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  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Tolleranza Zero...........

    da www.israele.net

    " Il messaggio che viene dalla conferenza islamica

    Da un editoriale del Jerusalem Post
    20 ottobre 2003

    " Che l'antisemitismo sia vivo e vegeto - scrive il Jerusalem Post a proposito delle dichiarazioni del primo ministro malese Mahathir Mohamad (vedi: La Conferenza Mondiale Islamica attacca il "potere degli ebrei sul mondo") - non e' piu' una novita'. Ed e' ormai risaputo che questa piaga, forgiata nella cristianita' medioevale e perfezionata nell'Europa laica, domina oggi il pensiero non solo nel mondo arabo, ma anche nel mondo islamico . Dichiarazioni assurde come quelle di Mahathir sono oggi cosi' diffuse che viene la tentazione di lasciar perdere. Ma non bisogna affatto lasciar perdere . Il fatto e' che una parte dell'umanita' gravemente frustrata impiega una quantita' crescente di tempo ed energie a fare degli ebrei il comodo capro espiatorio di tutti i suoi problemi, anziche' cercare di migliorare la propria situazione . Nessuno puo' permettersi di ignorare la retorica di Mahathir, specialmente in Europa. Se c'e' una cosa che i paesi avanzanti hanno imparato dal collasso morale che precedette l'ascesa del fascismo, e' che l'antisemitismo non deve essere tollerato ovunque si affacci . Il minimo che l'Europa puo' fare e' reagire e, se necessario, penalizzare una conferenza mondiale islamica che si esprime in modo cosi' esplicito sull'argomento ebrei . Se un miliardo e trecento milioni di musulmani vivono in condizioni di relativa poverta', certo non e' perche' sono schiacciati da pochi milioni di ebrei, ma semmai perche' si sono convinti di essere schiacciati. Quanto prima sapranno liberarsi la mente da queste fantasie, tanto prima potranno avviarsi su una strada di reale progresso .

    (Jerusalem Post, 19.10.03)
    "


    Shalom!!!

  2. #2
    SENATORE di POL
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    Predefinito

    da www.lastampa.it

    " VITTIME


    Ebrei e arabi, a ciascuno il suo terrorista

    21 ottobre 2003

    di Fiamma Nirenstein

    Mi è capitato di compiere, lavorando per La Stampa, un test inconsueto sulla differenza fra società palestinese e società israeliana, un test che dovrebbe far nascere molte domande in quelli che seguitano a parlare di odio mortale fra due società, di spirale della violenza, di simmetria del conflitto.

    Per caso, ho intervistato due presunti terroristi, uno di una parte e uno dell'altra. L'ebreo, di nome Sela Tor, l'ho incontrato dopo che lo Shabbach lo aveva trattenuto in detenzione preventiva per 27 giorni sospettato di sette omicidi, di possesso e uso d'armi, di associazione a delinquere. Sela, rilasciato da pochi giorni perché le accuse non sono state provate, pensa esattamente quello che pensa un terrorista palestinese rispetto agli ebrei: «Niente di personale, solo che i testi sacri dicono che gli arabi non devono esistere sulla mia terra. Uomini, donne e bambini, in fase di conquista della terra, sono soltanto ostacoli all'adempimento della volontà di Dio». Quindi, dice Sela, io non li ammazzo, ma se qualcuno lo fa, tanto meglio.

    Subito dopo, ecco tutte le differenze col terrorismo arabo: lo Shabbach (il servizio segreto dell'interno) ha catturato e torchiato Sela Tor, l'ha tenuto in isolamento, lo ha interrogato senza tregua al limite della tortura psicologica: sempre la luce accesa in una cella nera, minuscola, senza finestre, le mani legate durante l'interrogatorio, il bugliolo vicino al materasso per terra. Per i terroristi lo Shabbach non ha nessuna simpatia, anche se sono ebrei. Anche la società israeliana in genere non ha simpatia per Sela: persino i suoi compagni di Hebron e in genere della Yesha, l'organizzazione dei settler della Giudea e della Samaria, ha fatto un appello perché chi sa qualcosa delle organizzazioni eversive (che in un anno hanno ucciso nove arabi con agguati notturni e ne hanno ferito dozzine) vada diritto alla polizia a denunciarle; i rabbini, anche quelli ufficiali degli insediamenti, hanno fatto decine di statement contro il terrorismo, e Sela Tor li considera (mi ha detto) dei traditori, neppure dei rabbini veri.

