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    Predefinito faremo la fine dei Ladini?

    La lingua e le sue origini
    Nelle Dolomiti vivono circa 30.000 Ladini. Questa minoranza linguistica è insediata nelle valli che circondano l’imponente massiccio del Sella: la Val Badia, con la valle tributaria di Marebbe (Marèo), la Val Gardena (Gherdëina), la Val di Fassa (Fascia), Livinallongo (Fodom) e Cortina d’Ampezzo (Ampëz).

    La lingua ladina è nata dalla romanizzazione delle Alpi avvenuta nel 15 a.C. Le popolazioni che abitavano le Alpi prima della conquista romana, definite comunemente come "Reti", avevano sviluppato una considerevole civiltà già dal V sec. a.C. Questa popolazione alpina assunse la lingua latina, che con il passare delle generazioni si trasformò in "ladino" (retoromancio).

    Il concetto scientifico di "retoromancio", che trova correttamente un riscontro nel substrato retico della lingua, ha portato spesso ad incomprensioni. Si può constatare in genere una grande ignoranza sulla lingua ladina. Si parla ancora di un "miscuglio tra italiano e tedesco", e perfino in una pubblicazione cosiddetta "seria" (scritta da un giornalista sudtirolese) si è espressa l’opinione secondo cui il retoromancio sarebbe un miscuglio di retico e latino volgare. Il retico ed il latino volgare hanno sì giocato un ruolo centrale nella formazione del retoromancio, ma di un miscuglio non si può certo parlare. Nel retoromancio la lingua dei Reti è un sostrato che ha influito sulla lingua, ma il corpo è latino, ovvero neolatino - similmente all’influsso del substrato gallico sulla lingua francese (il francese, nello stesso senso, può essere definito "galloromano"). Per i Retoromani delle Dolomiti si usa soprattutto il termine "Ladini", altri termini si usano per quelli del Friuli ("Furlans") e per quelli dei Grigioni ("Rumantsch": "Romanci" o "Romanci Grigioni").

    La lingua è - per esprimersi in termini generalmente comprensibili - situata circa a metà tra francese ed italiano. Strettamente imparentati col retoromancio sono anche l’occitano ed il catalano.

    L’area di insediamento

    L’antico areale linguistico ladino si estendeva dal San Gottardo all’Adriatico. Intorno al 600 d.C., provenienti da settentrione, i Baiuvari invasero le regioni alpine; altri popoli premettero sui Retoromani da Sud. Il territorio ladino fu lentamente spezzettato, e larghe parti furono germanizzate od italianizzate. Così l’areale linguistico retoromano fu diviso in tre territori separati, che da allora hanno avuto un’evoluzione autonoma: i Grigioni (col "rumantsch"), le Dolomiti (col "ladin"), il Friuli (col "furlan"). Le "lingue" di queste tre isole linguistiche sono diversi dialetti della stessa lingua. La perdita territoriale non è finita nemmeno oggi. Soprattutto a Cortina d’Ampezzo (dove circa la metà della popolazione è italofona) ed a Ortisei (Urtijëi) è forte la tendenza all’assimilazione ed al cambio di lingua in favore delle lingue maggioritarie (italiano e tedesco).

    L’assimilazione
    La piccola estensione odierna dell’areale linguistico retoromancio e il suo attuale, ulteriore restringimento sono l’effetto di una secolare, ancora fortemente presente, pressione per l’assimilazione. Sia da parte italiana che da parte tedesca v’è la tendenza durevole a strumentalizzare la questione ladina per i propri fini, ovvero ad impedire (finché si può) ogni forma di tutela e di autonomia per questa minoranza.

