a proposito delle ipocrisie degli strabici "filo-palestinesi" (ossia che incoraggiano oggettivamente la leadership palestinese a continuare la politica suicida.....di cui i terroristi suicidi sono la logica conseguenza)......vediamo un po' come razzolano i predicatori delle "istituzioni internazionali"....
da www.shalom.it
" Il doppio modo di giudicare i crimini di guerra
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Più per caso che per dolo, il 19 agosto verrà ricordato dalle Nazioni Unite un po' come lo ricorderanno gli israeliani: un giorno tragico dove la violenza assassina del terrorismo ha colpito ancora, massacrando a poche ore di distanza decine di vittime innocenti.
Le Nazioni Unite seppelliranno i loro morti e chiederanno giustizia. Chissà, forse qualcosa cambierà nel loro atteggiamento nei confronti del terrorismo e di come lo si combatte. Ma più probabilmente la reazione internazionale sarà di dissociare i due eventi ed evitare di applicare gli stessi criteri a simili oltraggi alla decenza. Così, mentre si condanna e si continuerà a condannare universalmente e senza mezzi termini il barbaro attentato a Baghdad, si sentiranno infiniti se e ma in merito all'ennesima strage degli innocenti a Gerusalemme.
Questa dualità di approccio riflette un problema più profondo dell'atteggiamento internazionale verso Israele e i palestinesi: l'esistenza di un doppio standard che favorisce i palestinesi e penalizza Israele.
La questione attentati ne è la dimostrazione più ovvia. Human Rights Watch e Amnesty International -- due tra le associazioni per la difesa dei diritti umani più autorevoli -- hanno già definito il terrorismo suicida 'un crimine contro l'umanità'. Ciononostante -- e persino dopo l'attentato alla sede dell'ONU di Baghdad -- la comunità internazionale continua a ignorare le violazioni palestinesi del diritto internazionale che invece conta con talvolta eccessivo zelo per Israele.
Si considerino le tattiche utilizzate nel conflitto e la scelta di obiettivi. Secondo le Convezioni di Ginevra, il preordinato attacco a obiettivi civili è un crimine di guerra. Portavoci palestinesi hanno ripetutamente giustificato il terrorismo suicida palestinese -- il voler sparare nel mucchio, la determinazione a colpire alla cieca civili indifesi -- descrivendolo come 'l'arma dei deboli'. Per loro stessa ammissione dunque gli attentati non sono disperati atti solitari. Sono l'arma prescelta e preferita nella strategia del conflitto adottata dai palestinesi, usata al posto di tattiche di combattimento convenzionali ammesse dal diritto internazionale, perché, sempre per ammissione stessa dei palestinesi, uccidere civili funziona. Serve a loro dire a conseguire i loro obiettivi politici. Questa è una confessione di crimini di guerra, né più né meno. Non sarebbe il caso allora di ordinare un'inchiesta ONU, così premurosa a farlo quando simili accuse vengon rivolte a Israele?
L'accusa di sangue sollevata l'anno scorso contro Israele per i fatti di Jenin è un classico esempio di come la comunità internazionale non si faccia scrupoli a ignorare le violazioni del diritto e i crimini di guerra perpetrati dai palestinesi. Le immagini di Jenin diedero senza dubbio l'impressione a prima vista che le accuse palestinesi contro Israele avessero almeno un fondo di verità. Ma se nessuno negò allora o nega oggi che Israele fosse responsabile per parte della distruzione degli edifici in un ristretto perimetro del campo profughi di Jenin, divenne presto chiaro che si trattava di danno collaterale prodotto dal feroce corpo a corpo che aveva avuto luogo nei vicoli del campo profughi, col conseguente deplorevole ma largamente inevitabile danno a persone e cose.
Né il danno collaterale dovrebbe essere trattato come un impacciato eufemismo atto a mascherare la brutalità militare: si tratta invece di un concetto legale che denota una distinzione tra eccessi di guerra contro civili indifesi -- cioè crimini di guerra -- e gli effetti collaterali di azioni militari legittime che coinvolgono senza volerlo anche obiettivi civili. Nel dibattito che seguì l'operazione israeliana a Jenin, Israele si trovò costretta a difendersi dalle accuse di crimini di guerra, cosa che dirottò l'attenzione del pubblico dalla vera questione: il terrorismo palestinese e i crimini di guerra commessi dai palestinesi dall'inizio dell'Intifadah.
