siamo allo stesso livello dei peggiori paesi africani?! forse è un'esagerazione, ma il seguente articolo è la classica ricerca della pagliuzza nell'occhio altrui, quando il proprio è sbarrato da una trave. In Francia e Germania i giornalisi che si permettano delle opinioni 'politicamente scorrete' su certi temi -e sappiamo tutti quali- rischian sanzioni non minori dei colleghi del Kenia e dello Zimbabwe...
Il Kenya imbavaglia la stampa
Dopo lo Zimbabwe, anche il governo kenyota mette a punto leggi per la limitazione della libertà di espressione. Partendo da cosa si può e non si può scrivere sullo Stato.
di Massimo S. Baistrocchi
ll Kenya ha limitato la libertà di espressione.
Approvando la classica legge "ad hoc"
Sarà il governo a dire cosa poter scrivereo no
E a stabilire le relative, inevitabili, punizioni
Il mondo moderno è un mondo violento, specie per i giornalisti che, per dovere d’informazione, si avventurano nei paesi emergenti o in quelli dilaniati dalle guerre o dalle pestilenze naturali e/o provocate dall’uomo. Tra i luoghi più violenti del globo c’è senz’altro l’Africa con le sue guerriglie e le sue immense ricchezze naturali che le alimentano, con i suoi virus che corrodono gli uomini e distruggono la società - ebola, hiv-aids, malaria, meningite, tubercolosi - e con i suoi odi tribali ancestrali, la sua povertà, la sua fame. Il lavoro del giornalista, se queste sono le premesse, non è proprio facile né semplice. Esso è reso però ancora più difficile dai governanti africani, uomini che il potere lo vogliono conservare a vita e per mantenerlo sono disposti a tutto sacrificare, beninteso delle libertà degli altri.
Una disamina della situazione globale è stata fatta dal “Comitato per la Protezione dei Giornalisti” (CPJ), in occasione della Giornata Mondiale della Stampa che si celebra ogni anno il 3 maggio (quest’anno dedicata a Daniel Pearl, il corrispondente del Wall Street Journal, assassinato in Pakistan da estremisti islamici). Dopo la Cisgiordania, la Colombia e l’Afghanistan - tormentate da situazioni contingenti di guerra, terrorismo o droga - nella lista che descrive i paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti, con gravi limiti e considerevoli restrizioni alla libertà di stampa, figurano ai primi posti paesi africani quali Zimbabwe, Eritrea, Angola, Zambia, Swaziland e Liberia. Inoltre, i leader del continente Charles Taylor della Liberia, Robert Mugabe dello Zimbabwe e Zine al-Abidine Ben Ali della Tunisia, figurano rispettivamente al secondo, al quarto ed al nono posto nella lista dei principali “nemici” dei giornalisti. Nell’anno che si è chiuso, la violenza contro i giornalisti è diminuita in Algeria, Costa d’Avorio e Sierra Leone, una situazione controbilanciata da un notevole peggioramento in Rwanda e Zimbabwe (solo in questo paese più di 50 giornalisti sono stati arrestati e per due volte l’indipendente “Daily News” ha subito degli attentati con bombe). Inoltre, da “Reporters sans Frontieres” abbiamo appreso che al 3 maggio 2002 sono stati uccisi 4 giornalisti, 37 sono stati arrestati, 121 si trovano in carcere, 167 sono stati minacciati o perseguitati e 34 giornali e riviste sono stati messi al bando, molti di questi nel continente nero.
Dopo lo Zimbabwe, il Gambia, l’Uganda, ora è la volta del Kenya di cercare di “mettere ordine” in un settore delicato come quello della stampa indipendente. In un altro dei paesi africani la “democrazia” (si fa per dire, dacché le redini del potere sono nelle mani del vecchio Presidente arap Moi da 25 lunghi anni) corre oggi gravi rischi e si cerca di mettere la museruola alla stampa - facendo anche qui approvare dal Parlamento leggi restrittive - per cercare di eliminare le poche voci di dissenso e quelle che mettono in evidenza e stigmatizzano la sempre più vasta e generalizzata corruzione del regime.
