Si potrebbe pensare che dopo millenni dai dialoghi di Platone, chiedere a qualcuno una definizione, per esempio che cos'è il bello o che cos'è il santo, dovrebbe trovare tutti preparati e capaci di dare risposte meno balorde di quelle di venticinque secoli fa. Invece anche oggi l'esperimento conduce a risultati inattesi. Tutti cadono dalle nuvole, hanno l'aria di porsi il problema per la prima volta, danno risposte che possono essere smontate con poche obbiezioni.
Alla domanda “che cos'è morale?” un professore universitario di filosofia ha da prima dimostrato un certo fastidio, perché quando un problema è molto antico ci si comporta come se esso fosse stato risolto. Invece esso è semplicemente passato di moda, è stato messo da parte. Un professore che conosco, dopo aver fatto notare che il problema etico non era di sua specifica competenza, ha infine risposto, correttamente, che è morale quello che la società pensa sia giusto fare. Ma codesta è una definizione sociologica, non filosofica. Vale per un determinato popolo e non per un altro, per un dato momento storico e non per un altro.
Inoltre esistono religioni che dettano regole morali indefettibili e cercano di resistere ai cambianti che il decorso del tempo provoca nella società. Esse affermano addirittura la superiorità della norma d’origine divina sulle leggi naturali. L’ebraismo si è posto il problema del contrasto fra morale corrente e morale religiosa, risolvendolo a favore di quest’ultima: la richiesta del sacrificio d’Isacco tende a dimostrare che la volontà di Dio deve prevalere sulla legge morale corrente. E tuttavia questa pretesa volontà di Dio cambia secondo le religioni. La legge morale islamica pretende di fruire d’un valore metafisico tale da non permettere certo la discussione o, men che meno, la contestazione. Anche se i costumi, col tempo, dovessero cambiare, la sharia non deve cambiare. Un paese non può essere moderno e tollerante, se è islamico: può essere solo tiepidamente islamico. Comunque, una cosa è sicura: le religioni pretendono d’imporre un codice morale fondato sul comando della divinità e per esse dunque non vale la definizione sociologica. Si potrebbe certo sostenere che la morale religiosa è la consacrazione della morale sociologica d’un gruppo umano in un certo momento storico, ma questo è un altro problema.
Accanto alla morale in senso sociologico e alla morale in senso religioso, che sono morali di gruppo, esiste poi la morale elaborata dal singolo. Che sia un celebre pensatore, Kant, o un signore che straparla dal barbiere, anche questa morale si pone come tendenzialmente universale. Il singolo pensa che sia “la giusta”. Non ha del resto importanza che la morale sia stata discussa per secoli e magari che alcune idee siano accettate da molti: la validità filosofica di una tesi non è fondata sulla statistica. Come la validità di una morale non è necessariamente fondata sul consenso. Se l’intera società romana classica rigetta la morale cristiana, questo non basta certo ad invalidarla.
Dunque ci sono tre tipi di morale: la morale sociologica, la morale religiosa e la morale del singolo. Le prime due sembrano molto più importanti dell'ultima, ma non è così. Il singolo si scappella dinanzi alla morale corrente e l’applica senza perplessità se deve giudicare il comportamento di un altro. Ma se deve giudicare se stesso, anche l’analfabeta diviene un filosofo ed elabora una teoria la quale, come per caso, tende a dargli ragione.
Non serve a nulla sorriderne. Dal momento che questo comportamento non è affatto eccezionale, dal momento che è anzi il comportamento di tutti, la morale prevalente per ogni individuo (e dunque per tutti) è quella sua personale: quella che usa per giudicare se stesso, sulla base della propria esperienza e dei propri interessi. La donna che è stata educata alla riprovazione dell'adulterio, e che lo ha per lunghi anni condannato senza appello, cambia opinione quando il marito la trascura o la maltratta e quell’adulterio lo commette lei stessa. Ora dirà: ma se il marito tradisce la moglie? Se si rifiuta di fare l'amore con lei? Se la lascia sempre sola? Il che corrisponde a dire: l’adulterio è da condannare salvo nei seguenti casi. La condanna non è più assoluta e si è formulata una diversa teoria morale. L'individuo normale segue la morale sociale finché essa non contrasta gravemente con quello che egli desidera fare.
Nel mondo cristiano, per spiegare questo contrasto, si parla di peccato, si dice che l’individuo "ha ceduto alla tentazione", ha violato la legge morale sapendo di violarla e perciò, dichiarandosi peccatore, l'ha nello stesso tempo riaffermata. È un'ipocrisia. Chi si accinge a commettere adulterio lo commetterebbe se sapesse che la partner è malata di AIDS? Certo che no. Questo significa che la tentazione non è irresistibile e che la legge morale ha meno importanza della salute e della vita.
Non bisognerebbe mai dire “riconosco la validità della regola che ho violata”. Socraticamente, la nostra morale è quella che risulta dalle nostre azioni. Noi reputiamo bene quello che facciamo. Se lo reputassimo veramente male, non lo faremmo.




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