LA STAMPA 25 ottobre 2002
TRE IDEE DI LIBERTÀ POLITICA
PER LA SOCIETÀ MODERNA
Il sonno della democrazia produce schiavi
SECOLI di dominio straniero, la cattiva educazione morale della Chiesa cattolica, una monarchia come quella Savoia, accentratrice e con forti tendenze autoritarie, infine la umiliante esperienza del regime fascista, hanno profondamente corrotto in Italia la consapevolezza della vera libertà politica. Eppure proprio in Italia è nato e si è affermato un pensiero politico che ha elaborato il concetto di libertà in maniera ricca e originale. Il liberalismo, il repubblicanesimo, il socialismo liberale sono le tre principali espressioni di questa tradizione. Nell'opinione comune sono dottrine politiche che sostengono tre interpretazioni diverse, anche se non antitetiche, della libertà politica: il liberalismo persegue la libertà intesa come possibilità di godere di una sfera d'azione non controllata dallo Stato, il repubblicanesimo, affine in questo alla teoria democratica, proclama che la vera libertà politica non consiste nel non essere sottoposti a leggi, ma nell'essere sottoposti solo alle leggi che noi stessi ci siamo dati; il socialismo liberale è il difensore del principio che la libertà, per non essere vuota formula, ha bisogno della giustizia sociale e la giustizia sociale a sua volta ha bisogno, per non essere dispotismo, della libertà. Benché questa descrizione degli ideali di libertà propri del liberalismo, del repubblicanesimo e del socialismo liberale sia in parte corretta, essa non ci permette tuttavia di vedere che le tre dottrine in questione condividono l' idea che la vera libertà consiste nel non essere dominati, ovvero nel non essere sottoposti alla volontà arbitraria di altri uomini, e nell'avere quindi una mentalità libera contrapposta alla mentalità serva. Il concetto di libertà come libertà della mente e libertà dal dominio nasce con il pensiero politico repubblicano di Roma antica. Nel Digesto (che raccoglie opinioni giuridiche anteriori) la condizione del libero è definita in contrasto con quella dello schiavo. Per schiavo si intende l'individuo che è sotto il dominio di un altro. Il che significa che l'essenza della schiavitù non consiste tanto nell'essere sottoposto a violenza o costretto con la forza quanto nell'essere in potere di qualcuno, nell'essere sottoposto alla potestà di altri. Nulla vieta che lo schiavo sia libero di fare molte cose e possa anche essere soddisfatto. Ma fin quando resta sottoposto al potere di un altro non potrà essere libero nel significato pieno del termine e non potrà emanciparsi dalla mentalità servile. Potrà anche fare quello che vuole (se il padrone è buono o debole) ma non avrà la mentalità della persona libera. Questa concezione della libertà politica rimane viva nella storia del pensiero politico repubblicano e ispira anche le dottrine dei più eminenti pensatori liberali. Se lasciamo da parte, non perché sbagliata, ma perché parziale, l'idea che la libertà liberale consiste, secondo l'insegnamento di Isaiah Berlin, nel non essere ostacolati nel perseguire le azioni che vogliamo perseguire, possiamo vedere facilmente che autorevoli voci del liberalismo condividono l'ideale repubblicano della libertà. Cito solo, a titolo di esempio, uno dei maestri del liberalismo contemporaneo, Friedrich Hayek. Egli sostiene infatti che la vera libertà consiste tanto nell'assenza di impedimenti quanto nell'assenza di soggezione o sottomissione e spiega che libertà vuol dire essere indipendenti dalla volontà arbitraria di un altro («independence of the arbitrary will of another»), ovvero l'opposto della condizione servile. Per quanto riguarda infine il socialismo liberale è sufficiente leggere Carlo Rosselli per accorgerci che egli intende la libertà in primo luogo come libertà morale opposta alla mentalità serva. «Il problema italiano - scrive in Socialismo liberale - è essenzialmente problema di libertà. Ma problema di libertà nel suo significato integrale: cioè di autonomia spirituale, e