piano piano ... ci buttano fuori di casa !
... ma Chia non e' fiorentino ?


piano piano ... ci buttano fuori di casa !
... ma Chia non e' fiorentino ?
sara' anche un artista, ma non era meglio sfrattare Pera ?????


Cristina Trivulzio, l’altra metà del Risorgimento[
UNA PENSATRICE CHE ALLA RIFLESSIONE UNÌ L’AZIONE
Donne e filosofia
Maria Mataluno
Un viso affilato e sofferente, illuminato da grandi occhi neri nei quali si coglie un’espressione di superiorità; il portamento altero, gli abiti sobri e scuri come lo sfondo, su cui risalta il candore del volto. Così Francesco Hayez ritrasse una delle figure femminili più complesse dell’Ottocento, storica e pensatrice, ma anche protagonista attiva e spregiudicata delle battaglie risorgimentali, capace di scandalizzare e affascinare tanto i suoi contemporanei da divenire fonte d’ispirazione di scrittori come Alfred de Musset, Heinrich Heine, Honoré de Balzac e Stendhal. Nata a Milano nel 1808 da una famiglia impregnata di ideali liberali, Cristina Trivulzio da Belgioioso crebbe sotto la supervisione di Giulia Beccaria, madre di Alessandro Manzoni, ed Ernesta Bisi, donna di forti convinzioni patriottiche che le fu maestra di disegno e amica per tutta la vita. Non c’è da stupirsi, perciò, se a sedici anni, ribellatasi ai progetti dei parenti che l’avevano promessa a un cugino, sposò Emilio Barbiano d’Este Principe di Belgioioso, un uomo ricco e bello di cui si era innamorata perdutamente, ma che non tardò a deluderla con i suoi continui tradimenti. Fu così che nel 1829 Cristina si separò dal marito e si trasferì prima a Genova e poi a Roma, dove conobbe alcune note «giardiniere» - così, nel gergo della Carboneria, si chiamavano le donne affiliate alla società segreta che sognava di liberare l’Italia dalla dominazione austriaca - come Ortensia di Beauharnais, madre di Luigi Bonaparte, Anna Woodcock e Teresa Guiccioli. La loro frequentazione, unita a quella di Pietro Viesseux, Niccolò Tommaseo e Giuseppe Mazzini, spinsero Cristina a impegnarsi sempre più nel movimento risorgimentale, alla cui causa dedicò tutte le sue sostanze, finanziando diversi tentativi insurrezionali. Ben presto, però, finì nel mirino della polizia austriaca, e nel 1831 fu costretta a rifugiarsi a Parigi. Lì divenne presto una regina dei salotti: la sua casa di Rue d’Anjou era un cenacolo intellettuale animato dai patrioti italiani in esilio e dai maggiori esponenti della Francia liberale, dai quali Cristina assimilò le idee del socialismo utopico: tra i suoi più assidui frequentatori c’erano La Fayette, Hugo, Michelet, Dumas, Cavour, Gioberti. Fu appunto ispirandosi alle idee dei riformatori francesi Saint-Simon e Fourier che la Belgioioso, tornata in Italia nel 1840 e ritiratasi nella sua tenuta di Locata, fondò alcune scuole per i contadini e una comunità ispirata ai principi del falansterio. Ideato da Charles Fourier, questo era una sorta di comunità ideale fondata su principi egualitari che ruotava intorno a un’area coltivabile e ogni membro della quale contribuiva alla prosperità di tutti svolgendo il lavoro che gli era più congeniale. In quel periodo Cristina si dedicò intensamente allo studio, dando alla luce opere come il Saggio sulla formazione del dogma cattolico e l’ Essai sur Vico e traducendo in francese la Scienza Nuova . Se nella prima opera Cristina elaborò una teoria liberale del Cristianesimo, inteso come dottrina della redenzione umana attraverso la storia, nelle altre due si riflette la sua grande ammirazione per il pensiero di Giambattista Vico. Nell’opera del filosofo napoletano Cristina scorgeva la radice filosofica della cultura italiana, capace non solo di raccordare tra loro le diverse storie municipali, ma anche di gettare un ponte tra l’Italia e la Francia, la nazione che avrebbe dovuto contribuire al processo di unificazione