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    [mid]http://xoomer.virgilio.it/francesco.rinaldi29/KAR_ITALIANE/Cugini di Campagna/Cugini_Di_Campagna_-_Un'altra_donna.mid[/mid]

    Adriano Viarengo, Recensione al volume di S. Mastellone, La democrazia etica di Mazzini (1837-1847), in “Rivista Storica Italiana”, fasc. 1, 2002

    I lettori ricorderanno certamente la segnalazione, stilata a suo tempo, dell’importante volume di Salvo Mastellone, uscito nel 2000 per i tipi dell’Archivio Guido Rizzi. Ora è interessante considerare questa recensione, un vero e proprio saggio di oltre 11 pagine fitte fitte, in cui Viarengo delinea il percorso di ricerca svolto da Mastellone, sottolineandone le innovazioni, scaturite soprattutto dall’approfondita lettura delle “carte inglesi”. Una conferma della centralità della figura di un Mazzini “europeo”, artefice della costruzione democratica che in quegli anni si stava abbozzando nel Vecchio continente, secondo un’interpretazione, quella di Mastellone, da cui gli studiosi di storia europea, oltre, naturalmente, a coloro che si occupano di cose mazziniane, non possono prescindere.

  2. #32
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    Predefinito tratto da LA STAMPA Web 4 settembre 2004

    Mazzini, Pantheon di carta

    L’iniziativa promossa da Nathan, non ancora Gran Maestro della Massoneria né sindaco di Roma, si colloca in sintonia con la scelta di Giolitti di limare le ali estreme dell'arena politica italiana attraverso la loro cooptazione su valori condivisi

    4/9/2004

    PER mettere in moto la fabbrica della memoria bisogna decidere, prima di tutto, a quale materia affidarsi: marmo e bronzo, ad esempio, s'impongono alla grande nel fervore di monumentalizzare i padri del Risorgimento così da tramandarne, ad unificazione nazionale avvenuta, il ricordo. Stando al Fondo Fotografico dei Musei Risorgimentali del Museo Civico di Bologna l'hit parade della monumentalizzazione del quartetto dei padri della patria vedrebbe in testa, con ben 86 monumenti, Garibaldi. Segue a significativa distanza Vittorio Emanuele II con 60 statue, per lo più equestri (il che, forse, aumenta di fatto la posizione del sovrano in classifica), mentre i soliti Mazzini e Cavour sono condannati al ruolo di fanalini di coda, rispettivamente a quota 12 e 11.
    Come va a raccontare lo storico Michele Finelli nell'interessante saggio Il monumento di carta. L’edizione nazionale degli Scritti di Giuseppe Mazzini, forse è proprio davanti alla progressiva emarginazione di Mazzini dal Pantheon dei facitori dell'Italia unita che i repubblicani - dopo la morte del loro leader, a Pisa - si pongono la questione dell'erigere un monumento all'autore dei «Doveri dell'Uomo». Un giovanissimo Ernesto Nathan, non ancora gran Maestro della Massoneria né sindaco di Roma, prende posizione contro l'idea di monumentalizzare Mazzini con una statua nella neo-capitale del Regno. Il monumento, decenni dopo, verrà realizzato ma, intanto, prevale l'opinione di destinare i fondi raccolti per la statua al finanziamento dell'edizione delle Opere di Giuseppe Mazzini. Da realizzare a cura di un'apposita Commissione editoriale (composta, tra gli altri, da Saffi e dallo stesso Nathan). Già in passato, nel 1861, l'editore Daelli aveva sfornato una dozzina di volumi coinvolgendo direttamente Mazzini, vincolato a consegnare un volume ogni quaranta giorni. Quattro anni più tardi all'editore Daelli subentra nell'impresa il libraio milanese Levino Robecchi. Ma tutte queste edizioni producono testi senza rigore filologico. Privilegiando piuttosto l'attualità politica delle tematiche mazziniane. Più avanti l'idea dell'edizione completa si riaffaccia in alternativa a forme più tradizionali, ma efficaci in un Paese ad altissimo analfabetismo quale l'Italia di allora, di celebrazioni di Mazzini con statue o busti. Così, proprio per non soggiacere a quella che Cavallotti definisce la «monumentomania» dilagante, i mazziniani insistono nell'obiettivo di erigere a Mazzini un monumento, sì, ma di carta. Realizzando l'edizione completa delle sue opere. Accade così - scrive Finelli - che «l'esule uscì dalle piazze italiane senza esservi di fatto mai entrato e in termini di visibilità è un prezzo che Mazzini pagò carissimo. La sua serietà diventò tristezza, il vestirsi di nero lo trasformò in un menagramo, la sua attività intellettuale lo rese meno eccitante di Garibaldi»". L'obiettivo di pubblicare finalmente, in un'edizione nazionale, e dunque a spese dello Stato, tutta l'opera di Mazzini, si colloca però nelle strategie politiche che all'inizio del Novecento Ernesto Nathan dispiega ambiziosamente. Ponendosi in sintonia con la scelta di Giolitti di limare le ali estreme dell'arena politica italiana attraverso la loro cooptazione su valori condivisi. Anche se nello schieramento radicale e repubblicano permangono elementi che non cedono, almeno nella forma, sulla preclusione antimonarchica. Nel marzo del 1904, alla vigilia del primo centenario della nascita dell'agitatore genovese, si giunge al paradosso di un decreto reale che delibera l'edizione nazionale delle opere di Mazzini. A questo risultato il Gran Maestro della Massoneria Nathan è giunto con una politica dei piccoli passi. E, tra questi, si annovera l'adozione del testo fondamentale di Mazzini, i «Diritti dell'Uomo» che, grazie al ministro Nasi, entra ufficialmente in tutte le scuole del Regno. Peccato che per rendere possibile l'operazione Nathan sia intervenuto spregiudicatamente sul testo mazziniano, tagliando e togliendo tutto quanto poteva turbare l'avvicinamento alle istituzioni. Sono in molti, tra i mazziniani ed i repubblicani, a rifiutare questo compromesso. Napoleone Colajanni scriverà che «in quelle soppressioni c'è alterazione sostanziale ed essenziale del pensiero di Giuseppe Mazzini, c'è la sua mutilazione che equivale ad una vera e disonestissima falsificazione». E si chiede se Nathan e soci intendano per caso «colla menzogna e colla falsificazione educare la gioventù italiana». Questa polemica, quando si vara il decreto per l'edizione nazionale dell'opera mazziniana, sembra scordata. Ma, intanto, insorge un'altra difficoltà: appare chiaro come l'impresa di inserire le prime pubblicazioni dell'edizione nazionale nelle celebrazioni del 1905 sia impossibile. I centosei volumi che, per complessive 40.000 pagine, compongono l'edizione nazionale mazziniana impiegano infatti diversi decenni - dal 1906 al 1943 - per giungere al completamento. L'avventura editoriale affidata alle cure tipografiche della Cooperativa Tipografica Editrice «Paolo Galeati» di Imola (azienda un tempo sponsorizzata da Andrea Costa, attivissimo nel far affluire un po' di lavoro verso questi bravi tipografi suoi corregionali) si rivela un delirio. A cominciare dal fatto che Nathan, nel progetto iniziale, non ha valutato l'impatto, sull'ampiezza dell'opera, di ben 40.000 lettere mazziniane (sessantaquattro volumi!). I realizzatori puntano, poi, sulla sottoscrizione in abbonamento ma questa scelta, tagliando fuori le librerie, riduce prima a poche migliaia, poi a poche centinaia, gli acquirenti dell'opera. Alla fine pur spendendo per questo monumento di carta oltre un milione di lire la si porta a realizzazione soprattutto per la dedizione totale di due personaggi che vi buttano quasi per intero le loro vite: il bravissimo curatore, lo storico Mario Menghini, e il responsabile tipografico Ugo Lambertini. I due, decennio dopo decennio, in mezzo all'oblio di tutti, tra Roma e Imola proseguono imperterriti e commoventi nella titanica impresa. Affidata, come solo da noi poteva accadere, alla follia stakanovista di due personaggi veri che sembrano uscire da un romanzo.
    LUOGHI COMUNI
    Giorgio Boatti (gboatti@venus.it)
    [mid]http://www.fmboschetto.it/musica/Albinoni_Adagio.mid[/mid]

  3. #33
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    Predefinito tratto da il PENSIERO MAZZINIANO n.2 anno 2004

    Mazzini in esilio: frammenti di vita londinese (1837-1840).

