DE FRANCESCO ANALIZZA IL PESO DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE NELLA CULTURA ITALIANA DEL ‘900
La Bastiglia: l’alba di una nuova era
Al Museo Carnavalet di Parigi è conservata una tempera a olio di J.P. Houel che raffigura lo sforzo tenace e determinato di migliaia di uomini, impegnati nella demolizione della Bastiglia, a cui si diede avvio l’indomani del 14 luglio 1789 con la precisa volontà di cancellare ogni simbolo di potere dispotico e inaugurare una nuova era. La finezza dei tratti non sarà michelangiolesca, ma la scena suscita emozioni nella sua espressività, nell’operosità di quegli uomini minuscoli in cima alla fortezza che si stagliano nel cielo turbinoso, ognuno col proprio piccone, mentre furiosamente radono al suolo la Bastiglia. Dabbasso, una folla eterogenea assiste allo spettacolo con la composta consapevolezza di chi sa di vivere un evento memorabile che cambierà per sempre la storia del mondo. In questa folla, alcuni uomini messi in primo piano dall’artista parlottano con altri e sembrano spiegare loro le ragioni della scena cui assistono, ne catturano il significato, ne svelano il mito che coincide con la rigenerazione della società; con la fine dell’antico regime simboleggiato da quella vecchia fortezza che pietra per pietra sta ineluttabilmente rovinando. A dare nuova luce a quelle tinte, a ridare parole per spiegare la Rivoluzione ed il suo mito provvede ora Antonino De Francesco con il suo saggio su “Mito e storiografia della Grande rivoluzione. La Rivoluzione francese nella cultura politica italiana del ‘900”, Guida editore, euro 26,80. Il lavoro è senza dubbio pregevole e originale nell’offrire una rilettura della storia del ‘900 italiano attraverso la lente particolare del confronto con la Francia e con la sua tradizione rivoluzionaria che è equivalso spesso ad un sofferto modo di declinare la difficile modernità della nostra società. De Francesco si mostra consapevole che la riflessione sulla storia e sul mito dell’89 è stata sovente piegata alle necessità politico-ideologiche che dal Risorgimento al secondo dopoguerra, fino ad arrivare ad oggi, hanno attraversato, lacerandola, la storia d’Italia. Scivolando sul piano inclinato del contesto ideologico novecentesco, gli interpreti della Rivoluzione hanno privilegiato lo studio di un particolare frangente sulla base di un criterio non sempre dettato da rigore storico. Ecco allora che Gaetano Salvemini nel 1905 arresta la storia della Rivoluzione all’eversione del sistema feudale e alla nascita della Repubblica nel 1792, nel tentativo di proporre un terreno comune alla tradizione federalista, a quella più radicale e massimalista e alle correnti critiche della deriva cesarista di Napoleone, che evitasse all’Italia la scelta insurrezionale e terrorista. Fra le due guerre, l’eredità della Rivoluzione viene invece volta, come già aveva fatto la storiografia sabauda nel Risorgimento, in chiave antifrancese; si pensa cioè che lo sbandierato universalismo dei principi rivoluzionari fosse in realtà un pretesto per imporre il giogo francese, sulla falsa riga di quanto era successo nel Triennio repubblicano (1796-1799) e che su quel terreno l’Italia mai avrebbe portato a compimento il proprio processo unitario. Un giovane Benedetto Croce diede voce a questo sentimento, rivendicando una più congrua scelta nazionale, mentre altri, riscontrando l’incapacità del regime liberale a dar voce e rappresentanza adeguata alle classi popolari, si riallacciavano alla Rivoluzione francese per proporre l’esempio giacobino quale unica soluzione per spazzare via il dispotismo di una classe dirigente senza eroi. L’esempio vicino della rivoluzione leninista acuì questa tensione ideale, rintracciando, sulle orme storiografiche di Albert Mathiez, il parallelismo fra 1793 e 1917 come gli unici e veri momenti rivoluzionari. Il richiamo a Robespierre fu un riferimento obbligato per coloro che attorno ad Antonio Gramsci diedero vita al partito comunista, criticando l’appiattimento della dirigenza turatiana su posizioni di socialismo riformista che nulla aveva della matrice rivoluzionaria. Un’altra opzione era legata al nome di Gioacchino Volpe e alla sua proposta nazional-liberale che pure non negava la nascita dell’Italia moderna nell’89, anche se si concentrava sull’ascesa economica della borghesia, legando lo sviluppo dello spirito di indipendenza, la via italiana alla nazione, alle rivolte antifrancesi. Non privo di importanza è la disamina di come il mito della rivoluzione agì la storiografia di impronta fascista e prima di tutto sullo stesso duce. I giovanili ardori rivoluzionari e babuvisti che Mussolini si peritò di divulgare dalle colonne dell’Avanti!, nell’incostanza dell’uomo, vennero abbandonati dopo San Sepolcro per mettere al centro della propria azione politica Mazzini e Pisacane, più spendibili nel tentativo di intercettare la marea montante del nazionalismo reduce dalla guerra e deluso dagli accordi di pace. Senza tuttavia rimuoverli completamente, piuttosto optando per il più pagante cesarismo napoleonico e senza mai paragonare il suo fascismo alla controrivoluzione, come sembrano aver dimenticato i suoi esegeti di oggi. Con lui tennero ferma l’opzione sociale della rivoluzione Bottai e Ugo Spirito secondo cui il fascismo portava a compimento la rivoluzione operando la vittoria del lavoro sul capitale, e con loro due tutti coloro che, come il primo Cantimori, nell’ordine corporativo individuavano la ricomposizione unitaria e non classista della società. La stagione repubblicana che si apriva nel netto rifiuto del nazionalismo, spinse ad indagare con nuovi strumenti l’89, ma ancora una volta, denuncia De Francesco, sulla spinta di una precisa opzione politica. È “l’ombra di Buonarroti”, vale a dire una storiografia dominata dalla centralità del rivoluzionario pisano quale elemento di congiunzione fra robespierrismo e Risorgimento unitario. Attraverso la sopravalutazione di questo dato, sostiene De Francesco, gli storici di impronta marxista (Armando Saitta su tutti, ma in parte lo stesso Cantimori) col supporto delle categorie gramsciane hanno finito con l’imporre nel dibattito culturale il giacobinismo montagnardo quale momento eroico della rivoluzione e, attraverso la sua ineliminabilità, fissato la propria egemonia sugli studi storici. Al di là del mito e del suo uso pubblico la Rivoluzione conferma la sua forza.
Alessandro Guerra
tratto da
http://www.avanti.it/article.php?art_id=14899




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