di emancipazione della coscienza , nella sfera individuale; e di organizzazione della libertà nella sfera sociale, cioè nella costruzione dello Stato e nei rapporti tra i gruppi e le classi. Senza uomini liberi, nessuna possibilità di Stato libero. Senza coscienze emancipate, nessuna possibilità di emancipazione di classi. Il circolo non è vizioso. La libertà comincia con l'educazione dell'uomo e si conchiude col trionfo di uno Stato di liberi, in parità di diritti e di doveri, in uno Stato in cui la libertà di ciascuno è condizione e limite della libertà di tutti». Nella concezione che Rosselli aveva della libertà politica vive l'aspetto più fecondo della dottrina di Mazzini, ovvero la convinzione che la vera liberazione consiste nella liberazione dalla subordinazione spirituale e nella conquista del senso del dovere. Nelle più belle pagine di Mazzini, scriveva Giuseppe Calogero, troviamo una lucida verità pedagogica: «è vano ed illusorio attendersi il rifiorimento e la rigenerazione della pianta-cittadino, se prima non sia stata rifatta, dall'interno, la pianta-uomo, dotata della fede e della volontà cosciente di essere se stessa, e cioè padrona del proprio destino» (Attualità educativa e politica di Giuseppe Mazzini, pp.21-22). Che era poi l'idea delle menti migliori del liberalismo ottocentesco, primo fra tutti John Stuart Mill, che, ottimo conoscitore dei classici greci e romani, sapeva che la servitù più umiliante e più difficile da sradicare è quella che grava non sulle azioni ma sulle menti. Fra liberalismo, repubblicanesimo e socialismo liberale esiste un punto di incontro nell'idea di libertà intesa quale emancipazione dalla dipendenza, e conquista dell'autonomia morale dell'individuo. Essa delinea una teoria dell'emancipazione che non consiste soltanto nella lotta contro il tiranno che opprime con la forza le nostre azioni o nella resistenza contro lo Stato che pretende di sottoporre a controllo la vita intera dell'individuo o nell'opposizione ai regimi autocratici che escludono i cittadini dalla partecipazione alla vita politica. Il vero fine è la libertà degli individui interpretata come conquista dell'indipendenza e della maturità morale per mezzo delle buone istituzioni, delle buone leggi e dell'educazione. La saggezza antica che ci spiega che essere schiavi vuol dire essere schiavi nella mente e vivere senza senso del dovere è diventata attuale proprio nelle democrazie, soprattutto nella nostra.
viroli@princeton.edu
Maurizio Viroli
tratto da SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia
Questa analisi e' di Giorgio La Malfa ed e' stata scritta nel 1999, in occasione dell'uscita del volume di Maurizio Viroli, "Repubblicanesimo", Bari, Editori Laterza, 1999, L. 20.000
Chi scriverà la storia intellettuale di questa fine secolo "non potrà fare a meno di notare un rinnovato interesse degli studiosi per il repubblicanesimo, ovvero quella lunga e variegata tradizione del pensiero politico che si ispira all'ideale della repubblica": così si apre il recente saggio di Maurizio Viroli (Repubblicanesimo, Bari, Editori Laterza, 1999, L. 20.000).
Viroli si riferisce essenzialmente alle ricerche di un gruppo di studiosi che insegnano nelle università anglosassoni come Quentin Skinner (Liberty before Liberalism, Cambridge University Press, 1998), Philippe Pettit (Repubblicanism: A Theory of Freedom and Govemment, Oxford University Press, 1998) e altri, fra cui lui stesso, docente di Teoria politica a Princeton, i quali sostengono che, negli autori classici romani come Cicerone, nell'esperienza dei liberi comuni medioevali italiani e in autori come Machiavelli, si ritrova una nozione di libertà diversa da quella propria del liberalismo settecentesco e ottocentesco di derivazione essenzialmente individualistica. Essi aggiungono che la concezione della libertà dei repubblicani non solo precede temporalmente quella che possiamo chiamare la libertà dei liberali ma ha, rispetto a quest'ultima, una maggiore ricchezza di contenuti.
