Argentina al tracollo, dopo il crack arriva il sangue
Duhalde brucia l'unico risultato della sua presidenza (niente vittime di
piazza) e diventa un modello per l'America latina in crisi: imporre
l'ingiustizia con la violenza
CLAUDIO TOGNONATO
il manifesto, 27 giunio 2002
Ieri l'Argentina si è fermata per condannare la violenta risposta del
governo alla protesta dei disoccupati. Due ragazzi sono rimasti uccisi dalla
polizia. Sono i primi morti da quando il senatore Eduardo Duhalde è stato
provvisoriamente insediato alla presidenza dell'Argentina. Da gennaio sono
passati sei mesi in cui nulla è stato fatto, in questo nulla solo una cosa
era positiva: non vi erano morti. Sui ponti, nelle strade e nelle piazze, i
manifestanti ripetono da sei mesi le loro richieste, vogliono misure per far
fronte alla disoccupazione, ormai al 25%; la povertà, con oltre 50% della
popolazione al di sotto della soglia, e si oppongono alle politiche del
Fondo monetario internazionale. La crisi ormai ha varcato le frontiere e le
ripercussioni non si possono più nascondere: dal Brasile all'Uruguay, al
Paraguay, al Cile, fino al Messico, è ormai evidente come gli effetti della
situazione argentina provochino danni in tutta la regione. Ora però il
messaggio è cambiato: poveri, disoccupati e risparmiatori derubati dal
sistema bancario devono restare a casa, altrimenti perderanno anche la vita.
Mercoledì si è visto il futuro dell'America Latina. Ciò che accade in
Argentina e si espande nella regione non è soltanto una crisi economica ma
profondamente politica. Mercoledì è tornata l'altra faccia del modello:
l'ingiustizia s'impone con la violenza.
***
"La Peste" era il titolo di apertura del quotidiano di Buenos Aires Pagina12
di domenica scorsa. Il Fondo monetario internazionale e la Federal Reserve
non vogliono invece parlare di contagio. Comunque, il diffondersi della
crisi è segnato da un dato paradossale: essa nasce nel paese considerato
fino a qualche mese fa il primo della classe per quanto riguarda
l'applicazione delle ricette del FMI.
Per anni si parlò del miracolo argentino, invece i risultati sono di ben
altro segno: quattro anni ininterrotti di recessione economica, con
l'aggravante, negli ultimi 12 mesi, della caduta del Prodotto interno lordo
di un -16,3%, con la popolazione argentina che è passata dai 7.300 dollari
pro capite nel dicembre scorso, prima della svalutazione del peso, ai 2.167
dollari delle ultime settimane. Queste sono le conseguenze di una corretta
applicazione del modello neoliberista.
Se Washington ammette il contagio dell'America Latina dovrebbe interrompere
la sua politica divisionista, in cui ogni singolo paese è trattato come se
fosse un caso a sé, e prendere decisioni politiche per l'intera regione.
Questo atteggiamento è stato evitato: l) perché gli interlocutori separati
sono più deboli, per cui storicamente gli Stati uniti non hanno mai
riconosciuto l'America Latina in modo unitario; e 2) perché si dice che
l'amministrazione Bush non ha una politica per la regione.
Per l'America Latina la situazione è molto grave. Non si tratta di un'altra
crisi economica, ma di una crisi politica epocale che si domanda quale sarà
il futuro del subcontinente americano e quale sarà il modello di sviluppo da
adottare. Gli interrogativi non sono di carattere teorico ma urgentemente
concreti: Cosa fare? Come uscire da una crisi che divampa sempre di più?
Quale capitalismo è proponibile? Come riguadagnare la fiducia degli
investitori? Esistono alternative? Il socialismo è ancora una alternativa? È
possibile un'unità regionale?
Il fallimento del progetto neoliberista in Argentina non ha creato finora il
temuto effetto domino sul sistema finanziario internazionale. Avvertiti in
tempo, i grandi capitali hanno lasciato il paese nel 2001 e solo i piccoli
risparmiatori sono rimasti intrappolati. I capitali sono fugiti ma il crollo
economico argentino trascina dietro l'intera economia regionale. Non solo,
dopo la sollevazione popolare del 19-20 dicembre del anno scorso, quando
l'Argentina dichiarò il default il problema si trasformò in politico. Da
allora, il paese sudamericano è l'unico paese al mondo che ha dichiarato di
non poter pagare il debito estero e il FMI ha paura che l'Argentina sia, non
l'unico, ma il primo paese che dichiara il default.
