamente i confini (e le leggi) dei singoli stati e dei continenti, mentre il popolo viene chiamato a decidere ancora in ambiti comunali, regionali e statali. L’europeismo e l’euroatlantismo, visti sotto queste prospettive, non costituiscono solo un obiettivo da cogliere, ma ormai una necessità se si vuole salvare il metodo democratico, rinnovandolo su scala mondiale. Ma l’Europa non può essere costruita solo dalle banche o comunque imponendo vaghi universalismi alle culture nazionali; deve nascere dalla libera unione di popoli, che, prima di tutto, hanno coscienza della loro identità, amano e rispettano le loro tradizioni civiche e, attraverso questa pratica, rispettano, comprendono e cominciano ad amare le culture degli altri popoli. Non è pensabile una vera unione sovranazionale senza una contemporanea valorizzazione del tessuto connettivo micro-sociale, costituito da imprese medio-piccole, cooperative, comuni, associazioni e quant’altro serva a riportare la dimensione "globale" a una misura umana.
    Naturalmente, perché ciò sia possibile, almeno come tendenza, occorre battere una concezione che vede la politica come tornaconto individuale o al servizio di interessi particolari e di gruppi. Non è praticabile nessun "passaggio etico" se non viene stabilito un chiaro rapporto tra libertà individuale e libertà comune, attraverso il rafforzamento dei meccanismi che garantiscano l’universalità delle leggi (e non le leggine, espressione di piccole consorterie), l’indipendenza dei tre poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario), e così via.
    I meccanismi di selezione della classe dirigente, consentono poi la scelta dei migliori? O non sta prevalendo, piuttosto, una concezione meramente neocontrattualistica, per cui il politico finisce per legarsi indissolubilmente ai gruppi che lo eleggono, impegnandosi ad ostacolare ogni iniziativa che non sia in sincronia con gli interessi dei suoi grandi elettori? In tal modo più che la democrazia si esercita la sua pantomima; il livello di frammentazione tende all’infinito, perché ogni gruppo economico, sociale, culturale tenderà a farsi "tutelare" dal "suo" rappresentante, vincolandolo in nome di bisogni immediati, di interessi specifici e allontanando praticamente dalla politica tutti gli esclusi. Ampi strati popolari che non hanno avuto la forza o l’opportunità di incidere rischiano la vessazione, la solitudine, l’abbandono, la riduzione a uno stato di perpetuo servilismo in attesa della benevola munificenza del "neosignorotto" di turno. Non c’è sistema elettorale proporzionale o maggioritario che sappia correggere queste incongruenze se, a monte, non si ri-stabilisce un’etica, la pratica di una virtù (repubblicana). Corruzione, vuoti di rappresentanza scaturiscono anche da queste situazioni, da cui può derivare che qualche cittadino "potente" possa ergersi sopra le leggi, magari da lui stesso votate, o possa infrangerle impunemente. Ma nessun problema di ordine pubblico potrebbe essere risolto in uno scenario che presentasse queste premesse, perché le leggi o valgono per tutti o non valgono per nessuno. Il mondo repubblicano e mazziniano ha le idee chiare in proposito. Può dirsi altrettanto per la gran parte della classe politica italiana? E di quella europea?
    Il neorepubblicanesimo, quindi, in questi anni, ha teso ad analizzare i problemi di fondo della nostra società, operando, contemporaneamente, a livello propositivo e a livello storico, cosciente della interazione continua tra spazi, tempi e tra passato e futuro.
    Si è assistito, inoltre, a un curioso rimescolamento delle carte. Si sta sovente invocando un’ampia libertà per coloro che già ne godono e ne hanno sempre goduto: libertà di impresa, fino al quasi monopolio, libertà dai lacci statali, libera concorrenza fra i lavoratori (meritocrazia), libertà di istituzione di scuole private, ecc. Se poi spingiamo l’analisi più nel dettaglio è agevole notare che spesso, dietro alla libertà di impresa, si è nascosta l’assistenza sistematizzata dello stato alle imprese, dietro alla libertà delle scuole si cela la richiesta di un finanziamento pubblico alle scuole private, dietro alla flessibilità e alla mobilità del lavoro si nasconde, sovente, una minor tutela del lavoratore. Il tutto in formato sovranazionale, mentre il singolo cittadino è ancora confinato entro la ragnatela di una burocrazia spesso asfissiante, certamente anacronistica e grottesca nell’epoca del computer. Si è rinnegato, giustamente, il comunismo, si è parlato, con sprezzo, di società socialistoide, invocando più libertà. Ma siamo sicuri che alle centinaia di migliaia di disoccupati, alle centinaia di milioni di poveri che premono alle nostre frontiere interessi questo concetto di libertà? Una libertà legata all’avere più che all’essere, finisce per non tenere in alcun conto la giustizia sociale, così come si cura solo formalmente della rappresentanza, privilegia la "non interferenza" e qui si ferma, senza alcuna cura per le questioni sociali lasciate sovente in balìa del volontarismo elevato a sistema, dell’assistenzialismo generatore di dipendenze gravissime, se consente un controllo dall’alto su vasti strati della popolazione, indirizzata dal bisogno. In effetti oggi sono davvero oppressive certe caratteristiche della burocrazia evocanti i "fasti" del socialismo reale, ma che in Italia hanno origini che risalgono almeno allo stato papalino. Una situazione però, a ben pensare, di comodo proprio per potenti, i gestori del potere; umiliante per i cittadini trasformati in sudditi. Nel contempo, la macchina burocratica si inceppa, paradossalmente, verso l’alto: la nebbia costituita dalla miriade di leggi che ci affligge avvolgendoci in un manto da cui sembra davvero arduo, anche per i meno sprovveduti, districarsi, pare improvvisamente alzarsi di fronte alla "libertà" di qualche grande industria, di qualche intoccabile. E allora notiamo che la "libertà" di guardarsi una partita di calcio o un film porno (che ogni dittatore peraltro può tranquillamente garantire perché aiuta a "mantenere l’ordine") non può essere barattata con l’arbitrio di qualcuno. Il grande bluff del gioco della democrazia, ormai svuotata dei suoi contenuti essenziali, si perfeziona dunque con un motto, "libertà per tutti" che, anziché diffondere libertà e creare condizioni di libertà, favorisce pochi privilegiati, finisce per opprimere ulteriormente i deboli e, aggiungiamo, si esalta nella retorica comunitaria, allorquando diventa esaltazione di una razza specifica.
    Noi che non siamo, e mai siamo stati, comunisti, abbiamo il dovere di indicare agli intellettuali, alle forze politiche, ai cittadini la via del repubblicanesimo, che è insieme un percorso culturale e una prassi. In questo momento, in Italia e in Europa , questa teorica non ha uno specifico ed esaustivo riferimento partitico, ma anche alla luce delle considerazioni che abbiamo svolto, si differenzia e si pone oltre i limiti del liberalismo, del socialismo e del comunitarismo. Per questo non condividiamo affatto la manichea e strumentale alternativa proposta da Marcello Veneziani in Comunitari o liberal? (Edizioni Laterza). Abbiamo criticato negativamente il finto liberismo di una vasta fascia della destra che non può fare a meno dell’assistenzialismo, statale e non, ma neppure comprendiamo la ginnastica dei post-comunisti che vogliono trasformarsi in pochi mesi in liberal, rendendo omaggio a un improvviso contagio da epicureismo benthamiano e finendo quasi per tradire una latente sindrome da orwelliana Fattoria degli animali. E poi siamo davvero sicuri che, con la scomparsa del comunismo, siano superate le contraddizioni sociali e le crisi di valori che il socialismo, pur con forme che sovente non condividevamo, ha denunciato nel corso di un intero secolo? Il repubblicanesimo mazziniano aveva sovente segnalato gli stessi problemi, con analisi altrettanto serrate rimaste sovente lettera morta per eventi della storia che in questa sede non è possibile ripercorrere e anche per negligenze organizzative, per mancanze dei repubblicani stessi. Ma ora, perché non attingere da quel patrimonio? Perché precipitarsi tra un liberalismo che non basta, un liberismo che favorirebbe solo i già ricchi, un comunitarismo che potrebbe far riaffiorare nuovi totalitarismi? Ci spieghino il senso sociale di questo continuo ondeggiare tra una "libertà televisiva", una comunicazione che avviene per spot, una soluzione dei problemi economici che avviene con le rapine o con le elemosine. Sono questi gli interrogativi che ci sentiamo di porre agli altri.
    Per noi la stessa consapevolezza di qualche anno fa: la coscienza che questi temi di fondo, possono essere affrontati unitamente dal repubblicanesimo, oltre la diaspora provocata da carenze ideali, da pochezza dirigenziale, da ambizioni e carrierismi ma non da mancanza di potenzialità, proprie del repubblicanesimo, che sta vivendo una nuova, straordinaria fortuna sul piano degli studi e dell’attenzione dei maggiori intellettuali del mondo.