La libertà dei liberali - scrive Viroli - è essenzialmente intesa come non interferenza da parte di altri nelle scelte dell'individuo. La sua formulazione più netta si trova nel celebre saggio di Isaiah Berlin, Two Concepts of Liberty (trad. it. in Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Milano 1989) che la definisce come libertà negativa e a questo proposito scrive: "Normalmente posso essere definito libero nella misura in cui nessun uomo, né alcun gruppo di te uomini interferisca con la mia attività"; e ancora: "Più ampia è l'area della non-interferenza maggiore è la mia libertà". Berlin aggiunge, citando Hobbes e Bentham: "Questo è ciò che i filosofi classici inglesi intendevano nell'usare questa parola".
Rispetto alla libertà intesa come non interferenza, la nozione della libertà degli scrittori repubblicani - sostiene Viroli - è molto più ampia. Essi la intendono come "assenza di dominazione (o di dipendenza), intesa come la condizione dell'individuo che non dipende dalla volontà arbitraria di altri individui o di istituzioni che possono opprimerlo impunemente, se lo vogliono" (pagina 19). A questo proposito Viroli cita un bel passo di Montesqieu nell'Esprit des Lois laddove questi scrive: "La libertà politica consiste in quella tranquillità di spirito che proviene dalla convinzione, che ciascuno ha, della propria sicurezza; e perché questa libertà esista bisogna che il Governo sia organizzato in modo da impedire che un cittadino possa temere un altro cittadino".
Si tratta di distinzioni molto sottili rilevanti senz'altro per una ricostruzione della storia delle idee politiche. Ma, nell'aspirazione di Viroli e degli altri studiosi cui egli fa riferimento, vi è qualcosa di più: l'ideale della libertà repubblicana costituisce essenzialmente un programma politico e offre un'indicazione sulle cose da fare per realizzarlo. Il punto principale riguarda la funzione dello Stato e delle leggi. La concezione liberale ottocentesca tende a considerare le leggi e l'azione dello Stato come un'interferenza nella sfera di libertà del cittadino, Per questo i teorici liberali, come Ropke o come Hayek, guardano con diffidenza a qualsiasi programma legislativo in quanto potenzialmente tale da ridurre la sfera della libertà individuale.
Per i repubblicani invece la legislazione ò essere condizione per la realizzazione della libertà. Essi sono disposti a considerare "le leggi come il più sicuro baluardo della libertà" e sono disposti "a sopportare anche severe interferenze per ridurre il peso del potere arbitrario e della dominazione" (pagina 49). Naturalmente, non basta che una legge sia adottata da una maggioranza - come richiede il principio democratico - per ritenere che quella legge sia giusta; è necessario che la legge abbia caratteri di generalità e di non discrezionalità.
La riscoperta del repubblicanesimo come dottrina distinta dal liberalismo è molto interessante. Probabilmente questa distinzione era quella che Mazzini, in una serie di articoli pubblicati in Inghilterra fra il 1846 e il 1847 recentemente ripubblicati a cura del professor Salvo Mastellone (Pensieri sulla democrazia in Europa, Feltrinelli, Milano 1997), traccia definendo l'ideale democratico come qualcosa di essenzialmente diverso sia dal liberalismo che dal socialismo e criticando "la dottrina dei diritti individuali terrorizzata dall'idea di governo", così come il socialismo edificato "sul concetto di eguaglianza assoluta con tendenze tiranniche".