    Quanto all'esercito, in base alle informazioni collezionate e a un colloquio degli psicologi con la recluta, ha deciso che Tor doveva restarsene a casa. Non ha mai servito Tzahal. Infine tutta la vita di Sela, che ha 22 anni, è totalmente avulsa dal contesto sociale. Sembra, con la kippà e il tallit a colori, un figlio dei fiori e di fatto ama la natura sopra ogni cosa, fa il falegname, è un no global della Torah. Ha già tre bambine, è figlio di una famiglia in cui il padre e uno dei suoi otto fratelli hanno avuto a che fare con la polizia per episodi di estremismo antiarabo, dichiara di non sentire la radio, di non leggere i giornali, di parlare solamente con «Lui». Nell'esercito il colpo definitivo per cui è stato riformato venne dato dal fatto che quando gli chiesero se sentiva le voci, rispose «ancora no, ma spero di sentirle presto, con l'aiuto di Dio».

    Adesso, veniamo a Abu Amad, come mi disse di chiamarsi un uomo di trentacinque anni che ho incontrato sul cancello della polizia preventiva di Betlemme, lo scorso 2 luglio, nel giorno dello sgombero israeliano della città e quindi della sua presa di possesso da parte della polizia comandata da un capo molto rispettato, Abu Jihad.
    Abu Amad ci è apparso pallido, vestito di nero, con gli occhialini, come un vecchio studente della Sorbona, una breve barba nera, i denti radi, la parlantina bassa e roca, da fumatore. Era venuto fuori proprio in quei momenti dal nascondiglio dove era stato rintanato per quasi due anni: membro molto conosciuto delle Brigate di Al Aqsa, protagonista di azioni terroristiche contro ebrei, che si è rifiutato di specificare, era ricercato da Israele attivamente. Si era nascosto in campagna in uno spazio ristretto e scuro, vedendo solo la persona che gli portava da mangiare, senza contatti con sua moglie e i quattro figli. Per compagnia aveva una radiolina che però non poteva sentire quasi mai per paura di essere intercettato. Insomma, un pezzo grosso, con molti conti aperti: uno che per scampare la morte o l'arresto si era dovuto nascondere sul serio.

    Anche lui pensa che gli ebrei devono semplicemente andarsene dalla sua terra, e che se muoiono - donne, bambini, tutti quanti - non c'è proprio niente di male, è la giusta lotta del popolo palestinese per la sua terra. Ma l'accoglienza sociale di questo suo modo di vedere, è tutta un'altra cosa rispetto a quella di Sela. Abu Amad è corso davanti alla polizia nel primo momento della sua libertà (dovuta all'uscita delle truppe israeliane) senza temerne per un attimo le conseguenze, anche se allora la road map ancora prometteva l'arresto dei terroristi, perché quella è casa sua: «Ero un ufficiale della polizia preventiva». E anche un membro delle Brigate di Al Aqsa? Sì, tutte e due le cose, e anche adesso non esclude di potere continuare sulla stessa strada. Ma più delle parole, possono i fatti: i poliziotti in divisa, un minuto dopo che il capo della polizia stessa ha dichiarato che adesso saranno i suoi uomini a occuparsi dei terroristi, fanno a gara nell'abbracciare il redivivo, è uno di loro che torna fra loro, il consenso è totale, l'affettuosità senza ombre. Sono baci, sorrisi, pacche sulle spalle, strette di mano.

