Siamo tutti consumatori, il mito feticista del nostro tempo
In libreria "Da Marx a Marx?", una raccolta di saggi a firma di economisti, filosofi e politici, da Bellofiore, Finelli e Bertinotti a Gattei e Zanini. Un bilancio critico dei marxismi italiani e un rilancio del "Capitale" come opera che può essere letta in più modi
Liberazione, 13/6/2007
Mimmo Porcaro
A ben considerarla, la controrivoluzione capitalistica degli ultimi due decenni ha impartito a tutti una severa lezione di marxismo . A chi insisteva sul ruolo produttivo e progressivo del capitalismo, tanto da farne l'alibi per conversioni ed abiure, ha risposto riaffermando il distruttivo predominio della ricchezza astratta, ossia del denaro, su ogni altra forma di ricchezza. A chi si compiaceva della "fine del lavoro" ha ricordato la centralità della subordinazione del lavoro vivo per l'estrazione di pluslavoro - e quindi di profitto. A chi teorizzava l'autonomia del politico ha tolto la terra sotto i piedi, rendendo gli apparati di Stato direttamente funzionali alla logica dell'accumulazione del capitale, o addirittura trasformandoli in imprese tout court. Una lezione, questa, che il movimento operaio, a causa della quasi completa subordinazione pratica e teorica dei suoi apparati sindacali e politici, non ha potuto cogliere, e che i nuovi movimenti hanno potuto leggere solo in forme particolari e limitate. Almeno fino ad ora.
Ora, infatti, riannodando i fili di ricerche vivaci, ma disperse, una seria ripresa della riflessione su Marx ci si viene presentando: e il bel volume Da Marx a Marx? Un bilancio del marxismi italiani del Novecento (manifestolibri, 2007, pp. 272, euro 28) curato da Riccardo Bellofiore, ne è un frutto assai interessante e promettente.
Interessante perché va al cuore del problema: nelle precedenti stagioni del marxismo italiano, come ben documenta l'efficace sintesi proposta da Cristina Corradi all'inizio del volume, la presenza del Capitale è stata sporadica e poco incisiva (e ciò ha indotto infondati attivismi, ingenui evoluzionismi, nonché le deboli e non innocenti teorie dell'autonomia del politico sopra ricordate). Oggi, sulla base di quella lezione di cui ho appena detto, è possibile invece nutrire proprio col Capitale nuove analisi e nuove prassi. Promettente perché la ripresa del capolavoro marxiano avviene fuori da ogni illusione di ritorno ad una fonte incontaminata di conoscenza: e il grande libro del "Moro" ci appare come un multiversum , attraversato da diversi e spesso contraddittori modelli teorici. Che legittimano approcci differenti, trai quali si tratta di scegliere, consapevoli peraltro della feconda persistenza delle ineliminabili contraddizioni.
Tra queste ne indichiamo una, decisiva. Nel volume, sono soprattutto gli economisti (i Gattei, i Perri, i Bellofiore) a dichiarare la centralità del lavoro vivo, e della lotta attorno al tempo di lavoro, come chiave sia per la corretta impostazione della nota questione della trasformazione dei valori in prezzi di produzione, sia, e soprattutto, per la comprensione delle dinamiche attuali del capitale. Economisti assai particolari, quindi, che, a fronte di decenni di abborracciamenti teorici e politici, riportano, e in modi nuovi, la questione al suo punto: ossia alla lotta di classe. E però, come ragionare sullo svolgimento di questa lotta, sulla formazione delle soggettività, e sulla pluralità di queste ultime, lucidamente segnalata dall'intervento di Bertinotti? A fronte di chi, come Zanini, rivendica la costitutiva differenza del lavoro rispetto al capitale, e ne vede la base d'una soggettività in qualche modo "già posta", c'è chi, come Finelli, individua nel capitale il "vero" soggetto e contrappone due diverse concezioni del conflitto (e, aggiungerei, della rivoluzione), compresenti in Marx. Una che vede il capitalismo come perdita, come svuotamento di un'essenza umana originaria, che si tratterebbe di recuperare. L'altra che lo vede come produzione di una socialità specifica, nella quale le forme di dominio sono nascoste e dissimulate, e dietro la quale non sonnecchia nessuna già data "essenza umana" pronta a risvegliarsi, essendo la "nostra" socialità e soggettività da costruire ex novo , pur se con frammenti di quella precedente. E da parte sua Maria Turchetto, auspicando che la Marx renaissance sia coeva ad una rilettura di Althusser, ripropone di fatto la necessità di pensare a quella totalità molteplice , indagata dal filosofo francese, che ci pare uno snodo decisivo per la comprensione della complessità del soggetto (e del comunismo stesso). Soprattutto oggi, quando l'invasione di tutti gli ambiti sociali e di tutti gli spazi geografici da parte della merce, del denaro e dell'impresa sembra dar vita ad un mondo omogeneo, mentre si tratta di un mondo che articola forme assai diverse di sfruttamento e di soggettività, ed è diviso da conflitti geopolitici non meno acuti di quelli precedenti.
Qui si comprende quanto sia importante pensare al Capitale come ad un multiversum : porlo al centro dell'analisi è decisivo, altrettanto decisivo è capire che dalle sue pagine emerge sia un'immagine semplificata del conflitto (capitale contro lavoro), sia un'immagine multiforme, che ci permette di iniziare l'indagine sia della pluralità delle figure del capitale in lotta fra loro, sia della molteplicità delle figure del lavoro: chiave per la comprensione della fase attuale. Iniziare, ma non concludere. Uno dei limiti dell'opera principale di Marx, infatti, non sta tanto nella vecchia questione del legame fra "struttura" e "sovrastruttura" (questione risolta o decisamente ridefinita dal fatto che ormai la gran parte della sfera culturale e di quella politica è gestita da vere e proprie imprese capitalistiche) quanto nel fatto che essa "termina" limitandosi ad accennare ad una più dettagliata analisi delle classi, senza produrla. Il che ci impone sia di scavare ulteriormente nelle pagine del Capitale per trovarvi le linee guida di quell'analisi, sia di rivolgerci, proseguendo il grande tentativo di Nicos Poulantzas, alle opere politiche di Marx, dove un'embrionale teoria complessa delle classi si trova "allo stato pratico".
Dire che si tratta di problemi aperti porta con sé il rischio della discussione perpetua e inconcludente, è vero. Ma, almeno, quelli indicati da questo prezioso volume sono i problemi veri. Non quelli dei cosiddetti "poteri forti", ma quelli delle potenze sociali reali che determinano la nostra vita. Quelli dei rapporti sociali di produzione e del conflitto attorno ad essi, e dunque della necessità di pensare a nuovi assetti della pur assai mutata attività produttiva. Non quelli, importanti ma derivati , della redistribuzione dei diritti e del reddito, la cui presunta centralità ci rende così subalterni, mi pare, a quell'ideologia del cittadino consumatore che è il perno del recente tentativo di cancellare finanche il nome della "sinistra" dal lessico politico del nostro Paese.
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