    Le componenti storiche
    Il ladino è una lingua a sé e non un dialetto italiano. Sebbene innumerevoli ricerche scientifiche confermino questa teoria, sebbene anche personalità conosciute (come Pier Paolo Pasolini) abbiano manifestato questa opinione, essa non si è ancora imposta ovunque.
    Soprattutto motivi ideologici intorbidano i risultati delle ricerche scientifiche. I nazionalisti italiani, soprattutto nel periodo fascista, hanno definito (e definiscono tuttora) i Ladini come Italiani. Secondo questa tesi, il ladino non sarebbe una lingua autonoma, ma un dialetto italiano alpino - un dialetto italiano imbarbarito, come non ci si è dimenticati di aggiungere - ; un dialetto che deve essere nuovamente ricondotto alla "noblesse" della lingua italiana. A sostegno della tesi si adducevano in genere esempi provenienti dalla fascia del confine linguistico tra ladino ed italiano. E poiché il confine tra due lingue imparentate non è mai chiaramente definito, è facile falsare il quadro con l’utilizzo manipolativo di un ridotto numero di esempi.

    Tuttavia ad un’analisi scientifica seria la tesi secondo cui il ladino sarebbe un dialetto italiano non regge. Per esempio il ladino utilizza la -s nella seconda persona singolare e plurale dei verbi (ladino "tö as" - tu hai) e la stessa desinenza nel plurale dei sostantivi (ladino "les ciases" - le case) - una caratteristica che non è presente in alcun dialetto italiano, ma che si può certo trovare in altre lingue romanze (ad esempio nel francese). Casomai, dunque, secondo la logica "negazionista", il ladino sarebbe più un dialetto francese che italiano.

    Nonostante l’affermazione ufficiale secondo cui il ladino era un dialetto italiano, i Ladini, negli atti del regime fascista, furono classificati come "alloglotti". Un segno di come il Fascismo non credesse alle proprie stesse idee. Lo stesso Mussolini definì il ladino "la macchia grigia" che bisognava cancellare. Così fu avviato il programma di assimilazione nei confronti dei Ladini.

    La grande ingiustizia: la tripartizione
    La più importante delle misure del Fascismo per l’assimilazione dei Ladini è stata mantenuta fino ad oggi: negli anni ‘20 il Fascismo, al fine dichiarato di una rapida assimilazione, divise i Ladini, che sotto il Tirolo asburgico erano rimasti insieme per quattro secoli, in due diverse regioni ed in tre diverse province. Cortina e Fodom (Livinallongo) con Colle di Santa Lucia (Col de Santa Lìzia) appartengono oggi alla provincia di Belluno (regione Veneto), Fassa (Fascia) alla provincia di Trento (regione Trentino-Alto Adige) e Gardena (Gherdëina) e Badia appartengono alla provincia di Bolzano (regione Trentino-Alto Adige).
    Questa frammentazione della minoranza ladina non è stata revocata da alcuna amministrazione statale o regionale, inoltre i confini provinciali sono oggi molto più impenetrabili di allora. Chi critica questa ingiustizia fascista è regolarmente marchiato da stampa e politica come "estremista, fondamentalista, pan-ladinista". I Ladini non beneficiano di forme di autoamministrazione che superino la consueta amministrazione comunale (solo i Ladini di Fassa hanno una Comunità di Valle autonoma). In tutti i collegi politici democratici che deliberano anche sugli argomenti di interesse dei Ladini, i Ladini o sono una ridotta minoranza - la maggioranza decide sulla minoranza - o sono completamente esclusi. I diritti della minoranza ladina non sono quindi in larga parte riconosciuti.


