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    Question Sui Problemi Economici del Paese




    Situazione preoccupante

    Sull'economia il tempo da recuperare purtroppo è tanto

    Le questioni economiche alla base della verifica di governo sono sostanzialmente quattro: occorre subito un aggiustamento dei conti pubblici; la ripresa in Italia presenta tassi di crescita più bassi dell'area Euro, quindi molto più bassi di Usa e Cina, e soprattutto non prelude a un vero e proprio sviluppo; il divario di competitività del nostro sistema produttivo aumenta invece di diminuire; le risorse lavorative e imprenditoriali sono di prim'ordine, ma affinché l'economia italiana riparta serve "una scossa", uno shock strutturale.

    Le quattro questioni vengono poste con una logica in prevalenza congiunturale e solo in minima parte strutturale. Se ne cercano soluzioni contingenti (l'aggiustamento dei conti pubblici rischia di essere fatto con tagli della spesa pubblica che difficilmente ne qualificheranno la struttura), ovvero si parte dal lato della domanda (la riduzione delle imposte sulle persone fisiche si spera porti a un aumento dei consumi), o si ragiona con un criterio per così dire indennizzatorio (la riduzione delle tasse sulle imprese è correlata all'insoddisfacente livello dei servizi e delle infrastrutture forniti dallo Stato). Le divergenze vertono sul riparto della riduzione delle imposte, se cioè sia più proficuo che ne beneficino le famiglie o le imprese. Poco si promette dal lato dell'offerta, per la rimozione delle cause vere della perdita di competitività del sistema.

    Non che le altre politiche siano del tutto sottaciute. Si parla di più privatizzazioni, di un maggior sostegno all'innovazione, si dice che la riduzione delle imposte avrebbe in definitiva una ricaduta indiretta anche sullo sviluppo del Mezzogiorno e sul potenziale di crescita. Ma questi grandi temi restano sullo sfondo, a corredo. Non si ammette che la politica industriale soffre di torpore (per usare la definizione felice di Galli della Loggia), che le privatizzazioni sono ferme all'anno scorso, che i progetti di infrastrutture e trasporti mostrano progressi troppo modesti, specie al Mezzogiorno, che è illusorio risolvere i dualismi storici Nord-Sud con una politica fiscale.

    Intendiamoci, noi siamo leali con il programma del governo. All'inizio della legislatura condividemmo l'obiettivo di ridurre la pressione fiscale. Ne restiamo ancora convinti, ci mancherebbe altro. Comprendiamo anche l'esigenza che si realizzi questa benedetta scossa all'economia italiana, che si varino interventi i cui effetti siano misurabili in tempi compatibili con questa legislatura. Vorremmo però che la maggioranza affrontasse anche le altre grandi questioni non più rinviabili. Facciamo qui solo un paio di esempi.

    La riduzione dell'Irap è stata chiesta giustamente dalla Confindustria. Secondo noi il presidente Montezemolo ha ragione. Fatta 100 la media delle regioni a statuto ordinario, l'anno scorso l'indice Irap pro-capite valeva 147 in Lombardia, 124 in Emilia Romagna, 120 nel Lazio, 114 in Piemonte e soltanto 51 in Basilicata e Campania e 49 in Puglia e Calabria. Ma allora è chiaro che la riduzione delle imposte andrà alle imprese del Centro-Nord. Si potrà dire che per essere efficace la scossa deve arrivare al motore più potente. D'accordo, ma è un fatto che ancora una volta il Mezzogiorno resterebbe indietro. Bisogna rimediare subito.

    Molto importante per un rilancio dell'industria è ritenuta l'innovazione tecnologica con il suo trasferimento. Questa volta il motore più potente non sta al Nord, tant'è vero che il governo ha ritenuto di doverne allestire uno nuovo a Genova. E allora, noi chiediamo che anche su questo fronte il governo rimedi, investendo risorse nel trasferimento alle imprese meridionali del già elevato patrimonio conoscitivo dei centri di ricerca dell'università e del Cnr, cominciando questa volta da quelli prestigiosi di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.

    Queste sono le prime valutazioni del partito repubblicano. Una situazione preoccupante di cui abbiamo parlato esaurientemente nell'editoriale di ieri e di cui ci riserviamo ulteriori approfondimenti sulla base del prosieguo della verifica di maggioranza e dei contatti con il presidente del Consiglio.

    .............................................
    tratto dal sito web:
    http://www.pri.it

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    Quattro ragazze-sandwich hanno distribuito all’ingresso dell’Auditorium il pieghevole stampato con il testo integrale del Canto degli Italiani.

    Era presente in prima linea il sito www.fratelliditalia.com all’inaugurazione dell’Auditorium. Con proprie telecamere (le immagini sono in rete all’indirizzo del sito) ha immortalato le note che, suonate dall’orchestra diretta dal maestro Chung, hanno aperto, domenica 21 aprile alle 11.30, le porte del Parco della Musica: quelle dell’inno di Goffredo Mameli e Michele Novaro.


