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    Ottimo il risultato elettorale del P.R.I. di CASERTA che si attesta sull' 1.92 % con 962 voti +0,89 % sulle precedenti amministrative del '97 di 5 anni fa........quasi raddoppiando i voti.
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    tratto dal sito web:
    il P.R.I. di Caserta

  2. #12
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    VOTO BALLOTTAGGIO: CAMPANIA, ULIVO VINCE PER CINQUE A QUATTRO
    A ISCHIA SINDACO CON SCARTO DI SOLI DIECI VOTI


    Napoli, 10 giu. (Adnkronos) - Nella battaglia delle amministrative per eleggere il nuovo sindaco nei comuni napoletani, casertani e salernitani, l'Ulivo si aggiudica cinque primi cittadini e il centrodestra quattro. A Castellammare di Stabia il nuovo sindaco e' per il centrosinistra Ersilia Salvato che supera con il 54,6% dei voti Antonio Bonifacio della Casa delle Liberta'. A Cercola vince Giuseppe Gallo dell'Ulivo con il 60,9% dei voti contro Vincenzo Barone della Cdl. A Ischia, per soli dieci voti, diventa sindaco Giuseppe Brandi della Casa delle Liberta'.

    (Sia/Pe/Adnkronos)
    10-GIU-0218:42

  3. #13
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    BREVE STORIA DELLA REPUBBLICA PARTENOPEA
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    Discorso pronunciato in Fasano, nel 1980 dal senatore prof. Giovanni Spadolini per lo scoprimento del monumento dedicato ad Ignazio Ciaja.
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    La celebrazione di Ignazio Ciaja, presidente della Repubblica Partenopea, che la Città di Fasano, che gli dette i natali, ha voluto promuovere, evoca in me due nomi che voglio legare all'inizio della mia testimonianza di ricordo per il patriota repubblicano delle origini del Risorgimento nazionale. E i nomi sono quelli di Benedetto Croce e di Giosuè Carducci. Chiunque avesse avuto quattordici o quindici anni allo scoppio della seconda guerra mondiale, come chi ha in questo momento l'onore di parlarvi, ricorda l'emozione che in un giovanissimo studente di ginnasio di quegli anni già solcati dai nembi devastatori della guerra, suscitava la lettura di un volume stampato dalla casa editrice sacra alla Puglia e all'Italia per le sue tradizioni di libertà, la Casa Editrice Laterza, con una copertina, tra il rosso e il marrone, che caratterizzava l'intera opera di un grande combattente della libertà in patria; e quel libro di Benedetto Croce si chiamava La Rivoluzione Napoletana del 1799.
    Il mio primo incontro con Ignazio Ciaja, conMario Pagano, con Domenico Cirillo, che dovevano insieme condividere la sorte del martirio alla fine di quell'anno 1799 così lontano, non solo nel calendario, ma troppo spesso nell'animo dei più, è legato a quelle pagine di un grande storico﷓intellettuale del Mezzogiorno d'Italia, nato in Abruzzo, cittadino onorario di Napoli, e, per il suo editore, cittadino anche della Puglia.

    Il mio secondo incontro negli stessi anni con il patriota e col poeta e con l'uomo di cultura e di passione civile, è legato alle pagine di un altro libro che si tende a scordare troppo spesso nello spirito di flagellazione e di devastazione dei nostri valori su cui troppe volte è inciampata la vita italiana in questi anni; intendo dire Letture del Risorgimento Italiano di Giosuè Carducci. Un libro molto più vecchio come anagrafe di quello di Croce, ma ad esso intimamente legato; perché Carducci, che il giovane Croce aveva avuto tempo di conoscere malato e già paralizzato nella libreria Zanichelli di Bologna agli inizi del secolo, era stato il poeta e storico insieme che aveva fissato nella Repubblica Partenopea del 1799 l'inizio del Risorgimento Italiano. E toccò a Carducci negli anni '60 o '70 dell'altro secolo vedersi respingere da un editore della mia Firenze la proposta di raccogliere un'antologia dei poeti repubblicani tra la fine del '700 e gli inizi del '900. Antologia in cui si sarebbe collocata anche l'opera breve, ma intensa, del Ciaja; ciò non pertanto in quella stessa Bologna, qualche decennio prima, nel marzo del 1831, era stata stampata un'antologia repubblicana che Croce ricorda nella Letteratura Italiana del '700 e che comprendeva squarci lirici di Ignazio Ciaja.

    E ancora, perdendosi nelle penombre della memoria storica, che tanto spesso è memoria autobiografica, il mio terzo incontro con Ignazio Ciaja è legato ad un altro libro ancora più dimenticato, ancora più in disuso dei due che ho ricordato, La Rivoluzione Napoletana del 1799 di Croce, Letture del Risorgimento Italiano di Carducci; è legata, cioè, ad un'opera di uno dei protagonisti diretti del Risorgimento Italiano, ponte tra la Toscana e la Puglia, Atto Vannucci, che ai martiri della Repubblica Partenopea dedicò le prime pagine di un libro fondamentale per la ricostruzione del martirologio del Risorgimento I Martiri della Libertà Italiana.