dell’Italia. Proprio allo scopo di cementare il legame tra i due Paesi la Belgioioso fondò a Parigi la Gazzetta italiana e il periodico L’Ausonio, portavoce delle teorie liberali e costituzionali, e pubblicò i saggi L’Italia e la Rivoluzione italiana del 1848 e la Rivoluzione e la Repubblica di Venezia. Era convinta che il traguardo dell’unificazione italiana fosse primario rispetto alla scelta della struttura politica del nuovo Stato; per questo era necessario che piemontesi e lombardi, conservatori e progressisti lavorassero insieme per la costruzione di una patria unitaria, dove la monarchia sabauda avrebbe convissuto con le esigenze insopprimibili di libertà e democrazia espresse dai movimenti repubblicani. L’impegno politico della Belgioioso non fu solo teorico. Cristina era abituata a fondere la contemplazione con la pratica: il suo modello ideale di filosofo non era il Socrate di Aristofane, sospeso su una cesta a qualche metro dal suolo per osservare meglio il cielo, ma il più pratico Platone, che non abbandonò mai il sogno di realizzare sulla terra almeno un pallido riflesso dello Stato perfetto esistente nell’iperuranio delle idee. Quando scoppiò l’insurrezione milanese del 1848, era a Napoli; in men che non si dica raccolse 160 volontari, noleggiò un piroscafo e salpò per Genova. Trovò Milano già libera, e fu accolta trionfalmente. Vi fondò allora il periodico il Crociato, tramite cui sostenne la sua tesi che l’Italia dovesse unificarsi sotto la bandiera dei Savoia. Ma ben presto Milano capitolò sotto la repressione austriaca, e la Belgioioso si trasferì nuovamente a Parigi. Tornata in Italia nel 1849, partecipò ai moti di Toscana e fu protagonista dell’esperienza repubblicana di Roma come direttrice del Servizio sanitario militare: un’attività che le attirò le ostilità di Pio IX e degli ambienti nobiliari, che l’accusarono di arruolare tra le infermiere anche popolane di indubbi costumi. Così dovette nuovamente fuggire: dopo una sosta a Malta, decise di partire per l’Oriente, un mondo che l’aveva sempre affascinata e di cui avrebbe descritto con acume l’anima nell’opera Asie Mineure et Syrie. Andò a Costantinopoli e viaggiò in tutta la Turchia, fondando una comunità agricola a Ciaq-Mag-Oglou; e nel 1852 raggiunse a cavallo Gerusalemme, ripercorrendo le orme delle antiche pellegrine. Tornata definitivamente a Milano nel 1856, Cristina morì nel 1871, stremata da una vita avventurosa che aveva messo a dura prova il suo fisico, tarato fin dall’infanzia da gravi malattie. Ma prima di morire lasciò la testimonianza più viva della sua esperienza di donna libera e spregiudicata in un mondo dove questa libertà era motivo di scandalo: lo scritto Della presente condizione delle donne e del loro avvenire. In polemica con quelle femministe che avrebbero voluto disintegrare l’ordine sociale italiano senza offrire alcun progetto alternativo, lei era convinta che le sue connazionali, per uscire dalla condizione di inferiorità in cui erano relegate, avrebbero dovuto semplicemente seguire le orme delle grandi figure femminili che le avevano precedute e che con il loro coraggio, la loro abnegazione e il loro spirito di sacrificio avevano dimostrato di essere una risorsa preziosa per la nazione.


Giuseppe Armani, Gli scritti su Carlo Cattaneo. Bibliografia 1836-2001, Lugano, Giampiero Casagrande editore, 2001, pp. 566
Si tratta di un ampio e completo repertorio degli scritti su Carlo Cattaneo stampato col sostegno del Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Carlo Cattaneo, della città di Lugano, del Dipartimento dell’istruzione e della cultura del Canton Ticino, delle Raccolte storiche del Comune di Milano. Il volume costituisce un notevole ampliamento dei precedenti lavori di Armani riguardanti Gli scritti su Carlo Cattaneo, pubblicati nel 1973, nel 1976 e nel 1982.