    di Sauro MATTARELLi………(tratto da “Il Pensiero Mazziniano”)

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    Predefinito tratto da LA STAMPA del 07 maggio 2002

    DALLA FRANCIA UNA LEZIONE PER LA POLITICA ITALIANA
    REPUBBLICA SENZA CULTURA

    PERCHÉ noi italiani non abbiamo «la Repubblica» come i francesi? In queste settimane ci siamo un po' identificati con i francesi, magari ironizzando sui toni saccenti spesso usati nei nostri riguardi. Ma poi alla fine li abbiamo invidiati. Non già per la scontata vittoria di Chirac, ma per il loro modo di evocare i valori della République. Un modo forse un po' retorico, ma schietto. Per essi «la Repubblica» è davvero la parola-simbolo, la sintesi dei «valori comuni» e delle regole del funzionamento istituzionale. Che tristezza se guardiamo a casa nostra! Proprio all'indomani del pellegrinaggio di Ciampi - da Marzabotto alla Trieste della Risiera e delle Foibe - per un lezione di repubblicanesimo, che ancora manca nel nostro paese. Lo stupore di Ciampi per i malumori e i fraintendimenti del suo discorso sul 25 aprile; i toni irritati o finto-deferenti di molti commenti giornalistici stanno lì a dimostrarlo. Dopo decenni di democrazia ci sono ancora politici e studiosi che torcono il naso di fronte all'evidenza storica che la Repubblica abbia come atto fondante la Resistenza. E che quindi la sua cultura politica debba cominciare da qui. Ritengono invece che l'antifascismo sia una cultura dell'avversario politico anziché una componente della comune cultura repubblicana. Perché? Perché c'erano i comunisti - ripetono ossessivamente. Naturalmente i comunisti c'erano anche nella resistenza francese, ma lì c'era De Gaulle che li teneva a bada - dicono. Questa era, tra l'altro, una fissazione di Sogno che pure si diceva ammiratore di De Gasperi, di Einaudi e di Pizzoni (un nome ormai dimenticato). Ma questi antifascisti, pur avversari del comunismo, mai si sarebbero sognati di negare o relativizzare il valore della Resistenza per la presenza dei comunisti. Il problema era piuttosto la loro riconversione alla democrazia che avevano contribuito a istaurare. Questo processo sarebbe durato a lungo; ma adesso che si è compiuto, l'anticomunismo di risentimento che domina la destra italiana, si ribalta sull'evento fondante della Repubblica. Diventa sospetto sulla sua legittimità. In tutto questo c'entra poco una ricostruzione storiografica più matura e corretta: ciò che molti vogliono è una rivincita politica. Questo è «l'improponibile revisionismo», respinto da Ciampi, che riduce la Resistenza a scontro di bande armate. O rovesciando di segno il patriottisno costituzionale che è soltanto repubblicano, rilancia la tesi che soltanto da una parte (non certo quella resistenziale) stava storicamente il «patriottismo». E oggi finalmente ancora «la patria vince» - come diceva lo slogan del recente Congresso di An. Neppure all'abile Fini sarebbe venuto in mente di scrivere «la repubblica vince». Le responsabilità per questo stato di cose sta anche nell'incapacità del centro-sinistra di rispondere all'infinità di stimoli, suggerimenti e provocazioni, che gli sono venuti negli anni Novanta, per passare da una cultura tradizionalmente antifascista ad una più ampia, ricca e solida cultura repubblicana. Un'occasione storica sprecata.

    Gian Enrico Rusconi

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    Attualità del repubblicanesimo di Victor Hugo
    A duecento anni dalla nascita del grande poeta e scrittore francese