    Vip, autorità, personaggi dello spettacolo: tutti avevano ricevuto all’ingresso dell’Auditorium un pieghevole bianco rosso e verde, stampato con il testo integrale dell’inno. L’iniziativa è stata promossa proprio dal sito www.fratelliditalia.com nato, due mesi fa, per promuovere i simboli e i valori della Repubblica Italiana e che, per l’occasione alla presenza del presidente Ciampi, ha fatto distribuire da quattro ragazze sandwich (con stampato avanti a dietro il testo del Canto degli Italiani) i pieghevoli ai 1237 spettatori d’eccezione. Poi, interviste a tutto il parterre degli invitati: Renzo Piano, Vittorio Sgarbi, Gianni Letta, Giulio Andreotti, Sergio Cofferati, Francesco Rutelli, Renzo Arbore, Michele Mirabella, Andrea Mondello, Pierferdinando Casini, Gianfranco Fini, Antonio Tajani, Giulio Andreotti, Antonio Marzano, Maurizio Pucci, Luciano Berio, Bruno Vespa, Teodoro Buontempo e tanti altri hanno raccontato ai cronisti del sito i ricordi e le emozioni che l’inno d’Italia richiama e suscita. “Un omaggio all’Italia”, racconta Walter Veltroni. “Il Comune di Roma –aggiunge l’assessore alla Cultura, Gianni Borgna - ha deliberato di intitolare una strada anche a Michele Novaro, un eccellente musicista troppo spesso dimenticato”. “Andrebbe insegnato a scuola”, sottolinea il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta.

    Il bianco del marmo, il verde dei giardini pensili e il rosso dei mattoni: il Parco della Musica ha i colori della Bandiera Italiana? “Non ci avevo pensato, ma in effetti – risponde l’architetto Renzo Piano – è una strana e piacevole coincidenza”. Questa mattina dell’inno d’Italia è stata cantata solo la prima strofa. Perché non suonarlo integralmente proprio nella cornice dell’Auditorium? Questa l’idea avanzata da www.fratelliditalia.com all’amministratore delegato di Musica per Roma, Maurizio Pucci che ha accolto la proposta favorevolmente riservandosi di contattare il sito. Perché gli italiani conoscono poco l’inno? “Un tempo si studiava a scuola – rispondono il ministro alle Attività Produttive Antonio Marzano e il ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani - si potrebbe inserire nei programmi scolastici” .

    Proprio con questo obiettivo, il sito ha già avviato la scorsa settimana un tour nelle scuole della Capitale. Prima tappa il liceo Goffredo Mameli dove, con grande entusiasmo gli studenti hanno cantato e approfondito in una lezione spettacolo la storia dell’inno. Un progetto pilota che, secondo Gianni Letta, potrebbe essere esteso a tutte le scuole d’Italia. Il sito www.fratelliditalia.com è pronto: nei prossimi giorni presenterà al Ministro Letizia Moratti il progetto “L’inno nelle scuole italiane

  2. #2
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    Fratelli d'Italia

    cliccare la scritta soprastante....Fratelli d'Italia......
    .....per ascoltare l'inno in formato MP3.

  3. #3
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  4. #4
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    Predefinito Questione Di Manico


    QUESTIONE DI MANICO

    Gli esecutivi milanese, provinciale e lombardo del PRI hanno interpretato la problematica dell'intervento militare in Iraq con toni un po' troppo da tifo calcistico.

    Non è del tutto condivisibile infatti l'opportunità di voler stilare elenchi di repubblicani illustri classificati come filoamericani senza se e senza ma. Forse i defunti della lista, chiamati necessariamente in causa senza il proprio consenso, avrebbero preferito una maggiore sobrietà di approccio.

    E' anche discutibile l'utilità degli esercizi grafici con le bandierine e con le svastiche, con simboli e simbolismi invero molto delicati da usare. Riducendo infatti concetti complessi a scarne rappresentazioni visive, si rischia di ottenere dei risultati non sempre ottimali.

    In un dei lavori con le bandierine degli esecutivi milanese, provinciale e lombardo del PRI (riportato sopra, trovato nel web) ci si dimentica infine che il verde della nostra bandiera è per ora ancora saldamente attaccato al manico. De Toqueville poteva anche ignorarlo. Mazzini no.

    LA NOTA GIUSTA


    Avanti negli anni si comincia a dispensare buoni consigli poiché non si è più in grado di dare cattivi esempi.

  5. #5
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    ICH BIN EIN BERLINER

    Berlino Ovest, 23 Giugno 1963. La città ha da poco subito lo sfregio della costruzione del muro, simbolo mostruoso ed inquietante. Nella piazza del Municipio di Schoenenberg, in una drammatica città di frontiera tra l'occidente ed un famigerato comunismo reale, John Fitgerald Kennedy pronuncia, sotto gli occhi di Willy Brandt e davanti a mezzo milione di persone, quattro parole dirompenti che si scolpiscono in modo indelebile nella mente e nei cuori dei presenti: Ich bin ein Berliner.

    Dopo il sacrificio di sangue compiuto pochi anni prima da centinaia di migliaia di ragazzi americani, senza del quale è inimmaginabile quello che sarebbe accaduto al mondo di allora (e di oggi?), l'America di Kennedy é ancora li, in uno dei luoghi più drammatici d'Europa, a dire: non vi abbandoneremo mai.