Il libro di Viroli è dunque un libro importante, anche se i problemi che esso pone sono comunque molto complessi: basta pensare alla legislazione in materia di redistribuzione dei redditi per comprendere che non è facile contemperare l'ideale della non interferenza con quella della non dipendenza. In realtà Viroli si rende ben conto della difficoltà di ricavare dall'impostazione astratta che gli propone un insieme di proposte valide per fissare le regole di una società che realizzi in pieno l'ideale della libertà repubblicana. In un passo che richiederebbe forse un'ulteriore analisi egli scrive che "il linguaggio politico repubblicano ... è un linguaggio retorico piuttosto che filosofico; non cerca il vero, ma l'utile (il bene comune); non ha bisogno di fondamenti astratti, ma di saggezza" (pagina 47). Vale però certamente la pena di fermarsi con attenzione su questi argomenti ed è bene che nel dibattito italiano possano entrare le questioni che questo libro solleva.
Giorgio La Malfa
IL GIORNALE DI BRESCIA 23 dicembre 2003
I VALORI DELLA PATRIA
I principi che caratterizzano il repubblicanesimo
«Fra i principi che caratterizzano il repubblicanesimo vi sono il valore supremo della Patria di liberi ed uguali, la priorità del bene comune, il senso civico dei cittadini, la virtù dei governanti, l’affermazione dei diritti del cittadino, mai disgiunti però dall’indispensabile assolvimento del proprio dovere». «Gli azionisti affermavano che: l’Italia non sarà vera nazione fino a quando i suoi mali storici non saranno risolti: il particolarismo, il familismo, il conformismo fideista, il tirare a campare, la ricerca del compromesso ad ogni costo». L’Italia di oggi è un mercato di 58 milioni di individui la cui maggioranza vuole vivere come vuole e senza il fastidio di regole imposte: il cittadino onesto è vessato dalla burocrazia e preso in giro dai ricorrenti condoni e sanatorie che altro non rappresentano se non il fallimento di uno stato: chi ha fatto il furbo è premiato, chi è stato onesto è gabbato. Il Paese dei furbi, insomma, sorretto dal cosiddetto stellone italico. Un Paese in perenne via di sviluppo, perlomeno sul piano della convivenza civile. Ma purtroppo nel prossimo futuro nemmeno lo stellone italico ci proteggerà più. Con la mondializzazione dei mercati, certamente positiva, perché offre nuove opportunità a tutti, ai Paesi poveri come a quelli ricchi, la competizione internazionale si è fatta più dura, e si va formando un nuovo mondo dai tratti ancora imprecisati, che ha per esempio spinto i Paesi europei a lasciare da parte molte vecchie divisioni per avviare la nuova Unione Europea, di cui l’entrata in vigore dell’euro è solo un primo importante passo. Ma con la pur indispensabile partecipazione all’Europa, l’Italia è costretta ad essere più virtuosa, pena il suo declassamento. E qui nascono i problemi. Oggi non si può più andare avanti con le periodiche svalutazioni della lira perché i nostri prezzi crescono di più di quelli degli altri Paesi, per il semplice motivo che la lira non c’è più. Ecco allora che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, i nostri prodotti si vedono rosicchiare i margini di mercato, perché il loro costo aumenta di più rispetto a quelli degli altri Paesi: di quelli dei Paesi emergenti per il loro basso costo della manodopera e di quelli europei perché il sistema paese delle altre nazioni d’Europa è più efficiente del nostro. È più efficiente del nostro perché questi Paesi sono governati con maggiore virtù, perché la loro burocrazia aiuta imprese e cittadini anziché vessarli, perché il cittadino, in definitiva, si riconosce nel proprio Paese ed è dotato di quel senso civico che lo porta a compiere il proprio dovere nei confronti della collettività in misura ben superiore rispetto al cittadino italiano. Nel resto d’Europa ciò che è pubblico è di tutti, in Italia non è di