    La scuola: strumento di assimilazione
    Nelle tre province in cui vivono i Ladini vi sono diversi livelli di tutela della minoranza. Nella provincia di Belluno non vi è praticamente tutela, in provincia di Trento la situazione è migliorata fortemente solo negli ultimi anni, in provincia di Bolzano vi sono sì misure di tutela, ma contemporaneamente vi sono anche rozze discriminazioni. Più e più volte il Sudtirolo-Alto Adige è lodato come un caso esemplare di tutela delle minoranze: la maggioranza loda se stessa, e alla minoranza ladina non si dà la parola se non di rado.
    In Sudtirolo si può avvertire una forte pressione assimilativa, esercitata soprattutto attraverso delle scuole e i mezzi di comunicazione (e quindi della pubblica opinione). Un diritto essenziale, su cui i Sudtirolesi di lingua tedesca hanno sempre insistito, rimane quasi completamente negato ai Ladini: l’insegnamento nella madrelingua. I Sudtirolesi tedeschi hanno sempre considerato l’insegnamento in madrelingua come irrinunciabile per la sopravvivenza del loro gruppo linguistico. Anche limitate concessioni ad una scuola mistilingue vengono rifiutate con veemenza, come "l’inizio del declino del gruppo linguistico tedesco".

    Con i Ladini si cerca invece di limitare il più possibile l’insegnamento in madrelingua. Così nel 1999 la Giunta Provinciale di Bolzano ha deciso di non elevare da una a due (!) le ore settimanali di ladino nelle scuole superiori ladine! La politica mira con ciò, secondo le sue stesse dichiarazioni, all’assimilazione della minoranza ladina.
    Gravi lacune vi sono anche nella formazione degli insegnanti. Gli attuali insegnanti delle scuole ladine non hanno potuto studiare il ladino alle scuole superiori! Ne consegue una conoscenza generalmente assai scarsa della lingua ladina fra gli insegnanti: cosa che porta nel contempo, tra le altre conseguenze, ad una (pessima) conoscenza del ladino tra gli studenti. Nella nuova Università di Bolzano, che si occupa anche di formazione degli insegnanti, il ladino è insegnato in una misura molto ristretta. Gli errori del passato, quindi, non si vogliono correggere.

    Il tentativo di assimilazione è profondamente radicato nella storia, e si è accompagnato a lungo al disprezzo, manifestato ed enunciato con chiarezza, nei confronti della lingua ladina: Sotto la monarchia austroungarica il ladino non era studiato nelle scuole ladine, ed in generale non era riconosciuti come una lingua a sé; il ladino non era nemmeno utilizzato negli scritti pubblici (nel linguaggio di ogni giorno i Ladini erano definiti col dispregiativo "Krautwalsche": un’abitudine, questa, constatabile ancor oggi con frequenza tra i Tedeschi vicini dei Ladini). Il Fascismo, ovviamente, non portò miglioramenti nella questione dell’insegnamento della madrelingua: giacché per l’ideologia fascista il ladino era un dialetto italiano. Né un miglioramento vi fu dopo la fine del Fascismo. Nel Sudtirolo, dopo la seconda guerra mondiale, dominò senza equivoci la volontà di mantenere le scuole della Ladinia completamente tedesche, cioè si assimilare i Ladini: si faceva cioè quello che il Fascismo aveva tentato di fare contro i Tedeschi. Vi furono fortissimi sforzi per la germanizzazione della scuola nelle valli ladine, condotti insieme dalla politica e dalla stampa. "Curiosamente" chi si opponeva alla germanizzazione fu etichettato come "fascista". Ciò che portava a questi tentativi di germanizzazione non era una "confusione" storica, ma una volontà salda e ideologicamente motivata. Ancora nel 1971 il partito di maggioranza (la Südtiroler Volkspartei) tentò, con un’offensiva politica-partitica e mass-mediatica, di germanizzare le scuole ladine; per dirlo nuovamente: di fare ai Ladini ciò che i Fascisti avevano fatto ai Sudtirolesi tedeschi. Fino ad oggi la tendenza non si è attenuata. Chi tra i Ladini s’impegna per un maggiore insegnamento della madrelingua viene regolarmente diffamato con l’accusa di estremismo e di fanatismo. Le misure di tutela che vengono richieste per la propria minoranza (tedesca) sono quindi negate alle altre minoranze.