    Le quattro parole pronunciate a Berlino sono soltanto un colpo di genio nell'arte della retorica? Forse, in parte. Ma sono anche sicuramente l'espressione di sentimenti veri. L'America di Kennedy sembra dare per scontato, per la forma e la sostanza con cui si muove sul piano politico e diplomatico, l'indissolubilità dei destini di libertà e civiltà delle due sponde dell'Atlantico.

    Un fatto naturale, si potrebbe obiettare, considerando la minaccia sovietica, ma anche un segno di maturità e consapevolezza nella visione d'insieme del quadro internazionale. L'America tiene, ricambiata, all'Europa, ed intere generazioni di europei si formano all'insegna di una pur se inconscia attitudine a sentirsi filoamericani.

    Sfortunatamente, J.F.K. cade assassinato a Dallas, Texas, soltanto due anni dopo.

    Alla fine di una campagna elettorale particolarmente dura, e di elezioni per certi versi drammatiche, Gorge W. Bush viene eletto, nel Dicembre del 2000, 43° presidente degli Stati Uniti. Figlio d'arte, non ha una storia personale di alto profilo, e nemmeno una storia politica di rilievo, invero tutta Dio, Texas, e famiglia, dopo il tunnel giovanile dell'alcolismo e l'imboscamento per sfuggire alla leva e alla guerra in Vietnam.

    George possiede una visione americanocentrica (quando non texanocentrica) del mondo, è un prodotto antropologico del profondo Sud, non ha solide basi culturali, ed è un signore di mezza età dalla religiosità pubblicamente molto esibita quando viene chiamato a sedersi sulla poltrona più importante del pianeta. D'altra parte, "In God We Trust" è scritto anche sui dollari.

    La sua personale conoscenza in materia di politica internazionale è risibile: è strafamoso l'incidente televisivo occorso durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali. Deve rispondere a dieci domande di un questionario scegliendo per ogni domanda tra tre risposte preconfezionate. Alla domanda <Chi sono i Talebani?> sceglie la risposta <Un complesso rock>.

    Il suo mandato parte all'insegna soprattutto di priorità di politica interna, come il potenziamento della liberalizzazione degli scambi nell'ambito NAFTA (North America Free Trade Agreement) e la riduzione della pressione fiscale. Assume posizioni vistosamente autarchiche introducendo barriere protezionistiche per una serie di settori merceologici, e fa muro su temi topici come il Protocollo di Kioto. Sul fronte esterno Gorge Bush annuncia un sostanziale disimpegno internazionale, mentre la volontà dichiarata di un ridimensionamento del coinvolgimento in medio-oriente si rivelerà ben presto una colpevole sottovalutazione.

    L'America di Bush jr. e quella che fu di Kennedy possono essere viste, sentite, interpretate, come la stessa America?

    In un'altra parte del mondo, un generale che crede solo nell'uso della forza, il superfalco del Likud Ariel Sharon, vince nel Marzo del 2001 le elezioni in Israele in virtù della promessa di una politica muscolare nella ricerca di soluzioni per la terra santa. Radicalizza da subito i rapporti con l'Autorità Palestinese e appoggia la incentivazione costruttiva degli insediamenti colonici nei territori.

    Il mattino di un certo giorno, Arik, come lo vezzeggiano gli intimi, decide che, invece della solita mezz'oretta di jogging nel parco vicino a casa, si farà una camminata rilassante in un posto a caso di Gerusalemme: la spianata delle moschee. E' durante il suo mandato che prende veramente corpo in Israele il volto sinistro del martirio terroristico.

    Il terrorismo kamikaze colpisce all'inizio modesti obiettivi, per poi affinarsi, crescere sul piano organizzativo, raccogliere consensi, omertà, appoggi, finanziamenti, e trasformarsi in una pratica organizzata di martirio terroristico islamico di massa che riesce ad alterare in modo drammatico i rapporti di forza tra Israele, potenza nucleare, e gli straccioni palestinesi.

    Appare presto chiaro che questa criminale invenzione è anche potenzialmente una pericolosissima merce da esportazione, ma quando, nel Luglio del 2001, i servizi segreti americani informano l'esecutivo ed il Presidente della reale possibilità di un prossimo attentato alle torri gemelle, nessuno gli crede.

    I am a Newyorker! Cosa diavolo di diverso avrebbero potuto pensare intere generazioni di europei, per lo più filoamericani inconsci, in quel maledetto 11 Settembre 2001? Non è violata soltanto l'America, ma tutti noi, tutto il mondo civile.

    Un disegno di inaudita follia genera una delle più gravi catastrofi della storia dell'umanità, non tanto per il numero delle vittime, non tanto per i danni materiali, quanto per l'enorme importanza simbolica dei valori colpiti. La comunità internazionale, libera e civile, è colpita nel profondo dalle forze dell'oscurantismo e del fanatismo.