L’Italia del Risorgimento fece moda in Europa
Gli inglesi amavano Garibaldi l’anticonvenzionale, Bismarck si ispirava al modello di Cavour
La sequela di disguidi che trasformò l’Italia dalla «espressione geografica» di Metternich in una monarchia costituzionale che comprendeva l’intera Penisola a eccezione del Lombardo-Veneto asburgico e del «Dominio di San Pietro» (preoccupato solo dell’unità religiosa) apparve all’Europa, nel bene o nel male, un poema epico tratto dall’antichità classica. Per la Francia, il Risorgimento offriva a Luigi Napoleone il carbonaro l’opportunità di essere alla testa di un’altra «Armata d’Italia» che, come ai tempi dello zio conquistatore del mondo, tornasse marciando trionfalmente lungo gli Champs Elysées. Per la Prussia di Bismarck e per quella che allora era solo l’Unione Doganale degli Stati tedeschi, il Risorgimento rappresentava un modello da imitare nel 1870. Inoltre Bismarck considerava Cavour a lui superiore, perché aveva avuto successo bluffando con una mano di carte assai deboli. Per l’Inghilterra «fabbrica del mondo» e «madre di tutti i Parlamenti», l’unità d’Italia rappresentava il favoloso compimento in un’era materialistica trainata dalla forza vapore; un esemplare atto di nation building che imitava in modo assai lusinghiero la sua monarchia parlamentare e il suo sistema di libero scambio, che dal 1831 al 1861, da quell’isola «off-shore», continuò a minacciare l’assolutismo, il legittimismo e il protezionismo degli Ancien régime di Austria, Russia etc. «Quando mi si chiede se un popolo sia all’altezza di governare una nazione, a mia volta chiedo se lo sia un singolo uomo», era l’opinione di Lord John Russell, ministro degli Esteri britannico nel 1860. Il periodo che va dal 1831 al 1860 vide il manifestarsi di nuove grandi idee contrapposte all’ Ancien régime restaurato dal Congresso di Vienna nel 1815, la cui natura era internazionalista, autoritaria e legittimata da Dio, che come tutta l’élite europea parlava francese. Il nazionalismo era una espressione di romanticismo con un gusto per l’etnico. Walter Scott «si inventò» la Scozia a partire dalle sue diverse parti in reciproco antagonismo. I fratelli Grimm studiarono le favole per individuare le radici di un’identità tedesca. Alfieri andò a Firenze per imparare l’italiano. I Promessi Sposi inventarono un passato e una lingua a esso confacente. In quest’epoca le «Nazioni», non gli imperatori, dovevano essere padroni nei rispettivi Paesi, e a opporsi alla legittimità dell’ Ancien régime c’era il Liberalismo, nel quale i nuovi «padroni» governavano attraverso istituzioni rappresentative. Le rivoluzioni che nel 1848 sconvolsero l’Europa intera vedono l’irrompere e la rapida soppressione di queste aspirazioni - (come nel 1968). Nel 1859-60 l’Italia conosce il successo, spesso ad opera dei medesimi individui - (come nel 1989-90).
Tre erano le aspirazioni del Risorgimento: indipendenza, unità e libertà, rappresentate da tre grandi uomini che erano all’altezza della situazione: Cavour, Garibaldi e Mazzini. Pur concordando sul fatto che tali aspirazioni erano del tutto assenti nel 1831, ci si può ancora chiedere quale di esse sia stata realizzata nel 1861, o in seguito. L’aristocratico Cavour ambiva a legare culturalmente e politicamente al Nord Europa - in particolare alla Gran Bretagna, da lui conosciuta ed ammirata - qualsiasi porzione di «Italia» i Savoia fossero in grado di conquistare. Il suo eroe e modello era il Primo ministro Robert Peel, che convertì i conservatori alla dottrina del libero scambio. Liberarsi della bigotta e reazionaria Savoia in cambio della Lombardia rappresentava per Cavour la soluzione al suo «problema irlandese». Soluzione da conseguire attraverso un aiuto militare dall’esterno, in modo da escludere i pericoli di qualsiasi insurrezione popolare.