    È stato Sergio Luzzatto, con un articolo pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso marzo, a cercare di spezzare l’immagine seriosa di Mazzini, invitando ad una sua umanizzazione . È un dibattito aperto quello della presenza o meno di Mazzini nell’immaginario collettivo degli italiani, e se questa non è la sede per affrontarlo, non c’è alcun dubbio che tale processo sarà facilitato anche attraverso una sdrammatizzazione – Luzzato ha ragione – della personalità di Mazzini. È necessario assumere la consapevolezza che se la serietà, la grande carica morale dell’uomo, la dedizione assoluta alla causa politica, hanno caratterizzato positivamente la personalità di Mazzini, trasformandolo in un punto di riferimento politico ed umano, ad esse si accompagnavano doti di grande ironia e simpatia che non inficiano l’immagine del patriota, ma semmai potrebbero aiutarla ad aprirsi alla società.
    La presenza dell’Epistolario mazziniano, contenuto in ben 64 volumi dell’Edizione Nazionale, rappresenta per lo studioso una vera e propria miniera, praticamente inesauribile. Da un lato risolve un problema fondamentale, quello della mancanza delle fonti; dall’altro permette di seguire letteralmente Mazzini nella quotidianità della sua vita: se un approccio puramente psicologico alla storiografia è privo di rigore e logica, nel nostro caso la presenza di così tante lettere permette di entrare nell’intimità del patriota e di ricostruirne in maniera attendibile la personalità. Se è indubitabile dunque che l’Edizione Nazionale non sia una lettura semplice, in virtù della mole, non significa che essa non possa risultare piacevole. Anzi.
    Nell’ambito del progetto di informatizzazione dell’opera omnia mazziniana, ho riletto con piacere le lettere che l’esule scrisse alla madre tra il 1837 ed il 1840, la prima fase del suo soggiorno londinese, in una fase di distacco – in realtà apparente – dalla politica . È quel periodo che Mazzini nelle sue Note Autobiografiche definì ‘Tempesta del dubbio’, in realtà espressione fittizia creata dallo stesso esule per costruire attorno a se stesso un alone di mito e severità maggiore.
    Ciò che emerge dalla lettura di queste lettere è l’immagine diversa da quella di un uomo sull’orlo di una crisi di nervi. A mio parere infatti, il ritorno alla politica attiva di Mazzini non fu mai in discussione, nonostante il dolore che provava per la morte di Jacopo Ruffini e la delusione per il fallimento della spedizione in Savoia del 1834. Non si vuole certo negare il fatto che Mazzini, quasi fisiologicamente, ripensasse in quegli anni la sua strategia politica, ma erano le oggettive difficoltà economiche che il patriota si trovò ad affrontare a Londra a partire dal 1837 che lo turbavano maggiormente, occupando i suoi pensieri ed obbligandolo a collaborazioni con riviste inglesi e francesi che egli stesso non amava per le molte energie che richiedevano ed i pochi soldi che gli portavano.
    Il sostegno economico dei genitori, che talvolta il padre gli faceva pesare, rappresentò alla fine un’enorme sicurezza psicologica, perché gli permise comunque di intraprendere l’attività giornalistica, non redditizia da un punto di vista economico, ma importante per il suo inserimento nella realtà inglese, e successivamente gli lasciò la libertà di concentrarsi sugli obiettivi politici.
    Nonostante tutte le difficoltà di ambientamento, dalle lettere di questi anni esce il ritratto di una persona che si cimentava con i problemi della vita quotidiana con un grande senso dell’ironia.
    Del resto, e non c’è nulla di male nel dirlo, talvolta era lo stesso Mazzini che tendeva a drammatizzare alcuni aspetti della sua vita. La fama di ‘menagramo’, successivamente utilizzata in maniera scorretta dai suoi avversari politici, fu in qualche modo lanciata dallo stesso Mazzini, capace di grandi slanci autocommiserativi. Commentando con la madre la malattia di Elisa Mandrot, figlia di Lisette, grande amica del patriota durante il periodo svizzero, Mazzini scrisse il 5 giugno 1838: “In verità, quanto accade tende purtroppo a confermarmi in quella mia credenza che quanti s’accostano a me con amore devono essere colpiti da non so quale fatalità che porto con me” .
    E ancora, commentando la crisi di una rivista con la quale stava collaborando, raccontò: “Siccome è prestabilito che dovunque entro io porto rovina, così accade che il Magazzeno dove io m’era regolarmente annicchiato, pericoli” . Anche in caso di problemi legati alla nuova sistemazione, Mazzini doveva assumersene la responsabilità: “Siccome è scritto che in tutte le cose nelle quali io pongo un certo interesse ha da nascere qualche impiccio, l’affare della nostra Pensione ch’era già definito, comincia a complicarsi” .
    Per spezzare questa tendenza, ho deciso di utilizzare questo spazio per offrire uno spaccato su episodi di vita quotidiana che Mazzini si trovò ad affrontare, partendo dal suo rapporto col denaro per arrivare al suo approccio col sistematico abuso di alcolici della società inglese, passando per i grattacapi che gli diedero le domestiche inglesi . Ricordando che nel frattempo meditava sulla riorganizzazione della “Giovine Italia”, e scriveva articoli per la rivista francese Le Monde, in cui fotografava alla perfezione la situazione politica e sociale inglese .

    Il rapporto col denaro.