nessuno. Al contrario dei nuovi sostenitori della morte delle nazioni, quale conseguenza della globalizzazione, ritengo che proprio i popoli col sistema paese più efficiente, saranno i protagonisti del nuovo assetto economico mondiale. Guardando all’Europa, basti pensare allo straordinario salto operato dalla Spagna, per capire cosa stia succedendo. Ma se oggi la Spagna è un Paese efficiente non è un caso: una volta liberatosi della dittatura quel Paese ha messo in campo le proprie energie vitali, ma impostate su solidi valori di senso civico e di apprezzamento del bene comune, sconosciuti all’Italia degli ultimi cinquant’anni. Ugo La Malfa veniva denominato Cassandra perché insisteva sui problemi economici strutturali irrisolti della giovane nazione italiana e prevedeva il collasso della fragile, pur se vitale, economia del nostro Paese, se non fossimo diventati tutti più virtuosi. La sua analisi, come spesso accade ai repubblicani (basti pensare per tutti a Giuseppe Mazzini), era solo in anticipo sui tempi, ma non per questo, anzi proprio per questo, ancora più giusta e drammatica. Perché il compito di un politico che si rispetti, è si di gestire l’esistente, ma soprattutto di prevedere ciò che è più giusto per il futuro del proprio Paese. Oggi per l’Italia, al di là dei momenti congiunturali più o meno favorevoli, è iniziato un declino economico, con tutto ciò che ne consegue, che sarà difficilmente arrestabile: lentamente, ma inesorabilmente, diventeremo più poveri. La drammatica crisi della Fiat è solo il primo, ma significativo caso. Ecco allora che i valori propugnati dal repubblicanesimo, richiamati all’inizio, non sono nostalgie ottocentesche, ma rappresentano l’unico antidoto al riscatto di un Paese che diversamente è condannato al declino.
FRANCO BOGLIONI
coordinatore
Movimento Repubblicani Europei
Brescia
tratto da IL PENSIERO MAZZINIANO n.4 dicembre 2002
Memoria storica e impegno civile
La Manifestazione organizzata dall’AMI a Roma il 23 novembre scorso sul tema "Per la dignità della Repubblica e per la Costituzione. Memoria storica e impegno civile" ha avuto il merito di porre in evidenza problemi e questioni che non riguardano solo il mondo mazziniano e repubblicano, ma tutti gli italiani. Di fronte a una platea gremita sono state svolte le relazioni da parte degli studiosi invitati: il prof. Michele Ainis e il prof. Nicola Tranfaglia, coordinati dall’avv. Renzo Brunetti, vice presidente nazionale dell’AMI.
Il lavori di questa importante iniziativa sono stati conclusi da un applauditissimo intervento conclusivo di Maurizio Viroli.
Pubblichiamo il testo del comunicato emesso dall’Associazione Mazziniana Italiana in sede di presentazione del convegno.
La Repubblica e la Costituzione sono il presidio della nostra libertà.
Ci preoccupano il ritorno dei Savoia senza rinuncia ai diritti e alle pretese dinastiche, il venir meno dello spirito della Costituzione repubblicana che fa riferimento a principi di libertà e di giustizia, la confusione sul federalismo, l’affievolirsi dello spirito europeista, la personalizzazione della lotta politica.
Altrettanto grave è l'affermarsi nell' opinione pubblica di orientamenti culturali che assolvono o attenuano le colpe del fascismo e della monarchia Savoia determinati dalla perdita della memoria storica nazionale.
Noi Mazziniani amiamo questa nostra Repubblica.
È la prima e la sola che ha dato a tutti gli italiani la possibilità di vivere come cittadini liberi e che ha saputo realizzare l'ideale risorgimentale di una Patria libera e unita.
La nostra consapevolezza storica e la nostra coscienza morale ci impongono di lavorare e lottare con tutte le nostre forze per riaffermare i valori della Repubblica.
Rivolgiamo a tutti gli italiani che vogliono difendere la Repubblica e la Costituzione l'appello ad operare insieme con spirito di dialogo e di collaborazione serena.