    Uno studio recente spiega che nella società palestinese i terroristi non hanno nessuna caratteristica particolare né di emarginazione, né di ignoranza, né di fanatismo... È un atteggiamento semplicemente di main stream, un comportamento qualificato socialmente, con una quantità di ricompense nell'opinione pubblica, e talora anche nella pratica.
    Ho visto Abu Amad circondato dal consenso; Sela Tor, circondato dal dissenso. Abu Amar, pronto a rientrare nella polizia. Sela Tor, pronto a essere di nuovo beccato dalla polizia. Abu Amad fedele alle sue istituzioni, ad Arafat, cui mi ha dichiarato di essere fedele in primo luogo, alla polizia, in cambio di una totale legittimazione. Sela Tor, un misfit che nemmeno i suoi vicini di Hebron vogliono vicino, anche se non è mai stato condannato per terrorismo, arrabbiato col suo primo ministro, il suo esercito, la sua polizia, i suoi rabbini che lo delegittimano. Israele odia il terrorismo, e invece un grande mondo di estremismo islamico-nazionalista lo ama, quasi senza accorgersene, come fosse un fatto naturale. Questa è una differenza colossale, la differenza che è frapposta, come un mare, fra due mondi.
    """


    Shalom!!!

  3. #3
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    Predefinito E' vero!!

    Anche negli ultimi 10 giorni, i palestinesi con le loro azioni terroristiche hanno ucciso degli israeliani. Sicuramente 3 soldati e forse anche dei civili.

    Anche negli ultimi 10 giorni, gli israeliani con le loro azioni militari hanno ucciso dei palestinesi. Solo ieri 14 morti, tutti civili e una ottantina di feriti. Stasera a Ramallah stanno abbattendo case di civile abitazione.

    Inutile continuare ad accusare il mondo di sionismo, o peggio ancora di antisemitismo.

    Prima si capirà che tanta gente è contro la violenza e il terrorismo, da qualsiasi parte provenga, e meglio sarà per israeliani, palestinesi, iracheni (che continuano a morire), americani (che continuano a morire), e tutto il mondo.

    Finchè saranno solo gli altri ad essere brutti e cattivi, non faremo mai un passo avanti....

    Io non so cosa intenda la buona Fiamma dicendo "Israele odia il terrorismo...." Forse il terrorismo degli altri contro di loro?

  4. #4
    SENATORE di POL
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    Predefinito

    Bravo! vedo che hai capito tutto.....e non ti smentisci mai.....

    dal CorSera

    " La seconda edizione del Salone del libro storico si è aperta ieri con una discussione sulle tesi dello studioso americano