    La campagna contro la lingua ladina fu coronata dal successo: nello Statuto regionale di autonomia è prescritto che nelle scuole ladine metà delle materie sia insegnata in italiano, e l’altra metà in tedesco - per la madrelingua resta soltanto una nicchia di una o due ore settimanali! La politica di assimilazione ai danni dei Ladini, nel Sudtirolo, è ancora all’opera. Nei confronti dei Ladini della Provincia di Bolzano (Sudtirolo - Alto Adige), addirittura lo Statuto di autonomia (che in teoria dovrebbe riconoscere i diritti delle minoranze) impedisce un insegnamento sufficiente della madrelingua.

    La situazione attuale della scuola
    Chi vuole assimilare una minoranza deve cominciare dalla scuola. I Ladini della provincia di Bolzano hanno due ore di ladino nella scuola dell’obbligo, ed una sola ora alle superiori (questo soltanto nelle scuole delle valli ladine, Val Badia e Gherdëina; altrove non c’è alcuna possibilità di studiare il ladino a scuola). Metà delle materie devono essere insegnate in italiano, e metà in tedesco - il ladino non può essere usato nelle lezioni delle altre materie: ciò è impedito dallo Statuto di autonomia. La madrelingua è quindi completamente emarginata. Lo Statuto di autonomia, che dovrebbe riconoscere i diritti delle minoranze, impedisce l’insegnamento in madrelingua ed è in realtà una regolamentazione dell’assimilazione dei Ladini.

    In base allo Statuto di autonomia non è possibile un aumento delle ore di ladino. Sullo Statuto decide la maggioranza etnica (o le maggioranze etniche), non le minoranze.

    La scuola è uno strumento per assimilare la minoranza ladina. Le conseguenze sono chiarissime. Molti parlano un ladino veramente disastroso, fortemente influenzato dal tedesco e dall’italiano sia nella sintassi, sia nei vocaboli. Se questo sviluppo proseguirà, se non sarà messo un termine alla politica di assimilazione da parte della maggioranza, in capo a due o tre generazioni il ladino sarà una lingua morta.

    Traduzione di Stefano Barbacetto

  2. #2
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    Predefinito o dei cimbri?

    LA STORIA DEI CIMBRI
    La realtà dei cimbri è un mondo intrigante che ti costringe a conoscerlo non appena ti lasci affascinare da lui.



    Abbiamo lasciato sparire tanti sentieri,
    abbiamo lasciato prosciugare tante sorgenti,
    abbiamo lasciato incolti prati e boschi:
    siamo perduti sempre più nel deserto
    in un esodo senza terre promesse.

    Ma la nostra terra promessa è qui,
    tra questi monti e questi sassi:
    qui, contro oppressioni di schiavitù avvilenti
    qui, contro illusori idoli dorati,
    qui, per raccogliere le tavole di nuove e antiche alleanze,
    qui, per stillare latte e miele da questa dura terra.

    "De ünsarn eltarn habent hortan kchöt, dass dar ünsar stam vun zimbarn ist von tåüschen lentarn af an nort kömet in des bellische lant, in zait vom krige, ba dar grosse stroach ist den gant übel."

    "I nostri genitori hanno sempre raccontato, che la nostra stirpe dei Cimbri è venuta dal Nord in tempo di guerra in terra italiana, poiché la grande battaglia aveva avuto per loro esito negativo."

    Ogni saga ha un carattere eziologico, cerca cioè di chiarire ciò che a primo acchito appare fuori del comune. Il nostro racconto cerca di capire la stranezza di come sia possibile che un popolo, che parla una lingua dai suoni germanici, viva al sud: ai piedi delle Alpi nord occidentali in piena area linguistica italiana. La saga mette in relazione la comunità dei Cimbri settecomunigiani con quel popolo dei Cimbri, provenienti dallo Jutland in Danimarca, che emigrarono, i primi tra tutti i popoli germanici nella penisola italiana, a causa della sconfitta che subirono nel 101 A. C. per mano dall'esercito romano di Mario. Uno sparuto numero di guerrieri sarebbe sopravvissuto nel "grande scontro" (grossen Stroach) e avrebbe trovato rifugio sulle montagne del Veneto. In questo modo si sarebbero formati i Sette Comuni in provincia di Vicenza e i Tredici Comuni in provincia di Verona, gli abitanti dei quali parlerebbero ancora l'antica lingua germanica dei cimbri appunto.

