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Discussione: Mazzini batte Marx

  1. #81
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    GARANTITECI I NOSTRI DOVERI

    «Io voglio parlarvi dei vostri doveri. Voglio parlarvi, come il core mi detta, delle cose più sante che noi conosciamo, di Dio, dell’Umanità, della Patria, della Famiglia». Ma come, ancora la Destra “Dio, Patria e famiglia”? Che cosa arcana e fuori moda. È vero, ma mi si permetta la citazione per amore dei vecchi libri. Questa strana citazione proviene da un libro che a scuola non si legge e non si studia, eppure è scritto da un uomo che nessuno oserebbe non iscrivere tra i padri dell’Italia della coesione, della pace e della giustizia: Giuseppe Mazzini. Proviene da un libro intitolato Doveri dell’Uomo, scritto nel 1860 e dedicato “agli operai italiani”.

    Nell’introduzione Mazzini spiega perché voglia parlare agli operai dei loro doveri, anziché dei loro diritti. «Tutte le scuole rivoluzionarie predicarono all’uomo che egli è nato per la felicità, che ha il diritto di ricercarla con tutti i suoi mezzi, che nessuno ha diritto di impedirlo in questa ricerca e ch’egli ha quello di rovesciare gli ostacoli incontrati sul suo cammino», ricorda ai suoi lettori. Tutti chiedono più diritti, tutti promettono più diritti. Ma di diritto in diritto «gli uomini si educarono all’egoismo e all’avidità dei beni materiali esclusivamente. La libertà di credenza ruppe ogni comunione di fede. La libertà di educazione generò l’anarchia morale. Gli uomini, senza unità di credenza religiosa e di scopo, tentarono ognuno la propria via, non badando se camminando su quella non calpestassero le teste de’ loro fratelli, fratelli di nome e nemici di fatto». Il problema che Mazzini voleva esporre, era che mentre più e più diritti “cosmetici”, nobili e aulici, venivano resi accessibili ad alcune élite che potevano goderne per educazione o mezzi superiori, la condizione dei più restava immutata, nell’incertezza delle tutele fondamentali che un governo e la società dovevano loro. Nessuna certezza di potersi sostentare, di vivere in sicurezza o poter costruire per il futuro. E tutto ciò in una progressiva disgregazione di quelle dimensioni collettive che, per gli individui sprovvisti di mezzi e di educazione, rappresentano le uniche certezze: le credenze comuni, la Patria, la famiglia, i rapporti comunitari, le tradizioni. Tutte cose che, non solo a suo dire, servono ai poveri, perché i ricchi sanno benissimo come badare a se stessi. I tempi non cambiano, il progresso galoppa, ma solo per alcuni. Sempre meno ostacoli al benessere individuale e sempre maggiori libertà, per chi ha già quelle basilari e può sognarne di altre. Da settimane si discute di un nuovo diritto: il diritto di alcuni omosessuali di unirsi in un vincolo para-matrimoniale. Lo schema del dibattito ed il suo risultato in realtà è già scritto: chi pone la domanda ha implicita la risposta. «Lei è a favore o contro i diritti degli omosessuali ad avere eguale trattamento…». Chi dice “sì” è in. Chi dice “no” è un reietto. Ma chi sta peggio di tutti è chi vorrebbe argomentare senza dare per scontate le premesse. Non è consentito: le domande sono tutte binarie: è per la pace? Allora è per la guerra? È favorevole all’immigrazione? Allora è razzista? Cosa ne pensa dei matrimoni gay? Allora è contro i diritti individuali? E l’aborto? Allora è contro i diritti delle donne. Il problema è che i diritti, o sono diritti di tutti o sono privilegi. E i diritti veri e propri sono quelli che toccano la quasi totalità dei cittadini. Di questo deve occuparsi la politica, non di trovare una risposta a sempre nuove emergenze, segnalate solitamente - se non imposte - da una casta che ha accesso ai mezzi di comunicazione. Mentre la stampa reclamava a suon di grancassa risposte immediate al problema delle unioni omosessuali e dell’eutanasia (stranamente all’indomani del varo di una finanziaria sui cui esiti moltissimi avevano assai da dire), un timido sondaggio tra gli italiani “qualunque” su quali fossero gli argomenti che avrebbero posto in cima all’agenda politica, la quasi totalità rispondeva: la riforma delle pensioni e della pubblica amministrazione… E anche oggi, ovunque si voglia perdere tempo a prestare orecchio, la gente “qualunque”, alla fermata dell’autobus o al mercato, si chiede: «Ma perché non fanno qualcosa per le famiglie?». Domanda legittima. In termini numerici - e la democrazia è soprattutto numeri - sono più gli italiani che solleciterebbero detrazioni fiscali o qualunque misura di sostegno e incentivo al matrimonio e alla procreazione o quelli che, come Prodi e la Bonino, sostengono che l’introduzione dei Pacs sia da realizzare come priorità assoluta? La famiglia è un dovere, l’unione tra due adulti consenzienti un diritto. Un diritto non va impedito, ma è l’adempimento del dovere civico e sociale che la politica dovrebbe rendere meno gravoso. Lo dice la logica e lo dicono le persone di buon senso. Ma sui giornali no. (...)