    Olocausto, perché la memoria divide

    L’ACCUSA


    Il secondo Salone del libro storico è stato inaugurato ieri a Roma negli eleganti ma rumorosi spazi della Cappa Mazzoniana alla stazione Termini tra un fischio di treno e un avviso di partenze (per sottolineare che leggere un libro è un viaggio? chissà, fatto sta che seguire un dibattito è un’avventura sonora). Ed è stata davvero una partenza ad alta velocità, visto che gli organizzatori (dall’Associazione dei librai italiani al Comune di Roma) hanno giocato la spettacolare carta suggerita dalla coordinatrice Mirella Serri: invitare Norman Finkelstein autore del saggio L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei (uscito in Italia da Rizzoli nel 2002) che ha suscitato un feroce dibattito negli Stati Uniti e in Europa per la sua proposta storico-politica. Ovvero che la Shoah sarebbe stata, dal 1967 in poi (cioè dalla Guerra dei sei giorni) uno strumento nelle mani delle grandi organizzazioni ebraiche americane che l’avrebbero sfruttata come arma psicologica filo-israeliana e anti-araba ma anche come strumento economico. Le stesse tardive restituzioni dei conti bancari lasciati nelle banche svizzere dagli ebrei finiti nei campi di concentramento nazisti, per esempio, sarebbero state «un racket di estorsioni» voluto da ben precisi gruppi ebraici americani. E il nuovo antisemitismo, assicura Finkelstein, sarebbe l’ennesimo artificio creato in funzione filo-israeliana e anti-palestinese: cioè «per confondere i ruoli tra carnefici e vittime». Che per lui sono rispettivamente gli israeliani e i palestinesi.
    L’autore, docente universitario radical-progressista, ebreo figlio di due scampati ai lager, ieri ha confrontato le sue tesi con quelle di Anna Foa, storica dell’ebraismo, e di Pierluigi Battista, editorialista de La Stampa . Finkelstein ha riproposto la sua analisi: «Fino alla guerra del 1967 apparvero in lingua inglese due soli saggi accademici sull’Olocausto, quelli di Raul Hilberg e l’altro di Gerald Reitlinger. Fino a quel momento Israele era solo un piccolo villaggio ininfluente per gli Usa. Nel frattempo gli ebrei americani erano desiderosi di assimilarsi nella società americana: e gli Usa non parlavano di Shoah perché il loro principale alleato contro l’Unione Sovietica era una Germania appena de-nazificata. Il 1967 fece scoprire Israele come potenza militare capace di contrapporsi agli arabi. Infatti solo alla fine degli anni Sessanta negli Usa la parola Olocausto cominciò ad apparire con la lettera iniziale maiuscola e preceduta dall’articolo, per sottolinearne l’unicità. In quel momento anche gli ebrei a loro volta «scoprirono» Israele e l’Olocausto». In quanto ai nostri giorni, la «ossessiva campagna» sull’Olocausto avrebbe provocato una reazione anti-ebraica e anti-israeliana in molte opinioni pubbliche del mondo.
    Battista ha contestato metodo e fonti. Il metodo: «Qui non si fa storia ma militanza politica, siamo di fronte a un personaggio che detesta chiaramente Israele, quasi una divinità laica che distribuisce i ruoli di vittime e carnefici». I riferimenti storici: «Finkelstein ha ragione quando sostiene che l’Olocausto non ha avuto nel primo dopoguerra un riconoscimento adeguato. Ma è falso che si sia arrivati fino al 1967 prima di poter leggere un libro sul quale discutere. Il Diario di Anna Frank uscì molto presto. E fu proprio la mitologia nata intorno a quella figura ad essere presa di mira dai primi negazionisti dell’Olocausto per ottenere, sostenendo l’ipotesi del falso, un risultato storicamente ben più vasto». Poi una risposta sulla vicenda mediorientale: «Finkelstein dovrebbe sapere che c’è un’asimmetria di fondo. Nessun esponente israeliano, per quanto nefanda possa essere la politica di quel Paese, progetta la distruzione dello Stato palestinese. Invece sono numerosi i gruppi palestinesi che teorizzano la distruzione dello Stato di Israele e la cacciata degli ebrei nel mare, come sostenevano gli egiziani prima della guerra del 1967».
    Rincara la dose Anna Foa: «Ha ragione Battista su Anna Frank, su di lei ci sono anche i saggi di Bettelheim. Come storico mi preoccupa molto la visione complottistica di Finkelstein di un ebraismo americano così compatto. La letteratura e la pubblicistica ebraica negli Usa sono invece molto ricche, attraversate da correnti critiche e molto diverse tra loro».
    Nel dibattito è comparso anche il nome di Silvio Berlusconi. Ha chiesto provocatoriamente alla platea Finkelstein: «Vi dice niente il fatto che il capo dell’Anti-Defamation League, potente gruppo ebraico americano, abbia premiato il vostro Berlusconi a New York solo perché è il principale alleato di Israele in Europa nonostante le sue recenti riabilitazioni di un antisemita come Mussolini?». E Anna Foa: «Io stessa non condivido quel gesto, avrei firmato l’appello contro quel premio sottoscritto dai Nobel Modigliani, Samuelson e Solow se fosse stato reso pubblico. C’è semplicemente un signore filo-Bush che segue una sua politica... Tutto qui». Ovvero: ma quale complotto.

    Paolo Conti
    "


    Shalom!!!!

  5. #5
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    per chi vuol sapere che cosa vogliono i capi Palestinesi (NON la pace e non l'indipendenza dei terroritori) .... http://www.israele.net/mappepal/pagina01.html



    da www.israele.net

    " Un filmato mostra che non c'erano civili attorno all'auto di Hamas colpita a Gaza