    Unendo i tre nomi, il nome di Benedetto Croce, il nome di Giosuè Carducci e il nome di Atto Vannucci, noi arriviamo a ricostruire intera la parabola umana, singolare, eccezionale, dell'uomo che Fasano onora. Una vita lampeggiante e sfolgorante nella sua stessa brevità, una vita divisa fra la sua patria e Napoli, la capitale del Regno che con lui per la prima volta diventava capitale della Repubblica, antivedendo i destini futuri dell'Italia democratica e repubblicana che noi abbiamo conquistato un secolo e mezzo più tardi attraverso tanti sacrifici, tanti dolori, tante sofferenze e tante rinunce. Una vita che lo vede fino al 1786 legato, tra Monopoli e Fasano, alla Terra di Puglia e poi spiccare il volo per quelle facoltà di Giurisprudenza e, di fronte al contatto col mondo degli studi, col mondo della vecchia cultura accademica, erudita, cortigiana, ufficiale, cominciava a percorrere una su a via, una sua via di libertà e di conquista civile e sociale.

    La figura e l'opera di Ignazio Ciaja scandisce, in termini davvero esemplari ed emblematici, quell'esperienza intellettuale e politica nella quale può ravvisarsi, riprendendo una classica pagina della crociana Storia del Regno di Napoli, la nascita dell'Italia moderna, della nuova Italia, dell'Italia nostra. Ed è in questo quadro della nascita dell'Italia moderna, della Nuova Italia, della Italia nostra che noi dobbiamo collocare tanto il Ciaja poeta giacobino, il Ciaja dell'ode a Carlo Lauberg, il Ciaja della Canzone alla Francia, il Ciaja del sonetto « Per la caduta di Mantova », quanto il Ciaja uomo di governo prima e martire poi della Repubblica Partenopea, impiccato insieme a Mario Pagano, a Domenico Cirillo, a Giorgio Pigliacelli il 29 ottobre del 1799.

    Nel Ciaja poeta giacobino sentiamo già, come rilevò Mario Fubini che lo comprese nella classica collezione di Ricciardi, anche essa eredità della cultura crociana, più che un preannuncio della poesia del Risorgimento, un preannuncio non soltanto per il contenuto, ma per l'espressione in cui le forme settecentesche si avvivano per nuove di spirito e calore.

    Nei moduli elaborati della letteratura settecentesca Ciaja immetteva la sua passione di libertà riuscendo a superare il diaframma opposto dalla letteratura, dalla letteratura fine a se stessa; e lasciatemi collegare quest'esperienza della Terra di Puglia con un'esperienza contemporanea che nel lontano, e per certi aspetti opposto, Piemonte vedeva in quegli stessi anni operare Vittorio Alfieri, il poeta che rifiutava il diaframma fra letteratura ed impegno civile, il poeta che sentiva l'unità fra battaglia per la cultura e battaglia per la libertà, il poeta che ispirerà non a caso il nostro Piero Gobetti.

    La vita breve eppure intensissima di Ignazio Ciaja fu caratterizzata da una serie di scelte affrontate e sofferte sempre in prima persona. Dai giovanili sogni d'amore e dai primi componimenti poetici, agli studi severi di storia e filosofia, preferiti subito a quelli di giurisprudenza, cui aveva ritenuto di predestinarlo una certa tradizione cittadina e familiare.

    E quindi il trapasso all'azione politica secondo patriottismo repubblicano e secondo visioni politiche in cui decisivo fu lo scandire sull'Europa intera e sul Mezzogiorno d'Italia del 1799, dell'inizio della grande rivoluzione apportatrice dei valori di fraternità, di giustizia e di libertà; gli stessi valori che dovevano poi risuonare nel binomio rosselliano « giustizia e libertà » cui si ispirò la emigrazione antifascista e laica del periodo della lotta alla dittatura. La Rivoluzione Francese e i suoi ideali, pure deformati e via via calpestati dalla reazione termidoriana, andavano fin dal 1792 peregrinando fra i giovani napoletani e meridionali in genere, soprattutto nelle scuole tenute da insegnanti privati, che allora giovanissimi allievi erano in quasi tutte le scuole, non esistendo lo stato moderno e laico nella sua concezione, che è tipicamente risorgimentale, di educatore, di addetto alla cultura nazionale, come un altro grande meridionale prefigurò e volle: Francesco De Sanctis.