    E' difficilmente condivisibile l'opinione di Philip Roth, rappresentante nobile della cultura giudaico-americana, secondo cui <...l'11 Settembre è una tragedia deformata dal vittimismo...>. L'11 Settembre è una tragedia vera di tutta l'umanità.

    La grande, l'unica superpotenza planetaria, si scopre in balia di un nemico nuovo, inimmaginabile, imprendibile. Scopre che le proprie città, i propri ponti, le proprie centrali nucleari, la stessa propria sicurezza nazionale possono essere colpiti a morte. Una drammatica svolta epocale.

    L'inevitabile, dirompente psicodramma che ne segue, e la ricerca di una strategia difensiva che non può trovare immediati riferimenti perché mancano le conoscenze, saranno destinati a giocare un ruolo non positivo negli sviluppi di una vicenda senza precedenti.

    Gli USA non posseggono una esperienza storica di terrorismo organizzato, di nessun tipo di terrorismo organizzato, e tanto meno di terrorismo kamikaze tecnologico organizzato. Si autoconvincono che per il raggiungimento di una Enduring Freedom basti la pista delle montagne dell' Afganisthan, terra di nessuno dove Osama Bin Laden, grande vecchio del terrorismo internazionale, grazie alla protezione dei Talebani (ecco chi sono!), é stato per troppo tempo lasciato libero di progettare delitti contro l'Occidente.

    Se si fosse sostenuta da subito, sull'onda emotiva della "rabbia e dell'orgoglio", la tesi secondo la quale non il solo l'Afghanistan, ma anche l'Iraq o altri stati canaglia fossero culla o fiancheggiatori di terroristi, poteva la potentissima opinione pubblica internazionale, e quindi l'ONU, negare all'America, fresca di martirio, il diritto di destituire con le armi Saddam Hussein? Forse che così non é stato per l'intervento contro i mullah dell'Afghanistan? E' l'annuncio tardivo della reità di Baghdad a innescare nelle coscienze di intere generazioni di europei, maggioranza dei britannici compresa, filoamericani inconsci, dubbi sul metodo.

    Verso la fine dell'inverno 2003, sulla spinta di un turbinio mediatico senza precedenti alimentato dai falchi del governo, Bush si trova di fronte ad una generale aspettativa di risultati, di risposte forti al bisogno di sicurezza della nazione.

    L' inquietante, imperdonabile oltraggio delle torri non può trovare soddisfazione (Bin Laden non è stato preso) con la sola occupazione dei deserti afgani: he is in a corner, commentano i media.

    L'attivazione da parte degli Stati Uniti di una massiccia azione diplomatica volta a ricercare consensi a livello internazionale per la legittimazione dell'intervento innesca situazioni di tensione che finiscono per minare i rapporti tra USA ed UE.

    L'ambasciatore Sergio Romano scrive nel suo libro Guida alla politica estera italiana - Da Badoglio a Berlusconi: <...l'America considera le alleanze una inutile schiavitù. Gli Stati Uniti preferiscono le coalizioni in cui Washington dirige le operazioni, paga sull'unghia l'aiuto dei soci e scioglie il sodalizio quando non ne ha più bisogno>.

    In Marzo l'America attacca. Al suo fianco l'alleato di sempre, che non si tira mai indietro neanche quando deve fare i conti con un'opinione pubblica che non approva, e che probabilmente castigherà per questo uno dei suoi statisti migliori.

    Che dire del dopo Afghanistan, o del dopo Iraq? Qualcuno è in grado di azzardare una diagnosi credibile del problema? Qualcuno è in grado di dire a che punto ci troviamo rispetto all'approdo verso la libertà duratura?

    Quando e come sarà possibile insediare a Baghdad un vero governo democratico (che non degeneri in regime islamico sciita) in grado di controllare un paese dove la guerriglia e l'anarchia sono la normalità di un strano dopoguerra che sta procurando al presidente USA una caduta verticale di popolarità?

    Quando e come si potrà insediare un governo democratico in Afghanistan, luogo del pianeta dove la democrazia non si è mai vista, dove l'universo femminile non è preziosa risorsa ma vittima sacrificale di un oscurantismo senza vie d'uscita?

    E' condivisibile la tesi secondo cui l'intervento in Iraq, al di la del quadro problematico che lo ha determinato e accompagnato, possa indirettamente generare condizioni più favorevoli per il raggiungimento di qualche progresso nei rapporti drammaticamente difficili tra israeliani e palestinesi. Tutti lo sperano, se lo augurano. Ma era questo l'obiettivo?

    L'avvenuto abbattimento del regime iracheno giova a tutta l'umanità. L'auspicabile futuro abbattimento dei regimi corrotti e dispotici tuttora esistenti sarà una vittoria di tutta la comunità mondiale. Il problema tuttavia è di farsi carico dell'individuazione di una strategia più consapevole rispetto ai criteri per così dire disinvolti che la cultura anglosassone a volte tende ad esprimere nel fronteggiare situazioni di crisi internazionale.

    Aver dato inizio ad una serie dichiarata di guerre (Iraq, atto primo) senza prima dotarsi di una cognizione approfondita sui criteri di gestione dei dopoguerra può essere considerato un segno di saggezza (molto potere non significa anche molta responsabilità?) da parte della sola superpotenza esistente oggi sulla faccia della terra?