    Marcello De Angelis

    tratto da http://guide.dada.net/

  2. #82
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    Riceviamo dal prof. Luigi Bisicchia


    ASSOCIAZIONE MAZZINIANA ITALIANA
    onlus - Sezione di Cremona

    X Marzo: ricordiamo Mazzini per un avvenire migliore


    Ai Soci AMI di Cremona
    Ai Cittadini .....

    Cari Amici,
    Domani è il X Marzo. Ricorderemo brevemente la scomparsa fisica di Mazzini nel lontano X marzo 1872, e la sua contemporaneità e attualità di pensiero e di azione oggi.
    Riteniamo che, chi si sente democratico e mazziniano, abbia ancora impegni di civismo umanitario da sviluppare per il prossimo futuro, essendo ancora in gioco la difesa dell’avvenire democratico dei popoli contro ogni tipo di barbarie e di violenza, e ci vuole assidua e mirata educazione. Giuseppe Mazzini insegnò fratellanza e cooperazione, concetti che superano qualsiasi forma di violenza.
    Ritroviamoci ai Giardini pubblici di Piazza Roma e deporremo insieme, simbolicamente, un mazzo di fiori alla base del Busto di Mazzini, da noi collocato il 23 settembre scorso.
    Ci sentiremo ancora impegnati, ciascuno con la propria sensibilità, in difesa delle istituzioni democratiche e nel ricordo storico di “fede e avvenire”, sia pure in modo semplice e senza retorica.
    Fraterni saluti,



    La Sezione A.M.I. di Cremona
    ASSOCIAZIONE MAZZINIANA ITALIANA onlus sezione di Cremonac/o C.S.E. onlus - 26100 CREMONA Via Ruggero Manna 3

  3. #83
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    Roma: omaggio a Mazzini nell'anniversario della nascita

    Domani 10 marzo alle ore 10.30, Piazzale Ugo La Malfa, la Regione Lazio, la Provincia e il Comune della città di Roma rendono omaggio a Giuseppe Mazzini nell'anniversario della sua nascita.
    In rappresentanza della Federazione Giovanile Repubblicana parteciperà una delegazione guidata dal Segretario Nazionale Giovanni Postorino, dal segretario cittadino FGR Francesco De Nisi e dal segretario organizzativo cittadino Emanuele Vaccaro.

    tratto da http://www.fgr-italia.it/

  4. #84
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    Riceviamo da Vittorio Bertolini

    Mazzinianesimo e relazioni industriali

    CONVEGNO PROMOSSO DAL CIRCOLO BOTTAI SUL MODELLO PARTECIPATIVO IN AZIENDA

    Quanto è «mazziniana» la responsabilità sociale

    Scioscioli: «Parlò di concordia degli obiettivi». Rodelli: «Così si cresce»