Nessuno infatti si è mai sognato seriamente di far notare ai legulei dell'ONU che nei campi profughi esistevano, contrariamente al diritto internazionale e a numerose risoluzioni ONU, fabbriche di esplosivi e depositi di munizioni. Né ci si è scandalizzati per la presenza armata di centinaia di combattenti palestinesi nei campi che dovrebbero in teoria essere demilitarizzati. Che questi fatti abbiano rilievo nel discutere crimini di guerra dovrebbe essere ovvio. Il segretario generale dell'ONU Kofi Annan disse con riferimento all'Africa nel 1998 che 'I campi profughi e gli insediamenti [di profughi] devono essere mantenuti liberi da qualsiasi presenza militare e di equipaggiamento militare incluse armi e munizioni. La neutralità e il carattere umanitario dei campi e degli insediamenti devono essere scrupolosamente mantenuti'.
Di che si preoccupava Annan? 'L'impossibilità di separare elementi armati dalla popolazione ha provocato situazioni devastanti dentro e attorno ai campi e agli insediamenti... l'impatto sul benessere e la sicurezza sia dei rifugiati che delle popolazioni circostanti diviene ostaggio delle milizie che operano liberamente nei campi, spargono terrore, e costringono i civili, bambini inclusi, a combattere per loro'.
E inevitabile che tale situazione attiri il conflitto armato entro i campi profughi, e secondo il diritto internazionale la presenza militare e il loro uso come basi di partenza per operazioni ostili li trasforma in obiettivi legittimi di ritorsione da parte del nemico. Quindi, come sottolineano le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU 1208 e 1296, il diritto internazionale proibisce la militarizzazione dei campi profughi. Le autorità sotto la cui giurisdizione i campi ricadono (nel caso di Jenin, l'Autorità Palestinese) devono impedire l'infiltrazione dei campi da parte di organizzazioni militari o paramilitari. Il che significa che l'Autorità Palestinese, nel caso di Jenin, era responsabile della sua trasformazione del campo in una base militare e in un nascondiglio per elementi armati palestinesi in contravvenzione del diritto internazionale. In quanto alla distruzione avvenuta, la responsabilità doveva ricadere su quegli stessi elementi armati che, trasformando il campo profughi nella loro base e nascondiglio, hanno attirato la 'legittima ritorsione militare' del nemico.
Lo scandalo di Jenin è ancor più grave perché non si trattava solo di militarizzazione di un campo profughi. L'installazione di cariche esplosive su cadaveri, edifici e oggetti a uso civile legittimano azioni preventive da parte di un esercito contro cose che ordinariamente non dovrebbero essere prese di mira nel corso di un conflitto anche di natura urbana. L'uso di residenze civili, moschee e ospedali come nascondigli per cecchini è contrario al diritto internazionale proprio perché espone tali edifici alla legittima ritorsione del nemico, mettendo in pericolo i civili, i sacerdoti e il personale medico che vi risiedono e che sono invece protetti dal diritto di guerra. La responsabilità dell'eventuale distruzione e morte che ne segue non può essere imputata a chi attacca, ma a chi ne fa uso cinico per difendersi.
Le convenzioni di Ginevra estendono la loro protezione ai movimenti di liberazione nazionale che sono parte di un conflitto, anche quando questo avvenga su territori occupati da una forza nemica. Ma la protezione estesa ai combattenti è condizionale all'adempimento di alcune regole: le milizie devono indossare un'uniforme e/o un simbolo riconoscibile che permetta al nemico di distinguere tra combattenti nemici e civili innocenti; le armi devono essere visibili similmente per garantire tale distinzione. I combattenti palestinesi hanno invece deliberatamente scelto di mimetizzarsi con la popolazione civile circostante. La violazione delle regole sancite dal diritto internazionale li priva della sua protezione. Non si può invocare una norma se poi si procede a ignorarla. Da tre anni i palestinesi usano queste tattiche in flagrante violazione di un diritto che regolarmente invocano per difendersi da qualsiasi ritorsione israeliana. Da tre anni la comunità internazionale, così puntigliosa nell'applicazione del diritto quando si tratta di Israele, tace se sono i palestinesi a commettere crimini di guerra.
Nonostante l'applicazione delle regole enfaticamente annunciate da Kofi Annan per l'Africa nel 1998 dovrebbe avvenire ovunque in maniera uniforme e imparziale, nessuno si è premurato di richiedere un'inchiesta su crimini di guerra compiuti dai palestinesi, né tantomeno di sollevare la questione in sedi istituzionali o nei media. Eppure il diritto internazionale non dovrebbe fare eccezioni: ciò che vale per l'Africa dovrebbe valere ovunque. Quel che varrà per Baghdad dovrebbe valere anche per Gerusalemme. Invece, ancora una volta ci si può tranquillamente aspettare che le Nazioni Unite, anche quando direttamente colpite dal crimine del terrorismo, useranno un doppio standard , lasciando impuniti i crimini commessi contro Israele che intendono invece punire se commessi contro chiunque altro. "
Due Popoli, Due Stati.
Shalom!!!




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