    Giova a George Bush, e alla sua candidatura del 2004, aver ceduto alla fretta e alle semplificazioni dei falchi e trovarsi ora di fronte ad uno stillicidio post-bellico di perdite umane che l'opinione pubblica americana non riesce più a giustificare, a costi economici da brivido (l'occupazione americana dell'Iraq costa ai contribuenti-elettori americani un miliardo di dollari la settimana) che devono essere pagati dalla sola cassa dello zio Sam?

    La sicurezza del pianeta sembra essere obiettivo non facilmente raggiungibile con tentativi di esportazione per così dire coatta della democrazia, con azioni militari legittimabili tout court grazie ad un ipotetico, disinvolto "diritto internazionale di intervento umanitario", come Tony Blair sosterrebbe ora nell'ambito di un comprensibile tentativo di autodifesa.

    Valutazioni critiche di retrospettiva a parte, ipotizzando un futuro che non debba solo rincorrere eventi straordinariamente complessi, un futuro che, dopo aver compreso e metabolizzato questi eventi, possa progettare scenari di sicurezza e di pace, è plausibile vedere in un tale scenario un'Europa che non sia saldamente al fianco degli Stati Uniti nella considerazione di tutte le principali questioni geopolitiche? Impensabile.

    E' vitale che si ricerchino con ogni mezzo le ragioni che uniscono le idealità e gli interessi di una piattaforma di popoli di cultura complessa come la vecchia Europa con quelli altrettanto importanti della giovane super-potenza d'oltreoceano. Senza sudditanze. Senza complessi.

    Saranno inevitabili, tra i due futuri giganti atlantici, future situazioni di competizione politica e mercantile, ma USA ed UE non potranno mai perdere di vista la complementarietà dei loro ruoli nella difesa della civiltà e della prosperità delle generazioni future.

    Saranno i importanti il raggiungimento progressivo da parte degli USA di una cultura più universalista e più sensibile ai valori del multilateralismo, l'acquisizione dell'unità politico-militare da parte di una UE che comprenda la federazione russa, la rifondazione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.

    Questo piccolo, tormentato villaggio che è diventata la Terra ci sta lanciando messaggi molto chiari. Ci sta ripetendo da tempo che i suoi antichi bubboni, se non verranno estirpati da uomini nuovi con coraggio, lungimiranza, saggezza, prudenza e determinazione, si propagheranno inesorabilmente. Prepariamoci sin d'ora a pagare conti arretrati dannatamente salati.

  6. #6
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    Predefinito Thank you

    Ringrazio nuvola rossa per aver messo le riflessioni del tal Villa dal sito Repubblicani perchè?

    Perchè Villa si fa carico di problemi molto superficiali e molto poco approfonditi.
    Perchè si limita a fare solo dell'ironia e non argomenta su problemi importanti come quelli che cita e che rifanno il verso ad altri articoli apparsi su vari quotidiani.
    Perchè cita Kennedy, quando in questi giorni tutti citano la visita di Kennedy a Berlino, quando diceva di difendere per sempre la Germania e i berlinesi, e perchè poi cita Romano che ci informa -che gli americani lasciano al loro destino le nazioni di cui si sono serviti? -
    Perchè qualcuno non mi cita un caso come quello citato da Romano, forse è il Saddam prima maniera?
    Ma il Saddam prima maniera appunto, non era il sanguinario che è diventato poi:
    Forse gli americani hanno abbandonato i cittadini vietnamiti che volevano andarsene con gli americani, forse Romano non si ricorda le tragedie dei boat people?
    Gli Usa dalla fine della guerra del Viet Nam fino ai primi anni ottanta hanno accolto in Usa dieci milioni di abitanti del sud est asiatico e ne hanno fatto dei cittadini americani.
    Per quanto riguarda la famiglia Bush, il padre fu un pilota imbarcato e fu abbattuto e stette due ore nelle acque del pacifico, dove fu salvato da un sommergibile (esiste un film delle combat camera), esistono invece filmati in cui il caro "Bill" Clinton era in Inghilterra durante la guerra in Vietnam.
    Mentre il presidente Bush jr ha prestato servizio come pilota di F104 nella aviazione della riserva per cinque anni.
    Qualcuno potrebbe confermare ciò?
    O è il solito pamphlet che circola?
    Finisco , non credo che chi scrive sia repubblicano o sia stato repubblicano, probabilmente è una creazione di qualcuno che vuol ciurlare nel manico specialmente quando critica l'operato dell' Amministrazione americana che anche se in difficoltà bisogna sempre aiutarla, nel Villa non esite nessun sentimento di Fratellanza repubblicana verso altri popoli repubblicani, non nel senso di partito, e il Villa dovrebbe ricordarsi che gli Usa ci hanno aiutato a rifondare il nostro partito nel dopoguerra.
    Oggi Villa se non ci fossero stati gli americani a vincere in Europa, non sarebbe qui a scrivere le sue note e ad usare internet con il permesso della marina e dell'esercito americano.
    Ciao a tutti i fratelli repubblicani anche a Villa che stà cambiando completamente il suo dna e vorrebbe portarci all'ammasso del suo imperialismo culturale.
    Una domanda a Nuvola rossa , non si potrebbe dialogare con codesto Villa su questo sito e non su altri?