    di Andrea Viola

    .. Le imprese «ottengono migliori risultati quando basano l'attività sul dialogo. Imprenditori e dipendenti costruiscono qualcosa insieme, con una visione positiva, superando una conflittualità diffusa dalla politica all'economia. Il prezzo che l'1talia sta pagando alla rissosità è quella di un'economia che cresce lentamente - dice Rossella Rodelli Giavarini, amministratore delegato dell'Industria Laterizi Giavarini, vicepresidente dell'Unione industriali e presidente della Finco -. Se ora c'è ripresa non è merito dei governi ma del fatto che noi, imprenditori e lavoratori, ci siamo rimboccati le maniche portando il know-how italiano sul mercato globale».
    «.Alimentare le motivazioni dei lavoratori è un problema molto avvertito - aggiunge Laura Grazia Sipala, responsabile relazioni pubbliche di STMicroelectronics -. In una realtà come la nostra è indispensabile che ognuno sappia prendere decisioni in modo veloce e lavori come se fosse un'impresa nell'impresa. Deve esserci condivisione di valori, formazione e informazione su quanto accade in azienda». È' quindi sempre più importante valorizzare le risorse umane: è il messaggio emerso dal convegno a Palazzo Soragna moderato dalla giornalista della «Gazzetta» Patrizia Ginepri e organizzato dal circolo Bottai dell'Associazione mazziniana italiana. Cosa c'entri Giuseppe Mazzini con le relazioni industriali lo chiarisce lo storico Massimo Scioscioli: «Mazzini propone la partecipazione degli operai agli utili dell'impresa. e respinge l'antagonismo di classe. Propone il principio dell'associazione, la concordia negli obiettivi fra tutti i soggetti, anche in economia.». Bisogna valorizzare professionalità e motivazioni del personale.
    «Passiamo da un'economia di consumo alla società della conoscenza e, in azienda, dall'autorità all'autorevolezza nei rapporti con il management - spiega la Giavarini -. Nell'economia della conoscenza i lavoratori trovano soddisfazione e si sentono responsabili di ciò che fanno. Sono davvero imprenditori di se stessi».
    Il coinvolgimento rientra nel concetto di responsabilità sociale, che a sua volta è un insieme di obblighi delle aziende. verso gli stakholders che il sistema giuridico contempla da tempo: lo sottolinea l'avvocato Lucia Silvagna, docente di Diritto sindacale all'università di Parma.
    E anche dal mondo sindacale viene un'esortazione a cambiare mentalità in senso mazziniano. II segretario regionale della Uil Denis Merloni auspica che si diffonda fra le aziende «un insieme di buone pratiche nella gestione dei rapporti con i portatori d'interessi. Il sistema migliore è coinvolgere i lavoratori in modo leale e trasparente nelle strategie. A volte i lavoratori non paiono interessati: per questo i sindacati devono favorire questo salto culturale...

    tratto da La Gazzetta di Parma del 3 aprile 2007

  5. #85
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    Sulle tracce di Mazzini nell'Europa del novecento

    Sulle tracce di Mazzini nell'Europa del novecento è un saggio innovativo e non scontato di Tiziano Arrigoni sulle influenze mazziniane nell'europa novecentesca. “Mazzini è difficile da classificare ideologicamente e politicamente” scrive un suo recente biografo, R.Sarti, così come P. G. Zunino, parlando dell’ideologia fascista, riconosceva a Mazzini “una innegabile poliedricità (che) aveva fatto del genovese un ispiratore di uomini e tendenze diversissime”. Questo ha fatto in modo che nel novecento il pensiero mazziniano abbia seguito strade divergenti e talvolta inaspettate. In base alla documentazione contenuta nel fondo Bartalini dell’Archivio Storico della città di Piombino, Arrigoni cerca di seguirne alcune, che dall’Italia portano verso l’Inghilterra e la Turchia. Il nostro viaggio con Mazzini attraverso il novecento non può non partire da Genova (dove Bartalini ha trascorso la sua giovinezza), in particolare da un simbolo della nuova Italia post risorgimentale, ossia quel monumento a Mazzini, eretto nel Parco della Villetta nel 1882, il Mazzini cantato da Algernon Charles Swinburne (“Italia, mother of the souls of men…”). Il percorso ideale prosegue nell’Italia liberale prefascista e nel primo dopoguerra quando il Mazzini progressista venne in gran parte messo “ai margini dalla crescita del movimento socialista”, tanto che ormai “più di Mazzini era temuto Marx”, così come nella geografia elettorale italiana i repubblicani mazziniani avevano un seguito consistente solo in certe aree del paese come la Maremma toscana, la Romagna e le Marche.

    tratto da http://www.kultvirtualpress.com/index.asp

  6. #86
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    I “doveri” di Mazzini: un ritorno?