    Come accennato in precedenza, furono le ristrettezze economiche a creare in Mazzini le maggiori preoccupazioni. Tutte le biografie hanno parlato dei tentativi da parte dell’esule d’intraprendere un’attività commerciale di import-export con l’Italia per riassestare le magre finanze. In effetti Londra offriva la possibilità concreta per mettere in piedi questo tipo di business. Al punto che anche Mazzini, contagiato da questo clima, fu per sua stessa ammissione posseduto dal “demone mercantile” .
    Il patriota pensava di importare in Inghilterra generi alimentari italiani, ed esportare a Genova pellicce e stoffe. Ma tra partite di pasta e salame che si deperivano durante il trasporto, o spedizioni d’olio per le quali malamente riusciva a pareggiare i conti, sembra che l’esule non sapesse come orientarsi, ponendo alla madre le richieste più differenti – “so un ramo di negozio che li val tutti, e potrebbe far guadagnare molto davvero; ma vi sono difficoltà materiali moltissime nell’esecuzione: parlo dei tartufi, ossia trifole. […] Ciarlo di queste cose perché il caso potrebbe recarvi innanzi qualcuno che avesse conoscenza idonea, o indicazioni giovevoli” – o proponendole, in una lettera del 15 agosto 1838, lo smercio di capi di abbigliamento: “Quanto alla possibilità di fare le cose in privato, è difficile perché né voi, né, per esempio, Antonietta avete conoscenze: con altre persone non sarebbe: ponete a cagion d’esempio, che si mandassero, la prima volta, quattro o cinque scialli, oppure otto o nove fourrures, non v’è dubbio che una persona avente amiche e relazioni sociali, potrebbe facilmente trovare a smerciare siffatti oggetti, uno qui, uno là. Comunque, fate i vostri conti, interrogate chi sa di commercio, l’Andrea, l’altro amico, etc., e cercate risponderci esattamente […] non son dieci giorni che due italiani venuti per caso e per altro oggetto che di commercio in Londra hanno trovato da comprar trenta scialli per pochissimo, e gli hanno comprati tosto, dicendo che in Italia erano sicuri di venderli il triplo: vi sono momenti, ed ora appunto è così, ne’ quali le fourrures s’accumulano qui in gran quantità, e finito l’inverno si vendono a prezzi bassissimi, mentre altrove, e un po’ più tardi, possono ricavarsene prezzi vantaggiosi” .
    Questi brani, indicativi dell’ingenuità con cui Mazzini si avvicinò al commercio, testimoniano nel contempo la reale mancanza d’interesse per questo tipo di attività. Quando l’esule si rese conto che la vendita al dettaglio di questi prodotti avrebbe sottratto tempo all’attività politica e giornalistica, preferì, senza tanti patemi, la penna e la scrivania.
    Per spiegare questo atteggiamento, non basta semplicemente dire che Mazzini non avesse doti imprenditoriali, ma bisogna ricollegarci alla sua visione del denaro, che forse, più di ogni altra cosa, lo fece desistere. L’esule spiegava alla madre l’11 giugno del 1839: “Dice bene, in parte almeno, il padre quando mi dice che s’anche avessi ricchezze e guadagni straordinarii — cosa assai difficile — non saprei conservarle. Ma d’altra parte, perché conservare le ricchezze? e perché si cercano, se non per usarne? La sola differenza che passa tra me e molti altri è nel modo d’usarne; v’è chi ne usa nel circondarsi di lusso e di sensazioni materiali piacevoli; un altro fabbrica una casa; un terzo compra cavalli e carrozze: tutti costoro trovano in siffatte cose il loro piacere; io lo trovo in altre, e spenderei in quelle. Non v’è piacere che valga quello di consolar la miseria. Non però bisogna credere ch’io non penserei per nulla al dimani. Ho sempre pensato, che s’io potessi avere una forte somma di danaro, calcolerei subito quanto m’è necessario per vivere annualmente: per vivere, intendo, né bene né male, senza lusso, senza agi che non curo, ma nel modo che va colle mia abitudini. Mi costituirei un vitalizio per quest’oggetto. Poi, del rimanente, userei secondo le circostanze sia per altri, sia per idee mie; e certo sarei più contento che s’io tenessi il mio danaro in una cassetta, inoperoso. Vedete adunque che non disprezzo il danaro; anzi da un pezzo in qua lo desidero, e spesso mi sorprendo a pensarci, perché, nol nego, mi pesa dover lavorare scrivendo a guadagnare” .
    Generoso con gli altri, frugale con se stesso: ecco perché Mazzini badò sempre all’essenziale, non facendosi comunque mancare sigari, caffè e la buona cucina italiana. Quest’attitudine, passato il momento di difficoltà iniziale, lo fece sopravvivere all’elevato costo della vita nella capitale. E non c’è nulla di male, in fondo, nel fatto che i genitori lo sostenessero. Una volta, nel corso di una conferenza, qualcuno mi disse che Mazzini era un ‘mantenuto. Ho cercato di spiegare che Mazzini non era a Londra in vacanza premio, e che le uniche persone titolate a lamentarsi, in fondo, erano i suoi genitori. Non c’è dubbio che il padre fosse più restio nell’aprire i cordoni della borsa. Spesso la madre gli dava i soldi di nascosto, ed era a lei che Mazzini chiedeva maggiormente, utilizzando tecniche persuasive cui ognuno di noi ha fatto ricorso, almeno una volta, nella sua vita, come si evince dal brano che segue:
    “ Un’altra cosa e questo vi provi la mia confidenza. Poco prima dell’anno mi diceste che avevate in serbo una strenna per me, e ch’io vi dicessi se dovevate mandarla o no. Vi dissi di no; e vi commisi su quella un barile d’olio per uso mio, e un formaggio. Ora vi dico: se dal prezzo del barile e del formaggio avanza qualche cosa su ciò che intendevate mandarmi, mandate quel qualche cosa. Badate a quel ch’io vi dico, come condizione assoluta: da quello che m’avevate destinato, levate via le due cose ch’io vi dico: del formaggio non so il prezzo: del barile suppongo sia tra gli 80 o 90 franchi: ma forse sbaglio. Supponete che voleste mandarmi allora 250 franchi, mandatemene soli 100, perché bisogna che vi calcoliate anche il Tasso: se no è male [un libro di Torquato Tasso, N.d.A.]. Vi dirò poi, che s’io vi domando così poco, è perché posso vivere anche senza questo; ma gli sconcerti accaduti colle Riviste, e il pagare di questi Signori del magazzeno a trimestre e non a mese, e il non arrivo del bastimento, m’hanno desappointé e obbligato a calcolar su quello che ho, sicché non posso fare certe piccole spese indipendenti dal vivere; e per queste poco basta. Aggiungerò francamente che vorrei poter mettere una lira anch’io nella colletta per riunire alla madre il giovine pittore; ed è per me una specie di debito sacro. Ecco tutto. Amatemi e se non avanzava niente, mandate niente” .

    Domestiche inaffidabili ed instabili vicini di casa.