  7. #7
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    Predefinito Sui Problemi Economici del Paese

    Situazione preoccupante

    Sull'economia il tempo da recuperare purtroppo è tanto

    Le questioni economiche alla base della verifica di governo sono sostanzialmente quattro: occorre subito un aggiustamento dei conti pubblici; la ripresa in Italia presenta tassi di crescita più bassi dell'area Euro, quindi molto più bassi di Usa e Cina, e soprattutto non prelude a un vero e proprio sviluppo; il divario di competitività del nostro sistema produttivo aumenta invece di diminuire; le risorse lavorative e imprenditoriali sono di prim'ordine, ma affinché l'economia italiana riparta serve "una scossa", uno shock strutturale.

    Le quattro questioni vengono poste con una logica in prevalenza congiunturale e solo in minima parte strutturale. Se ne cercano soluzioni contingenti (l'aggiustamento dei conti pubblici rischia di essere fatto con tagli della spesa pubblica che difficilmente ne qualificheranno la struttura), ovvero si parte dal lato della domanda (la riduzione delle imposte sulle persone fisiche si spera porti a un aumento dei consumi), o si ragiona con un criterio per così dire indennizzatorio (la riduzione delle tasse sulle imprese è correlata all'insoddisfacente livello dei servizi e delle infrastrutture forniti dallo Stato). Le divergenze vertono sul riparto della riduzione delle imposte, se cioè sia più proficuo che ne beneficino le famiglie o le imprese. Poco si promette dal lato dell'offerta, per la rimozione delle cause vere della perdita di competitività del sistema.

    Non che le altre politiche siano del tutto sottaciute. Si parla di più privatizzazioni, di un maggior sostegno all'innovazione, si dice che la riduzione delle imposte avrebbe in definitiva una ricaduta indiretta anche sullo sviluppo del Mezzogiorno e sul potenziale di crescita. Ma questi grandi temi restano sullo sfondo, a corredo. Non si ammette che la politica industriale soffre di torpore (per usare la definizione felice di Galli della Loggia), che le privatizzazioni sono ferme all'anno scorso, che i progetti di infrastrutture e trasporti mostrano progressi troppo modesti, specie al Mezzogiorno, che è illusorio risolvere i dualismi storici Nord-Sud con una politica fiscale.

    Intendiamoci, noi siamo leali con il programma del governo. All'inizio della legislatura condividemmo l'obiettivo di ridurre la pressione fiscale. Ne restiamo ancora convinti, ci mancherebbe altro. Comprendiamo anche l'esigenza che si realizzi questa benedetta scossa all'economia italiana, che si varino interventi i cui effetti siano misurabili in tempi compatibili con questa legislatura. Vorremmo però che la maggioranza affrontasse anche le altre grandi questioni non più rinviabili. Facciamo qui solo un paio di esempi.

    La riduzione dell'Irap è stata chiesta giustamente dalla Confindustria. Secondo noi il presidente Montezemolo ha ragione. Fatta 100 la media delle regioni a statuto ordinario, l'anno scorso l'indice Irap pro-capite valeva 147 in Lombardia, 124 in Emilia Romagna, 120 nel Lazio, 114 in Piemonte e soltanto 51 in Basilicata e Campania e 49 in Puglia e Calabria. Ma allora è chiaro che la riduzione delle imposte andrà alle imprese del Centro-Nord. Si potrà dire che per essere efficace la scossa deve arrivare al motore più potente. D'accordo, ma è un fatto che ancora una volta il Mezzogiorno resterebbe indietro. Bisogna rimediare subito.

    Molto importante per un rilancio dell'industria è ritenuta l'innovazione tecnologica con il suo trasferimento. Questa volta il motore più potente non sta al Nord, tant'è vero che il governo ha ritenuto di doverne allestire uno nuovo a Genova. E allora, noi chiediamo che anche su questo fronte il governo rimedi, investendo risorse nel trasferimento alle imprese meridionali del già elevato patrimonio conoscitivo dei centri di ricerca dell'università e del Cnr, cominciando questa volta da quelli prestigiosi di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.

    Queste sono le prime valutazioni del partito repubblicano. Una situazione preoccupante di cui abbiamo parlato esaurientemente nell'editoriale di ieri e di cui ci riserviamo ulteriori approfondimenti sulla base del prosieguo della verifica di maggioranza e dei contatti con il presidente del Consiglio.

    Roma, 1 luglio 2004
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  8. #8
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    Predefinito tratto da www.pri.it

    Il Pri al vertice

    Ancora incertezza sul futuro del governo e gli equilibri interni

    La fatidica giornata di sabato, in cui Berlusconi avrebbe voluto chiudere una volta per tutte la verifica è qui, ed il carniere del presidente del Consiglio è mezzo pieno e mezzo vuoto.