    Ricorre, quest’anno, il duecentesimo anniversario della nascita di Victor Hugo e la Francia e l’Europa si avviano a celebrarlo superando il giudizio di quanti videro nel grande poeta “le premier prix de rhétorique”del XIX secolo. Sarà un’opera di giustizia verso un grande spirito che, non solo senti e interpretò le illusioni e le passioni del proprio tempo, ma, con chiaroveggente intuito, anche quella del nostro.
    Ancora adolescente, conobbe ed amò i colori dell’Italia e della Spagna che esercitarono su di lui un evidente fascino. Giovanissimo, si assise tra i poeti e gli scrittori del suo Paese suscitando stupore e ammirazione tra i contemporanei. Chateaubriand, non a torto, lo definì “enfant sublime”.
    Nel 1818 i fratelli Hugo fondarono “Le Conservateur”, giornale moderato, cattolico e monarchico al quale il futuro poeta collaborò con entusiasmo e, di lì a poco, pubblicò Les odes et poésies diverses iniziando quella vasta produzione poetica che lo accompagnò per tutta la vita. Come Mazzini, egli affidò all’arte una missione altamente educativa, evocando subito le aspre critiche di quelli che vedevano in essa una dea libera da ogni vincolo. Fu così che egli restò “un solitario”, mentre avanzavano le nuove concezioni materialistiche. Hugo non fu comunque insensibile al mutare dei tempi e la sua maturazione artistica e psichica fu continua e sofferta. Di essa troviamo tracce nella sua vasta opera.
    Il suo primo cambiamento lo si trova già nelle Odes et ballades, edite nel 1828 e, ancor più, nella prefazione al dramma Cromwel, ma la metamorfosi delle sue convinzioni e della sua esuberante personalità diventò decisiva con la pubblicazione ed il trionfo del dramma Hemani che lo portò a capo del movimento romantico, mentre tramontavano gli ultimi bagliori del classicismo. Con le opere successive crollano i suoi principi monarchici e moderati.
    Nel 1845 ammise d’essere ancora liberale, ma nel 1849 era già repubblicano, cosa naturale in un uomo, figlio di quella gloriosa generazione che aveva visto i propri padri battersi: prima, per la grande Rivoluzione del 1789 e, poi, in quelle armate napoleoniche che, sulla punta delle loro baionette, avevano diffuso i principi dell’eguaglianza e della libertà.
    In quel tempo il poeta, cristiano deluso, aveva superato la fede in tutte le confessioni, ma sentiva in sé, viva ed operante, la presenza di Dio. Nel suo testamento spirituale scrisse: “Je refuse l’oraison de toutes les églises. Je demande une prière a toutes les âmes. Je crois en Dieu”. Il suo era un Dio personalizzato, come in Mazzini, sempre presente nelle sue opere, meta ultima di una umanità redenta. Per il poeta francese l’umanità era in perenne viaggio verso l’Ente Supremo, per il pensatore italiano, invece, la divinità si manifestava nel miglioramento e nel progresso del genere umano.
    Già nella Camera dei Pari aveva provocato lo stupore dei colleghi per i suoi interventi di taglio progressista sulla solidarietà sociale e sul diritto dei popoli ad ottenere i benefici della libertà. Elogiò perfino l’atteggiamento di Pio IX, in quel tempo liberaleggiante, ma nel 1849 attaccò con forza e tenacia la politica di quel Papa divenuto oppressore del popolo romano e complice dei tiranni stranieri e domestici che tenevano in catene la nazione italiana. Dopo il colpo di stato di Luigi Bonaparte, nel 1851, andò in esilio volontario per meglio combattere la tirannide.
    Fu prima nel Belgio da dove scagliò, contro l’usurpatore, i due feroci ed implacabili libri, Napoleon le petit e Histoire d’un crime, che si diffusero clandestinamente anche in Francia. Si trasferì poi nell’isola di Jérsey e in seguito in quella di Guèmesey. Fu un momento particolarmente felice per la sua produzione artistica. Diede alle stampe il singolare poema Les chàtiments e poi iniziò La légende des siècles, la sua più ambiziosa opera poetica ciclica, che traccia l’avventura umana attraverso la foschia di lontani secoli e, come lui disse, voleva “dipingere l’umanità in tutti i suoi aspetti: storia, favola, filosofia, religione e scienza”. La prima parte di questo poema di vasto respiro, dedicato alla Francia, apparve nel 1859. Quando la complessa opera giunse alla fine fu chiara la visione ottimistica del destino umano, tanto cara al poeta. Sembrò che l’avesse composta sotto lo stimolo di una perenne allucinazione. Eppure, quella esaltante ricerca per intendere il destino umano, ha qualcosa che ancora turba la coscienza dell’uomo, perché l’enigma della lotta tra il bene ed il male, tra la luce e le tenebre, è tuttora valida e attuale.
    Hugo capì l’importanza dei miti nella coscienza dell’essere umano e introdusse i contemporanei nella magia delle grandi età del passato, nel tentativo di penetrare e leggere nell’invisibile. Lo stressante impegno, necessario alla elaborazione del grande poema dell’umanità, non gli impedì di dar vita ai grandi romanzi storici che commossero intere generazioni di europei e di americani. Il primo di questi fu I Miserabili. Si tratta di un capolavoro che mette a fuoco la crudeltà di una società ancora pregna dei pregiudizi di passate epoche. Rivive in esso un periodo di storia francese fondamentale nel divenire dell’umanità. Potremmo anche dire che La légende des siècles e Les Miserables siano la parte più viva e geniale di una prodigiosa attività artistica e di pensiero che durò quasi un secolo. Nei due romanzi che compose in seguito: Les travailleurs de la mer e L’homme qui rit, troviamo la chiara dimostrazione di quanto fosse viva nell’Autore il senso etico e doloroso del destino umano. Nei protagonisti delle sue opere, in prosa o in poesia, vibra la tensione di uno spirito che cerca di svelare il mistero della vita e insegue la presenza di quel Dio invisibile, amato e temuto, che i pensatori e i politici della seconda metà del XIX secolo non ritennero necessario per spiegare l’esistenza dell’universo. Sta qui il motivo dell’incomprensione e delle critiche che circondarono Victor Hugo in Francia e Mazzini nel nostro Paese.
    Le critiche malevoli colpirono il mito di Hugo soprattutto dopo la sua scomparsa. Jean Cocteau arrivò perfino a definire il grande poeta “un pazzo che credeva d’essere Victor Hugo” e sbagliò. Avrebbe dovuto dire invece che “Hugo fu un genio che volle essere il vate della Francia, dell’Europa e di un mondo migliore.”
    Oggi, nei drammatici eventi che terrorizzano l’umanità, la saggia voce dì quel grande protagonista della cultura francese ci giunge provvida e gradita. Incitò con la sua arte gli uomini ad unirsi in una fratellanza creatrice di libertà, di pace e di progresso. Per questo fu favorevole al Risorgimento Italiano. Il suo repubblicanesimo ebbe molti punti di affinità con quello mazziniano della “Giovine Italia” e della “Giovine Europa”. Strenuo difensore della Repubblica Romana, attaccò più volte la politica liberticida di Pio IX, reo di tradimento verso il cristianesimo e complice dei carnefici del popolo italiano. Condannò, questo papa perfino in una visione della Legende des siècles. Immaginò di sentire la voce dell’Altissimo che invitava Dante a mettere quel papa nell’inferno della sua Divina Commedia, come egli lo aveva messo nel proprio (Vision de Dante).
    Nel 1856, sollecitato da Mazzini, pubblicò sui giornali inglesi e belgi un messaggio diretto al popolo italiano. “Nous sommes – scrisse – le même peuple, nous sommes la même humanitè. Vous la république romaine, nous la république française, nous sommes pénetrés du même soufle de vie.[...] Vous portez en vous la révolution qui dévorera le passé et la régénération qui fondera l’avenir. [...] Defiez-vous des rois ; fiez-vous à Dieu".
    Queste nobili parole dimostrano che il poeta non solo era favorevole al nostro Risorgimento, ma lo credeva necessario alla grande riforma sociale e politica dell’Europa dei popoli. In altre parole, l’Italia unificata avrebbe dovuto essere l’artefice di un mondo nuovo, più giusto e rispondente al fine ultimo della democrazia: la repubblica universale. Nel settembre 1860 tenne un famoso discorso in favore dell’impresa dei Mille. Nel 1867, in occasione della tragedia di Mentana, compose la famosa ode in cui espresse il suo furioso sdegno contro Luigi Bonaparte, paragonando Garibaldi a Leonida e a Guglielmo Tell; ma nel 1870, alla fine dell’impero di Napoleone III, restò perplesso e gelido, in sintonia con il pensiero di Mazzini, che con tristezza, in quel momento, si chiedeva, innanzi a “quel cadavere”, dove fosse l’Italia dei suoi sogni. Ma l’amore per l’Italia restò fermo nel cuore di Victor Hugo. Il 22 novembre, infatti, in una lettera inviata al municipio di Roma che celebrava l’anniversario della tragedia di Mentana, scrisse: “Pour nous français l’Italie est une patrie aussi bien que la France et Paris, où vit l’esprit moderne, tend la main à Rome,où vit l’âme antique. Peuples, aimons-nous.”
    Vibra in queste parole il vivo sentimento per la latinità che Hugo confermerà in una lettera inviata il 29 ottobre ai democratici milanesi che ricordavano con una manifestazione il sacrificio eroico dei caduti di Mentana.
    “Mes chers et vaillants amis, - scrisse - nous sommes tous, France, Italie, Espagne, la même famille. Les enfants de ces nobles pays son frères; ils ont la même mère: l’antique Republique romaine.”
    Il 20 maggio 1872, nel rispondere a un messaggio di solidarietà indirizzato alla Francia dal popolo romano, ricordò all’Italia, madre della Francia, che il mondo latino si inchinava innanzi agli Stati Uniti dell’Europa del futuro e l’illustre Repubblica dell’antichità salutava l’augusta Repubblica dell’avvenire: “L’humanité tout entière consolée et rassurée , tressaille quand la grande voix de Rome parle à la grande âme de Paris”.
    Un’altra dimostrazione di stima e di amore verso l’Italia, il vecchio Orfeo la diede allorché deputato repubblicano, sostenne il diritto di Garibaldi a far parte del nuovo parlamento, dopo essere stato eletto dal popolo francese. Ricordò agli immemori che l’eroe era stato il solo straniero accorso in difesa della Francia e l’unico generale a non essere stato vinto dai prussiani; ma la maggioranza dell’assemblea, dominata dai clericali, respinse la sua richiesta ed egli, con fierezza e dignità, si dimise dalla carica di parlamentare e continuò la battaglia per la democrazia nel Paese e nella sua infaticabile opera di poeta e di scrittore.
    Egli non fu soltanto il vate della Francia, ma anche il profeta di quella unità europea che oggi è realtà viva ed operante, perché ci impegna a raggiungere nuovi traguardi di giustizia, di solidarietà, di progresso e di eguaglianza tra le genti del nostro tormentato pianeta. Victor Hugo, è oggi più che mai attuale, c’invia il suo messaggio di amore che per i francesi e gli italiani ha un’importanza particolare perché ad essi, non solo spetta la difesa dei valori della civiltà latina, ma anche quella dei loro idiomi nazionali, insidiati da una ingiustificata invasione di espressioni e vocaboli anglo-americani. Compete, inoltre, a questi due popoli riproporre alla comunità internazionale l’uso del francese come lingua diplomatica e universale, rispettando un’antica e gloriosa tradizione europea.
    A duecento anni di distanza dalla sua nascita, Victor Hugo ricorda a questa nostra umanità, insidiata e minacciata da passioni pericolose e dal consumismo capitalistico, che la vita è missione e che il fine ultimo della democrazia è ancora lontano. È un monito che, nei feroci tempi che corrono, dona conforto e vigore a quanti soffrono e lottano per un avvenire migliore. Giustamente Paul Claudel ebbe a dire tempo fa: “Victor Hugo est ancore bon à donner, aux âmes opprimées et déprimées d’aujourd’hui, une leçon d’enthousiasme”.