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tratto da il
Pensiero Mazziniano
tratto da L'IRCOCERVO 2 aprile 2003
ATTORNO ALLE RAGIONI DI UN (NON) DIALOGO:
SUL CONCETTO DI REPUBBLICA E LA SUA CRISI
di OMAR ASTORGA (Universidad Central de Venezuela)
En torno a la república se pueden hacer discursos muy elocuentes, e incluso se puede llegar a elaborar una concepción del mundo y de la vida, que no por utópica deja de tener fuerza y atracción, especialmente cuando se presenta en la arena política. Esto sucede en cualquier Estado o república actual. Pero además de la fuerza retórica y de las tradiciones políticas que la han sustentado, la idea de república sigue contando con pensadores y estudiosos que han tratado de revelar sus propios perfiles, desde los clásicos hasta hoy. Dialogo intorno alla repubblica (Laterza, Bari-Roma 2001, pp. 125) es el resultado de una larga conversación que Maurizio Viroli sostuvo con Norberto Bobbio entre agosto y diciembre de 2000. La importancia de este diálogo no puede ser más pertinente y actual, no solo para el lector europeo. En este texto se encuentran tratados diversos tópicos, desde el republicanismo hasta la experiencia religiosa, pasando por la virtud civil, el patriotismo, los derechos y los deberes.
Viroli, estudioso del republicanismo (entre otros, véase su Repubblicanesimo, 1999) inicia su conversación con Bobbio refiriéndose al sentido específico del pensamiento político republicano. Mientras que la tradición liberal ha entendido la libertad como ausencia de interferencia, y la teoría democrática la identifica con el poder que tienen los ciudadanos de darse normas a sí mismos y no obedecer otras que las que ellos mismos se han dado, el republicanismo ve en la libertad la ausencia de dependencia de la voluntad arbitraria. Y ejemplo de ello es el esclavo, que puede no sufrir ni opresión ni interferencia, pero no llega a ser libre. El republicanismo, desde esta perspectiva, es fundamentalmente un ideal de libertad que, según la formula adoptada por Viroli, no necesariamente coincide con la teoría democrática. Y es quizás por ello que ante la pregunta que le hace a Bobbio sobre la posible distinción entre tradición política republicana, democrática y liberal, Bobbio es enfático al apuntar sobre el significado esencial del republicanismo. Según Bobbio, “la república es una forma ideal de Estado que se funda en la virtud de los ciudadanos y en el amor a la patria” (p.5). Un lector ingenuo de esta definición podría quizás esperar que el pensador italiano, de seguidas, haga una apología del pensamiento republicano. Pero el curso de su argumentación es exactamente opuesto. Virtud y amor a la patria, nos dice, eran los ideales de los jacobinos, a los cuales luego añadieron el terror. Más aún: Bobbio dice que el terror no es un añadido accidental. La república en realidad tiene necesidad del terror. Por ello sostiene que se trata fundamentalmente de un ideal retórico, de modo que si bien se puede apelar al significado etimológico del término (res publica), utilizado como expresión genérica, coincide con el concepto de Estado, tal como lo presenta Jean Bodin en su célebre libro (Les six livres de la République,1576), en el cual se describen las diversas formas de gobierno.
En el diálogo de Bobbio con Viroli se van revelando dos posiciones sobre la idea de república y, en general, sobre la política. Mientras que para Viroli la república es una suerte de ideal moral, para Bobbio, quien asume una posición realista, el discurso sobre la república no pasa de ser más que retórica. Para Bobbio, la política, sea republicana o monárquica, no es más que lucha por el poder. Por ello se pregunta, cuando algunos teóricos, como Viroli, invocan el ideal republicano, qué significa, por ejemplo, “virtud de los ciudadanos”. ¿Dónde ha existido un Estado que se haya conducido conforme a la virtud de los ciudadanos? Bobbio señala que, precisamente, el Estado entendido comúnmente como el que utiliza el monopolio legítimo de la fuerza, lo hace porque la mayor parte de los ciudadanos no es virtuosa. Bobbio piensa entonces en la política de una manera distinta a la que sostiene que es posible pensar el Estado fundado en la virtud, que fue la condición invocada por los jacobinos. Antes bien, “ningún Estado real se rige por la virtud de los ciudadanos, sino que es regulado por una constitución, escrita o no, que establece reglas para su conducta, precisamente bajo el presupuesto de que los ciudadanos no son generalmente virtuosos” (p.9).