    La parte piena riguarda sicuramente la disponibilità degli alleati più riottosi, An ed Udc, per senso di responsabilità e per scongiurare il minacciato early warning di Bruxelles, a votare le proposte del ministro dell'Economia Tremonti. La parte vuota riguarda il futuro della coalizione ed i suoi equilibri interni. Se è importante e positivo per il governo sapere di avere confermata la lealtà degli alleati in un frangente così delicato e su un tema, quello economico, così rilevante, i nodi politici tutti ancora da risolvere inquietano non poco. Un giorno sì e l'altro pure assistiamo ad una componente della maggioranza pronta all'appoggio esterno o semplicemente ad uscire dall'esecutivo, sapendo, crediamo, che non vi sia poi più la possibilità di farne un altro. Il presidente Berlusconi è impegnato in una mediazione utile a tenere unite le parti, ma tanto impegnativa da rischiare di estenuarlo ed alla fine di rivelare tale sforzo inutile.

    Un appuntamento importante è stato il vertice di venerdì sera (al quale ha partecipato anche il segretario del Pri Nucara) che era mirato a stabilire se vi fossero le condizioni per andare avanti.

    Si tratta di operare una svolta, come ha chiesto An al termine del suo ufficio politico, ma anche di capire quali sono le personalità in grado di attuarla e soprattutto capaci di ottenere la fiducia degli alleati. Non da oggi sappiamo che il ministro dell'Economia è al centro degli sfoghi della coalizione. In proposito vale la pena di ribadire l'appello che il presidente del Pri La Malfa ha rivolto agli alleati: evitiamo che il filo che lega il ministro del Tesoro si spezzi, pena un grave contraccolpo per il Paese. Diversa la cosa sarebbe se si arrivasse ad una soluzione concordata sulle funzioni ed il ruolo di Tremonti. Non è un distinguo da poco. Si tratta, al contrario, della principale prova da sostenere per convincere davvero l'opinione pubblica che l'attuale coalizione è in grado di andare avanti su una linea unitaria e sulla base di un'intesa politica vera. La stessa invocata dal Presidente della Camera Casini.

    Roma, 2 luglio 2004

  9. #9
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    Predefinito tratto da IL CORRIERE DELLA SERA 3 luglio 2004

    La politica di concertazione

    La politica di concertazione ha un senso se le parti sono d’accordo almeno sui problemi che occorre risolvere e sugli obbiettivi da raggiungere. Le confederazioni degli imprenditori e dei sindacati oggi condividono una visione chiara su questi punti? Il ritorno a una politica di concertazione, inoltre, ha un senso soltanto se ciascuna delle parti interessate ha in mano le leve necessarie per la manovra che può essere concordata. Quali leve hanno in mano, che cosa hanno da offrire, Confindustria e Confcommercio? E Cgil Cisl e Uil sono davvero in grado oggi, come lo furono nel 1992-1993, di negoziare una manovra incisiva e assicurare comportamenti coerenti dell'intero movimento sindacale, al centro e in periferia, nel periodo necessario per realizzarla?
    Una delle leve principali su cui occorrerebbe agire oggi è costituita dal costo dei servizi e dell'energia, che in Italia è innaturalmente alto rispetto al resto di Europa e che rende la vita difficile alle imprese da un lato, alle famiglie dall'altro. Qui Confindustria e Confcommercio avrebbero forse qualche cosa da offrire, per l'aumento della concorrenza e la privatizzazione delle imprese ancora in mano pubblica. Avrebbe da offrire parecchio di più il governo, che però si mostra tiepidissimo. Ma occorrerebbe anche una presa di posizione chiara da parte di Cgil Cisl e Uil: sono disposte a operare con decisione per un incremento della concorrenza in questi settori, a costo di perdere qualche tessera tra gli addetti alle aziende interessate? E sono disposte a sfidare davvero il governo a un'intesa su questo terreno, o pensano alla concertazione soltanto per tagliarlo fuori e così vendicarsi degli sgarbi che dal governo in vario modo hanno recentemente subito?
    Il paese ha bisogno di un rilancio dei consumi; e questo obbiettivo si coniuga bene con l'interesse di Cgil Cisl e Uil a portare più soldi nelle buste paga dei lavoratori, che hanno sofferto non poco dell'"inflazione relativa" degli ultimi anni. Ma aumentare le retribuzioni si può soltanto se le si collega più strettamente con la produttività aziendale e con quella individuale. Questo significa spostare il baricentro della contrattazione collettiva dal centro verso le aziende; e significa aumentare la parte della retribuzione individuale collegata al risultato del lavoro (con un conseguente aumento, in qualche misura, delle disuguaglianze di reddito tra i lavoratori). Qual è la posizione di Cgil, Cisl e Uil su questo punto?
    Il Paese ha bisogno di un forte aumento della popolazione attiva nel mercato del lavoro: più giovani, donne e anziani nelle attività produttive. Gli imprenditori sono disposti a offrire servizi per le lavoratrici madri e flessibilità degli orari nell’interesse di tutti i lavoratori marginali? E i sindacati sono disposti a ridurre la loro ostilità nei confronti delle forme di lavoro non standard?
    Il Paese ha un bisogno vitale di un sistema di relazioni sindacali capace di prevenire i conflitti e risolverli senza che si scatenino i veri e propri giochi al massacro a cui si è assistito quest'inverno nel settore degli autoferrotranvieri, in primavera a Melfi, nei giorni scorsi sulla linea ferroviaria Napoli-Reggio Calabria. L'auspicio è che quando, il 15 luglio prossimo, i rappresentanti dell'una e dell'altra parte avvieranno il loro tentativo di concertazione, essi abbiano qualche cosa di chiaro e concreto da proporre anche su questo terreno.