    Mario Bevilacqua

    ---------------------------------------------------------

    tratto da il
    http://www.domusmazziniana.it/ami/
    Pensiero Mazziniano

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    Intervista ad Aldo G. Ricci

    La Repubblica. L’aspirazione a governarsi da sé

    Pubblichiamo il testo del dialogo tra Aldo G. Ricci e Alessio Sfienti. Ricci lavora presso l'Archivio Centrale dello Stato. Ha curato l'edizione critica dei "Verbali del consiglio dei Ministri. 1943-1948". Tra i suoi libri recenti Aspettando la Repubblica. I governi della transizione. 1943-1946 (Roma, Donzelli, 1996), Il compromesso costituente. 2 giugno 1946-18 aprile 1948 (Bastogi Editrice Italiana, 1999) e, da ultimo, La Repubblica, volume uscito nella collana “Identità italiana” diretta da E. Galli della Loggia per la casa editrice Il Mulino.

    Prof. Ricci il repubblicanesimo è stato accusato di essere anacronistico, di guardare ad una realtà sociale (le libere repubbliche) che non è per nulla attuale. Che significato ha oggi in Italia la parola Repubblica?

    Io credo che l’anacronismo della parola Repubblica e delle tematiche repubblicane sia legato a come è nata la Repubblica, soprattutto al contesto in cui è nata la Repubblica nel nostro paese, perché questo è forse uno dei paradossi più interessanti e più contrastanti della nostra vicenda repubblicana. Perché la Repubblica, come ho provato anche a ricostruire nel libro che ho scritto e che ha per l’appunto questo titolo, ha delle radici molto lontane e profonde nella storia del nostro paese e senza risalire a Roma o addirittura, come fanno gli storici settecenteschi, a prima di Roma, ma basta partire dai Comuni per capire come essa sia uno degli elementi identificativi della storia d’Italia e poi via attraverso i grandi nomi che hanno riflettuto su queste tematiche da Machiavelli, dagli utopisti come Campanella, le esperienze delle repubbliche giacobine e così via. Ma se vogliamo partire dell’epoca moderna, quindi dall’indomani dalla fine di Napoleone, uno storico fondamentale per queste tematiche che è Sismondi, mette al centro di una delle sue più grandi opere la storia delle repubbliche italiane e quindi fondamentalmente la storia delle repubbliche comunali [1]. Egli vede in queste vicende due cose fondamentali: da una parte uno dei tratti caratteristici della storia italiana, vista per la prima volta nell’opera di Sismondi come una storia unitaria, una storia nazionale. Infatti questo suo lavoro ebbe poi una grossa influenza su tutti i patrioti del Risorgimento. L’altro elemento importante che Sismondi individua nelle repubbliche comunali è un insegnamento di libertà che l’Italia ha consegnato all’intera Europa. In altre parole, da questo punto di vista vede addirittura nell’Italia un battistrada di una libertà più vasta, di una libertà europea. Poi il Risorgimento, naturalmente, e quindi quello che il repubblicanesimo ha significato nel Risorgimento, come mobilitazione di massa, come individuazione dell’obiettivo dell’indipendenza e dell’unità. Quelli che mettono per la prima volta a fuoco nell’Ottocento l’obiettivo unitario e dell’indipendenza sono i repubblicani. Dopodiché sappiamo che l’esito delle vicende è stato un altro per una serie di ragioni internazionali, oltre che nazionali. Tuttavia rimane forte questa presenza repubblicana.

    Che ne fu del concetto di repubblica dopo il consolidamento dello Stato unitario monarchico e la presa del potere da parte di Mussolini?

    Con il consolidamento del fascismo la parola ‘Repubblica’ dal 1928 con la concentrazione antifascista a Parigi diventa una pregiudiziale. In pratica la lotta al fascismo coincide alla lotta con la monarchia: quando cadrà il fascismo dovrà cadere anche la monarchia. Su questa linea i partiti del CLN si presentano all’appuntamento del 25 luglio, cioè alla nascita del governo Badoglio, e la pregiudiziale antimonarchica rimane fino alla svolta di Salerno. Poi, com’è noto, ci fu la tregua istituzionale e poi le elezioni della Costituente e il grande scontro referendario monarchia-repubblica. E qui scatta il paradosso perché lo scontro referendario monarchia-repubblica è uno scontro molto forte, infatti i dibattiti di carattere costituzionale, su quello che sarà l’assetto futuro del paese andarono abbastanza in secondo piano. Quello che invece restò in primo piano fu la battaglia sulla forma istituzionale, monarchia o repubblica. Quindi uno si aspetterebbe da questo punto di vista un forte tratto di repubblicanesimo in questa vicenda.

    E invece?

    In realtà appena vinto il referendum, l’elemento monarchico che pure si era rivelato così forte scompare, e quelli che sono i contenuti di un possibile repubblicanesimo, vengono in qualche modo occultati, coperti da quello che è lo scontro decisivo, la divisione del mondo in due blocchi e quindi da quelli che sono i due partiti di massa che tendono a diventare in qualche modo dei partiti “pigliatutto”, che occupano tutti gli spazi. Dei veri partiti-chiesa come vengono anche chiamati. Da una parte il Partito comunista, dall’altra la Democrazia Cristiana, che in qualche modo non nasce come partito così totalizzante ma è portata a diventarlo per contrapposizione, per difesa rispetto al Partito comunista. Quindi i contenuti tipicamente repubblicani vanno in secondo piano, il patriottismo, l’appartenenza forte è l’appartenenza di partito. Di conseguenza viene meno quello che avrebbe potuto essere un discorso di appartenenza alla Repubblica intesa come casa comune. Naturalmente questo significa che fino a che c’è stata questa presenza così forte gli spazi per questo repubblicanesimo possibile erano pochi. Tanto è vero che le vicende del Partito Repubblicano sono emblematiche. Questi spazi si riaprono dopo l’89 con il crollo del muro, la fine dei blocchi e quindi l’apertura di una riflessione sull’identità nazionale, sulla patria, su un possibile patriottismo della Repubblica e così via.
    Mazzini mostra come "la forma di governo non è elemento sufficiente per creare una repubblica, se questa manca di quei principi d'identificazione collettiva, di educazione, di miglioramento morale, in definitiva di etica civile" [2] in assenza dei quali non si disporrà dei mezzi per avere una vera repubblica. Il mazzinianesimo può essere considerato come la prima forma di religione civile [3].