    La ricerca storica e l'analisi linguistica hanno da tempo appurato che la saga dei Cimbri è un racconto mitico, non contiene nulla di scientificamente accertato. Ancor oggi non sussiste in alcun modo una assoluta evidenza sulla "Questione Cimbra" <2>, ma una serie di documenti testimonia uno stretto collegamento a partire già dal X secolo tra l'area linguistica tedesca e i territori nel Nordest italiano delle odierne province di Trento, Verona e Vicenza. È molto probabile che proprio attraverso questi relazioni (ad esempio la diocesi di Frisinga aveva possedimenti che confinavano con i Sette Comuni vicentini), siano giunti, ad ondate successive, immigrati dalla Baviera e dall'Austria occidentale nel suddetto territorio nei secoli XI e XII. La più antica colonia cimbra è, senza dubbio, quella dei Sette Comuni, nel Veneto in provincia di Vicenza, la cui variante linguistica presenta alcune caratteristiche dell'Antico Alto Tedesco, la lingua parlata nella Germania meridionale tra il 750 e il 1050 circa.

    Il periodo preciso della prima ondata di migrazione non si può definire con precisione, ma sembra che sia avvenuta a causa di incentivi concessi da vescovi tedeschi nelle diocesi di Verona e di Vicenza (983-1122), i quali avrebbero dato alle popolazioni che si sarebbero spostate la possibilità a stanziarsi nel territorio dei Sette Comuni e a renderlo coltivabile. Nel 1216 il vescovo principe di Trento Friedrich von Wangen autorizzò lo insediamento dei coloni, provenienti dai Sette Comuni, sull'altopiano di Folgaria e Lavarone, per avere in cambio la bonifica della zona e la costruzione di 20 masi.









