L'assalto di Ramallah gli restituisce il carisma di leader combattente. Il premier israeliano Sharon vuole saldare il conto aperto a Beirut
Giancarlo Lannutti
Ramallah oggi come ieri Amman e Beirut: la furia bellicista di Sharon sta riportando Arafat ai giorni tragici, ma anche epici, del Settembre nero e dell'assedio di Beirut-ovest; giorni che hanno segnato la storia del Medio Oriente e hanno forgiato la tempra del popolo palestinese e della sua leadership, vanificando i tentativi di cancellarne l'identità e di negarne il futuro. Arafat era allora il capo in armi di un popolo combattente, il leader guerrigliero che pronunciò dinanzi all'Assemblea generale dell'Onu - nel novembre 1974 - lo storico discorso del fucile e del ramoscello d'ulivo, nel quale si manifestava già allora, precorrendo i tempi, la stoffa del politico di razza, del futuro presidente di un quasi-Stato, capace di rinunciare «al sogno» (come lui stesso lo chiamò in quel discorso) della liberazione di tutta la Palestina per accettare la formula dei «due Stati per due popoli», cioè della convivenza pacifica fra palestinesi e israeliani. Ma ad Amman nel 1970 e a Beirut nel 1982 tutto ciò era ancora di là da venire, allora - come purtroppo di nuovo oggi - dominava la logica delle armi, che metteva in gioco la sopravvivenza stessa del movimento palestinese: nel primo caso per mano della monarchia giordana (ed è sintomatico che anche oggi leader arabi come il re Abdallah e il presidente Mubarak non muovano un dito, in concreto, per fermare il massacro, al di là delle sterili proclamazioni verbali), nel secondo caso per mano dello stesso Sharon, deciso oggi a portare a termine il disegno che gli fu impedito di realizzare allora.
Ho vissuto personalmente con Arafat e la sua gente i terribili giorni di Beirut-ovest, ricordo come fosse letteralmente braccato - attraverso una efficiente rete di informatori - dai cannoni, dagli aerei e dai cecchini israeliani che più volte lo mancarono per un soffio, ed è stato di recente proprio Sharon a rammaricarsi del fatto che una volta i suoi tiratori fossero riusciti ad avere il leader dell'Olp nel mirino, ma che il veto di Reagan gli abbia impedito di dare l'ordine di premere il grilletto. Arafat sapeva bene quale rischio correva, ma era sempre in prima linea, con i suoi combattenti, come già lo avevo visto nel fosco settembre di Amman. Pochi giorni prima di lasciare la capitale libanese, dopo l'accordo mediato dall'inviato americano Philip Habib, volle incontrare noi giornalisti italiani (per il nostro Paese ha sempre avuto un'attenzione e una gratitudine particolari); e sintetizzando in modo colorito gli oltre due mesi di assedio e di selvaggi bombardamenti sulla città, ci disse: «Abbiamo ucciso il cavallo bianco con cui Sharon voleva entrare a Beirut-ovest». Sharon evidentemente non glielo ha mai perdonato, e oggi ha mosso i suoi carri armati e scatenato i suoi assassini in divisa per saldare finalmente il conto, una volta per tutte. Solo gli sciocchi e gli illusi possono credere alle sue «garanzie» e alle inesistenti «pressioni» di Bush. In realtà Sharon e Bush sono della stessa pasta: il terrorismo di Stato del primo non è che l'altra faccia delle guerre di aggressione del secondo contro chiunque metta in discussione l'egemonia americana.
Assediato e fisicamente minacciato nel suo ridotto di Ramallah, con gli aggressori al di là della porta, Arafat non è più il presidente dell'Autorità nazionale ma torna ad essere il simbolo vivente del suo popolo, «Mister Palestina», o anche «Al Kitiyar», il vecchio, come lo chiamavano affettuosamente i più intimi; l'uomo che nei tempi del ferro e del fuoco era solito dire, a chi gli chiedeva notizie sulla sua vita: «Sono nato quando sono divenuto Abu Ammar» (il suo nome di battaglia). Dopo le speranze, o le illusioni, dell'ultimo decennio - dagli accordi di Oslo in poi - Abu Ammar è di nuovo e più che mai in trincea. Chissà se ancora spera nella sua leggendaria "baraka", la fortuna che lo ha salvato tante volte, ad Amman come a Beirut, ma anche nel 1992 nel pauroso incidente aereo nel deserto libico. Si è detto pronto «ad affrontare il martirio», e tutta la sua vita dimostra che non si tratta di una retorica vanteria. Ma qualunque cosa accada, il suo nome resterà indissolubilmente legato alla causa del suo popolo, anche di chi ieri lo contestava o lo criticava (a volte con ragione) e oggi torna ad acclamare in lui il leader carismatico della lotta di liberazione. Sharon insomma voleva distruggerlo ed è riuscito invece a ingigantire la sua figura: la violenza criminale, si sa, è quasi sempre cieca.
Liberazione 31 marzo 2002


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