Vale, sin embargo, destacar que la posición de Viroli, a pesar de ser, digámoslo así, utópica, no deja de ser enfática, tal como se halla expresada en la mejor tradición republicana, desde los clásicos, pasando por Maquiavelo, hasta Rousseau. Es cierto, dice Viroli, que el Estado debe ocuparse de regular la conducta de los ciudadanos no virtuosos, pero cada ciudadano debe estar dispuesto a servir al bien público y estar vigilante en contra de los “arrogantes” que tienen el poder. De no ser así la república muere y se transforma en un lugar donde quedan dominadores y dominados. (p.10). Pero sin que ello signifique que la virtud sea la voluntad de inmolarse por la patria. Para Viroli la virtud civil es el verdadero significado del ideal republicano de amor a la patria. Pero Bobbio no se deja llevar por el utopismo de Viroli. Hay que estar alerta ante los llamados de amor a la patria. También el fascismo hablaba de patria y decía que había que dar la vida por la patria, que es también una palabra que se presta a engaño de parte de aquellos que detentan el poder. Quienes la pronuncian son comúnmente tiranos y tiranuelos. Por ello, mientras que Viroli insiste enormemente en el valor de la nación y de la patria, Bobbio recuerda la manera como el fascismo se apropió de esos términos de una manera exasperante e intimidatoria, que llegó incluso a producir rechazo por parte del pueblo italiano, al menos durante el período de dominación del fascismo.
Por ello no es casual que en este contexto aparezca el problema de la libertad. Vale la pena destacar que en la conversación con Viroli, Bobbio recuerda a los pensadores políticos que más ha estudiado, entre los cuales destaca a Hobbes, por su potencia intelectual y por su estilo (baste citar, entre otros, su Thomas Hobbes, 1989). Y Viroli se vale de la referencia a Hobbes para distinguir entre el concepto de libertad negativa que expuso el filósofo ingles y el concepto de libertad positiva, republicano o democrático defendido por el propio Viroli. Bobbio no necesariamente defiende a Hobbes en la conversación que a este respecto sostiene con Viroli, pero deja claro que lo más importante, tal como lo ha escrito en un famoso libro (Governo degli uomini o governo delle leggi, 1982), es que la libertad supone el predominio de la ley y no el de los hombres. Y esto nos coloca en el terreno de la así llamada “obligación política”. Coherente con su posición republicana radical, Viroli plantea la necesidad de que la república sea intransigente con los ciudadanos en el cumplimiento de sus deberes, mientras que Bobbio postula más bien la transigencia, la pluralidad, la tolerancia como una forma más efectiva de conducir el Estado. Bobbio y Viroli confirman de esta manera sus apreciaciones sobre la república planteadas al inicio de su conversación. Por ello el ameno diálogo entre ellos no deja de ser controvertido. Si bien ambos coinciden en señalar la necesidad de insistir en el cumplimiento del deber (moral, jurídico y político), Viroli es mucho más enfático en señalar la necesidad de destacar el cumplimiento del deber como el gran tema ausente de la teoría política, inclinada más bien, a considerar el ámbito de los derechos. Bobbio acepta la posición de Viroli pero muestra también su interés por plantear el tema del deber no solamente referido a los ciudadanos sino también al Estado, es decir, a la responsabilidad que los gobernantes deben cumplir frente a los ciudadanos.