    E formavano essi, questi giovani, una nuova classe intellettuale e spirituale, ci ricorda Croce, come sempre quella che fa le rivoluzioni; checché farnetichino, diceva Croce, i cosiddetti materialisti storici di classi economiche, di borghesia grassa e magra, di operai e contadini e di somiglianti astrattezze che la semplice conoscenza dell'animo umano basta a confutare, dell'anima, come si è detto, tesa d'amore per un'idea e dell'amore spinto fino all'eroismo e alla morte.

    L'idea, che i giovani napoletani e meridionali, e fra questi il giovane fasanese Ciaja, seguivano, era quella di un chimico: Carlo Lauberg riconosciuto punto di riferimento della nuova classe intellettuale, promotore di una serie di club, perché la vita dei partiti italiani è nata dai club, gruppi spontanei, dai circoli, che poi diventarono sette con la Giovine Italia, con la Carboneria, per la lotta ai regimi assoluti e che sono tornati circoli su cui si fondano i partiti di democrazia risorgimentale ancor oggi, in relazione tra loro e con suprema direzione unitaria, ossia una società patriottica napoletana in cui il Lauberg e con lui il Ciaja avevano gettato le fondamenta sulla fine di luglio e i primi dell'agosto '93 in una cena a Posillipo. E non erano mancati prima di allora contatti, suggerimenti, scambi di idee, relazioni personali con i repubblicani francesi. Era emersa la necessità di sostituire alla vecchia e pigra Massoneria meridionale qualcosa di più giovane e fattivo, ed era stata opera della neonata Società Patriottica Napoletana, la traduzione che il Lauberg aveva eseguito nel dicembre, della Costituzione Francese del 1793 con l'aiuto del padre Grimaldi, della quale furono stampate duemila copie diffuse dalla società per le città e il Regno, e voglio ricordarlo, era ancora, in tutta la pesantezza delle sue strutture, il Regno borbonico. Quella pubblicazione avrebbe provocato una denuncia che avrebbe rappresentato il primo motivo della persecuzione contro il gruppo di Lauberg e i suoi amici; Ciaja si adoperò con grande ardore e con non minore trepidazione per convincere il Lauberg e il suo maestro a mettersi in salvo, ad andare fuori del Regno di Napoli, a collaborare con i patrioti di altre parti d'Italia e poi in Francia col governo del Direttorio, che nel frattempo si era costituito. Gli argomenti e gli accenti con i quali Ciaja stringe e spinge il maestro e l'amico che riluttava a rompere gli indugi e a partire, sono politici e ad un tempo poetici, e investono la patria e i sentimenti e insieme la sfera dei ragionamenti; perché esitava? che cosa ancora lo legava a Napoli, a Napoli oppressa da un despota, anzi da una despota, quand'egli poteva recarsi da un popolo libero, dal popolo redentore che si apprestava a restituire agli uomini, nella visione di quei giovani, tutti i loro diritti? Esitava forse, perché gli pareva colpevole di disertare il posto di combattimento, abbandonare il campo del suo lavoro.

    Restavano in Napoli, essi, i giovani che non invano il Lauberg aveva educato, i giovani che possedevano le forze per continuare l'opera da lui cominciata. Intanto a lui si apriva un più ampio campo di azione, Roma, Firenze, Genova, portando nell'anima l'immagine sempre presente dell'Italia che risorge all'aura della libertà repubblicana che spira dalla Francia.

    La vicenda della fuga di Lauberg da Napoli e della successiva, conseguente prigionia di Ignazio Ciaja a Sant'Elmo, da dove sarebbe stato liberato nel 1798 per essere spedito al confino a Bisceglie e per poi ritornare a Napoli agli inizi del '99, non restarono circoscritti al mondo napoletano, ma raggiunsero tutta la penisola e si propagarono anche al di là della penisola. Il nome di Ciaja risonò allora in Francia e ne rimase particolarmente colpito Filippo Bonarroti, lontano discendente del più lontano predecessore e concittadino Michelangelo, il fondatore della società degli Eguali, il primo protagonista del socialismo repubblicano italiano, in una cui lettera si sarebbe affermato che se l'Italia è destinata ad essere libera, la vera rivoluzione comincerà sotto il clima ardente del Vesuvio. Al pari che in altri giacobini meridionali, motivo costante in Ciaja era la fede nel popolo di Francia, giudicato il popolo redentore; per chi abbia letto Carducci e sappia cosa è stata la poesia dei « Giambi ed Epodi » ed il motivo della Francia repubblicana e rivoluzionaria opposta a Napoleone III, quando, come principe﷓presidente, soffocherà la Repubblica Romana di Mazzini, quando a Mentana ed Aspromonte colpirà Garibaldi, capirà cosa vuol dire questo filone di cultura filofrancese che domina tutta una parte la storia del Mezzogiorno. Redentore dell'Italia, ma soprattutto già apportatore di nuovo vangelo al mondo, ravvivato dall'esempio della Repubblica concepita nel senso romano e classico della parola, come equivalente di virtù. Nella «Canzone alla Francia» Ciaja descrive la parabola del disfattismo agonizzante che tentava allora di rianimarsi e di riprendere forza con l'unione al papato temporale che prima aveva avversato, come aveva fatto il re di Napoli, il suo laicismo, laicismo che sembra acquistare intonazioni carducciane e comunque pienamente risorgimentali; l'idea fondamentale della Rivoluzione Francese, la fine dei privilegi e l'eguaglianza delle classi e delle razze viene intesa come la grande opera che spetta alla generazione, cui egli, Ignazio Ciaja, appartiene.