    Quale contributo può dare nello specifico l’apporto di Mazzini per una ricostruzione di una religione civile della Repubblica in Italia?

    Io credo che Mazzini da questo punto di vista abbia svolto un ruolo fondamentale e ancora lo possa svolgere nonostante i tanti travisamenti di cui è stato oggetto il suo pensiero. Sicuramente Mazzini aveva un’idea di Repubblica forte, nel senso che presupponeva l’esistenza di una educazione del cittadino, di un senso del dovere, del sacrificio. Tutta una serie di elementi etici che erano determinanti. Di questo è rimasto largamente nel popolo repubblicano, anche dopo la vittoria della soluzione monarchica, ed è rimasto come tradizione, come tessuto connettivo, come discorso comune. Naturalmente bisogna distinguere quello che è il pensiero di Mazzini da quelle che sono state poi un po’ le caricature di questo pensiero di cui è stato anche in parte oggetto da parte di alcuni settori del movimento operaio quando la battaglia fra repubblicani e socialisti e poi comunisti ha visto prevalere tendenzialmente le organizzazione del movimento operaio. In pratica si è anche un po’ enfatizzato questo aspetto etico-moralistico del mazzinianesimo. Credo però che sia necessario “distinguere il grano dal loglio”, cioè l’attuale dall’inattuale. Io sono convinto che ci siano - ma è un compito della storia, della politica, del dibattito pubblico mettere a fuoco quello che è utilizzabile da quello che non lo è più – delle istanze di fondo permanenti nel pensiero di Mazzini assai feconde per la democrazia. Ad esempio, quando sottolinea l’indispensabilità affinché ci sia una Repubblica, di una identificazione civile, educativa, partecipativa, associazionistica, egli mette in luce quelle che sono condizioni indispensabili alla realizzazione di uno Stato democratico. Naturalmente questo è un obiettivo tendenziale, poi sicuramente ci sono nel suo pensiero, se si va ad esaminarlo filologicamente, anche degli elementi che sono stati chiamati “virtuistici”, in cui sono presenti preoccupazioni che possono sembrare forse anche moralistiche e in parte anacronistiche. Tra l’altro c’è un elemento di diffidenza di Mazzini nei confronti di tutto ciò che è divisione, contrapposizione. Per esempio Mazzini non ha grande simpatia per il contrasto tra vari partiti che per noi oggi invece, è una forma di pluralismo indispensabile. Quindi ci sono degli elementi potenzialmente organicistici nella sua concezione. Tuttavia c’è questo richiamo, che io giudico attualissimo e permanente, alla necessità del rapporto tra Repubblica e appartenenza e senso di cittadinanza, senza il quale la Repubblica diventa una mera formula o forma di governo ma priva di quella sostanza che le dà vera vita.

    Esistono in Cattaneo rispetto a Mazzini delle differenti concezioni della parola virtù, nel suo significato civico?

    Sappiamo che Cattaneo e Mazzini, un po’ come in tutte le nostre tradizioni nazionali che si rispettano, sono i due potenziali capitani di una squadra che attraverso vie diverse puntano a un unico risultato: la Repubblica. In Mazzini la Repubblica ha i caratteri etici di cui parlavano, in cui l’elemento unitario è fondamentale. È talmente fondamentale che Mazzini tende a stabilire – questo lo ha fatto in più occasioni ma in particolare proprio in una lettera a Sismondi – un rapporto tra libertà e unità che è un rapporto dialettico e contraddittorio allo stesso modo, perché afferma “io amo la libertà più dell’unità, ma l’unità della patria l’amo prima”, nel senso che è un elemento naturale diciamo quasi istintivo, mentre la libertà è già un elemento culturale. Questo spiega anche il suo percorso di fronte alle vicende storiche dell’unità italiana, cioè spiega perché ad un certo punto lasci il passo alla battaglia unitaria rinunciando alla pregiudiziale repubblicana.
    Cattaneo da questo punto di vista rovescia i termini del problema e addirittura ritiene una soluzione unitaria più pericolosa per la libertà perché ne rimanda in un certo senso l’affermazione. Cattaneo da questo punto di vista, al di là dell’istanza federalista, dell’importanza che lui attribuisce alle realtà locali, alla conservazione, valorizzazione di tutte quello che sono espressioni di tradizioni e ricchezze nel senso lato del termine locali, rovescia questo discorso e ritiene che il percorso debba passare attraverso l’affermazione sempre e comunque delle battaglie della libertà, e l’unità italiana federale sia al termine di questo discorso. Mi pare che da questo punto di vista l’alternativa sia abbastanza netta.

    - I fondamenti della laicità dello stato italiano sono da ricercarsi nel principio delle guarentigie introdotto nella Repubblica Romana del '49. Attualmente la Chiesa in Italia sembra però svolgere nientemeno che una supplenza di religione civile [4] offrendo elementi di integrazione civica altrimenti indisponibili.

    La laicità dello stato è ancora di fondamentale importanza in società multiculturali e multietniche così come vanno trasformandosi quelle attuali? Inoltre è possibile, attraverso una riscoperta delle radici repubblicane, ridare vigore ad una religione civile della Repubblica?

    Il discorso della laicità secondo me va un po’ ripensato, nel senso che è un discorso sempre valido, quello dell’autonomia, la separazione delle sfere. Lei ha ricordato la Repubblica Romana come primo esempio in cui vengono introdotte le guarentigie che poi saranno riprese pari pari dallo Stato italiano. Nella costituzione della Repubblica Romana ci sono le guarentigie ma non c’è l’affermazione della religione cattolica come religione dello Stato che poi invece sarà stabilita nello stato monarchico. Su questa possibilità di stabilire o meno questa formula ci fu un dibattito, ma alla fine prevalse proprio nella Roma ex-papalina, sia pure per pochi mesi, la scelta di non mettere questo aggancio. Oggi, certo le forme del vecchio laicismo sono sicuramente superate, nello stesso tempo di fronte a una debolezza della coscienza civica che in questo momento è incerta e smarrita dopo che è venuta meno l’importanza dei grandi partiti storici nazionali. In questa situazione c’è una tendenza viva, forte della Chiesa a rioccupare spazi che vengono lasciati vuoti da altre forme associative. Da questo punto di vista la Chiesa fa il suo dovere perché è del tutto evidente che appartengono ai suoi compiti il proselitismo e anche l’occupare spazi. Pensiamo per esempio a quelle che sono le difficili questioni dell’immigrazione, della droga, dei disadattati e degli emarginati, ecc. Esiste tutta una realtà che se non viene affrontata dalla società civile, dalla società politica, è normale che venga affrontata dalla società religiosa. Ora io non ritengo che la Chiesa debba essere esclusa da questo tipo d’intervento, naturalmente ci deve essere un libero confronto delle varie opzioni. In questo momento la debolezza dell’opzione pubblica, civica, statuale, è tale che forse si rischia di avere spazi anche troppo ampi che poi in prospettiva possono anche in qualche modo snaturare il ruolo stesso della Chiesa che secondo me fa parte delle nostre tradizioni e verso la quale ho tutto il rispetto.
    Nel suo libro afferma: “Le dimensioni sorprendenti dell’adesione alla monarchia che il 2 giugno portò alla superficie avevano certamente anch’esse le loro premesse in un rifiuto, speculare e rovesciato rispetto al voto repubblicano, di ciò che la repubblica per molti rappresentava (salto nel buio, rivoluzione sociale, ecc.), ma esprimevano anche il radicamento profondo di un’istituzione che, pur con le colpe accumulate dal 1922 in poi, e soprattutto negli ultimi anni, da metà degli italiani veniva ancora identificata con quello che restava della Nazione” [5]. Quel restava sembra quasi dare un credito alle teorie della “morte della patria” [6], eppure il repubblicanesimo italiano ha sempre espresso una certa idea dell'Italia alternativa a quella che poi si è realizzata attraverso la monarchia e successivamente col fascismo.
    Qui tocchiamo dei punti abbastanza importanti e delicati e, negli ultimi anni, oggetto di un acceso dibattito che ha visto confrontarsi e scontrarsi differenti opinioni. L’8 settembre è un trauma nazionale dall’una e dall’altra parte. La storia dell’8 settembre è un trauma per tutti, per cui come tutti i traumi cerca una risposta. Ovviamente tutte le risposte non sono uguali: c’è chi l’ha trovata nella Resistenza, c’è chi l’ha trovata nel sostegno al governo regio e quindi nell’esercito che si va ricostituendo al Sud, c’è chi l’ha trovata nella Repubblica Sociale, in un certo tipo d’idea di mantenimento della parola data, ecc. Ripeto non sono tutte scelte uguali. Dietro la Repubblica sociale c’erano i tedeschi con tutto quello che questo significa, mentre la forza dell’elettorato monarchico è una forza legata in parte a tradizioni locali, sia in Piemonte che nel Sud, in varie città particolari, ecc.. Però è anche il rifiuto di un certo monopolio creato dai partiti del CLN della rappresentanza politica. I partiti del CLN – ma d’altra parte questo è anche spiegabile nella situazione d’emergenza in cui si svolgeva la battaglia politica – tendono in qualche modo a presentarsi come la rappresentanza di tutto il Paese, escludendo qualsiasi altra forza. Questo lascia spazi per identificarsi nella monarchia per tutte quelle forze che non si riconoscono immediatamente nei partiti ciellini, pur non avendo niente a che vedere né col fascismo né con la Germania o quant’altro. Non s’identificano direttamente con questi partiti che per larga parte dell’opinione pubblica erano in molte zone del Paese come delle meteore piovute dal cielo, eccetto forse un po’ la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e il Partito Comunista soprattutto in certe zone. Il voto monarchico è una forma di protesta di fronte a questa realtà che viene sentita largamente come estranea.