Suscitando la sorpresa generale, eccetto la sua, Garibaldi nel 1860 unificò il Paese in nome di «Vittorio Emanuele e l’Italia», battendosi contro un esercito forte di 140 mila uomini e 50 navi, anche se, nella mente di molti dei contadini che non sostennero ma più significativamente neppure si opposero alla sua brigata di intellettuali e artigiani, «Litalia» era moglie di Vittorio ed il «Re Garibardo» il padre di Santa Rosalia. Come Napoleone, Garibaldi fu un visionario militare carismatico che inventò la Guerra moderna. Fu il primo a impiegare a fini strategici la ferrovia (per la sua riserva mobile a Volturno), il telegrafo (per convincere con l’inganno Francesco II ad abbandonare Napoli), la stampa internazionale (per costringere i napoletani a cessare di bombardarlo legittimamente a Palermo) e i fucili a ripetizione (a Milazzo, per coprire le sue truppe). Per gli inglesi di ogni classe e convinzione politica Garibaldi fu l’eroe supremo del diciannovesimo secolo: combattè quel tipo di guerra non convenzionale che tutti loro, e non solo la Brigata anglo-siciliana e la Legione britannica, amano! Quando, dopo aver conquistato e consegnato al suo Re più di metà dell’Italia, Garibaldi dovette prendere a prestito il denaro per comprare un sacco di grano da semina per la sua esistenza da Robinson Crusoe a Caprera, gli inglesi lo considerarono un novello Cincinnato o un cavalleresco eroe arturiano preraffaellita di estrazione proletaria che illuminava un’era industriale prosaica e materialista.
Il repubblicano Mazzini, intellettuale della classe media, fece del nazionalismo una religione secondo la quale la pace nel mondo si sarebbe realizzata nel momento in cui ciascuna nazione avesse vissuto pacificamente all’interno dei suoi naturali confini etnici. La sua visione ispirò i 14 punti presentati a Versailles dal presidente Wilson, oltre che Nehru e Gandhi. Per buona parte del periodo 1831-1861 l’«Italia» sembrò tanto remota quanto la liberazione dal giogo sovietico prima del 1989, ma Mazzini mantenne viva l’idea attraverso, non ultimi, i suoi martiri e la sua rete di spie. Dalla sua stanzetta non lontana da Fulham Road, Mazzini comprese che la Sicilia era il punto strategico, poiché la Gran Bretagna non avrebbe mai permesso ad alcuna altra potenza (e specialmente alla Francia) di intervenire tagliando a metà il Mediterraneo, la via per l’Oriente.
Il 1859 vide la pubblicazione dell’ Origine della Specie di Charles Darwin, con la sua «sopravvivenza del più forte» e la conseguente biodiversità (nazionale?) come risposta all’habitat; del Saggio sulla Libertà di J. S. Mill, sui problemi di quell’arma a doppio taglio che è il plebiscito populista alla Donnafugata (come nel Gattopardo ); di Self Help di Samuel Smiles (la Bibbia dell’«uomo che si è fatto da sé» vittoriano e anche di un Garibaldi e dei suoi «italiani fatti da sé»). La creazione dell’Italia nel 1859 (con l’aiuto della Francia) e nel 1860 (con la complicità inglese) fu una manifestazione fisica di questa Zeitgeist progressista.


Paolo Colombo, Con lealtà di Re e con affetto di padre. Torino, 4 marzo 1848: la concessione dello Statuto albertino, Bologna, Il Mulino, 2003, pp. 184, euro 16,00
La storia dello Statuto albertino viene proposta in questo volume attraverso i valori simbolici e l’analisi degli sviluppi politico-istituzionali. Un testo importante per comprendere le origini della storia costituzionale italiana.


Verrà restaurata la lapide di Corso del Popolo che ricorda i moti mazziniani
CHIOGGIA (Venezia) - La grande lapide che ricorda i moti mazziniani del 1848, culminati con la resa della guarnigione austriaca e la proclamazione della Repubblica di Chioggia sarà staccata dal muro che la regge sin dal 1898, per essere consolidata ed accuratamente restaurata.
Affissa in Corso del Popolo, accanto ad un portico, all'imbocco di calle Biseghella, potrebbe spezzarsi e cadere al suolo. Il marmo di Carrara, vistosamente ricurvo verso l'esterno, mostra una netta fenditura verticale di recente formazione.
L'intervento, proposto dall'assessore alla Cultura, Francesco Lusciano, sarà eseguito nell'ambito del programma degli interventi concordato con l'Istituto veneto per i beni culturali. Si tratta di una scuola privata, attiva in Italia ed all'estero, riconosciuta dalla Regione, impegnata nella formazione di giovani laureati che intendono dedicarsi al restauro delle opere d'arte e dei reperti storici.