    Nel suo liberalismo si inseriscono vibrazioni fortemente democratiche, anch'esse figlie del repubblicanesimo francese progenitore diretto del repubblicanesimo italiano del Risorgimento fino ad oggi. Dell'entusiasmo diffuso tra i prigionieri di Sant'Elmo e delle notizie di successo di Bonaparte, che era ancora il generale rivoluzionario quando vinceva a Campoformio gli Austriaci, che cancellava la Repubblica di Venezia e apriva la via alle vittorie che avrebbero abbattuto anche per pochi mesi il Regno Borbonico di Napoli, è testimoniante il sonetto del Ciaja « Per la Caduta di Mantova », dove si sente l'esultanza per la vittoria francese.

    Liberato nel luglio del 1798, dopo quasi tre anni di prigionia, Ciaja fu relegato a Bisceglie sotto la sorveglianza del preside Marugli, perché trovato in possesso di una copia del « Contratto Sociale » di Rousseau. Come si vede, era sempre la cultura politica francese ad incrinare i suoi difficili rapporti con la giustizia regia, prima « La Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo » motivo dell'imputazione al suo maestro Lauberg e la sua successiva cattura, oggi « Il Contratto Sociale » di Rousseau da cui nasce tutta la grande tradizione dell'Illuminismo e della democrazia europea. Sarebbe tornato a Napoli il Ciaja nei primi giorni dei febbraio del 1799 insieme ai Francesi per soffrire fino all'ultimo grandezze e limiti dell'esperienza repubblicana.

    La realtà, scrive Croce, era venuta diversa, come suole, dal sogno, e i generali e i commissari francesi che dominavano in Napoli con metodi anche burbanzosi, alteri, non assomigliavano in niente alla Francia dell'amore e del canto di Ignazio Ciaja; pure egli procurava di fare il bene che si poteva e di attenuare i mali; e non si sdegnava, non prorompeva in rinfacci di accuse e se non più rigioivano facili nell'anima immagini liete, il coraggio gli stava sempre accanto a sostenerlo. Di questo atteggiamento e di questo stato d'animo sono testimonianze le lettere scritte al fratello che gli sopravvisse, che era andato a Parigi con la delegazione della Repubblica Napoletana al Direttorio, delegazione che non fu neanche ascoltata e neppure ricevuta. E' un idealismo senza illusioni psicologicamente e culturalmente aperto a certo storicismo che egli chiama fatalismo, quello con cui Ignazio Ciaja si accinge a vivere la difficoltà di quei giorni ed egli non cede alle illusioni. Siamo alla fine di un secolo che ha visto crollare il più grande, il più antico trono d'Europa; siamo alla fine di un secolo che ha aperto la via alla esperienza democratica e repubblicana nel mondo identificando la repubblica nel senso antico della parola: governo di popolo, per il popolo. E Ciaja dice in queste lettere, che Croce pubblicò molti anni dopo, molti decenni, un secolo e mezzo dopo: « Il secolo d'Attila era segnatamente quello barbarico, come il nostro sarà il secolo della Ragione e della Libertà »; le due parole, la « Ragione » e la « Libertà » che si uniscono in quegli anni in cui la dea Ragione occupa molte piazze d'Italia e molte statue e molti monumenti venivano fatti alla dea Ragione contrapposta agli antichi simboli della trascendenza e della religione rivelata « è dei secoli come delle persone ﷓ insisteva Ciaja al fratello ﷓ che hanno sempre come passione dominante un carattere esclusivo, credo che l'attuale guerra decida per sempre i destini d'Italia e maturi quelli d'Europa. Napoli ﷓ e per Napoli intendeva il Regno ﷓ non può essere serva, ogni ragione politica me ne è garante ». E si inserisce qui l'altro grande ideale di Ignazio Ciaja, la cultura, vista nelle sue più moderne sollecitazioni ed articolazioni. Nelle lettere al fratello, che era andato a Parigi per quella missione disperata di soccorso dei patrioti napoletani, egli non manca di chiedergli ogni volta libri e opuscoli « ... tra questi ti prego di mandarini il piano dell'Istituto Nazionale, quello del Collegio di Francia e l'altro delle Scuole Centrali ».

