Nato-Russia,il club dell'uomo bianco
di Fernando Mezzetti
La Nato accoglie la Russia e si proietta oltre gli Urali
Furi dall'asse politico militare Cina, Isalm e Africa
Unica tessera ad honorem quella al Giappone
E' il club dei paesi ricchi contro il resto del mondo
Per un’ironia della storia, la Russia viene associata alla Nato, pur non come membro di pieno diritto, nello stesso giorno in cui 47 anni fa la Mosca sovietica impose ai suoi paesi satelliti l’adesione al proprio blocco militare in contrapposizione al Patto Atlantico costituito nel ’49. Il 14 maggio 1955 l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti costituivano infatti nella capitale polacca il Patto di Varsavia, dissoltosi poi con la fine dell’impero sovietico e dell’Urss stessa. Il 14 e il 15 maggio a Reykjavik i 19 ministri degli Esteri dei paesi Nato e il ministro degli Esteri russo perfezionano le intese per la piena partecipazione russa, su una serie di problemi e aree di comune interesse per la sicurezza, ai lavori e decisioni della Nato. L’accordo, come è noto, sarà firmato a Roma il 27-28 maggio da Putin, Bush e gli altri capi dei paesi Nato. Esso comporta il più importante riallineamento strategico militare e politico dalla fine del secondo conflitto mondiale, con effetti di lunga portata sullo sviluppo interno della Russia stessa. E’ un nuovo assetto mondiale con cui la Nato, presente nel Caucaso e in alcuni paesi del centro Asia, benché non come tale ma con forze di singoli paesi (Stati Uniti, Inghilterra, Francia), arriva tramite la Russia a proiettarsi fin oltre gli Urali, verso l’immensità siberiana e il Pacifico settentrionale. Ed è la costituzione di un nuovo club di cui fanno parte le nazioni maggiormente sviluppate, più la Russia e i paesi ex socialisti già in coda per entrarvi, e che più prima che poi saranno ammessi. Di fatto, un club dell’uomo bianco contro i pericoli attuali e futuri del mondo odierno e avvenire. Restano infatti fuori la Cina, l’India, i paesi asiatici, l’intera area musulmana, l’Africa. Il Giappone, benché non membro del Club, ha una tessera di bianco ad honorem come è avvenuto di fatto finora con la Nato, e come in realtà avveniva nel Sud Africa dell’apartheid per i figli del Sol Levante.
Prima dell’11 settembre, davanti alla solitaria superpotenza americana, Putin, nel tentativo di contrastarla richiamandosi alla necessità di un mondo multipolare, aveva rafforzato i rapporti con Pechino, animata dallo stesso motivo. Nel luglio dell’anno scorso, con gran fanfara, lui e Jiang Zemin firmarono un trattato di partnership strategica ispirato proprio dalla necessità di affermare la multipolarità in funzione di contrasto alla potenza americana. E entrambi avevano ribadito la necessità di conservare il trattato ABM che Bush intendeva cancellare e dal quale a dicembre si è poi ritirato, senza che Putin avesse l’aspra reazione che molti temevano, limitandosi invece a dirsene dispiaciuto. Con gli accordi di adesso in Islanda e la loro firma a Roma tra due settimane, quel trattato, se non diventa carta straccia, resta comunque lettera morta. Putin, che più volte ha esaltato la Russia cristiana quale baluardo verso il mondo musulmano e ha a che fare col terrorismo islamico in casa e in Cecenia, con l’11 settembre ha scelto compiutamente l’Occidente. Il mese scorso, mentre si stavano perfezionando gli accordi sanzionati a Reykjavik, Putin ne aveva informato Jiang Zemin, telefonandogli a Tunisi, dove era in visita ufficiale. Pechino per ora tace, ma certo guarda preoccupata a tutto ciò,
Non è ancora piena partecipazione russa al Patto Atlantico, ma è ben di più del Concilio permanente Nato-Russia costituito nel ’97, e che malgrado la sua denominazione permanente non è mai stato, funzionando a intermittenza, finché i russi ne uscirono per la guerra nel Kossovo, e comunque in un clima fatto ancora di sospetti e diffidenze: non è mai stato infatti un organismo di “19 più 1”, ma piuttosto di “19 contro 1”, nel senso che i 19 paesi Nato concordavano le loro decisioni presentandole poi a russi che non avevano possibilità di intervento sulla loro formazione. Adesso, su temi come lotta al terrorismo, proliferazione di armi di distruzione di massa, gestione delle crisi, peacekeeping, i russi parteciperanno pienamente al processo di formazione delle decisioni, in un organismo “ a 20”. Già a Roma il 27 e 28 maggio si avrà la dimostrazione più eloquente del nuovo tipo di rapporto: i 20 sederanno a un tavolo rotondo, cioè di uguali, coi posti in ordine alfabetico, con la Russia tra Portogallo e Spagna.
Putin, nato a cresciuto a San Pietroburgo, non ha mai fatto mistero del fatto che il suo personaggio storico preferito è Pietro il Grande, lo zar che con sforzi ciclopici fece nascere sugli acquitrini della Neva e del Baltico la nuova capitale, Pietroburgo, concepita come “finestra sull’Europa”, in contrapposizione alla Mosca chiusa, slava e bizantina a un tempo, culla del Granducato di Moscovia. L’ex ufficiale del Kgb completa dunque la politica di Pietro portando la Russia nell’Europa, andando ben oltre la finestra affacciata su di essa. Già nel ’54 i successori di Stalin, nel tentativo di scompaginare l’Occidente, avevano chiesto di entrare nella Nato, che rispose definendo “completamente irreale” l’iniziativa. Dopo mezze parole in questo senso di Eltsin negli anni Novanta, il 5 marzo 2000, anniversario della morte di Stalin, Putin dichiarò in una intervista alla Bbc di “non vedere perché la Russia non possa far parte della Nato”, ricevendo come risposta da Bruxelles che “il problema non è in programma”, ma suscitando polemiche in casa, anche da parte di democratici e liberali, non solo di comunisti.
A settembre, per schierarsi con gli americani, dovette superare l’opposizione dei suoi generali; nell’avvicinarsi ora alla Nato ha dovuto superare non solo le prime, rimaste intatte, ma anche quelle di suoi collaboratori come il ministro degli Esteri e di vasti settori anche democratici, che si richiamano alla specificità russa. Torna in ballo l’antica lacerazione dello spirito russo tra occidentalisti e panslavisti, che Putin risolve con una “occidentalizzazione autoritaria”, in puro stile da Pietro il Grande, e che risponde a imperativi strategici per la Russia odierna. Non solo in senso di sviluppo economico e democratico, ma ai fini di sicurezza. In grave caduta demografica, la Russia, salvo l’arsenale nucleare, non ha più un esercito che le garantisca tranquillità ai confini meridionali, nelle turbolente aree del Caucaso. Grazie alla lotta al terrorismo, questa sua frontiera sarà garantita dalla presenza Usa e di alcuni paesi Nato. Due terzi del suo territorio sono Asia, praticamente spopolati, ma sottoposti alla pressione da Sud di un paese sovrappopolato come la Cina. Già oggi, in alcune regioni della Russia asiatica vi sono centinaia di migliaia di cinesi, industriosi e laboriosi, e che nessuno riuscirà mai a contare: si va da stime di 500mila a due milioni. Già ora la Russia ha una Chinatown a dimensione Siberia, destinata a allargarsi. Se e quando diverrà un problema, non sarà solo della Russia, ma della Nato. Cioè del nuovo club dell’uomo bianco.
(14 MAGGIO 2002; ORE 17:20)




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