    Quali strumenti concettuali può offrire la tradizione repubblicana per la ricostruzione di un patriottismo democratico in Italia e in Europa?


    Dopo l’89 il quadro mondiale è cambiato radicalmente. Non è un caso se dopo quella data, non solo gli addetti ai lavori ma anche giornalisti, storici, politici si interrogano sui problemi dell’identità nazionale, della “morte della patria”, su come ricostruire una forma di etica civile e di partecipazione. Questo perché i vecchi canali della partecipazione, cioè i vecchi partiti sono in grave crisi. D’altra parte non si può demandare interamente all’esterno, come un po’ è stato fatto in passato, in altre parole una costruzione più ampia di quelli che sono i nostri compiti, i nostri bisogni. Cioè non possiamo pensare che basti stare in Europa per essere qualche cosa. Bisogna prima essere qualche cosa e poi stare in Europa, altrimenti ci si sta fisicamente ma la nostra è una presenza soltanto numerica, non qualitativa, non essenziale. Leo Valiani che da questo punto di vista era una persona lungimirante l’aveva già indicato molti anni fa, ancora quando sembrava che le contrapposizioni interne partitiche potessero essere superate in una visione nazionale in tempi più brevi di quello che poi in realtà non è avvenuto. Bisogna che l’Italia riacquisti una sua identità, una sua fisionomia, un suo denominatore comune – politico, istituzionale, morale – al suo interno, affinché possa poi svolgere un ruolo nel più vasto contesto europeo. Già è difficile tutto questo a livello europeo perché vediamo come dal punto di vista dell’Europa politica le difficoltà sono infinite. È vero che abbiamo la moneta unica e fra un po’ disporremmo di un esercito di difesa comune, però sono primi passi, il salto qualitativo non è ancora avvenuto. Per partecipare a questo salto qualitativo bisogna che prima ci sia una forma d’identità e partecipazione interna pari a quella che c’è negli altri paesi dell’Unione. Da questo punto di vista il patriottismo della repubblica è sicuramente il punto di partenza, ma non è il punto d’arrivo perché poi non sappiamo come riusciremo a riempirlo di contenuti. Il patriottismo della Repubblica è quello che è mancato in Italia per il prevalere dell’identità di partito, ed è quello a cui dobbiamo guardare come obiettivo se vogliamo essere in Europa con un nostro ruolo specifico.

    a cura di Alessio Sfienti

    -------------------------------------------------------------
    tratto da il
    http://www.domusmazziniana.it/ami/
    Pensiero Mazziniano

  7. #7
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    Predefinito TRATTO DA il resto del carlino DEL 6 GIUGNO 2002

    tra Shaftesbury
    e l'illuminismo

    Il corso di laurea in filosofia dell'Università organizza nelle giornate di oggi e domani a Palazzo Bonacossi, via Cisterna del Follo 5, un seminario internazionale dedicato alla figura di Anthony Ashley Cooper, terzo conte di Shaftesbury, e al deismo in Gran Bretagna nel Settecento.
    Il seminario vedrà la partecipazione di studiosi italiani e stranieri. Tra questi Paolo Casini (università di Roma), Giuseppe Cambiano (Torino), Franco Crespini (università della Calabria), Lawrence Klein (Cambridge), Isabel Rivers (Oxford), Laurent Jaffro (Parigi). Shaftesbury è un personaggio chiave della cultura inglese fra '600 e '700, principale ispiratore dell'estetica moderna, filosofo e politico allo stesso tempo, seguace della filosofia platonica e stoica, fu sostenitore della virtù e del repubblicanesimo classici, e studioso delle arti figurative.

  8. #8
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    di giovanni corrao

    I repubblicani sono parte della storia italiana. Esistono, come forza politica, da oltre cento anni; hanno sempre lottato tenacemente con la forza delle proprie idee nell’interesse del proprio paese, per il suo rilancio sociale, economico e morale.

    Riassumono nella loro proposta politica tutto l’ardore delle formazioni risorgimentali di estrazione mazziniana (Giovine Italia e Partito d’azione), e sono gli eredi delle lotte delle fratellanze operaie degli anni ’70 ed ’80 di fine ’800.

    Non è solo e semplicemente il desiderio di rivivere la scelta della repubblica, sancita col referendum popolare del 2 giugno 1946, ma soprattutto l’esigenza di vigilare giorno per giorno per il suo corretto funzionamento.

    Il modello di libertà sempre voluto dai repubblicani si basa essenzialmente sui principi di autonomismo (comunale e regionale), per estendersi alle prerogative irrinunciabili dell’individuo e della sua dignità: diritti economici, morali, istituzionali, sotto il mantello della tolleranza civile e sociale.

    Spiegare oggi cosa vuol dire essere repubblicani è veramente difficile. Fa parte di quegli stati di grazia che tutti conoscono o hanno provato, ma che nessuno sa spiegare con poche, chiare, semplici parole.

    È un qualcosa che viene da lontano, che nasce da idee e convinzioni profondamente radicate nell’essere umano, da scelte spesso difficili da fare, da posizioni sempre combattute in esigua minoranza, da proposte comprese, ma non universalmente accettate. Morale, etica e politica, come diceva il maestro Mazzini, si devono fondere, nel raggiungimento dell’alto ideale del governo del popolo.

    Il repubblicano fa parte della nobile area della sinistra democratica, laica, non socialista, ed è tradizionalmente propenso al dialogo con tutte le forze politiche di ispirazione democratica, con una particolare predilezione per le forze di centro-sinistra.