    E giova anche notare come nelle sue lettere non vi sia soltanto la passione e il coraggio delle responsabilità, vi è anche il mondo degli affetti familiari tutto incentrato sulla figura della madre, un mondo irrinunciabile, forte di un'antica e sempre nuova stabilità, accanto al quale affiora quello degli amici, soprattutto gli amici del paese nativo, di Fasano, quelli che non si erano discostati da lui per il timore di compromettersi con un reprobo politico. Poeta civile, nel senso più alto della parola, Ciaja riusciva a riportare realtà ed affetti esterni ad una sua interiore religione della libertà, come la chiamerà tanto tempo dopo Benedetto Croce, volgendo ogni sentimento civile in moto dell'anima ed identificando cultura e libertà.

    Continuiamo, diceva Croce, a raccogliere con pio sentimento tutto quanto si riferisce agli uomini che in Napoli nel 1799, ﷓ cominciando dall'ultimo presidente della Repubblica, presidente della Repubblica per poche settimane, Ignazio Ciaja ﷓, morirono per la libertà; è un culto della nostra più alta tradizione che giova tenere sempre vivo nei cuori

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  4. #14
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    Predefinito Adesione di Giuseppe Nocerino al PRI

    Adesione di Giuseppe Nocerino al PRI

    Dopo le ultime scelte politiche che hanno portato il P.R.I. nella Casa Delle Liberta' vi comunico la mia adesione al P.R.I. di Somma Vesuviana. Sicuro di poter contribuire a rendere ancora più visibili e
    forti gli ideali laici e riformisti nell'area di centro destra.


    CORDIALI SALUTI
    GIUSEPPE NOCERINO

    ----------------------------------------------------------
    tratto dal sito:
    http://www.prinapoli.it/Home-1/nuova_pagina_2.htm

  5. #15
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    Il futuro ha un cuore antico

    Cresce e si rinnova il partito Repubblicano di Caserta, indicando come linee guida, un accordo di unità fra tutte le forze politiche, sindacali e sociali, dotandosi con l’attivazione di questo sito web di uno strumento di informazione politica efficace e dinamica. Piano di rinnovamento che richiede programmazione e scelte prioritarie, responsabilità e rigore. L’attività dei nostri amministratori locali, le posizioni politiche nazionali della Federazione, le iniziative e l’impegno dei Repubblicani rappresentano la continuazione di una passione ideale e civile che trova le sue radici nella storia del Risorgimento Italiano. Si riconferma l’originalità e la peculiarità del P.R.I. espressione diretta della tradizione democratica, portatore di una cultura economica moderna, che crede in una organizzazione della pubblica amministrazione che risponda non ad esigenze di assistenzialismo ma ad una domanda di efficienza e di corretto funzionamento più aderente ai bisogni dei cittadini. La storia del Partito Repubblicano trae consolidamento da oltre un secolo di attivismo politico da cui le idee e le azioni ne scaturiscono, corsi e ricorsi storici, come disse SPADOLINI in uno dei suoi tanti interventi: ” Nessuna pregiudiziale per il futuro, amici, ma soprattutto pregiudiziali contro qualunque pregiudiziale, perché questo che è il partito della ragione, non può avere pregiudiziali ”.

    P.R.I. Segreteria di CASERTA

    ------------------------------------------------------------------------------------

    tratto dal sito web
    dei Repubblicani di Caserta
    http://www.pri-caserta.com/webpage.htm
    </a>

  6. #16
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    Predefinito da REPUBBLICA del 3 luglio 2002

    Oggi il consiglio comunale, dopo una faticosa trattativa
    Caserta, pronta la giunta Falco

    CASERTA - Il sindaco Luigi Falco di Forza Italia, rieletto al primo turno un mese fa, dovrebbe presentare stamattina la nuova giunta durante la seduta del Consiglio comunale che si terrà nel Belvedere di San Leucio.
    La giunta di centrodestra dovrebbe essere così composta: Vincenzo Ferraro (vice sindaco) e Catello Tronco (Ccd), Giovanni Mancino e Antonello Acconcia (Democrazia Europea), Luigi Del Rosso (o Emilio Melorio) (Cdu), Pio del Gaudio, Giuseppe Vozza e Stefano Fabbrocile (Alleanza nazionale), Carlo Marino, Giovanni Cicia, Aniello Spirito, Antimo Ronzo, Diego Paternostro (Forza Italia), Giovanna Petrenga (esterna, ex direttrice della Reggia), Antimo Marotta (Pri).
    Presidente del consiglio comunale, già designato da alcuni giorni dai partiti del centrodestra, sarà eletto Vincenzo Ascione di Alleanza nazionale.