En este sentido, también para Viroli una de las principales amenazas a la republica democrática se encuentra en las facciones, entendidas como grupos fieles a un líder que intenta obtener ciertos privilegios. Y en esa dirección coincide con Bobbio al destacar la importancia que han tenido, dentro de la tipología weberiana, los así llamados lideres carismáticos, retóricos y demagógicos. Ambos se refieren particularmente a la vida política italiana, aludiendo constantemente a la emergencia de los nuevos movimientos políticos, entre otros el de Berlusconi, así como a los peligros que han amenazado la democracia italiana. De la misma forma, Viroli se refiere al peso que el dinero y la plutocracia han tenido en las democracias occidentales, incluso la de Estado Unidos, pues uno de los grandes riesgos políticos se halla en la posibilidad de que el poder del dinero pueda afectar significativamente la democracia. Y en esta dirección Bobbio reivindica el papel fundamental de los partidos para el funcionamiento de la democracia, especialmente con su presencia en el parlamento. De allí que Viroli y Bobbio traten la cuestión del así llamado por Bobbio “poder oculto” que funciona en todas las sociedades y que tiene una semejanza casi a la de Dios: mientras más observa y tiene presencia en todo, más invisible e inaccesible es. En otros términos, mientras más se oculta el poder menos participación tienen los ciudadanos, tal como también lo vieron Bentham y Foucault. De allí que Bobbio recuerde enfáticamente el lema kantiano según el cual “todas las acciones relativas a los derechos de los otros hombres cuya máxima no es compatible con la publicidad, son injustas”. Esto significa que, para que el poder sea legítimo, debe poder justificar públicamente sus acciones. Desde esta perspectiva ambos intérpretes coinciden en destacar el sentido público de la política en oposición al ocultamiento y al predominio de los privilegios.
Valga señalar, finalmente, que el realismo hobbesiano de Bobbio se pone también de manifiesto en el ámbito religioso. Mientras que Viroli plantea la fe religiosa como una guía moral que puede resultar adecuada en el ámbito social, Bobbio señala de un modo llano que los hombres tienen esa fe por temor a Dios, y que si ese temor llegara a desaparecer, se transformarían en bestias salvajes. Ante lo cual Viroli insiste al decir que tanto Maquiavelo como Tocqueville, dos grandes pensadores de la república y de la libertad, coincidieron en plantear la necesidad de la religión para la conducción de los pueblos. Pero Bobbio, coherente con su posición en torno al temor, dice que el hombre siempre actúa guiado por el temor, sea el temor al Príncipe o el temor a Dios. De allí que las normas siempre tengan disposiciones primarias (“no hagas esto”) y secundarias (“si lo haces serás castigado con”). Y esto vale tanto para el reino de la tierra como para el reino de Dios. Incluso en el caso del temor a Dios, Bobbio dice que no sólo se habla del castigo del “más allá”, sino también del castigo del “más acá” como cuando se dice que sucedió algo “por castigo divino”. No es casual entonces que en el curso de la conversación Bobbio recuerde de nuevo a Hobbes, especialmente en el momento en el que Viroli hace referencia al problema que se presenta cuando cada uno toma la justicia en sus manos o la confía a alguna asociación privada. La referencia entonces, al temor, tal como fue teorizado precisamente por Hobbes, le permite resituar la discusión del terreno religioso al terreno jurídico-político, al considerar que el Estado aparece como instancia reguladora de la libertad negativa, más allá de la experiencia religiosa.
En suma, Bobbio y Viroli ponen en evidencia uno de los núcleos fundamentales desde el cual es posible discutir de un modo realista pero también crítico el futuro de la democracia. Precisamente un diálogo abierto, como el que sostuvieron, es una oportunidad para advertir la validez y el sentido del republicanismo. El realismo de Bobbio y el entusiasmo de Viroli son un testimonio de las posibilidades interpretativas que sigue ofreciendo el tema de la república. La fluidez y la clara articulación del diálogo que se produce entre ellos, no impide advertir la distancia e incluso la contraposición que se genera en torno a este clásico pero apasionante tema.