Lusciano, nel frattempo, ha raccolto tutta la documentazione attestante gli eventi riportati dal testo della lapide.Eccone una sintesi, tratta dal libro, Itinerario Risorgimentale, di Anton Maria Scarpa."A Chioggia, come a Venezia, già il 18 marzo 1848 vi era stato un tumulto di popolo per l'arrogante comportamento di un ufficiale esattoriale, che esigeva da una famiglia povera il pagamento di una tassa. Da allora, si susseguirono in città le sfilate con bandiere tricolori e pontificie, con busti di Pio IX, con la banda civica, arrivando anche a sfondare le porte dei campanili per suonare a festa le campane (...). Fu così che, nella tarda sera del 22 marzo, il podestà, Antonio Nàccari riuscì ad attirare nella propria casa (ove 50 anni dopo fu affissa la lapide), il maggiore, Giuseppe Gorizzuti, barone ed imperial regio ciambellano" che, per evitare inutili spargimenti di sangue, dovette rassegnarsi a firmare la resa proposta dalle autorità cittadine.
Lo studio di Anton Maria Scarpa ed una ricerca di Cinzio Gibin sui moti del '48, inducono comunque a ritenere che la resa degli austriaci sia stata chiesta più per convenienza che per autentico patriottismo.Lo si potrebbe dedurre pure dal fatto che Nàccari, prima di ottenere la nomina a podestà nell'ambito della municipalità repubblicana, resse Chioggia ininterrottamente per 7 anni, proprio per conto dell'impero asburgico e che, al rientro delle truppe austro ungariche, riuscì a mantenere il propri posto per altri 3.Le incertezze politiche del personaggio, assai facoltoso e dedito alla ricerca naturalistica, risulterebbero inoltre provate dalla sua ulteriore elezione alla carica di sindaco, dopo l'annessione del Veneto al Regno d'Italia.
Roberto Perini


PADOVA: INAUGURA DOMANI MUSEO DEL RISORGIMENTO
TESTIMONE DI CENTOCINQUANTA ANNI DI STORIA
PADOVA - Da domani, 8 febbraio, il Piano Nobile del Pedrocchi, uno dei piu' noti caffe' storici del mondo, ospitera' il Museo del Risorgimento e dell'Eta' Contemporanea, che documenta, attraverso reperti in molti casi unici, fatti e protagonisti di un secolo e mezzo di storia padovana e nazionale, dal tramonto della Repubblica Veneta (1797) alla promulgazione della Costituzione Repubblicana il primo gennaio del 1948, testimoniando le guerre di indipendenza, la prima guerra mondiale, il periodo fascista, le leggi razziali: centocinquanta anni di storia in cui la citta' di Padova ha avuto spesso un ruolo di grande rilievo, se non di protagonista assoluta, non solo per il verificarsi di eventi di portata storica, ma anche per la presenza, nelle diverse epoche, di personalita' illustri.
Fonte: A cura di AdnKronos


Il Risorgimento rivive al Pedrocchi
Il ministro Urbani inaugura questa mattina il museo allestito al piano nobile
PADOVA - Da domani, 8 febbraio, il Piano Nobile del Pedrocchi ospiterà il Museo del Risorgimento e dell'Età Contemporanea, che documenta, attraverso reperti in molti casi unici, fatti e protagonisti di un secolo e mezzo di storia padovana e nazionale, dal tramonto della Repubblica Veneta (1797) alla promulgazione della Costituzione Repubblicana il primo gennaio del 1948, testimoniando le guerre di indipendenza, la prima guerra mondiale, il periodo fascista, le leggi razziali: centocinquanta anni di storia in cui la città di Padova ha avuto spesso un ruolo di grande rilievo, se non di protagonista assoluta, non solo per il verificarsi di eventi di portata storica, ma anche per la presenza, nelle diverse epoche, di personalità illustri.
Il museo verrà inaugurato questa mattina alle 11 alla presenza del ministro per i beni e le attività culturali Giuliano Urbani. Per l'occasione Poste Italiane emetterà due annulli filatelici, disponibili oggi dalle 9 alle 15 e domani dalle 10 alle 22 in uno stand allestito nel nuovo museo.
Il Pedrocchi si è rivelato subito la sede perfetta per ospitare questo nuovo Museo perché proprio qui l'8 febbraio del 1848 gli studenti del vicino Ateneo insorsero contro gli occupanti austriaci e tale sommossa fu la premessa, in Italia, della Prima Guerra di Indipendenza e, in Europa, dell'anno che vide rivoluzioni e moti popolari divampare in numerose nazioni. Tracce dei colpi sparati dagli austriaci contro gli studenti asserragliati all'interno del Caffé sono ancora evidenti nella Sala Bianca dello storico edificio. E qui domani alle 15 i goliardi, organizzatori dell'annuale festa degli studenti universitari, commemoreranno proprio i caduti dell'8 febbraio 1848.