    É cultore della ragione che considera l’unica vera strada maestra per l’adozione di provvedimenti chiari, presi nell’interesse generale, mai di parte. La riflessione, l’onestà mentale, la tolleranza, fanno parte degli esercizi mentali che giornalmente esegue nella palestra ideale di attività repubblicana.

    Per lui lo Stato deve creare i presupposti per il libero operare, non essere oppressore o rappresentare l’ostacolo contro cui ogni giorno svolgere la propria battaglia burocratica. Uno Stato che riesca ad equilibrare le disuguaglianze e veda il libero mercato quale massimo propulsore per la creazione del benessere. Oggi il sistema capitalistico, mirabilmente analizzato dal grande Ugo La Malfa, fa parte dell’ovvio, non è neanche ipotizzabile utilizzare ipotesi alternative. Ma fino a qualche anno fa si faceva fatica a convincere gli “altri” che quello, e nessun altro, poteva e doveva essere lo strumento migliore per il rilancio e la valorizzazione del genere umano.

    Al bando dunque dottrine qualunquistiche in grado di risolvere con la demagogia i problemi reali della civile convivenza. Diffidenza verso i meccanismi statali che portano a faraoniche ed improduttive opere. Si però al riequilibrio sociale, morale, culturale ed economico; si alle pari opportunità ed alla parità di sacrifici. No al razzismo, sotto qualsiasi veste mascherato o proposto.

    Evviva all’integrazione europea: finalmente! Ci consente a forza di diventare un paese sincero con gli altri, ma soprattutto con sé stesso. I conti dello Stato devono essere finalmente chiari ed improntati a serie politiche di bilancio. Basta con le spese clientelari o elettorali. Confrontiamoci senza paura con la concorrenza dei nostri concittadini europei per il miglioramento e l’ottimizzazione delle risorse: bisogna avere il coraggio di tagliare i rami secchi per far crescere sana la pianta.

    I repubblicani, lo si scopre col tempo, sono realisti, e credono nei partiti e nella politica come veicoli di democrazia. Tali raccordi tra la popolazione e le camere del potere sono indispensabili e calmieratrici.

    Credono nell’aggregazione politica, ma mal sopportano le prepotenze. Essere repubblicani vuol dire credere nelle idee, nelle buone idee, indipendentemente da quanti siano a sostenerle. E soprattutto amano guardare lontano, al di là del proprio umile interesse. Amano pensare in grande, dare un futuro all’umanità, dare un forte, intenso contributo per la crescita civile e sociale. Il vero motore per loro è la passione, la soddisfazione di aver fatto gratuitamente qualcosa di impagabile.

    Cento anni di duro onesto lavoro politico hanno il loro peso. Un’eredità che non può essere trascurata dalle giovani generazioni, un patrimonio di cultura e tradizioni che dà i suoi frutti. Una sorta di religiosità laica, basata sull’essere umano, che prende in esame tutti gli aspetti fondamentali della convivenza pacifica e democratica, per trarne proposte, programmi, decisioni ponderate e ragionate.

    Uno degli aspetti più singolari dei repubblicani è la impermeabilità, non alla pioggia, ma alle altre ideologie. Tra di loro o associati con altre forze politiche non viene mai meno il loro originale modo di pensare. È capitato che qualcuno si sia a volte preoccupato, non a ragione, del possibile annacquamento dei fondamenti ideologici se costretti, in comunione con altre forze, a portare avanti proposte di mediazione. È il caso che si sta presentando negli ultimi tempi con gli obblighi imposti dal bipolarismo. Ricerca dei consensi di gruppo, ma mantenimento delle proprie posizioni.

    I repubblicani forse sono in via di estinzione, ma non potrà mai scomparire quel tale modo di essere disinteressati e contemporaneamente impegnati. Li chiameranno in un altro modo, saranno assorbiti da altre correnti di pensiero, non si può sapere, ma continueranno ad esistere.

    Un problema, importante, si pone: come tramandare in futuro la tradizione repubblicana? Scrivendo e non dimenticando. Potremo un giorno continuare a ripetere: “Noi l’avevamo detto”.

    ------------------------------------------------------------------

    tratto dal sito web
    http://web.tiscali.it/sxrep/
    la Sinistra Repubblicana Sarda

  9. #9
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    °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
    L'ORDINAMENTO REGIONALE
    NEL PROGRAMMA DI MAZZINI

    °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
    di Giulio Bergmann

    “Mazzini e Cattaneo, i perni delle due scuole repubblicane
    in Italia, erano genti molto diversi: l'uno era temperato all'ar-
    te, l'altro alla scienza positiva. A Mazzini l'ispirazione, l'entu-
    siasmo ingeneravano impazienza e bisogno quindi di accen-
    tramento di forze umane e divine, di rapidità d'azione, di a-
    cuire le armi materiali mediante l'entusiasmo, lo spirito di sa-
    crificio dei martiri anche con idee soprannaturali. Mentre alla
    sapienza severa e profonda di Cattaneo ripugnava tutto che
    non armonizzasse con l' ordinamento storico dei popoli, con le
    leggi della filosofia civile. Cattaneo pure accettò ed usò splen-
    didamente l'azione rapida e concentrica, quale mezzo transi-
    torio, come i Romani usarono la dittatura, ma non l'ammette-
    va nell'assetto stabile”.
    Con queste parole Gabriele Rosa scolpiva le caratteristiche
    dei due grandi repubblicani, passati nel semplicismo delle de-
    finizioni popolari come l'unitario e il federalista.
    Questa bella sintesi delle due diverse genialità spiega co-
    me essi intendessero l'immane compito della unificazione i-
    taliana con differenze di metodo ma non di meta. E come
    l'addebitare all'apostolo dell'unità una avversione alle auto-
    nomie locali sia una arbitraria e scorretta alterazione del suo
    pensiero.
    Infatti già dal 1831, nelle Istruzioni per gli affratellati della
    “Giovine Italia”, il Mazzini scriveva: “Tutte le obbiezioni fatte
    al sistema unitario si riducono ad obbiezioni contro un siste-
    ma di concentrazione e di dispotismo amministrativo che nulla ha
    di comune con l'unità. La Giovine Italia non intende che l'unità
    nazionale implichi dispotismo, ma concordia e associazione
    di tutti. La vita inerente alle località deve essere libera e sacra.
    L'organizzazione amministrativa deve essere fatta su larghe
    basi e rispettare religiosamente la libertà di Comune”.
    Questo pensiero originario, posto quasi come una prima
    pietra dell'edificio ideale dei decenni posteriori, trova perfet-
    ta rispondenza negli scritti immediatamente successivi alla
    unificazione italiana. Ne1861, dettando le note per l' edizio-
    ne completa dei suoi Scritti, il Mazzini aggiungeva ad un
    suo articolo del 1833 una lunga postilla, nella quale si legge:
    “Il compimento della missione del dovere nazionale, spetta
    non a schiavi bensì a uomini liberi. E' necessario che a ciascu-
    no s'agevoli il diritto di iniziativa nelle idee che possono mi-
    gliorare l'incivilimento della Nazione. Da questa necessità e-
    sce la condanna del concentramento amministrativo che tor-
    rebbe, costringendo, coscienza, merito e demerito dei loro at-
    ti ai cittadini”.
    Egli attribuiva allo Stato “quanto spetta alla potestà centra-
    le»: Educazione nazionale, Nazione armata, giustizia, Riparto
    del Tributo nazionale, Sicurezza pubblica, Lavori pubblici
    d'interesse nazionale. E, affermate le autonome attribuzioni
    del Comune per tutti i bisogni di carattere locale, egli auspica-
    va che delle molte circoscrizioni esistenti “non rimanessero
    che sole tre unità politico-amministrative; il Comune, unità pri-
    mordiale; la Nazione, fine e missione di quante generazioni
    vissero, vivono e vivranno fra i confini assegnati visibilmente
    da Dio a un popolo, e la Regione, zona intermedia indispensabile
    tra la Nazione e il Comune, additata dai caratteri territoriali se-
    condari, dai dialetti e dal predominio delle attitudini agricole,
    industriali o marittime
    ”.
    Il pensiero del Maestro si svolge armonico e compiuto. Si
    riferisce ad esempi di libero governo locale tratti dalle mag-
    giori democrazie; omette, è vero, nei decenni dell'azione, ac-
    cenni che potessero con l' equivoco sulla parola regione sem-
    brare adesione al federalismo insidioso dei sovradetti locali (si
    ricordi che anche al Svizzera prima della Costituzione demo-
    cratica del 1848 era solo una alleanza di piccoli Stati taluni de-
    mocratici e taluni oligarchici), ma giunge dopo il 1860 alle e-
    splicite conclusioni. Ne’ si arresta ad affermare la necessità del-
    la Regione: afferma in modo aperto che la sua amministrazio-
    ne deve essere elettiva:
    “Le autorità regionali e quelle del Comune accentrati alla
    Regione non ne avrebbero bisogno, i loro magistrati supremi
    rappresenterebbero a un tempo la missione locale e quella
    della Nazione. Ordinamento siffatto spegnerebbe, parmi, il lo-
    calismo gretto, darebbe all'unità forze secondarie sufficienti
    per tradurre in atto ogni progresso possibile nella loro sfera, e
    sarebbe più semplice e spedito d'assai l'andamento oggi intrica-
    tissimo e lento, della cosa pubblica”.
    L’intricatissimo e lento». Pensate: quasi un secolo fa. Quan-
    do lo Stato aveva poche funzioni. E pochissimi dipendenti.