    Rapporto del tutto particolare Mazzini ebbe con il personale di servizio, domestiche e domestici. A Londra non si poteva fare a meno di averne, e così, nonostante i soldi non fossero molti, Mazzini e i suoi coinquilini, Angelo Usiglio ed i fratelli Ruffini, dovettero ricorrervi.
    Non si sa cosa portasse Mazzini, il 10 maggio del 1837, a formulare la legge per la quale “tutte le domestiche inglesi si chiamano Mary” , ma questo episodio fu il primo di una serie che egli descrisse accuratamente alla madre.
    Il 5 novembre 1837 le confidava: “Siamo contenti sempre della nostra domestica; siamo pure soddisfatti d’un altro piccolo domestico che abbiamo; ma pare che siam destinati ad avere sempre qualche cosa d’imperfetto: vi ho detto, credo, che all’ultimo mancava un braccio; a questo non manca cosa alcuna, ma abbiamo scoperto ch’è sordo: non tanto però da non potere servirci” . Oltre al nome Mary, anche la sordità doveva essere elemento comune al personale di servizio, se il 26 giugno del 1838 raccontava alla madre che la nuova domestica, irlandese, era “passabilmente sorda” .
    Nel settembre del 1839, invece, una domestica sparì: “la nostra domestica è escita l’altr’ieri per far le compere di casa, e non s’è più veduta, né se n’è saputo altro finora” . Questa fuga obbligò Mazzini e i suoi amici ad “andare a pranzo fuori di casa” , fino a quando, “tre giorni dopo capitò una donna ignota da parte sua [della domestica] a riportare il canestro, la chiave di casa, e a chiedere il salario che le veniva. Disse che andando non so dove s’era rotta una gamba. Ho ragione di sospettare che sia una storia, e che essa si trovi in incidenti d’altro genere; comunque, in casa non manca nulla: sicché s’è saldato il conto e a rivederci. Ora abbiamo un’altra donna, brutta come Dio vuole, e passabilmente stolida; ma purché risulti buona, ciò che si vedrà, non importa” .
    Alla fine dunque, un Mazzini tra il divertito ed il rassegnato concluse “esser impossibile in Londra trovar buone domestiche. Ne abbiamo già avute quattro o cinque: buonissime i due primi mesi, e non più. L’una aveva cinquanta amanti: l’altra stava quasi tutta la giornata fuori di casa; e via così. Credo che in una casa dove non sono donne, sia impossibile che la cosa vada altrimenti; perché chi è di noi che può rassegnarsi a vegliare sui menomi passi della domestica e sui difetti che si scoprono per opporsi ai principii?” .
    Oltre alle domestiche, a Mazzini capitarono anche vicini di casa piuttosto surreali. Trasferitosi a Chelsea nell’estate del 1840, il 17 agosto del 1840, raccontava alla madre: “V’ho detto io che abbiamo vicino di casa un matto? un matto quieto, inoffensivo, che vive in casa solo, con un gatto, benché abbia danari per aver domestici: ha un piccolo legno con cavallo, e lo dirige egli stesso; va a comprarsi quanto occorre per vivere; e fa tutte le piccole sue faccende regolarmente; bensì ha un’idea fissa di non so che danaro perduto, che lo tormenta di tanto in tanto, ed ei ne parla ad alta voce, piangendo e disperandosi. Ha due case, ma in una non va mai. Ha due giardini: ma s’è messo in testa che uno non è suo: sicché non vi va mai: il giardino è pieno d’erba lunga; e d’alberi di pero e d’altri frutto che maturano e cadono al suolo senza ch’alcuno li raccolga; ad alcuni ragazzi che gli stanno presso, e gli domandano di dar loro alcune di queste frutta, risponde che gli dispiace tanto, ma che non ci ha da fare. Era di professione procuratore. È uomo d’una certa età. Guarda molto, passando, la nostra casa, con guardo piuttosto affettuoso; anzi, l’altra sera, mentr’egli era in un di que’ suoi accessi, udendo Giovanni in giardino, voltò il discorso da lui al proprio giardino ove stava, dicendogli che il Signore dovea scusarlo, s’ei gli raccontava la sua storia, ma che ne avea propriamente bisogno e non ne poteva più; che soffriva tanto, etc.; poi finì lì il discorso, e rientrò senza raccontare cosa alcuna. Ne ho chiesto a diversi, e tra gli altri al mio barbiere, e tutti m’hanno detto, ch’ei non ha mai fatto male ad alcuno e s’è sempre dimostrato buonissimo. Se fossi solo, e non avessi altro da pensare, vorrei entrare in contatto con lui, e intraprenderne la cura. Dovete saper che curare un matto è sempre stata una delle mie idee; ma di quelle che non si verificheranno mai” .

    Mazzini e le abitudini (alcoliche) degli inglesi.

    I genitori italiani sono tendenzialmente protettivi, ed anche i coniugi Mazzini non sfuggirono a questa regola. Se la madre del patriota era preoccupata dal fatto che Giuseppe potesse nuotare nel Tamigi, obbligandolo ad una rassicurazione – “Ch’io mi ricordi di non prender bagni nel Tamigi? L’avete trovato: ho sempre avuta un’antipatia dichiarata a bagnarmi in fiumi, laghi, mare: soprattutto poi nel Tamigi, solcato in tutte l’ore e in tutte le direzioni da vapori, barchette, navi mercantili. Non v’è pericolo” – il padre aveva timore che il figlio potesse indulgere nell’uso di alcolici. Mazzini, che amava pasteggiare con una birra leggera , ebbe parole tranquillizzanti anche per lui: “Dunque il padre teme ch’io faccia uso di bevande spiritose, e ch’io diventi un ubbriaccone come gl’Inglesi! Levategli questa paura, perché in verità, per questo lato, sono irréprochable. Bensì, quand’anche nol fossi, egli ha un’altra garanzia materiale sull’elevazione dei prezzi di siffatte cose: carissime tutte, eccettuato il così detto gin che non ho mai assaggiato e che ubbriacca mezza la popolazione di Londra” .
    In realtà Mazzini aveva fotografato fin dal suo arrivo a Londra l’alcolismo diffuso nella società inglese, e, senza diventare un bevitore, ne subì le conseguenze, accettandole con ironia e rassegnazione. Nel novembre del 1837 aveva fissato un appuntamento con un traduttore dei suoi articoli, ma “alcune ore prima il giovane manda a dire che egli non può venire, perché essendo stato invitato a pranzo fuori, alle sette non sarà libero. Io contro-rispondo, dicendo che scelga pure un’ora più tardi, alle dieci, alle undici, a mezzanotte s’ei vuole. Ei manda a dire, che potrebbe benissimo, che alla nove sarà libero, ma non in grado di giudicar con coscienza del merito della traduzione! — Intendete? ecco un uomo, il quale molte ore prima, sa benissimo ch’ei sarà ubbriacco per tutta sera, e non può farne a meno, e ne parla come d’un affare in regola. Così tutti; qui s’ubbriaccano, non per passione, non per entraîment come s’usa, ma deliberatamente, a sangue freddo, per sistema” .
    In effetti, come osservava successivamente, sempre con la madre, “non i poveri soli, ma i direttori dei giornali sono ubbriacchi la sera; e giorni fa fu raccolta per strada e portata a un uffizio di polizia una Signora ricca, e ben nata, in uno stato d’ubbriacchezza assoluta” .
    Per questo, concludeva con la madre: “altro che il mugnaio di Sinclair! Prima che staccare gl’inglesi anche malati dalla carne e dalle bevande forti, ci vorranno più anni che non per una rivoluzione politica. Non mi pare neppure, dalle patate in fuori, che usino molti vegetabili. Mangiano molto, e molte volte: quattro o cinque al giorno: ben inteso, meno due pasti, non sono che leggiere refezioni; ma anche bevendo tè o altro, mangiano pane e burro od altro. Non so come facciano. Di più, per istrada non si vede che mangiare: i giovanotti, i commercianti, entrano, correndo pei loro affari, nelle infinite botteghe di biscotteria, pasticceria, etc., comprano qualche cosa e mangiano per istrada” , e, quasi per rassicurare la madre proseguiva: “Noi facciamo al solito colezione alle undici, e pranzo alle sei: poi non altro. Pane abbrustolito con un po’ di burro, e caffè a colezione. Minestra, un piatto di carne o d’altro con patate, e insalata a pranzo” .

    Conclusioni.