    Cos’ si creò la colonia cimbra del Trentino Meridionale. Anche se questi Nonostante questi colonizzatori provenissero dai Sette Comuni, la variante linguistica, da loro parlata, è molto più vicina al Medio Alto Tedesco (lingua parlata nella Germania meridionale dopo il 1050), che non all' Antico Alto Tedesco, motivo questo per credere che questi immigranti fossero i membri di un gruppo arrivato intorno al 1100 nei Sette Comuni, e cioè più di 200 anni dopo lo primo stanziamento cimbro sull'altopiano settecomunigiano. Poco tempo dopo la concessione di Friedrich von Wangen (1216) alcune famiglie di Lavarone occuparono l'altopiano di Luserna, pagando l'affitto alla parrocchia di Brancafora nella Val d'Astico, che aveva ricevuto questo territorio nel 917 dal re Berengario attraverso il vescovo di Padova Sibicone. L'autorizzazione per la fondazione della terza colonia cimbra, quella cioè dei Tredici Comuni, fu concessa al 5 Febbraio 1287 dal vescovo di Verona Bartolomeo della Scala. Destinatari erano due uomini provenienti dal contado vicentino, entrambi di nome Olderico (Oldericum), i quali ricevettero come rappresentanti del loro gruppo il beneficio dello stanziamento e della costruzione di un numero imprecisato (dai 25 ai 50 e più) di masi sul territorio dell'odierna Roveré di Velo, in provincia di Verona. Sia l'atto di concessione che la sua conferma il giorno 6 Agosto dell'anno 1376 estendono il beneficio a tutti coloro che si verranno a trovare, anche nel tempo futuro, nel suddetto territorio (et omnium et singulorum aliorum qui pro tempore futuro stabunt et habitabunt indicta terra Roveredj Vellj) (Rapelli, G., >>Per una storia dei Cimbri tredicicomunigiani<<. In: Volpato 1983: 76), segno questo, che anche la colonizzazione dei Tredici Comuni da parte dei Cimbri si estese nell'arco di un secolo e più ed avvenne, come per i Sette Comuni ad ondate successive, attraverso l'infiltrazione di singoli gruppi o clans. La comunità cimbra conobbe nei secoli un destino diverso. Per i Cimbri dei Tredici Comuni iniziò già nel XV secolo quella lenta, ma inarrestabile Emorragia di abitanti, che alla fine porterà alla frammentazione del gruppo etnico e alla decadenza della lingua e cultura cimbra. Il parroco di Boscochiesanuova nei Tredici Comuni riportò negli archivi della sua parrocchiail motivo dell'emigrazione di così tanti Cimbri: "per povertà"! (Rapelli, G., 1983: 81). La colonia dei Sette Comuni, invece, conobbe nel XVII e XVIII secolo un periodo di fioritura, che si concretizzò nell'indipendenza politica, già peraltro ottenuta nel 1310, e nella produzione di una vera e propria letteratura, con traduzioni e poesie in cimbro come pure con opere di carattere religioso e di sapienza popolare (proverbi). Il colpo mortale arrivò, però, con lo scoppio della prima guerra mondiale: gli abitanti dei Sette Comuni si trovarono in piena linea di fronte. L'Altopiano fu teatro di alcune tra le più cruente battaglie della grande guerra e i Cimbri settecomunigiani furono evacuati nella pianura padana, dove furono costretti a parlare italiano sia tra di loro che con i bambini, altrimenti avrebbero corso il pericolo di essere scambiati per nemici o quantomeno per filoaustriaci (cfr. i racconti di Costantina Zotti). Molti rifugiati cimbri non ritornarono più sull'altopiano dei Setti Comuni. La storia della colonia cimbra del Trentino meridionale, è ancora più differenziata da quella delle altre due colonie cimbre, in quanto essa si trovò, già dal tempo della sua fondazione, nel territorio della contea del Tirolo, di cui condivise fino al 1919 le sorti, e non in quello della Repubblica marinara di Venezia, sotto il dominio della quale vissero i Cimbri dei Sette e dei Tredici Comuni. La lingua cimbra era un tempo parlata in tutta la parte orientale del Trentino meridionale, sull'altopiano di Pinè, nell'alta Valsugana, sull'altopiano di Folgaria e Lavarone, a Terragnolo e nella Vallarsa, nella Valle dei Ronchi e addirittura a Trento. A causa della presenza di un forte sostrato romanzo, precedente la colonizzazione cimbra, ma anche spesso attraversoun'opera di sistematica italianizzazione (a Terragnolo, ad esempio, la lingua cimbra scomparve con la creazione di una scuola parrocchiale italiana (1786), voluta dal parroco don Leonardo Zanella, che proibì nel modo più severo possibile agli adulti (anche nella confessione) "di parlare questa lingua barbarica con i bambini") il numero dei parlanti cimbro si ridusse sempre più fino a coincidere, già agli inizi di questo secolo, con i soli abitanti di Luserna. Luserna ottenne l'indipendenza comunale da Lavarone il 4 Agosto 1780; a qual tempo il piccolo paese di montagna aveva circa 250 abitanti.. La sua storia fu sempre caratterizzata , già fin dai tempi della prima colonizzazione, dall'indicibile povertà del suolo, che costrinse da sempre i Lusernesi a lavorare come stagionali all'esterno del paese. Nell'anno 1911 la gran parte del paese, le cui case erano ricoperte da tetti di scandole, fu distrutta da un incendio. <3>