    Quali nuovi aggettivi dovremmo trovare oggi? Per quello
    che la burocrazia costa? Per quello che male spende? Per
    quello che impedisce di produrre?
    Il pensiero di Mazzini viene così ad avvicinarsi a quello di
    Carlo Cattaneo: “Finche il Parlamento vorrà tenersi in brac-
    cio le domestiche faccende dei singoli popoli, gli sarà più fa-
    cile impedire che fare”. “Bisogna che le Regioni si sveglino
    alla vita pubblica, che pongano mano forte ai loro interessi,
    che alleggeriscano il governo centrale». Egli propugnava
    l'autonomia dei consigli locali sugli interessi locali e anche
    sulle relative imposte: “Ciò che importa è aver gente che vi
    pensi davvero e che abbia costante interesse a pensarvi». “La
    libertà non deve piovere dai santi del cielo, ma scaturire dalle
    viscere dei popoli».
    A queste fondamentali norme di saggezza, collaudate dal-
    la libertà e dalla prosperità dei paesi anglosassoni e degli altri
    retti con autonomie locali, norme collaudate, invece, a rove-
    scio dalle dittature piombate sui popoli centralisti, si sono in-
    spirati gli uomini della scuola repubblicana e si sono inspirati
    o avvicinati anche i maggiori della parte liberale.
    Basti ricordare dei repubblicani Alberto Mario.
    “Nessuna camera di deputati italiani quand'anche surta
    dal suffragio universale, auspice la repubblica democratica, e
    tutti Soloni, detterà da Roma leggi perla Sardegna altrettante
    buone di quelle che una camera di Sardi detterebbe da Ca-
    gliari; e se così buone, o anche migliori, cangerebbersi in me-
    no buone e disadatte perla Toscana, ecc.”. Di Arcangelo Ghi-
    sIeri: l'efficace studio su “La questione meridionale» del 1906,
    con la chiara motivazione delle soluzioni attraverso le autono-
    mie. Di Napoleone Colajanni: “Nel Regno della Mafia», “Set-
    tentrionali e meridionali» e gli innumerevoli documentati
    scritti nella sua «Rivista popolare».
    Dei liberali, è dovere non sottacere (monito alle tenaci
    resistenze centraliste) che l'illuminato e non attuato pro-
    gramma regionale di Cavour, di Farini e di Minghetti veni-
    va più tardi, ma sempre invano, ripreso da studiosi politici
    acuti e prudenti quali il Sonnino che, recatosi a studiare col
    Franchetti le condizioni dei contadini siciliani, nella conclu-
    sione del suo libro “La Sicilia nel 1876» scriveva: “La Sicilia
    lasciata a se troverebbe il rimedio». E Maggiorino Ferraris
    che nel suo lavoro sulla questione meridionale invocava
    “un'amministrazione e una giustizia affatto indipendenti
    dalla politica e dalla influenza governativa”.
    L' aspirazione alla regione veniva illustrata a fondo e con
    cretata in programmi legislativi dal Jacini e dal Saredo, procla-
    mata dai presidenti del Consiglio De Pretis e Di Rudini e infi-
    ne dal Giolitti che nel 1921 affermava alla Camera doversi
    creare le Regioni con rappresentanze elettive e attribuzioni da to-
    gliersi allo Stato.
    Infine è d'ieri la energia difesa del nuovo ordinamento re-
    gionale svolta da Luigi Einaudi nella Costituente, dove l'at-
    tuale Capo dello Stato sostenne doversi dare ai Consigli co-
    munali, provinciali e regionali poteri «finiti in se stessi» cioè
    non dipendenti da autorizzazioni burocratiche e lontane; e in-
    vocato il sorgere di una vigorosa vita locale la definì come
    “impedimento al ritorno della tirannia”.
    Siamo, con questo, non più nella storia, ma nella vita. La
    storia si fa vita nella Costituzione. Il pensiero diventa azione.
    Il consiglio di Mazzini e di tanti altri resi saggi dallo studio
    e dall'esperienza è diventato precetto costituzionale. Esso co-
    stituisce la più profonda delle riforme accolte dalla Costituzio-
    ne.
    Esso potrà dar luogo alle nuove feconde libertà locali, le
    sole atte a formare i cittadini e a farne il vero presidio della
    Repubblicà Italiana.
    °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

  10. #10
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    Cerimonia lapide di Manara

    Messaggio del Segretario del P.R.I. on. Francesco Nucara

    La lapide che Anzio dedica oggi a Luciano Manara e agli uomini della Legione lombarda accorsi in difesa della Repubblica romana è un altro tassello del grande mosaico dell'identità italiana temprata nella fornace del Risorgimento.

    Il Partito repubblicano, che del Risorgimento fu l'animatore in una ininterrotta testimonianza di fede e di martirio, non può non partecipare ad una manifestazione volta a sottolineare la continuità di un programma che coniugava con la rivoluzione nazionale la rivoluzione sociale, in una nuova Europa, vista da Giuseppe Mazzini, come la proiezione delle libere nazionalità fondate sul diritto dei popoli.

    Fu il senso dell'allargamento della Giovine Italia nella Giovine Europa, che ebbe per simbolo l'Edera, in cui appunto si identifica il Partito repubblicano.

    E' in virtù di questa continuità ideale che i repubblicani onorano, con i bersaglieri di Manara, quell'ottavo reggimento che fu anche di Randolfo Pacciardi, decorato alla Livenza di una medaglia d'argento e della Militar Cross britannica.

    Un unico filo che unisce passato e presente nello sviluppo di una storia che, alle prese con i nuovi dati di una mondializzazione che non è solo dei mercati, non più smarrire, nelle cadute delle micro identità etniche, le grandi identità nazionali che fanno l'Unione europea nelle diversità delle lingue e delle culture.

    Anzio 30 giugno 2002

    ------------------------------------------------------------------------------------
    http://www.pri.it
    tratto dal sito web del

 

 
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