    È oggettivamente difficile, in uno spazio così limitato, lasciare spazio a tutto il materiale disponibile, ma sono numerose le pagine in cui Mazzini parla dei fiori, di cui era appassionato; del suo amore per gli animali domestici, o espone le sue teorie su un suo ipotetico matrimonio e sull’universo femminile.
    Non c’è dubbio quindi che l’Edizione Nazionale, della quale questo articolo vuole essere un invito alla riscoperta ed alla lettura, permette di fare luce su aspetti brillanti della personalità di Mazzini, rimasti schiacciati da una miriade di luoghi comuni. Che sia questa una delle chiavi di volta per avvicinare gli italiani all’immagine di Mazzini? La risposta è affermativa. Come ha fatto notare Roland Sarti “tra le figure dei ‘Padri della Patria’ quella di Mazzini è la più sfuggente. Con immagini fissate nella memoria dei ricordi di scuola, luoghi comuni e frasi rituali, la figura di Mazzini non ha l’incisività di quelle di Cavour diplomatico, Garibaldi guerrigliero, o Vittorio Emanuele II ‘re galantuomo’. Mazzini è ‘Il Maestro’, ma la designazione non spiega né la natura né lo scopo del messaggio, il quale, a prima vista, pare riducibile a pochi precetti” .
    Se Garibaldi ben si ricorda per la sciabola o per il suo poncho, si può pensare a Mazzini come un leader politico autorevole ed irreprensibile, esigente fino allo sfinimento con i suoi collaboratori, ma ironico, spiritoso e simpatico nella vita privata?
    Assolutamente sì. In tal senso il conforto a proseguire in questa direzione arriva proprio dall’Edizione Nazionale, fonte primaria di riferimento, in grado di allontanare le ombre della mera divulgazione. E, se ben valorizzata, di portare Mazzini tra gli italiani. In fondo nacque anche per questo .

    Michele Finelli

  4. #34
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    Predefinito tratto da IL TEMPO 6 febbraio 2005

    LA PROFEZIA DI MAZZINI SUL COMUNISMO

    RUGGERO GUARINI

    Cari mazziniani romani, suppongo che in questi giorni anche voi, come tutti i vostri confratelli, stiate cercando di farvi venire un’idea per offrire un contributo originale alle celebrazioni previste in tutta Italia per il bicentenario della nascita del loro eroe eponimo. Ebbene, un’idea potrebb’essere questa: perché non indite una giornata di studi dedicata interamente all’analisi e al commento di quella che a mio sommesso parere è la più memorabile delle sue pagine? Temo che i mazziniani che conoscono questa pagina siano quattro gatti. Si tratta infatti di uno dei tanti articoli che Mazzini scrisse negli anni del suo esilio inglese e sui quali solo molto di recente è caduta l’attenzione degli studiosi. In quell’articolo (l’ultimo dei sei che pubblicò fra l’agosto del ’46 e l’aprile del 1847 sul "People's Journal" di Londra) Mazzini assestò una micidiale mazzata a tutti quegli scrittori politici che durante il dibattito sul comunismo, in quegli anni vivacissimo in Europa, tendevano a escludere che l’idea comunista potesse sfociare in un una perfetta tirannia. Ma ecco la frase più stupefacente di quello scritto: «Con il comunismo avrete una centralizzazione con una gerarchia arbitraria di capi con l’intera disponibilità della proprietà comune, con il potere di decidere circa il lavoro, la capacità, i bisogni di ciascuno. E questi capi, imposti od eletti, poco importa, saranno, durante l’esercizio del loro potere, nella condizione dei padroni di schiavi degli antichi tempi; e influenzati essi medesimi dalla teoria dell’interesse che rappresentano, sedotti dall’immenso potere concentrato nelle loro mani, si sforzeranno di riassumere per mezzo della corruzione la dittatura delle antiche caste». Queste poche righe abbaglianti per la loro esattezza, concisione e lungimiranza le ho appena lette sfogliando un librettino fresco di stampa dello storico Salvo Mastellone (ìPensieri sulla democrazia in Europa”, Feltrinelli). Esso contiene i sei articoli citati e un saggio introduttivo in cui si dimostra che Mazzini, con questi testi, dei quali si è finora misconosciuto il valore, si inserì con grande autorità nel grande dibattito sulla democrazia, che allora ferveva in Europa, accanto alle grandi star (Tocqueville, Proudhon, Cabet, Blanqui) di quella disputa memorabile. Sempre Mastellone sostiene fra l’altro che il ìManifesto dei comunisti” di Marx nacque in parte come reazione all’influenza che a suo parere Mazzini, dal suo esilio londinese, esercitava in quegli anni su tutti i movimenti democratici europei. Ipotesi, questa, non meno inedita che verosimile. Sulla sua fondatezza non ho però nessun titolo per pronunciarmi. Credo invece di averne più di uno per sostenere che la frase sopra riportata, per la sua concisa esattezza diagnostica, sia la più strepitosa profezia che sia mai stata pronunciata sul miraggio comunista. «Oltre centocinquanta anni fa – dice Salvo Mastellone – Mazzini previde la formazione della nomenklatura sovietica”. Be’, fece qualcosa di più. Previde l’esito fatalmente totalitario di ogni possibile forma di comunismo e di socialismo. E di quel tragico morbo tracciò una diagnosi non meno succinta che perfetta ed esaustiva circa un secolo prima che producesse tutti i suoi tragici effetti.

  5. #35
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    Originally posted by nuvolarossa

    UMANESIMO

    di Carlo Cantimori

    ... Credo che possa dirsi così anche dell'immanernza e della trascendernza nella sua concezione religiosa: la prima rode la seconda che formalmente la racchiude escludendo la rivelazione immediata e definitiva, gli intermediari tra Dio e l'uomo, consacrando, nella Coscienza umana, l'eresia accanto alla fede, considerando l'umanità come il verbo vivente di Dio. E Dio vive nella grandezza dell'anima umana; di questa vita è vivo quello che
    Giuseppe Mazzini adorò coll'azione, pose a fondamento del
    proprio umanesimo: umanesimo sentii di dover chiamare la
    religione mazziniana, nel 1913, prima che altri adottasse que-
    sto termine ricco di significato.
    L'apostolo Paolo direbbe senza ombra di dubbio che la diagnosi per l'Italia consiste nella relativizzazione della Rivelazione Cristiana ad opera di un'anacquamento universalista che finisce per relativizzare i fondamenti etici e spirituali della società italiana e dei suoi prodotti - oltre che artefici - politici, ad uso e consumo di un potere animato semplicemente dal potere fine a se stesso e privo dei fondamenti monoteistici di cui è sommo parassita e giocoliere.

    La diagnosi parte naturalmente dall'alto medioevo e si applica senza ritocchi alle vicende ed ai giocolieri più recenti.

    Devo ammettere che ne tollero la diagnosi a malapena e soltanto in quanto non veicolata da uno straniero ancor più giocoliere.

  6. #36
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    Predefinito tratto da CORRIERE ROMAGNA 8 febbraio 2005

    Cena repubblicana premi e onorificenze per i seguaci di Mazzini

    MONTEFIORE - I fasti del Risorgimento italiano giungono a Montefiore per essere celebrati attraverso la testimonianza dei più fedeli Repubblicani della provincia.Domani sera, 9 febbraio, in ricordo della fondazione delle Repubblica Romana, vecchi e giovani Repubblicani della provincia e della Valconca si ritroveranno alle pendici della Rocca per riportare ad antichi splendori l’antico appuntamento della Cena repubblicana, il convivio dei seguaci di Mazzini che da tempo immemorabile si svolgeva ininterrottamente proprio a Montefiore.La residenza estiva dei Malatesta vanta una profonda tradizione repubblicana in zona, mai calata negli anni. A testimonianza di questa consolidata fede c’è infatti la volontà dell’attuale Amministrazione di dedicare un centro culturale in memoria dell’ex presidente del Consiglio Giovanni Spadolini.Durante la Cena Repubblicana verranno premiati i cittadini montefioresi che si sono avvicendati nella vita politica del paese sin dalla fine degli anni ’40.Durante la serata verranno conferite le onorificenze a: Francesco Mancini, che si insediò nella pubblica amministrazione nel lontano ’49, Tullio Ermellini, Abramo Paci, Quinto e Secondo Forlani, Cesare Cecchini, Pierino Bacchini. La celebrazione si svolgerà all’Hostaria del Castello alle 21, con l’intervento dell’avvocato Luciano Manzi.

    ma.b.