America Latina si chiede come mai l'Argentina, il quinto paese esportatore
di alimenti del mondo, si trovi, dopo 25 anni di cura neoliberista, in una
fase di emergenza alimentare. Si chiede come mai il Brasile, la nona
economia più forte dell'intero pianeta, sia anche il primo paese nelle
statistiche dell'ONU in disuguaglianza sociale, il paese dove il divario tra
il più ricco e il più povero è maggiore.
E' proprio il Brasile il paese che rappresenta il punto di svolta per la
regione. Il prossimo 6 ottobre ci saranno elezioni nazionali e Luiz Inácio
Da Silva, Lula, il candidato del Partido dos Trabalhadores (Pt) continua ad
essere in testa in tutti i sondaggi. Anche se sceso di alcuni punti,
l'ultima inchiesta gli assegna un 38% delle preferenze, seguito da José
Serra, il candidato dell'attuale presidente Fernando Henrique Cardoso (Psdb)
con un 21% e Ciro Gomes, del Partido Socialista Popular (PPS), che è salito
al 16% delle intenzioni di voto.
In questi giorni si è consolidata l'inso
lita alleanza elettorale tra il Pt di Lula e il Partito Liberale (Pl) con
José Alencar, un industriale di Minas Gerais, come candidato alla
vicepresidenza. Il Partito Liberale è una forza di destra che ha molti
sostenitori nel gruppo evangelico della Chiesa universale del Regno di Dio.
I liberali, che si sono sempre opposti a Lula, darebbero al PT un'immagine
più moderata e allontanerebbero la paura di una parte dell'elettorato ad una
eventuale vittoria della sinistra. Un'alleanza che però implica anche seri
compromessi al programma della sinistra.
L'attesa dei prossimi comizi e gli effetti della crisi argentina hanno
portato il rischio paese del Brasile al secondo posto (subito dietro
l'Argentina) nella graduatoria della Banca Morgan. Il real, la moneta locale
continua a perdere terreno nei confronti del dollaro e il mercato
internazionale di capitali non solo non investe più in Brasile ma ha
cominciato a ritirarsi. Se qualche investitore fosse disposto ad assumersi
il rischio di acquistare Buoni del Tesoro chiederebbe, secondo gli analisti,
almeno un 22% di interessi in dollari, una cifra impossibile per le finanze
brasiliane. La matematica dice che il Brasile non potrà fare fronte alle
scadenze del debito in agenda per il 2003. Questo indica che se gli
organismi finanziari con concederanno una riprogrammazione del debito
l'economia più importante della regione dovrà dichiarare il default.
***
Un'inchiesta pubblicata la settimana scorsa dal giornale Folha de San Paulo
indicava che il 56% dei brasiliani crede sia possibile una caduta del
Brasile simile a quella Argentina. Ma, diversamente dagli economisti e i
gruppi finanziari, soltanto il 18% considerava che le cause devono essere
cercate nella possibile vittoria di Lula, mentre l'89% responsabilizzava le
politiche liberiste dell'attuale governo, la globalizzazione dell'economia e
il Fmi.
"La Peste" argentina si è diffusa prima in Uruguay, dove la moneta locale,
che è stata liberata da una fascia di fluttuazione giovedì scorso, si è
deprezzata di un 16,2% in una settimana. Avendo potuto osservare dall'altra
sponda del Rio de la Plata il tracollo argentino, alcune banche straniere
cominciano a fare le valigie, mentre i risparmiatori continuano a ritirare i
loro depositi bancari.
In Paraguay, che insieme ad Argentina, Brasile e Uruguay sono soci del
Mercosur, il mercato comune regionale, continua a salire il prezzo del
dollaro che è arrivato a 6.100 guaranies, la moneta locale, con una perdita
del 22% nel primo semestre dell'anno.
In Cile, una delle economie più salde della regione, si è scatenata una
febbre speculativa che ha portato il dollaro a 700 pesos, un aumento del
6,2% nel solo mese di giugno. Il presidente Lagos ha chiesto unità al paese
"nell'attesa di turbolenze ancora maggiori di quelle viste finora".
Il dollaro in America Latina non solo non perde terreno, come nelle piazze
di tutto il mondo, ma continua a guadagnare nei confronti delle monete
locali. In Argentina, che fino al dicembre scorso e per ben 11 anni un peso
valeva un dollaro, la moneta statunitense è arrivata a 4 pesos.
I paesi del Mercosur lanciano un appello disperato agli Stati uniti: "O ci
salviamo tutti o crolla l'economia dell'intera regione". A trasmettere il
messaggio dovrebbe essere il presidente del Messico, Vicente Fox che il
prossimo 3 luglio arriverà a Buenos Aires per partecipare ad una riunione
allargata del gruppo. Fox è il principale interlocutore di Bush per le
questioni regionali anche se per il presidente americano il Sud resta sempre
di più un mondo lontano.




Rispondi Citando