    22 ottobre 2003

    Ventiquattro ore dopo l'attacco di lunedi' sera da parte di elicotteri israeliani contro un veicolo con a bordo armi e terroristi Hamas nel campo palestinese di Nuseirat (striscia di Gaza), descritto da fonti palestinesi e dai media di tutto il mondo come una strage di civili innocenti, le forze aeree israeliane hanno diffuso il filmato dell'operazione nel quale si vede chiaramente che non c'era nessun civile nella strada quando i due razzi colpirono l'auto dei terroristi in fuga.
    Il filmato agli infrarossi, ripreso da un "drone" (piccolo velivolo da ricognizione senza pilota) che ha seguito tutta l'operazione, mostra la sequenza dei fatti iniziando poco prima che il primo razzo israeliano colpisca il mezzo dei terroristi Hamas. Le immagini mostrano chiaramente la strada principale del campo di Nuseirat con due veicoli che la percorrono, parecchio distanti l'uno dall'altro. L'elicottero segue il tragitto dell'auto dei terroristi, che e' il secondo dei due veicoli, e si vede il primo razzo tipo Hellfire che la colpisce in pieno. A questo punto il guidatore perde il controllo dell'auto, che va a urtare contro un albero e scompare alla vista, coperta da un edificio. Pochi secondi dopo si vede di nuovo l'auto che si muove a marcia indietro. Per tutto il tempo non si vede nessuna persona nella strada, ne' altri veicoli, fino a quando l'auto si ferma. Si vede un'ambulanza superare il veicolo danneggiato, e proseguire lungo la strada. Soltanto dopo che l'ambulanza si e' allontanata, il pilota dell'elicottero israeliano lancia il secondo razzo che colpisce nuovamente il bersaglio. A questo punto nel filmato si vedono chiaramente tre corpi che giacciono sulla strada. Per almeno due minuti e mezzo dopo la fine dell'attacco il filmato mostra l'immagine di una o due altre persone nella zona, ma nessuna nelle vicinanze del veicolo colpito.
    Lunedi' sera, dopo l'attacco, fonti palestinesi hanno diffuso in tutto il mondo la notizia che nell'azione erano state uccise otto persone e ferite altre otto a causa del secondo razzo israeliano che aveva, dicevano le fonti palestinesi, centrato in pieno una folla di civili radunatasi attorno al veicolo in fiamme.
    Fonti militari israeliane specificano che i razzi usati nell'operazione non erano abbastanza potenti da far penetrare le loro schegge attraverso il cemento, per cui e' impossibile che civili siano rimasti colpiti all'interno delle case circostanti.
    Il portavoce delle Forze di Difesa israeliane ha sottolineato che tutta la vicenda era iniziata al confine fra Israele e striscia di Gaza, nei pressi del kibbutz Nahal Oz, quando i soldati di pattuglia avevano individuato un commando di palestinesi che tentava di penetrare in Israele e avevano aperto il fuoco contro di loro, uccidendone due. A quel punto alcuni membri del commando palestinese avevano cercato di fuggire in auto verso Gaza, inseguiti dall'elicottero che infine aveva colpito il veicolo, uccidendo i terroristi Hamas che erano a bordo
    Fonti della sicurezza israeliana hanno confermato martedi' che degli undici palestinesi morti nei cinque attacchi aerei israeliani di lunedi' su obiettivi di Hamas nella striscia di Gaza, almeno sette sono stati sicuramente identificati come terroristi di Hamas. Altre vittime possono essere state provocate dall'esplosione del deposito palestinese di armi ed esplosivi colpito in un'altra operazione, sempre lunedi' a Gaza.

    (Jerusalem Post, Ha'aretz, 22.10.03)
    "


    Shalom!!!!

  6. #6
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    dalla rete

    " Dibattito a New York tra filosofi e scrittori sul ritorno dell'antisemitismo.
    Quel demone mai sconfitto.


    Di vecchio e nuovo antisemitismo, delle nuove forme moderne e subdole manon per questo meno pericolose di odio contro gli ebrei, si è discusso perquattro giorni a New York in un dibattito cui hanno partecipato scrittori,intellettuali, giornalisti, filosofi e politici.

    Al centro del convegno, promosso dal prestigioso Yivo Institute for Jewish Research, la preoccupazione per il ritorno dell'antisemitismo in Occidente e soprattutto in Europa dove al posto dei vecchi e ridicoli stereotipi ripetuti per secoli (quali: il naso adunco, il deicidio, il complotto per la conquista del mondo, il sangue per fare il pane azzimo, ecc.) si sono sostituito teorie ideologiche basate su supposte ragioni politiche ed economiche.
    Il dibattito è partito da una constatazione: il terrorismo islamico e in particolare quello di Al Qaeda, il ritorno dell'Intifada palestinese, le polemiche legate alla guerra in Iraq, hanno scatenato negli ultimi mesi unarecrudescenza di atteggiamenti e gesti anti-ebraici negli Stati Uniti e in Europa.