    Il paese venne ricostruito, anche attraverso gli aiuti finanziari provenienti dall'Austria. Immediatamente dopo la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia (24. 05. 1915) i Lusernesi dovettero abbandonare nel giro di poche ore il villaggio, situato nel settore austriaco del fronte di guerra, sotto una vera e propria grandinata di bombe. Ci fu una vittima civile e un ferito grave. <4>

    I circa 900 abitanti furono condotti come rifugiati di guerra in Boemia, nella circoscrizione di Aussig); poterono ritornare solo nel Gennaio del 1919. A causa della sua posizione vicino al forte "Lusern" sulla linea di fronte, il paese fu completamente distrutto e dovette essere nuovamente ricostruito. Nel giro di pochi anni il numero degli abitanti raggiunse quota 1200, tuttavia, a causa della forte emigrazione, determinata dalla crisi economica mondiale, scese rapidamente a 850, nel 1935. Tra le turbolenze, in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, fu data anche ai Lusernesi, come pure ai Mocheni e ai Sudtirolesi la possibilità di optare per l'impero germanico; 280 persone credettero, dopo tanta povertà alle promesse di una vita migliore e optarono. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il numero degli abitanti a Luserna rimase fino al 1967 stabile, intorno alle 650 unità, anche se la forza lavorativa doveva come sempre trovare lavoro stagionale all'esterno: nell'attività edilizia gli uomini, nel turismo le giovani donne. Però, la riforma scolastica degli anni 70 costrinse molte famiglie ad emigrare a Trento,dato che il pendolarismo giornaliero di studenti e lavoratori non era praticabile. Delle tre colonie cimbre rimangano oggi tre enclavi linguistiche: Giazza/Ljetzan nei Tredici Comuni, Roana/Robaan con la frazione Mezzaselva/Toballe nei Sette Comuni e Luserna/Lusern, ultimo resto di quella colonia del Trentino meridionale, che solo 200 anni fa' contava 20.000 parlanti cimbri. Il numero di coloro, che nelle due prime isole linguistiche, si servono dell'Antico e Medio Alto Tedesco come lingua madre è sceso a Poche dozzine; sta' aumentando, però, sempre più il numero di coloro, in larga parte giovani, che, motivati dall'interesse personale, imparano il cimbro e si dedicano alla sua propagazione. Gli abitanti di Luserna, invece, furono in grado di conservare, a causa dell'estremo isolamento del loro paese, nella quasi totalità, la lingua cimbra. Attualmente vivono 362 persone a Luserna; un centinaio, però, è assente durante i giorni lavorativi. Tuttavia, ci sono circa 500 persone, native di Luserna, (più i loro figli e i nipoti) che, nonostante l'emigrazione, parlano ancora il cimbro e mantengono i contatti con il loro paese nativo. Tutto sommato, il numero dei membri del gruppo etnico cimbro ammonta a circa 1000 unità, anche se la maggior parte di quest'ultimi è dispersa all' esterno della loro patria. La sopravvivenza dei Lusernesi come gruppo etnico cimbro è legata alla concretizzazione di due importanti condizioni, e cioè il riconoscimento giuridico come gruppo etnico e lapromozione economica. Agli abitanti di Luserna dev'essere data la possibilità di poter salvaguardare e incentivare la propria lingua madre e la propria identità. Inoltre, devono essere create, nella stessa Luserna, le condizioni economiche necessarie a ché gli abitanti possano rimanere nel loro paese e il trend emigratorio possa essere così fermato. Dopo gli infruttuosi tentativi di creare posti di lavoro nell'ambito della piccola industria il comune di Luserna ha elaborato un piano di sviluppo turistico orientato alla natura, alla cultura e alla salute. La provincia di Trento ha, dal canto suo, assicurato il finanziamento del progetto. Tra le altre cose è prevista la costruzione di un impianto per bagni di fieno, di un ostello della gioventù, di un centro di sci da fondo e di Sledog, di un osservatorio astronomico, di un museo del folclore e l'allestimento di un centro di documentazione sulla Prima Guerra Mondiale. Il 5 Luglio 1996 fu decisa dal consiglio comunale la fondazione del "Centro di Documentazione Luserna". Lo scopo immediato di questa nuova fondazione è l'approfondimento scientifico e la promozione della conoscenza degli avvenimenti, dal lontano passato fino ai giorni nostri, che interessarono Luserna e i territori vicini, nei quali tedeschi e italiani entrano in non sempre pacifico contatto tra di loro. Il Centro si propone, inoltre, la raccolta, la conservazione e, per quanto sarà possibile, l'esposizione di documenti di ogni tipo e di oggetti, come ad esempio i fortilizi e le altre costruzioni militari. Noi ci auguriamo di poter intessere rapporti di conoscenza con tutti coloro, che sono interessati all'approfondimento scientifico della lingua e della cultura cimbra, ma anche con quelli, che desiderano venirci a trovare per poter gustare le proposte turistiche di Luserna. In questo modo potrete contribuire allo sviluppo economico e alla sopravvivenza dell'isola linguistica tedesca più meridionale d'Europa.