  7. #37
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    Predefinito tratto da L'OPINIONE 21 febbraio 2005

    Mazzini e Gioberti: lo spirito del Risorgimento

    di Elviro Di Meo

    Il Risorgimento inteso come fede, a cui è legata la vita e lo sviluppo dell’Italia, rappresenta il nucleo centrale del pensiero politico di Vincenzo Gioberti. Quest’aspetto è stato analizzato dal punto di vista filosofico e da quello strettamente storico dal filosofo Giovanni Gentile. Nell’introduzione al volume “Nuova Protologia” di Gioberti, Gentile prospetta il valore essenzialmente politico del pensiero giobertiano sul piano della concretezza storica, pur riconoscendo “un’anima profondamente religiosa d’ispirazione e di educazione mistico – giansenistico”. È sotto questa luce che Gentile coglie l’aspetto ideale della sua scuola politica (che è anche filosofica, forse filosofica per giustificare l’ideale politico e politica per dare azione e realtà al pensiero) e che trova la propria ragione d’essere nella storia più viva, più profonda, più remota della Nazione Italiana. È da questa impostazione che il carattere ideale di guida assume il suo valore nazionale, perché solo nell’avvicinarsi alle origini più remote della vita di un popolo si riesce a coglierne gli aspetti spirituali un orientamento politico contingente insieme alla storia vissuta di una nazione. Così Gentile valuta la funzione dottrinaria di Gioberti nella storia del Risorgimento. Nella sua ricerca sul periodo eroico, quando fu posto il problema dell’esistenza italiana in quanto nazione, giudica il pensiero di Gioberti come una profezia. Per Gentile il Risorgimento è una fede ed un pensiero. Gentile analizza anche il confronto con la scuola mazziniana. Il cattolicesimo con la sua incidenza sul problema dell’unità, il problema storico dello Stato, la democrazia, ed il concetto di libertà insieme a quello di nazionalità e monarchia, sono risultati completamente permeati dal pensiero giobertiano; e se anche Mazzini ha contribuito, con la sua scuola, all’azione del Risorgimento, il suo movimento fu assorbito dal realismo politico di Cavour per quanto riguarda lo stato unitario con l’esclusione dei suoi principi fondamentali. Forse Mazzini ebbe più risonanza in campo europeo, ma non possiamo escludere Gioberti dal quadro generale dei movimenti diretti contro il “Principio di Legittimità” in lotta per la realizzazione delle varie “Nazionalità”. Come si è già accennato, Gioberti si venne a trovare di fronte all’altra guida spirituale del Risorgimento. Mazzini assunse una posizione nettamente antitetica a questi. L’incontro, momentaneo, tra i due grandi pensatori di tutto il movimento risorgimentale e la loro posizione di antitesi è stato oggetto della più accurata indagine storica. Si è cercato di ravvisare nelle due figure le idee fondamentali che sono base della Storia Italiana: la visione cattolica della vita e la valutazione laica della realtà. Da quest’impostazione la storia d’Italia viene ad essere interpretata come un susseguirsi di rivoluzione e di moti. Il carattere unitario della vita della nazione viene ad essere lacerato da una valutazione ristretta e settaria. Da qui una simile impostazione di metodo, per analizzare il pensiero politico di Gioberti e di Mazzini, annullerebbe qualsiasi possibilità di inquadramento generale della storia italiana dell’Ottocento. Il “Principio di nazionalità” che è il motivo fondamentale del Risorgimento, verrebbe ad essere se non del tutto in parte sottovalutato, escludendo l’esperienza del pensiero filosofico moderno, che con l’illuminismo e la rivoluzione francese, costituisce il fermento intimo di tutta la storia europea del secolo scorso. Infine, quel carattere nuovo che il Risorgimento ha con sé, per quei problemi e per quelle istanze del tutto sconosciute nei secoli scorsi, non potrebbe essere valutato in termini che escludono una visione ideale della vita di un popolo. Croce, nella sua valutazione del Risorgimento, ha sufficientemente dimostrato il carattere nuovo dell’intero movimento. Ma il motivo che differenzia profondamente Mazzini da Gioberti è la valutazione storica della nazionalità italiana. In termini laici e decisamente anticattolica, il pensiero politico di Mazzini coglieva gli aspetti secolari della cattolicità, limitandola nel tempo, senza comprendere che essa fosse, cioè la sorgente più viva e nascosta dell’anima italiana. Egli considerava esaurita la funzione della Chiesa nel mondo moderno. Pur convinto che le idee della rivoluzione francese avessero contribuito a dissolvere la società dell’Europa, era contrario ai principi del liberalismo politico ed economico in cui vedeva l’anarchia. Mazzini lottò contro l’europeismo francese che assorbiva uomini come Enrico Heine, Pellegrino Rossi e Giuseppe Ferrari. L’entrata di Mazzini nella politica europea, la sua guida di capo degli esuli italiani quale rappresentante e garante della nazione italiana, il suo osteggiare il primato e l’iniziativa francese, che avrebbe fatto assorbire parti sconnesse dell’Italia nell’orbita della Francia, l’iniziare a qualunque rischio e prezzo l’insurrezione italiana per dare un posto all’Italia nella coscienza europea ha un gran valore. Egli visse nell’ansia di arrivare in ritardo e che l’Italia non avrebbe trovato il suo posto nell’Europa. Fu partecipe, inoltre, del moto di spirito europeo ai vari problemi posti dalle “questioni nazionali”. Mazzini pensava ad un principio di legittimità trascendente, ad una sacralità del potere. “Dio e Popolo” è una formula teocratica che racchiude tutto il modo di interpretare la fonte del diritto e dell’autorità. Ma è nella peculiare considerazione della cattolicità che si ha tutta una differenziazione dottrinaria dei due sistemi propugnati da Mazzini e da Gioberti. Essi, pur valutando differentemente il Cristianesimo (idealmente e con un’istanza di modernità Gioberti; da laico, per cui l’aspetto storico ne annullava la portata universale ed eterna, il Mazzini), riconobbero entrambi l’importanza fondamentale del cattolicesimo nella vita dell’Italia e ne accettarono la realtà nel problema della “Questione nazionale”. In seguito, i nemici politici accusarono Gioberti di appartenere alla società fondata dal Mazzini. Essi si rifacevano all’incontro ideale, in verità di breve durata, avvenuto per la pubblicazione di un articolo di Gioberti, apparso su un numero del periodico “La Giovane Italia”. Questa polemica, infatti, fu ripresa nel 1849, quando, a scopo di livore politico, fu ripubblicata l’ardita lettera del 1833 – “Della Repubblica e del Cristianesimo”, pubblicata col nome di “Demofilo” nel fascicolo 6 della Giovane Italia nel 1834 (24 Settembre).

  8. #38
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    Predefinito tratto da www.pri.it

    Quella di Mazzini a fumetti mi sembra un’ottima idea

    Cari amici, leggo, sulla "Voce" di giovedì 3 marzo, giuntami con qualche ritardo, una nota relativa ad una polemica circa "Mazzini a fumetti"

    Non ho seguito i precedenti, ma posso intuirne i contorni.

    Mi fa piacere aggiungere alcune informazioni, e soprattutto alcune considerazioni finali, poiché mi ritengo, in qualche modo, una antesignana di una proposta simile, fatta più di un anno fa, insieme ad un mio pacchetto di proposte per il Bicentenario mazziniano, tese a rendere più popolare e conosciuto il nostro Maestro.