    I tormenti di Israele – è scritto nella presentazione dell'incontro al Yivo Institute - hanno incontrato una impressionante assenza di simpatia in molti ambienti e il diritto dello Stato ebraico alla esistenza è tornato di nuovo ad essere un argomento accettabile di discussione'.
    Soprattutto in Europa, dove la memoria collettiva dell'Olocausto avrebbe dovuto rendere impossibile il ritorno dell'antisemitismo, si assiste al risorgere "del più antico e più ignobile pregiudizio".

    Il convegno - cui hanno partecipato 35 intellettuali tra cui il filosofo francese Alain Finkielkraut, la scrittrice iraniana Azar Nafisi, la giornalista Fiamma Nirenstein, lo storico dell'Olocausto Daniel Goldhagen, il professore di studi afro-americani di Havard Henry Louis Gates Jr. e lo storico britannico Simon Shama - ha affrontato diversi temi: la recrudescenza di atti antisemiti nei campus universitari come Berkeley e Harvard; il collegamento tra il risorgere di sentimenti antisemiti e il ritorno in vaste aree del mondo di atteggiamenti anti-americani.

    Anche l'atteggiamento degli italiani di fronte ai problemi medio orientali e alla questione ebraica è stato oggetto di una relazione conclusiva affidata a Fiamma Nirenstein. Davanti ad una platea attenta e stupefatta Nirenstein ha portato due esempi: le scritte antisemite che accompagnarono la nomina di Paolo Mieli alla presidenza della Rai e l'iniziativa di un gruppo di docenti dell'università Ca' Foscari di Venezia di proclamare un boicottaggio internazionale contro i professori israeliani.

    Davanti al caso Mieli, alla provocazione di quelle scritte, si sono avute solo 'reazioni minori' ed anche la comunità ebraica italiana ha reagito tiepidamente dimostrando, ha spiegato la giornalista, come anche all'interno del mondo ebraico europeo via sia una scarsa percezione che siamo di fronte ''non ad una nuova ondata di antisemitismo, ma ad un nuovo antisemitismo''.

    "Dobbiamo passare - ha detto Nirenstein all'affollata platea newyorchese- dall'idea della possibile eliminazione fisica degli ebrei, a quella della loro possibile eliminazione morale" e dobbiamo contrastare questo atteggiamento "usando tutte le armi storiche ed etiche, senza sensi di colpa, vergogne, paure o imbarazzi".

    Una lotta contro il pregiudizio e l'ignoranza da combattere soprattutto sul piano della discussione politica, contrastando ed opponendosi – ha ricordato Nirenstein – ad una diffusa idea in Europa che descrive Israele come una società dalle caratteristiche neonaziste. " Israele è visto come una parte di un asse del male insieme agli Usa" e non invece "per quello che è, cioè l'avamposto della difesa contro il terrorismo ".

    A distanza di pochi giorni un analogo dibattito è stato affrontato a
    Washington, dove si è tenuta l'annuale sessione plenaria della 'Task force per la cooperazione internazionale sull'istruzione, il ricordo e le ricerche sull'Olocausto', un organismo soprannazionale (costituito da 14 paesi: Italia,Argentina, Austria, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, Israele, Lithuania, Olanda, Polonia, Svezia, Gran Bretagna e Usa), fondata nel 1998 dal Primo ministro svedese Goran Persson.

    Ai lavori della seduta plenaria hanno partecipato anche osservatori di Croazia, Estonia, Lettonia, Lussemburgo e Slovacchia, tutti Paesi che stanno sviluppando programmi d'istruzione sull'Olocausto con l'aiuto della task force.

    Il discorso d'apertura dei lavori è stato pronunciato dal sottosegretario di stato americano Richard Armitage, che ha parlato della necessità di insegnare ''senza tregua'' la storia dell'Olocausto, anche come messaggio di tolleranza.

    Al centro dell'attenzione dei delegati il discorso tenuto da Simone Vail, ex ministro francese ed ex internata prima a Auschwitz e poi a Bergen Belsen, che ha denunciato il risorgere soprattutto in Francia di un antisemitismo dal nuovo volto che si nasconde nell'antisionismo .
    "


    Shalom!!!!