    L’articolo di Angelo Panebianco, apparso sulle pagine culturali del “Corriere della Sera” il 22 novembre, segna una tappa importante nel “ritorno” di Mazzini non tanto fra i “padri della patria” (a questo aveva già provveduto il bicentenario del 2005), quanto nel dibattito politico-culturale attuale. Panebianco sostiene che, tutto sommato, i processi in atto nelle democrazie contemporanee, imperniate sulla sopravvalutazione dell’individuo in quanto attore politico e in quanto consumatore, creano un vuoto – sul piano delle identità e dei valori sociali condivisi – riempito in parte dalla ripresa religiosa (pur in forme non sempre tradizionali), in parte dal ripiegamento consolatorio sul locale, in parte da un bisogno di vincoli inter-personali di natura familiare, che però spesso non trovano conferma nei doveri e nel comune sacrificio che lo stesso vincolo familiare comporta.
    Non c’è dubbio che Mazzini, sia sul versante della “religione civile”, sia su quello della “cultura civica”, sia, infine, su quello della democrazia come prodotto pre-politico di un’associazione libera di volontà e di passioni, oltre che d’intelligenze, rappresenti un precursore sovente dimenticato. Rispetto al Presidente Ciampi, tuttavia, che a Mazzini ha guardato nel corso del suo settennato come ad un possibile testimonial di una “cultura civica” neo-patriottica e repubblicana, Panebianco si colloca su un terreno diverso: egli, infatti, individua non solo nel dfeficit di valori collettivi, ma nella carente predisposizione a produrre legami non strumentali fra i cittadini, la debolezza del nostro sistema. E ripropone, di conseguenza, la centralità implicita della questione dei “doveri” quale perno per un possibile ripristino di uno spirito di solidarietà comune. D’altronde, Mazzini riteneva che tale spinta dovesse nascere dalla società, in modo autonomo, e che la repubblica dovesse promuoverla premiando atteggiamenti positivi e virtuosi attraverso una pedagogia tutt’altro che autoritaria. Lo stato avrebbe dovuto essere leggero e non invadente (“poche e caute leggi”: era un suo slogan); le libere associazioni avrebbero dovuto rappresentare le autentiche macchine della democrazia; il mercato delle merci e quello delle idee non avrebbero dovuto conoscere vincoli, se non per consentirne a tutti l’accesso (non virtuale, ma sostanziale). Insomma, un modo di ragionare del tutto compatibile con la democrazia politica moderna: cosa che non si può dire di altre tendenze volte al ripristino dei legami comunitari, troppo sovente in aperto conflitto con la modernità di cui siamo tutti imbevuti, fino al punto di sfiorare antistorici (e impossibili) recuperi di posizioni antiscientifiche e ipertradizionaliste. Sarà per questo che Mazzini è piaciuto tanto agli anglo-sassoni, fra Ottocento e Novecento; e che ora piace anche ad un liberale come il professor Panebianco.

    tratto da http://www.webandcad.it/AMI/comunicati/2007/18.htm

  7. #87
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    I Doveri dell'Uomo