    Sono convinta infatti che una delle cause della scarsa conoscenza popolare di Mazzini , accanto ad una precisa volontà politica, sia da attribuirsi alla tendenza a dipingere il Nostro sempre come un noioso pensatore, per di più menagramo, e mai si sono messi in evidenza i tratti umani più interessanti e attraenti anche per i meno acculturati. Procedendo sempre sulla stessa linea, mai riusciremo a fare diventare popolare il vero promotore del Risorgimento e dell’unità d’Italia, il vero eroe, accanto al fascinoso Garibaldi e "sopra" Cavour.

    Immaginavo, a ragione vista la composizione del Comitato Nazionale, che si sarebbero previste iniziative di alto contenuto culturale, che, inevitabilmente sarebbero rimaste circoscritte ad un ambito accademico molto elevato e destinate ad essere, ancora una volta, sconosciute alla generalità delle persone e in particolare ai giovani, che hanno sempre bisogno di stimoli visivi, più attuali e vicini a loro per farli interessare e avvicinare ad un personaggio storico, ormai molto lontano nel tempo. Insomma, credo sia l’occasione per "togliere le ragnatele" alla figura del nostro Mazzini

    Le sintetizzo :

    1 Una breve serie televisiva su Mazzini, per fare finalmente conoscere anche l’Uomo, la sua vita avventurosa di esule sempre braccato dalla polizia, le sue relazioni sociali, le sue iniziative culturali, la sua grande capacità di scrittore e giornalista, la sua passione per la musica, i suoi tanti ammiratori e ammiratrici.

    2 La pubblicazione di un album di figurine sulla storia del Risorgimento con particolare riferimento a Mazzini, adatta ai ragazzini delle scuole medie (ho preso l’idea da una analoga iniziativa di trent’anni or sono).

    3 Un sito internet dedicato a Mazzini e agli eventi programmati in tutta Italia per celebrarne la figura, naturalmente collegato con tutti i possibili links dedicati.

    Tutto considerato mi sembra vadano in questa direzione anche le riflessioni dell’amico Michele Finelli che, con il suo interessante studio "Il monumento di carta", lamentando la scarsità di monumenti – il mezzo di più immediato riscontro popolare dell’Ottocento - eretti nelle piazze a gloria di Mazzini, in confronto a quelli dedicati a Garibaldi, ritiene, a ragione, la pubblicazione di tutti gli scritti Mazzini il monumento più importante , ma oscuro e sconosciuto ai più.

    Ebbene, presentai queste proposte all’inizio del 2004 alla Direzione Nazionale dell’Ami, di cui facevo parte, ed in particolare all’allora presidente Viroli che le accolse con entusiasmo e mi dette incarico di verificarne la fattibilità, dati i costi e le prevedibili difficoltà .

    Successivamente, nella speranza di un aiuto concreto, ebbi l’ardire di presentarle anche al Presidente della Repubblica, che molto cortesemente mi fece rispondere di apprezzare molto lo spirito e la lettera di tali proposte chiedendomi anche di tenerlo al corrente dei passi avanti in tale direzione. Ma niente altro.

    Naturalmente le presentai anche a Balzani che non nascose la difficoltà di reperire i finanziamenti, e l’attenzione dei dirigenti televisivi. In merito non ho più saputo nulla.

    Dunque se qualcuno, in Regione Lazio, ha pensato di portare avanti una iniziativa simile, o comunque con un intendimento simile, non posso non condividerla pienamente; e non posso che ritenere pretestuose e strumentali le polemiche portate avanti da alcuni amici della Mazziniana, dimentichi dei precedenti.

    Gianna Parri

  9. #39
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    Predefinito tratto da IL GIORNALE di Brescia 21 giugno 2005

    Alla scoperta del Mazzini chitarrista
    AL MUSEO MUSICALE BRESCIANO


    Quattro giorni per vedere la figura del fondatore della «Giovine Italia» sotto un’altra luce: quella del musicista. «Giuseppe Mazzini chitarrista» è il nome dell’iniziativa, organizzata dal «Museo Musicale bresciano» con la collaborazione della IX circoscrizione e dell’«Associazione Mazziniana italiana di Brescia» di via Tosio, che da domani a sabato avrà come teatro il «Museo Musicale» di via Trieste 34. Flavio Bonardi, presidente della Commissione cultura della Nona, ha sottolineato ieri che «in occasione del bicentenario della nascita dello statista italiano si è deciso di rendergli omaggio facendo conoscere un aspetto della sua vita forse poco risaputo ma di sicuro interesse». Virginio Cattaneo, direttore del «Museo Musicale», ha riassunto così i quattro appuntamenti: «niente politica, solo musica, filosofia della musica e le melodie che Mazzini amava sentire e suonare». L’inaugurazione dell’iniziativa è per domani alle 17.30 con gli interventi di Flavio Bonardi, Luigi Amedeo Biglione di Viarigi, vice presidente dell’Ateneo di Brescia e Virginio Cattaneo. Dopo l’apertura i presenti potranno assistere ad una performance che alternerà la musica amata da Mazzini, suonata da Alessandro Bono, ai brani tratti dalla sua «Filosofia della musica», interpretata da Sergio Isonni. Giovedì, sempre alle 17.30, verranno invece inaugurate due mostre: «Chitarre del periodo mazziniano» e «Musiche amate dal Mazzini e pubblicazioni mazziniane». Seguirà l’apertura del convegno «Filosofia della musica», con gli interventi di Marino Capretti, Giancarlo Colosio e Alfonso Rodella, e l’esibizione del bergamasco Giacomo Parimbelli. Venerdì alle 17.30 si svolgerà la seconda giornata del convegno con Aldo Franceschetti, Amedeo Lombardi e Silvio Pozzani. A lavori conclusi si esibirà Romina Brentan. Sabato, per la giornata conclusiva, il «Museo Musicale» dalle 17.30 alle 19.30 organizzerà delle visite guidate gratuite alle due mostre con la possibilità di suonare gli strumenti esposti. (e. r.)

  10. #40
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    Predefinito LA "TERZA VIA" DI MAZZINI, di Remo Bodei

    LA "TERZA VIA" DI MAZZINI

    di Remo Bodei

    Questo articolo riproduce parte della relazione tenuta da Remo Rodei il 3 maggio scorso all'istituto italiano di cultura di Monaco di Baviera, nell'ambito di un ciclo organizzato dal suo direttore Francesco Iurlaro.