  7. #7
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    da www.israele.net

    " Diritto internazionale e terrorismo

    Da un editoriale del Jerusalem Post
    13 ottobre 2003

    Il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder si e' affrettato, una settimana fa, a condannare l'operazione aerea israeliana contro una base d'addestramento usata da terroristi della Jihad Islamica in Siria. "La violazione della sovranita' di un paese terzo - ha dichiarato durante una visita di stato in Egitto - non e' accettabile". La Francia si a' aggiunta al coro: "Inaccettabile"; la Gran Bretagna pure; il Canada ha stigmatizzato la "escalation" e cosi' via.
    Non e' che la comunita' internazionale (mettendo da parte gli Usa) vieti ad Israele di esercitare il suo diritto alla legittima autodifesa. Semplicemente la comunita' internazionale e' convinta che "la lotta contro il terrorismo deve svolgersi nell'ambito delle regole del diritto internazionale", per dirla con le parole del rappresentante dell'Unione Europea Javier Solana.
    Secondo tali regole, Israele non puo' imporre la chiusura alle citta' palestinesi perche' facendolo danneggia anche la popolazione innocente. Per lo stesso motivo, Israele non puo' demolire le abitazioni usate dai terroristi suicidi ne' mandare al confino i famigliari che hanno aiutato o coperto i terroristi suicidi. Non puo' incarcerare persone accusate di attivita' terroristiche senza riconoscere loro tutte le prerogative di cui godono i cittadini di una normale societa' in pace e senza terrorismo. Israele non puo' adottare la strategia di fermare e, se necessario, uccidere i terroristi e i loro mandanti perche' si tratta di esecuzioni "extra-giudiziali". Non puo' schierare i suoi soldati nelle citta' palestinesi, ne' arrestare le persone accusate di attivita' terroristiche, ne' chiudere le officine dove si fabbricano bombe e cinture esplosive, o i tunnel usati per introdurre illegalmente armi da guerra, perche' si tratta di azioni da occupazione militare. Non puo' erigere una barriera difensiva perche' e' un atto razzista e perche' farlo comporta l'esproprio di terre palestinesi. Non puo' costruire strade alternative per garantire spostamenti meno rischiosi agli israeliani che vivono nei territori perche' quegli israeliani non dovrebbero nemmeno essere dove sono e dunque sono un bersaglio "legittimo" dei terroristi. Israele non puo' attaccare le basi dove i terroristi si addestrano a massacrare civili innocenti perche' quelle basi si trovano in paesi terzi, come la Siria, e dunque colpirle significa violare la loro sovranita'. Per lo stesso motivo non puo' nemmeno sorvolare senza permesso paesi terzi, come il Libano, per monitorare le attivita' potenzialmente devastanti di gruppi terroristici ostili. Naturalmente Israele non puo' possedere armi nucleari e non puo' attaccare paesi apertamente ostili che cercano di dotarsi di armi nucleari.
    Israele non puo' fare nulla di tutto questo.
    Sarebbe utile che i nostri amici europei e canadesi si degnassero di indicarci piu' esattamente che cosa Israele potrebbe fare per combattere il terrorismo "nell'ambito delle regole del diritto internazionale". […] Non siamo pregiudizialmente scettici verso il diritto internazionale. Ma siamo risolutamente contrari a un'interpretazione del diritto internazionale che non lascia a Israele nessuna concreta possibilita' di difendersi dall'aggressione terroristica. Siamo contrari all'invocare il diritto internazionale sempre e solo contro la parte che sta cercando di esercitare il proprio diritto di legittima autodifesa. Siamo contrari a leggi internazionali che le nazioni occidentali non applicherebbero mai a se stesse se si trovassero a subire un attacco terroristico come quello che subisce Israele .

    (Jerusalem Post, 9.10.03)
    "


    Shalom!!!

  8. #8
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  9. #9
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    Ma tu credi davvero che gli israeliani (ed il loro governo) siano tutti buoni ed onesti ed i palestinesi tutti stronzi?

    O reciti per intrattenere più persone nel forum che moderi?

  10. #10
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    Non ho mai detto una simile idiozia. Tu invece sei riuscito persino a pensarla anche se per attribuirla ad altri.
    Shalom belloccio.

 

 
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