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Discussione: Eutanasia...

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    Predefinito Eutanasia...

    .....e diritto.


    Cinque giudici popolari e due togati hanno assolto a Milano il professore Enzo Forzatti dall’accusa di omicidio volontario premeditato, riparando così alla barbarie della condanna di primo grado.
    In breve la sentenza dice che quando il marito staccò la spina non poteva uccidere la moglie perchè era già morta; “più precisamente – ha stabilito la corte – nessuno può provare che fosse ancora in vita”.
    Dunque, “il fatto non sussiste”, quindi nulla sulla vita cardiaca, niente sull’anima e neppure sul soffio divino.
    Quel corpo, scrive Francesco Merlo, estensore dell’articolo apparso sul Il Foglio di domenica 29 aprile dal quale ho tratto liberamente, che veniva pompato da una macchina non era più la custodia di quella donna ma il suo esilio, non più il suo vestito ma il suo sepolcro; l’ultimo segnale di vita, l’ultimo riflesso di vita era stato l’abbandono della vita, la fuga delle vita.
    Con questa sentenza i giudici hanno depenalizzato l’eutanasia, non hanno sentenziato che “il fatto non costituisce reato”; non hanno d’imperio introdotto nel codice il diritto di sopprimere la vita del malato in coma irreversibile. Hanno sottratto alla spietatezza della norma un caso che la norma non poteva contenere, hanno certificato il malessere del Diritto davanti all’eutanasia, che la legge “ancora” punisce come una brutalità omicida ma che la coscienza, anche quella dei giudici – la pubblica coscienza – da tempo riconosce come un atto d’amore, di grande e disperato atto d’amore.
    Questa sentenza dimostra che non c’è legge che non sia interpretabile secondo il dettato della pubblica coscienza, e che sempre le leggi cercano, fosse pure attraverso le sottigliezze e i cavilli, di captare il mondo, di adeguarsi al passo della società, e alla fine si spezzano sotto il loro stesso peso.
    Sentenza umile, come sempre la vera giustizia, che si rifiuta di sentenziare perché non può sentenziare sulla vita e sulla morte.
    E dimostra che c’è una inadeguatezza nel nostro codice dinanzi alla eutanasia, c’è una “vacanza” che costringe i giudici a sfoderare un rigore da Santo Uffizio e una ipocrisia barbara e inumana. Ma i giudici milanesi, non potendo sentenziare sull’eutanasia hanno sentenziato su quell’omicidio volontario che – lo capivano già tutti – non ha nulla a che vedere con l’atto d’amore compiuto dall’uomo pieno di dignità che, in quattro anni, non si è concesso un solo singhiozzo pubblico, mai un talk show, neppure un’intervista: “Io – scrisse Montanelli – non solo approvo il suo gesto, ma lo ammiro, anche se ora non vorrei trovarmi nei suoi panni, e ancor meno, vorrei trovarmi nei panni del suo giudice”.
    C’è un giudice a Milano, si potrebbe dire oggi, ma non c’è una legge.

    Quale che sia la soluzione da prendere, e al più presto, non sarà mai una giurisprudenza facile, la si chiami soluzione all’olandese o inglese: solo nell’utopia esiste per l’eutanasia la giurisprudenza “felice”.
    Ora però sappiamo che esiste la possibilità di sottrarre certi speciali casi all’oltranza del diritto, all’astrazione della norma penale.
    Forse, quella sentenza, indica la strada al legislatore; forse è un avviso ai naviganti.
    Puntando magari sulla discrezionalità del medico, che possa decidere caso per caso.
    E sull’umanità del giudice che sappia farsi da parte, non immischiarsi, perché il “fatto non sussiste”.

    C’è roba per commenti, personalmente non mi tiro indietro e mi chiedo: ci stupiremo presto davanti all’umanità del prete che saprà anch’egli farsi da parte, non immischiarsi e, per favore, nemmeno “perdonare”?. Cosa c’è da perdonare?
    Il fatto non sussiste.
    saluti

  2. #2
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    Predefinito Eutanasia, di Davide Giacalone

    Eutanasia

    Ha ragione Umberto Veronesi: l'eutanasia non c'entra niente con la penosa vicenda di Terri Schiavo. L'eutanasia è una scelta lucida, responsabile, fatta sperabilmente dall'interessato, anche se quest'ultimo non è detto sia in grado di praticarla da solo. Si tratta di persone giunte alla fase terminale della vita, affette da malattie, o comunque in condizioni non umane.



    Si presenta quando il dolore della vita non la rende più tale. Si pratica quando è la terapia a protrarre, inutilmente, la fase del dolore e della dipendenza. In questi casi, appunto, s'interrompe l'accanimento terapeutico, si risparmia al paziente un infruttuoso calvario e, così solo facendo, senza porre in atto altra pratica che la fine della cura ed il controllo del dolore, si lascia che la vita si spenga, aprendosi alla morte.
    Terri Schiavo, il cui caso sta agitando gli Stati Uniti e, di riflesso, si affaccia nell'informazione di gran parte del mondo, è questione del tutto diversa. Forse potrebbe anche tacere, per un secondo, l'orgia mediatica, e lasciare il tempo della riflessione.
    Quella povera donna ha perso la capacità di ragionare, di intendere, di interagire con la realtà, da quindici anni. Ma non è morta, si trova in uno stato vegetativo. Al tempo stesso, però, non è una terapia a tenerla in vita, bensì l'alimentazione e l'idratazione artificiali. Non prova dolore, non avverte sensazioni di alcun tipo. “Staccare la spina”, in questo caso, come ha già deciso un giudice statunitense, significa staccare l'alimentazione, lasciare che muoia per consunzione. Non è una scelta facile, davvero non vorrei trovarmi nei panni del giudice, ma, comunque, non ha nulla a che vedere con l'eutanasia.



    Voglio solo ricordare che, per la legge italiana, la mancanza irreversibile di coscienza, il coma profondo successivo ad un trauma (ad esempio un incidente stradale) autorizza l'espianto degli organi. E credo sia giusto così.

    Davide Giacalone
    http://www.davidegiacalone.it

    22 marzo 2005

    ---------------------------------------------------------
    tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
    http://www.nuvolarossa.org/modules/n...hp?storyid=702

 

 

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