Vorrei soffermarmi a riflettere un poco sul concetto di Patria e di patriottismo, in Italia.
E' un concetto spesso assente nella massa dei cittadini, mentre dovrebbe rappresentare l'essenza di un popolo, la sua linfa vitale, il suo primo collante.
Ho già ricordato altre volte come la natura del nostro risorgimento sia stata élitaria e non popolare, come i princìpi ispiratori siano stati dettati più che dall'istinto, da una consapevolezza colta del nostro passato, che ha ricercato e ritrovato le radici comuni nella lingua, nell'arte e nella letteratura, nella cultura, nei fasti dell'antichità, oltre che nella conformazione geografica del nostro Paese.
Dopo quasi un secolo e mezzo, questa coscienza si è solo parzialmente diffusa. Tra gli italiani sono rimasti gli stessi particolarismi, gli egoismi, i pregiudizi e le incomprensioni latenti e patenti da sempre. Di più. Non è mai esploso un vero e proprio "amor patrio". Anzi, spesso gli italiani gareggiano nel denigrare il proprio Paese, fanno confronti in negativo, alcuni addirittura "si vergognano di essere italiani".
Parole e sentimenti del tutto estranei a qualunque altro Stato europeo.
Io credo che la spiegazione di questa anomalia sia riconducibile ad un'evoluzione distorta del nostra coscienza nazionale.
L'Italia, dopo l'unità, non ha fatto in tempo a maturare spontaneamente, né ad essere gradualmente educata alla convivenza e al rispetto per le nuove istituzioni.
Non ha fatto in tempo perché si è presto instaurato il fascismo.
Il fascismo non solo come dittatura, ma come insieme di retorica, di nazionalismo, di simbologia e di propaganda.
Il sentimento nazionale artatamente infuso negli italiani in quel periodo era cosa ben diversa dal "patriottismo". Era un orgoglio di appartenenza ad una nazione, un delirio di potenza, una sovrastruttura aulica e ridondante, una costruzione artificiale.
L'amor di patria è altra cosa. Si manifesta nel rispetto per uno Stato e per le sue istituzioni, in quel sentimento di appartenenza ad una comunità che ci conduce a perseguire ideali di giustizia, di libertà, di etica civile. Chi ama la Patria, in sostanza, vuole solo il suo bene, in modo disinteressato, senza egoismi, nel rispetto degli altri popoli e senza ambizioni egemoniche o prevaricatrici.
Purtroppo il fascismo e la sua caduta hanno falsato tutto il processo.
Così oggi, in un Paese ancora troppo giovane, tra la massa indifferente, si distinguono da un lato i reduci, che vivono ancora le eco degli ideali nazionalisti, ben espressi dalla gente di AN e da ampi settori della destra odierna in generale. Dall'altro la sinistra comunista e post-comunista, quella che ha fatto la Resistenza col chiodo fisso dell'Unione Sovietica, dell'internazionalismo, della distruzione dell'idea di nazione e di Italia propugnata dal fascismo. Per costoro, ancora oggi, parlare di Patria è un tabù, poiché equivale a rispolverare vecchi arnesi della propaganda mussoliniana.
In mezzo ci siamo noi. Pochi testimoni, ereditieri di un passato nobile, democratico, antifascista e patriottico. I nostri padri politici la Patria l'hanno propugnata, l'hanno perseguita, l'hanno creata davvero. E si sono battuti, durante la Resistenza, per restituirle la dignità e l'istituzione democratica e repubblicana (cioè di tutti) che meritava.
Noi rappresentiamo il nucleo da cui nel prossimo futuro si potrà diffondere una sincera coscienza nazionale, e potrà gnerarsi quell'"amor patrio" che finora è troppo spesso mancato.
E' un vero peccato che oggi ci siano tra noi diverse sensibilità sul presente.
Io amo l'Italia, sono felice di essere italiano, e proprio per questo, e soprattutto per questo, mi batto perché siano rispettate le sue istituzioni, non siano calpestate le regole, sia sempre tutelata la democrazia. Mi batto perché il nostro Paese diventi migliore di come è, non un Paese perfetto, ma almeno un Paese normale.