«Mio figlio, martire mancato. Ma per quanto?»
Sanaà, madre di Ahmed: «Tre settimane fa non ha voluto immolarsi con un suo amico, ma ora non è più lo stesso»
DAL NOSTRO INVIATO
GAZA - Quel giorno Ahmed ci è andato vicino, molto vicino. Sarebbero bastati altri 60 metri e avrebbe visto il paradiso degli eroi, come baluginava già negli occhi febbricitanti del suo amico Haitham: «Ahmed, vieni con me. Voglio ammazzare molti ebrei per diventare anch’io un martire» gli aveva detto, un pomeriggio, dopo averlo convinto a bigiare la scuola. «Dai, vieni. Vedrai, è facile, possiamo riuscirci e anche noi saremo shaid»: un gioco da ragazzi, di 27 anni in due.
Benché socio di minoranza con i suoi 13, Ahmed ha cercato di fermare Haitham, che ne avrà per sempre soltanto 14, tirandolo per la manica: «No, torniamo a casa. Usa la testa, che cosa pensi di fare con un coltello e una bombetta?». Ma Haitham aveva deciso. Con un coltello da cucina e una granata fatta in casa, puntava alla colonia israeliana di Nisanit, a Nord della Striscia di Gaza, e alla gloria eterna. Si è liberato con uno strattone della presa di Ahmed, che è rimasto con lo zaino dell’amico in mano e gli occhi pieni di lacrime. Ahmed ha fatto dietrofront e meno di cento metri, prima di sentire la raffica che portava il suo compagno Haitham nell’olimpo degli eroi di carta, stampati sui muri delle case palestinesi.
Da quel giorno di quasi tre settimane fa, Ahmed non è più lo stesso. Soprattutto per sua madre: «Cerco di fargli capire che lui per me è molto speciale - spiega Sanaà Tafesh, 37 anni e sei parti -. Non mi stanco mai di dirgli che ho bisogno di lui. E non di un martire». L’appartamento, alla periferia Nord della città di Gaza, è affollato di bambini che razzolano sui tappeti, unico lusso, con due coppie di divani di velluto a fiori rossi, di una casa mai rifinita.
«Lo so, in Occidente voi credete che noi spingiamo i nostri figli a farsi esplodere in mezzo agli israeliani - diffida Sanaà -. Pensate che noi alleviamo i nostri bambini nel culto dei martiri. Non è vero. Io ho quattro maschi e due femmine. Ahmed è il maggiore. Quando ho saputo quel che era successo, gli ho detto: se vuoi diventare un eroe della resistenza, a me sta bene. Ma non è facendoti uccidere per niente che cambierai le cose».
E Ahmed che cosa ha risposto? «Mamma, visto che dobbiamo morire, meglio morire da eroi», lei ripete le parole che agitano le sue notti. Ha paura Sanaà. Ha paura, quando vede il figlio maggiore silenzioso e depresso, quando gli sente dire: «Io vendicherò Haitham». In cerca della stessa, inutile vendetta, si erano fatti ammazzare, qualche settimana prima, altri tre ragazzi appena più grandi, della stessa scuola di Ahmed e Haitham: «Volevano entrare nelle colonie - racconta Sanaà - con coltelli e piccole bombe artigianali, dopo aver visto alla tivù le macerie di Jenin».
Sono stati uccisi tutti e tre prima ancora di riuscire a sfiorare il filo spinato che circonda la colonia di Netzarim, a Sud della città di Gaza. «Allora ho risposto ad Ahmed: vuoi vendicare il tuo amico? Puoi farlo. Studia come studiava lui - continua Sanaà -. Haitham era un ottimo allievo, diligente, aveva imparato il Corano, avrebbe fatto strada. Ho detto a mio figlio: continua tu per lui. Così lo vendicherai, perché gli israeliani non vogliono che tu sia colto né religioso. Ma non buttare via la tua anima per niente». Il ragazzino l’ha ascoltata dubbioso, ma adesso studia più di prima, cerca di convincersi sua madre.
Davanti alle finestre della sua scuola passa l’ultimo di una lunga serie di funerali di martiri. Fra scariche di M16, percussioni e inni di guerra, gli uomini mascherati della Jihad accompagnano al cimitero il combattente Ahmed Ismail Saleh, 20 anni, del villaggio di Beit Hanun, morto l’altra notte dopo un’agonia di dieci giorni all’ospedale di Gaza. Sanaà è contenta che suo figlio sia a scuola, invece che fra i ragazzini scalzi che agitano le bandiere nere della Jihad e corrono accanto alla bara di legno scoperchiata, urlando al defunto promesse di vendetta. «Ahmed ha sempre sognato prendere il mare, di diventare il capitano di un mercantile - dice sua madre -. Adesso ha cambiato idea, vuole fare il soldato nell’esercito palestinese. Meglio il soldato del martire, penso io». Ma si capisce che avrebbe preferito vederlo andarsene per mare, al largo, il più al largo possibile dal litorale di Gaza. Dove qualche settimana fa due ragazzini camminavano verso Nord, discutendo se attaccare o no gli israeliani. E uno solo è tornato indietro.
Elisabetta Rosaspina




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