G. Pansa, l'Espresso
Nel furore di questa guerra che sgomenta e ci fa tremare per il futuro, mi assale un ricordo dell'autunno scorso. Era passato qualche giorno dalla strage dell'11 settembre a New York, quando cominciò a circolare un'ipotesi su quell'attentato mai visto. L'ipotesi era fondata su una circostanza data per certa: la mattina dell'11 settembre, le migliaia di ebrei impiegati nei mestieri più vari dentro le Torri Gemelle non si erano presentati al lavoro. Proprio così: di colpo e tutti insieme. Da questa presunta notizia, derivò subito un'ipotesi a due facce. Gli ebrei avevano saputo in anticipo della strage e si erano defilati tacendo. Oppure, la strage era stata compiuta o favorita dagli israeliani, dal loro mitico servizio segreto, per chissà quali scopi oscuri.
Se non rammento male, la notizia della fuga previdente degli ebrei dalle Torri Gemelle venne data da una radio nord-africana. In Italia qualcuno la rilanciò e prese subito a diffondersi, come il fuoco in un sottobosco secco. Mi capitò di leggerla su un'agenzia d'informazioni. E nei giorni successivi la sentii ripetere da decine di persone che, a loro volta, l'avevano appresa chissà dove. Insomma, un classico caso di leggenda metropolitana. Che a forza di essere raccontata, poco alla volta diventa credibile e poi vera.
In quei giorni mi resi conto che la connessione ebrei-strage dell'11 settembre non era ritenuta da tutti inverosimile e stupidamente perversa. Anzi, più il mio interlocutore era colto, informato e dietrologo, più la sentivo confermare, con una conclusione che non ammetteva repliche: «Pur di accrescere la loro potenza e quella dello Stato di Israele, gli ebrei sono capaci di tutto!».
Dove avevo già ascoltato o letto parole simili? Anche in questo caso mi soccorse la memoria: sessant'anni prima, alle scuole elementari, nel mio sussidiario. Eravamo nel 1941, tre anni dopo le leggi razziali volute da Mussolini e accettate dai Savoia. Ai bambini come me, la scuola fascista insegnava subito a odiare e a temere gli ebrei, una razza maledetta che, con la forza del denaro, voleva diventare la padrona del mondo. Posso ricordare una verità che viene sempre taciuta? La pensavano più o meno così tanti italiani che non erano fascisti convinti. Gli ebrei, pur integratissimi in una società che era anche la loro, venivano visti quasi sempre con occhio malevolo. Non come li dipingeva la "Difesa della razza", la rivista ufficiale dell'antisemitismo, ma quasi.
Nella mia città, un tempo sede di una comunità israelitica fiorente, durante la guerra civile del 1943-45 non ho mai sentito parlare degli ebrei rastrellati dai poliziotti del commissariato locale. E portati verso la morte, prima al campo di Fossoli e quindi ad Auschwitz. Nelle discussioni familiari, ci si accalorava sui partigiani e sui fascisti di Salò. Però non volava una parola sull'ebreo della porta accanto. Prelevato una mattina dalla famosa Balilla nera, che s'aggirava come uno squalo nel nostro ghetto. E poi svanito nel nulla.
Dopo la guerra, la faccenda non cambiò di molto. Gli ebrei scampati allo sterminio raccontavano poco o niente, anche perché s'accorgevano che la gente non aveva voglia di ascoltarli. Usciti dal recinto infernale di Auschwitz, i salvati scoprivano di essere prigionieri di un altro muro, difficile da sgretolare: quello della diffidenza per la loro storia e dell'ostilità verso lo Stato di Israele che stavano creando. Avevano contro specialmente le sinistre e i cattolici, anche se non tutti. E i fascisti, naturalmente. Per motivi diversi, ma convergenti in uno stato d'animo composito, fatto di pregiudizi culturali, di fastidio politico, di astio arroventato dall'ideologia o dalla religione.
Con il passare dei decenni, da noi il fondamentalismo antiebraico si è attenuato. E tuttavia oggi, nell'anno 2002, la condizione degli ebrei italiani è peggiore di quella fra i Sessanta e i Novanta. I fascisti, ufficialmente, non esistono più. Ma credo che un buon numero dei loro eredi sia antisemita come prima. Quanto alle sinistre e ai cattolici, una dose, piccola o grande, di antiebraismo e di antisionismo ce l'hanno in corpo molti. Come un parassita destinato a diventare sempre più vistoso di fronte a una guerra che, secondo tanti a sinistra come a destra, l'ebreo Sharon dovrebbe comunque smettere, anche se il palestinese Arafat seguitasse a coprire il terrorismo stragista dei kamikaze.
Sta in questo falso (Sharon l'oppressore, Arafat la vittima) l'origine di un mutamento profondo che s'avverte negli italiani ebrei. Con molte ragioni, si sentono colpiti da un'ingiustizia che tanti media stampati e televisivi costruiscono ogni giorno. Quella che dipinge Israele come un Golia quasi nazista che pratica lo sterminio di una popolazione inerme, fatta di donne, di vecchi e di bambini. Non è così, ma si fa sembrare che sia così.
Ecco perché i nostri amici ebrei cominciano a ribellarsi. Anch'io mi sento un ribelle come loro. E come loro rifiuto lo slogan bestiale che ci ha ricordato Amos Luzzatto, il presidente delle comunità israelitiche italiane: l'ebreo buono è soltanto quello morto.
18.04.2002