In Kenya non si è però ancora giunti alla raffinatezze del vecchio Mugabe, che lo scorso gennaio fece approvare per “acclamazione” dal suo parlamento (impedendo cioè ai 57 deputati dell’opposizione di esprimersi!) il “Public Order and Security Act” che dava al governo poteri assoluti per sottomettere l’opposizione, che prevedeva condanne per chiunque “minava l’autorità del Presidente” giungendo fino alla pena capitale per chi “generava ostilità nei suoi confronti”. Questa legge ed altri due provvedimenti legislativi consimili, tra cui lo “Access to Information” (AIPP), che imbavagliava la stampa, si sono dimostrati la ricetta vincente. Poteva quindi l’opposizione di Morgan Tsvangirai e del suo MDC vincere le elezioni dello scorso marzo? Assolutamente no!
Il teorema di Mugabe è stato ora ripreso e copiato dalla dirigenza keniota che quest’anno dovrà affrontare le elezioni presidenziali e legislative. L’elemento di diversità rispetto a quello zimbabwiano è che il Presidente Arap Moi, dietro pressioni internazionali e soprattutto degli Stati Uniti, sembra (il condizionale in Africa è d’obbligo, soprattutto se si parla di Presidenti, che ritengono un loro “diritto” di essere assunti a vita) non concorrerà ad un nuovo mandato. Nelle more che cambi idea, o che riesca a trovare qualche escamotage per rimanere seduto dov’è, ecco il Parlamento approvare una prima componente del sistema - la “Statutory Law” (Miscellaneous Amendment) Bill 2002” - per cercare di imbavagliare gli editori. A questi è stato imposto un aumento spropositato del deposito cauzionale per ogni testata posseduta (passato da 10.000 scellini a un milione di scellini) e ad essi vengono ora associati i distributori ed i venditori che immettono sul mercato i giornali che non hanno pagato il deposito cauzionale o lo hanno perso.
La nuova legge stabilisce che l’editore che subisce una condanna, oltre a perdere il deposito, possa venire imprigionato da tre a cinque anni, mentre il recidivo perde ogni diritto a possedere una qualsiasi testata. La legge è stata approvata in un momento particolarmente grave della crisi politica che travaglia il Kenya: da un lato la stampa libera ed indipendente ha accusato i massimi esponenti di governo e lo stesso presidente Arap Moi, di essere i promotori dell’attuale corruzione e di aver intascato enormi somme di denaro spremendo o stornando le pubbliche commesse. Ne sono seguite una serie di querele per diffamazione e di processi per calunnia conclusisi con sentenze di risarcimento milionarie a favore dei politici. Sembra superfluo aggiungere che in Kenya, come nella maggior parte dei paesi africani, il sistema giudiziario sia assolutamente assoggettato e sottomesso all’esecutivo, che nomina e promuove i giudici.
La “Federazione Internazionale dei Giornalisti” (IFJ) ha presentato una protesta al governo del Kenya per questo nuovo “regolamento repressivo” che è un “devastante colpo allo sviluppo dell’editoria in particolare ed alla libertà di stampa in generale”, mentre la locale associazione dei giornalisti ha definito l’azione legislativa come un “arrogante tentativo del governo e del partito al potere di negare a milioni di keniani i loro diritti di libertà di parola”, infine la ONG internazionale che vigila sui diritti umani, la “Human Rights Watch”, l’ha definita un “sistematico attacco alla libertà d’espressione dei cittadini… specie se messo in relazione con le prossime elezioni generali”. Un editoriale del quotidiano “The Nation” di Nairobi è andato giù, rischiando la confisca, con mano molto più pesante non esitando a definire la “vocazione” che ha guidato ed ispirato la legge discende da “obiettivi stalinisti, poiché si cerca di controllare la mente del popolo limitando il suo accesso all’informazione e selezionando cosa può essere detto sullo Stato e che cosa no… un vero tentativo di schiavitù psicologica”.
(IL NUOVO, 15 MAGGIO 2002, ORE 145)
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