  7. #17
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    Predefinito da IL MATTINO Online 21 luglio 2002

    L’INTELLETTUALE, IL POLITICO

    Un puro e duro né di destra né di sinistra

    Antonio Ghirelli


    Più che difficile, è ozioso chiedersi se oggi Francesco Compagna militerebbe nella coalizione di destra che ha vinto le ultime elezioni politiche, o piuttosto in quella di sinistra che occupa gli scanni dell'opposizione in parlamento e le piazze degli scioperi e dei girotondi nel Paese. È ozioso perché sono radicalmente mutati i tempi, la società italiana e gli schieramenti politici: la guerra fredda è un lontano e ormai pallido ricordo; la società fordista è stata cancellata dall’avvento dell’informatica; il personale politico dei partiti della prima Repubblica ha ceduto il campo ad una folla di nuovi venuti o di sopravvissuti al naufragio.
    Tutto quello che si può dire, ricordando il nostro carissimo «Chinchino», il fondatore di «Nord e Sud», il parlamentare e ministro repubblicano, riguarda la sua testimonianza come intellettuale e militante di altissimo livello. È stato detto, a buon diritto, che in lui si sono fuse due ispirazioni: quella crociana, così rigorosa in assoluto e così distaccata in apparenza dal tumulto socio-politico; e quella di Gaetano Salvemini, così legata invece alla lotta quotidiana, alla denuncia quotidiana e documentata dai soprusi e delle storture.
    I cardini del suo pensiero furono due: la convinzione che il nostro Paese avesse un bisogno drammatico di riforme, ma che queste riforme dovessero essere realizzate nel costante rispetto delle regole democratiche, della libertà di espressione e di impresa, senza ispirarsi ad alcuna ideologia totalizzante ed astratta; l'opinione, affondata nelle tradizioni più gloriose della storia meridionale, che il riscatto del Sud fosse legato al destino e alla cultura dell’Europa. Studiosi e pubblicisti di grande spessore, da Renato Giordano a Vittorio De Caprariis, da Giuseppe Galasso a Nello Ajello e a Rosellina Balbi (per citare soltanto i pionieri di «Nord e Sud») affiancarono Compagna nella sua battaglia su due fronti: quella dura, sarcastica, implacabile contro il populismo laurino e il fiancheggiamento della destra democristiana; quella rispettosa ma altrettanto intransigente contro la vulgata marxista, la migliore, quella che si ispirava al pensiero di Antonio Gramsci e che i compagni di Giorgio Amendola, Napolitano e Chiaromonte, esponevano dalle colonne di «Cronache meridionali». Quanto fosse serio e concreto l’impegno del fondatore di «Nord e Sud», del professore universitario di geografia economica, del barone ricco e scapigliato a cui la guerra aveva cambiato la vita e i pensieri, Chinchino lo dimostrò definitivamente nella sua partecipazione alle vicende del partito Repubblicano. Ugo La Malfa ne aveva fatto il proprio capolavoro come ago della bilancia tanto nel concerto del centro-sinistra quanto nell’ardua difesa dei valori laici nel Paese delle due Chiese, la fede nella trascendenza e quella nella palingenesi rivoluzionaria.
    Senza perdere un’oncia del suo brio napoletano e della pungente vis polemica, Compagna seppe inserirsi nella logica della vita di partito in una città individualista come è Napoli, delle responsabilità di governo a Roma che si fecero assai pesanti quanto il presidente socialista della Repubblica, Sandro Pertini, affidò per la prima volta dopo decenni la presidenza del Consiglio appunto ad un laico, Giovanni Spadolini. Dell’insuperabile storico dell’Ottocento toscano, del grande giornalista, del sofisticato politico Francesco Compagna divenne il collaboratore più prezioso. Lavorando con lui, scoprì di nutrire con quelle per gli studi e per il meridionalismo, un’altra passione, forse la più forte, certo la più esigente, il senso dello Stato. In questo caso, se di destra si può parlare per Compagna, il riferimento va a quella Storica dei Poerio, di Scialoja, di Settembrini che nell’Ottocento aveva fatto l’Italia partendo dai moti del ’21 e dalla rivoluzione del ’48, sacrificando nelle galere e in esilio fortune personali e allori accademici.
    Dopo essere stato ministro, dopo aver superato a fatica un grave attacco di cuore, in omaggio al senso dello Stato il barone Compagna accettò di tornare sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in costante, febbrile contatto con un capo come Giovanni Spadolini, incapace di riposo e di indulgenza anzitutto con se stesso. Non ci furono esitazioni nel fondatore di «Nord e Sud», non ci fu verso di fargli considerare i rischi a cui si esponeva prodigandosi come un novizio al seguito di quell’imperioso governante. E un giorno, un maledetto giorno di estate, Chinchino aveva appena finito di bagnarsi nel mare azzurro di Capri, che il suo cuore si fermò. Quando ci arrivò la notizia, restammo sbigottiti, divisi tra il dolore per la morte di un fratello e l’ammirazione per quel bizzarro miliardario, quell’inguaribile idealista che era caduto consapevolmente al servizio della Repubblica.