    Tra le icone del nostro Risorgimento Mazzini appare il più defilato. Non ha il fulgore corrusco di Garibaldi, l'astuto realismo di Cavour o la baldanza dinastica di Vittorio Emanuele II. Austero, ascetico, malinconico, amareggiato dalle molte sconfitte, esule per la maggior parte della sua vita (in Francia, Svizzera e Gran Bretagna), morto in incognito a Pisa con passaporto inglese, ha visto la sua immagine offuscata anche dallo stile dei suoi scritti, talvolta sovraccarichi di retorica patriottica e di linguaggio religioso ispirato.
    Eppure, a rileggerlo oggi, con la complicità del bicentenario della nascita, si hanno delle piacevoli sorprese rispetto allo stereotipo diffuso da una mal digerita cultura scolastica. Si scopre un pensatore lucido e incisivo, capace di offrire indicazioni anche al nostro tempo, così come nel passato ne fornì ai Repubblicani storici e al Partito d'Azione. È stato infatti, un coerente, tenace e lungimirante difensore del repubblicanesimo e della democrazia, quando queste forme politiche erano rare nel mondo; ha lottato con passione per la parità tra i sessi e per l'abolizione di tutte le forme, dichiarate o subdole, di schiavitù. Ha inteso il repubblicanesimo in senso classico, quasi plutarcheo, mettendo sempre l'accento sulla prevalenza dell'interesse generale su quello individuale. Il rigore rivoluzionario, spinto sino al sacrificio di se, è parte essenziale della dottrina e del carattere di Mazzini. Egli ha dedicato parte della sua vita di cospiratore a "infangar con la voce" e a "spegnere col braccio" i tiranni e i traditori della causa e ha praticato e incoraggiato la guerriglia secondo gli schemi proposti da Carlo Bianco di Saint Jorioz in Della guerra nazionale per bande applicata all'Italia (1830) e ulteriormente elaborati da Garibaldi attraverso le esperienze latino-americane. Con esiti tragici questi saranno poi applicati nel Meridione d'Italia dai fratelli Bandiera e da Carlo Pisacane nella speranza delusa di innescare sollevazioni popolari, Mazzini ha, soprattutto, cercato di attribuire ugual valore alla libertà e all'eguaglianza. Per la libertà tramite Sismondi si è riferito non solo alla tradizione di autogoverno dei comuni medioevali italiani, ma anche alle lotte a lui contemporanee (stabilendo, fra l'altro, legami personali con Carlyle e Stuart Mill). Seguendo una linea caratteristica del pensiero italiano, si è situato nell'alveo della filosofia civile: quella che, in un contesto di Stati regionali deboli e di una Chiesa cattolica forte, non si risolge tanto agli studenti o ai dotti, quanto ai non filosofi, assumendosi il ruolo di pedagogia politica e di fattore di unità nazionale; quella, inoltre, che ha dato il meglio di sé in una sorta di critica della ragione impura, attenta cioè alla complessità del reale e al carattere impervio del cammino storico, senza però rinunciare al perseguimento della meta assegnatasi (una linea che, pur con ovvie varianti, lo accomuna a Machiavelli, Cuoco o Gramsci).
    Sebbene ignaro dell'etimologia di eleutheria greca, libertas latina o di Freiheit tedesca (del loro essere connessi, rispettivamente, a Leute, "gente", a Liebe, "amore" e a Freund e Freude, "amico" e "gioia" e, più in generale, all'idea del crescere insieme armoniosamente e senza impedimenti esterni), in Mazzini l'accento cade proprio sulla libertà collettiva, più che su quella individuale. Egli non nega il perseguimento della libertà o della felicità degli individui (pur condannando il cristianesimo perché s'interesserebbe esclusivamente della salvezza personale), ma ritiene che esso non debba occuparne l'intera esistenza e che soltanto i liberi vincoli di associazione e di solidarietà consentano di raggiungere obiettivi capaci di modificare insieme la società.
    Mazzini si e mosso con discernimento tra individualismo e collettivismo, tra il Sansimonismo, che, "mirando alla felicità sociale, distruggeva l'individualità" e la famiglia, e il Fourierismo, che, "mirando alla felicità dell'individuo,s opprimeva l'idea madre di società", Ha rivendicato sia i diritti introdotti dalle rivoluzioni moderne, sia, andando controcorrente assieme a Lamennais ,i doveri del cittadino. È stato persino profetico nei confronti del comunismo, quale si presentava alla fine degli anni quaranta dell'Ottocento. L'enfasi di questo movimento sull'"assoluta eguaglianza" non condurrebbe, qualora i suoi progetti si realizzassero, né all'eguaglianza, né alla libertà: "Avrete una gerarchia arbitraria di capi con l'intera disponibilità della proprietà comune, padroni della mente per mezzo di un'educazione esclusivista; del corpo per mezzo del potere di decidere circa il lavoro, la capacità, i bisogni di ciascuno. E questi capi imposti o eletti, poco importa […] - sedotti dall'immenso potere concentrato nelle loro mani cercheranno di perpetuarlo; si sforzeranno di riassumere, per mezzo della corruzione, la dittatura ereditaria delle antiche caste".
    Salvo Mastellone, analizzandogli articoli di Mazzini su alcune riviste inglesi tra il 1846 e il 1847 ha individuato, attraverso precisi riscontri, le implicite repliche di Marx ed Engels alle obiezioni di Mazzini nel Manifesto del partito comunista del 1848. Sebbene i rapporti tra Marx e Mazzini non fossero certo idillici, specie nella fase della Prima Internazionale del 1864, a scatenare la reciproca ostilità è stato il giudizio fortemente negativo sulla Comune di Parigi da parte di Mazzini (definito da Marx "vecchio asino reazionario"). Uno dei principali punti di dissenso tra i comunisti del tempo e Mazzini consiste nel fatto che per i primi "i proletari non hanno patria", mentre per il Genovese la Patria(quella dei popoli e non quella dei re, la "comunione di liberi e d'eguali", non la nazione in senso egoistico) è necessaria. Essa non coincide con il territorio e rappresenta l'anello di congiunzione tra la famiglia e l'umanità: "Patria e Famiglia sono come due circoli segnati dentro un circolo maggiore che li contiene, come due gradini di una scala senza i quali non potreste salire più in alto, ma sui quali non vi è permesso arrestarvi". Per questo, non vi è contraddizione tra Patria e Umanità e tra Italia ed Europa, in quanto anche l'Europa e "la leva della libertà" cui sono demandate le sorti del mondo (il Mazzini lettore di Tocqueville e ammiratore di Lincoln non è disposto ad abbandonare tale missione alla democrazia americana).
    Ogni patria deve mantenere la propria identità: quel che si richiede per un'eventuale federazione futura tra i popoli - come primo passo verso una possibile, ma oltremodo remota repubblica universale - non e l'appiattimento politico e culturale su un unico modello, ma l'aderenza ai valori repubblicani e democratici (una sorta di patriottismo costituzionale alla Habermas, verrebbe voglia di dire).
    La democrazia è un'esigenza irrinunciabile, un percorso privo di scorciatoie, che deve portare tutti i cittadini (e, segnatamente, gli operai) verso una vita meno carica d'ingiustizia e di diseguaglianza. È vero che, all'epoca, molti al solo sentir nominare la "democrazia" vedono agitarsi il fantasma del 1793: "Per loro la Democrazia è una ghigliottina sormontata da un berretto rosso". Ma non è certo questo il regime che Mazzini ha in mente e che considera ormai irresistibilmente in marcia. La democrazia, infatti, non è più "un sogno utopistico", "un'incerta previsione", "la vana fantasia di uno scrittore, o il grido lanciato per caso da un agitatore tra la folla". È una tendenza in atto, che si incarna nella storia del mondo, quale "moto di ascesa delle classi popolari desiderose di prender parte alla vita politica, finora riservata a una cerchia di privilegiati". È "il progresso di tutti attraverso tutti, grazie alla guida dei migliori e dei più saggi". Essa poggia sul "problema educativo", sulla necessità di eliminare nella società - e soprattutto tra i giovani - lo spreco di intelligenza e di energie morali: "Quanto spesso ho amaramente ripetuto, guardando giovani divenuti rovine viventi, il verso di Shakespeare: "Oh qual nobile mente giace qui spenta"". Si impone qui, evidentemente, la questione di chi eleggerà i migliori e i più saggi o, in altri termini, di "chi educherà gli educatori". Per Mazzini a guidare l'umanità verso l'immancabile Progresso è una sorta di Provvidenza, di Dio che vive nella storia. Una risposta debole, per noi, ma in grado di spiegare le ragioni del suo afflato religioso e della sua fede incrollabile.

 

 
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