    (Sergio Bonato)

  3. #3
    VENETO LÌBARO
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    Predefinito Re: faremo la fine dei Ladini?

    Originally posted by PINOCCHIO
    faremo la fine dei Ladini?
    Bella domanda e purtroppo molto attuale. La risposta più ovvia sarebbe sì', se le "cose" non cambiano.

    Resta ora da chiedersi quali "cose" dovrebbero cambiare, e quali restare, affinchè i Veneti presto o tardi non si estinguano.

    Sicuramente manca una coscienza di essere un Popolo, con tradizioni usi e costumi ancora fortemente vivi e con una lingua a sua volta più che mai viva.

    E' da qua che occorre partire: l'impegno deve essere finalizzato a far tornare i Veneti coscienti di quello che sono, di quello che sono stati e di quello che potranno essere.

    Ciao

  4. #4
    Veneta sempre itagliana mai
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    Predefinito

    E' da qua che occorre partire: l'impegno deve essere finalizzato a far tornare i Veneti coscienti di quello che sono, di quello che sono stati e di quello che potranno essere.
    -----------------------------------------------------------------


    E chi è che si prende questo impegno caro DVD?
    Mi so stufa ansi stufissima, e me risulta che anca tanti altri lo sia, eora cossa femo?Dime, trova a solussion che vojo saverlo, ghemo lavorà un mucho par gnente, semo stai scotaì da mati, e ti te vurissi che mi scumisiasse tutto danovo?
    --------pensiero--------------

  5. #5
    VENETO LÌBARO
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    Predefinito

    Originally posted by pensiero

    E chi è che si prende questo impegno caro DVD?
    Mi so stufa ansi stufissima, e me risulta che anca tanti altri lo sia, eora cossa femo?Dime, trova a solussion che vojo saverlo, ghemo lavorà un mucho par gnente, semo stai scotaì da mati, e ti te vurissi che mi scumisiasse tutto danovo?
    --------pensiero--------------
    Scomisiare?? Mi sinceramente no go mai smeso!
    £a solusion? Ghe n'è tante, cara (o caro) Pensiero. £a question xe 'naltra e se ciama VOLONTA' de fare o no £e robe.
    Par va£orixare £a to lengua e £a to cultura organixa un incontro, un dibatito, va sul teritorio (tanto no ghe va pì nesun), unisi £e forse a quanti, in Veneto, se impegna a fare qualcosa (e no sto parlando de partiti po£itici).
    No serve £a baketa majica: mi costantemente insieme a altri VALIDI amighi faso qualcosa pal Veneto (co tanta umiltà e sensa prexunsiòn).


    PS: te serve un spunto? Vardate el thread RAIXE VENETE numero primo

 

 

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    Di Filippo Strozzi nel forum Repubblicani
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  5. La Fine Che Faremo Anche Noi
    Di enea08 nel forum Politica Nazionale
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