  8. #18
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    Predefinito da IL MESSAGGERO Online 21 luglio 2002

    Il meridionalista europeo

    Raffaele La Capria


    In una classe così erano i ragazzi stessi che si trasmettevano continuamente la loro scoperta del mondo, delle idee e degli ideali che lo attraversavano; e non c’è migliore insegnamento di quello che ci viene dai nostri coetanei, dai discorsi che si fanno insieme, dall’emulazione che nasce, dalle reciproche influenze. In questo senso la presenza tra noi di Chinchino fu determinante, e posso dire che contribuì forse più di ogni altra alla nostra formazione politica e intellettuale. Il principio cui ci si atteneva era soprattutto l’onestà e l’indipendenza del giudizio, e una attività critica costante.
    Chinchino era tra noi il più preparato perché, diversamente da noi, non era animato soltanto da quello che lui chiamava «il sinistrismo verbale» diffuso tra molti garazzi a quei tempi - cioè da nobili ma astratti furori, e dalla speranza di un Cambiamento-Generale-di-Tutto-E-di-Tutti cui tanti di noi aspiravano e pochi di noi sapevano come conseguire - ma aveva frequentato Croce ed interiorizzato la sua lezione, e quella di Salvemini, di Omodeo, di Rossi Doria e poi di La Malfa, e ancora dopo di Spadolini e di Pannunzio, e aveva frequentato amici come Vittorio De Capraris e Renato Giordano che lo avevano aiutato a dare una forma alle proprie idee liberali in una comunanza di studi e di interessi.
    Molti anni dopo, quando i ragazzi che eravamo erano diventati uomini adulti e ognuno aveva preso la propria strada e definito meglio le proprie idee, Chinchino era rimasto a Napoli e aveva fondato la rivista «Nord e Sud». Su quella rivista, insieme ai suoi amici, tra cui ricordo oltre De Capraris e Giordano, Giuseppe Galasso, Rosario Romeo, Nello Ajello, Rosellina Balbi, Enzo Golino, e poi Renato Cappa, aveva combattuto molte battaglie, in una Napoli borbonica che aveva inneggiato al sindaco Lauro. Napoli fu sempre in cima ai suoi pensieri, l’ha amata profondamente nella sua storia e nella sua civiltà, e ha cercato come ha potuto di proporre un’immagine presentabile, ricordando la Napoli Nobilissima e la grande tradizione che ci aveva trasmesso.
    Quando nel 1961 il mio libro Ferito a morte che aveva appena vinto il Premio Strega fu attaccato da alcuni giornali di Achille Lauro per la sua polemica contro il sindaco, e con vari pretesti fu portato in tribunale, mi trovai subito a fianco il mio amico Chinchino a difendere me e le ragioni del mio libro con veementi articoli sulla sua rivista. E quando due anni dopo, nel 1963, il film Mani sulla città, scritto da me e da Francesco Rosi e diretto da Rosi vinse il Leone d’Oro a Venezia, di nuovo Chinchino fu al nostro fianco, lui che aveva combattuto la stessa battaglia contro la speculazione edilizia che stava stravolgendo la nostra città.
    Ho seguito poi da lontano la carriera politica del mio amico, la parte da lui sostenuta per risollevare le sorti del Mezzogiorno con l’intervento dello Stato (la Cassa del Mezzogiorno), le sue appassionanti polemiche su giornali e riviste come «La voce Repubblicana», il «Mondo», «Il Mulino», «Il Mattino», e i vari momenti della sua evoluzione, dal liberalismo di Omodeo, al meridionalismo di Dorso e di Rossi Doria, l’europeismo di Spinelli e poi di Monnet; e, soprattutto l’Istituto fondato da Benedetto Croce e diretto da Federico Chabod.
    Ma vorrei ricordare a conclusione di questo mio intervento quanto Compagna scriveva in un Editoriale pubblicato su «Nord e Sud» nel febbraio 1960, poco dopo la scomparsa di Renato Giordano: «Se noi risaliamo indietro lungo le vicende napoletane degli anni trascorsi, non possiamo non rilevare che nell’immediato dopoguerra furono seminate idee che poi sono in vario modo fiorite; furono avviati i ripensamenti del meridionalismo e gettate le basi dell’europeismo che poi hanno acquistato più corpose e più sicure dimensioni; furono intuiti i nessi tra il primo e il secondo che oggi risultano chiariti da tutta la successiva esperienza politica dei democratici meridionali... Ed è infine vero anche per Napoli che all’immediato dopoguerra risalgono le origini di quei pochi gruppi che poi si sono affermati attraverso varie vicende della vita nazionale, per aver saputo mettere alla prova la propria fedeltà ai princìpi ideali e la propria fermezza nelle posizioni politiche».
    E voglio anche ripetere quanto ho scritto di Compagna nel mio libro Napolitan Graffiti, e cioè che lui rappresenta per me la parte migliore della borghesia napoletana, destinata ad essere sempre in minoranza, sopraffatta dalla peggiore. Quella liberale e crociana che per ragioni storiche fin troppo evidenti e per intrinseca debolezza collettiva ha potuto esprimersi culturalmente senza riuscire a incidere - se non raramente - sul tessuto civile della città, modificandolo.
    Compagna lo sapeva, e nonostante tutto non ha mai abbandonato la partita.