    Corrado Ocone Norberto Bobbio amava dire che questa può essere definita «l’età dei diritti». Non a caso scelse l’espressione come titolo di un suo fortunato libro. D’altronde, la stessa parola, «diritti», genera subito un moto d’animo positivo nei cuori: è bella e moderna l’idea che ognuno possa far valere la sua dignità di persona, indipendentemente dalla nascita, dal censo, dalla religione o dalla razza. «I diritti - diceva sempre Bobbio - non vanno fondati, ma affermati»: non sono una questione di filosofia, ma di vivere civile e di buona politica. Negli ultimi anni della sua vita, constatando però che il termine veniva abusato o usato a sproposito, egli tuttavia concepì pure il progetto di scrivere un volume intitolato L’età dei doveri, che facesse da complemento e parziale correzione del precedente. Diritti e doveri, infatti, non possono essere concepiti come opposti indipendenti: essi sono in un rapporto dialettico che li tiene bene avvinti e li rende reciprocamente interdipendenti. Dimenticare questo legame non può che portare a mali e corruzione. A ricordarlo ora, in un piccolo ma edificante volume di facile lettura, è Maurizio Viroli, professore di Teoria politica all’Università di Princeton e allievo di Bobbio: L’Italia dei doveri (Rizzoli, pagg. 173, euro 12). L’intenzione che attraversa il ragionamento è di dimostrare che «una società democratica formata da cittadini persuasi di avere soltanto diritti degenera nel dominio dei prepotenti sui deboli, dei furbi sugli onesti, dei dissennati sui saggi». Ovviamente gli esempi che Viroli fa concernono soprattutto l’Italia odierna, con le sue mille malefatte riconducibili al predominio nella società di un individualismo sfrenato basato sul tornaconto personale: il particulare di cui parlava Guicciardini, per intenderci. Una società, quella italiana, dominata da gruppi di potere autoreferenziali, vere e proprie bande per interesse; familistica e amorale; chiusa e poco dinamica; antimeritocratica in modo sfacciato e impunito. Si veda a tal proposito il fortunato saggio di Roger Abravanel Meritocrazia (Garzanti, pagg. 380, euro 16,50) o, da un’altra angolazione, fra il serio e il faceto, il «manuale politicamente scorretto per aspiranti carrieristi di successo» che Pier Luigi Celli ha recentemente pubblicato con il titolo Comandare è fottere (Mondadori, pagg. 106, euro 15). Non è nemmeno un caso che in Italia la parola «dovere» venga giudicata vetusta e retorica: non riempie il cuore, ma anzi sa di zolfo. Si dimentica che solo il senso del dovere, l’idea di interesse generale, può garantire la libertà: solo se io riconosco l’uguale diritto degli altri a essere liberi come me, la mia libertà è vera e non corre pericoli. La strategia argomentativa di Viroli si muove lungo una duplice traiettoria: da una parte egli dice che a noi manca l’esperienza, che hanno avuto i paesi anglosassoni, dell’individualismo democratico; dall’altra afferma che, nonostante ciò, in certi momenti storici, l’Italia, almeno nelle sue élites migliori, ha saputo esprimere una vera idea del dovere e della libertà. Questi momenti storici sono proprio quelli che il revisionismo odierno tende a mettere in questione, il Risorgimento e la Resistenza: cioè i momenti fondativi dello Stato nazionale prima e della Repubblica poi. Anche per quel che concerne il Risorgimento, in verità, Viroli sembra prediligere l’ala repubblicana del movimento, rappresentata in particolare da Mazzini. Il quale non a caso scrisse un’opera intitolata I doveri dell’uomo: «Mazzini sa benissimo - scrive Viroli - che i diritti civili, politici e sociali sono fondamentali per la libertà di un popolo e degli individui. Ma sa anche che solo individui con un forte senso del dovere possono conquistarli e difenderli». Quanto all’individualismo democratico, esso si fonda sul pensiero di alcuni pensatori statunitensi dell’Ottocento: Emerson, Whitman e Thoreau. «L’individuo democratico - sottolinea Viroli - vuole realizzare relazioni ricche ed esteticamente belle con gli altri, ma non è né un egotista che vive solo per se stesso e con se stesso, né un comunitario, che vive solo per la comunità e nella comunità. Ciò significa che il primo dovere è di non violare i diritti degli altri, ma è altrettanto importante il dovere di agire quando i diritti degli altri sono violati». Al comportamento di Thoureau, che si rifiutò di pagare le tasse e andò in carcere perché non condivideva la politica schiavista del suo Stato, il Massachussets, si contrappone quello dei «molti italiani che non pagano le tasse per sottrarsi al dovere, e sono maestri nell’evitare con la frode e con l’inganno la sanzione della legge» (un campionario dei sotterfugi utilizzati lo si trova ora nella brillante e istruttiva inchiesta sull’evasione fiscale di Roberto Ippolito, Evasori. Chi, come, quanto, Bompiani, pagg. 201, euro 17). Un solo rilievo all’analisi di Viroli. Egli incita ad aprirsi agli altri evitando «di preoccuparsi soltanto per coloro per i quali è facile farlo: noi stessi, i nostri simili, gli amici, i nostri cari». È questa un’idea che si trova espressa anche nell’ultimo volume della filosofa di Chicago, Martha Nussbaum, appena pubblicato in Italia con il titolo Giustizia e aiuto materiale (Il Mulino, pagg. 108, euro 9): fallace è la distinzione, che secondo la Nussbaum risale a Cicerone, per cui in etica «noi dovremmo preferire concretamente chi ci è più vicino e caro, fornendo aiuto materiale a coloro che sono fuori dai confini nazionali solo quando lo si può fare senza alcun sacrificio da parte nostra». Bene, si potrebbe dire, ovviamente, se ciò significa essere giusti e non essere familisti. Male, però, se significa rispolverare le vecchie ideologie, quelle che per fare del bene al mondo intero, così in modo astratto, non esitavano a calpestare i diritti dei più vicini. In quanti per realizzare il Bene dell’Umanità non hanno visto il male che era sotto i propri occhi e sul quale potevano concretamente agire. Nei confronti di costoro, vale sempre il monito di Hannah Arendt, che in una lettera a Hermann Broch scriveva che la sola specie d’amore in cui lei credeva era non l’amore per un’idea ma quello per le persone in carne e ossa.

    tratto da http://sfoglia.ilmattino.it/mattino/...le=obj_348.xml

 

 
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