  9. #19
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    Partito Repubblicano Italiano
    Napoli


    Al Segretario Nazionale P.R.I.
    Alla Direzione Nazionale P.R.I.
    Al Segretario Regionale P.R.I.


    Il giorno 2 luglio 2002, nei locali del P.R.I. – Partito Repubblicano Italiano, in Via S. Maria La Nova – Napoli, si è riunita l’Assemblea delle Sezioni della Città e della Provincia di Napoli (Sezione Stella-S.Carlo all’Arena, S. Lorenzo-Vicaria, Avvocata-Montecalvario, Pianura , Bagnoli, Ponticelli-Barra, Acerra, nonché le Sezioni Repubblicane delle Libertà di Napoli Centro, Somma Vesuviana, Ottaviano, S. Gennaro Vesuviano), alla presenza di numerosi amici repubblicani, che si riconoscono pienamente nella linea politica ufficiale della Segreteria e della Direzione Nazionale del P.R.I.

    L’Assemblea, dopo ampio ed approfondito dibattito, ha sollecitato la Segreteria Regionale ad assumere le iniziative politiche ed organizzative necessarie al rilancio del partito, che versa ormai in uno stato di totale abbandono.

    All’incontro ha presenziato Pietro Storia, responsabile Regionale della Federazione Giovanile Repubblicana, sottoscrivendo il documento.

    Nel corso dell’Assemblea, inoltre, è stata ravvisata la necessità che siano assunte posizioni chiare in merito alle scelte politiche del Partito in Campania ed in particolare a Napoli. Ciò anche in considerazione del fatto che, allo stato, l’elettorato è frastornato dalla contraddittorietà fra le posizioni di quegli esponenti di area repubblicana, che partecipano a maggioranze di centro-sinistra, di quelli che, invece, sono schierati con la Casa delle Libertà ed, infine, di quelli che con una lista civica, denominata “i Repubblicani”, sono presenti nella maggioranza Jervolino del Comune di Napoli.

    L’Assemblea, infine, ribadendo di aderire pienamente alla linea nazionale del P.R.I., decide di dar vita, nelle more del Congresso Provinciale, ad un Coordinamento tra le Sezioni summenzionate, designando a farne parte i sigg.: La Marca Michele, Buonincontro Salvatore, Gazzillo Crescenzo, Cirella Maurizio, Schiavo Federico, Carlo Spina, Andrea D’Avino, Scalfati Massimo, Antonio D’Apolito, Michele Izzo, Dinacci Filippo, Esposito Gaetano, De Stefano Giuseppe.
    ------------------------------------------------------------------------------------
    tratto dal sito web del PRI di Napoli
    http://www.prinapoli.it/Home-1/nuova_pagina_2.htm

  10. #20
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    I giovani del quartiere Ponticelli da anni costretti a confrontarsi con un degrado sempre più invasivo ormai raggiunto il punto di saturazione intendono esternare la loro insofferenza a tale forma di degrado. Vogliono DIMOSTRARE la loro ESISTENZA il loro DISSENSO su decisioni spesso prese per rispondere ad emergenze ma che poi, lasciano un segno indelebile sul nostro territorio sulla nostra pelle e sulla nostra salute. Già stiamo pagando inadeguatamente rispetto agli altri cittadini napoletani il prezzo del progresso, riteniamo che non ci possono essere cittadini di serie A o B, siamo tutti equamente chiamati a pagare un equo pedaggio alla civiltà. Siamo chiamati ad impegnarci in prima persona per migliorare la qualità della vita, a non delegare altri, a chiedere a gran voce che ci venga riconosciuto la dignità di vivere e di lavorare in luoghi che si possano ritenere appartenere ad un mondo civile.

    Il Segretario Regionale Federazione Giovanile Repubblicana

    PIETRO STORIA

    ------------------------------------------------------------------------------------
    tratto dal sito web della F.G.R. di Napoli
    http://www.prinapoli.it/Home-1/nuova_pagina_2.htm

 

 
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