    Pietro Ichino

  10. #10
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    Predefinito Una scheda su Mario Monti (dal Mattino 06-07-04)

    LA SVOLTA NELL’ECONOMIA

    Allievo di La Malfa e Spadolini, ha costruito la sua credibilità nel segno del rigore - Piace al centrosinistra, ma su fisco e pensioni non è distante da Berlusconi

    ANTONIO GALDO

    I segreti del dicastero del Tesoro, oggi dell’Economia, li conosce bene: già nella metà degli anni Settanta il giovane professore Mario Monti scriveva appunti e relazioni indirizzate a Ugo La Malfa, il ministro del rigore. E per quanto non sia mai stato iscritto a un partito, ma sempre assegnato dalle schede biografiche alla riserva indiana dei supertecnici, Monti ha un profilo politico che lo avvicina molto ai codici genetici del vecchio mondo repubblicano.
    La sua carriera universitaria inizia e finisce alla Bocconi, il regno di Giovanni Spadolini. Qui Monti si è laureato in Economia a ventidue anni (è nato a Varese il 19 marzo del 1943), ha fatto l’assistente fino alla conquista dello status di professore ordinario all’università di Trento, il titolare della cattedra di Economia e Politica, il direttore di istituto, e infine, il rettore e il presidente, proprio in sostituzione di Spadolini.
    Negli stessi anni Monti si è insiediato nel cuore dell’establishment finanziario ed è diventato editorialista del Corriere della Sera e consigliere di amministrazione di alcuni colossi dell’economia nazionale, come la Fiat, le Generali e la Comit, dove è stato vicepresidente dal 1988 al 1990.
    La svolta arriva nel 1995. Delle due poltrone che spettano all’Italia nella Commissione europea guidata da Jacques Santer, una è assegnata a Monti: un chiaro segnale distensivo di Berlusconi nei confronti di quei poteri forti che guardano il capo del governo, con il suo partito di Forza Italia, come un marziano, tanto da prenderne nettamente le distanze. A Bruxelles Monti arriva con il suo stile. Misurato, cauto, freddo. La casella che occupa (mercato interno e servizi finanziari) non è una delle più importanti, eppure basta al professore per costruire una sua credibilità di tecnocrate europeista. Da qui la promozione, con il governo di Romano Prodi, nella trincea della direzione generale della concorrenza dove nasce il mito di SuperMario. Monti, infatti, con il suo aplomb stoppa, nel nome delle legge del mercato, importanti fusioni come quelle tra la General Eletric e Honeywell, condanna alla maximulta l’intoccabile Bill Gates con la sua Microsoft e non si inchina di fronte al mondo pallonaro italiano quando respinge al mittente il decreto salvacalcio. La sconfitta che più gli brucia è nella battaglia contro gli ordini professionali, che inchioda con puntuali relazioni alla loro dimensione di feudali corporazioni.
    Con un curriculum così prestigioso diventa naturale l’uso del nome di Monti come uno dei possibili uomini di prima linea dei moderati italiani. Nel 2001 l’ex rettore della Bocconi rifiuta l’offerta di Berlusconi di ministro degli Esteri, anche perché è stato proprio il leader del Polo a giocargli un brutto scherzo. Quando Berlusconi cadde con la trappola parlamentare durante la sua prima esperienza di premier, l’allora capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, gli offrì proprio il nome di Monti come possibile successore. E Berlusconi preferì il suo ex ministro Lamberto Dini: una scelta della quale non ha mai finito di pentirsi.
    Adesso la scena si ripete, anche se in condizioni molto diverse. Tra Berlusconi e Monti, dal punto di vista delle scelte di fondo, c’è una buona sintonia. Il commissario europeo condivide l’abbattimento della pressione fiscale («in Europa è troppo forte, e una politica di riduzione delle tasse mi vede favorevole» ha detto fino al maggio scorso); invoca interventi per stimolare la crescita, «altrimenti l’Italia corre il rischio di non agganciare la ripresa economica»; è favorevole alla ripresa delle pensioni, anche «per tutelare le nuove generazioni»; considera la legge Biagi un «passo importante, nella giusta direzione, per modernizzare il paese». E quando Giulio Tremonti è andato alla scontro frontale con il governatore Antonio Fazio, Monti non si è tirato indietro, censurando il doppio ruolo della Banca d’Italia che allo stesso tempo regola il mercato bancario e vigila sulla sua trasparenza.
    Strada in discesa, dunque, per l’investitura di Monti a via XX Settembre? In teoria, sì. In pratica, anche l’incertezza del commissario si comprende meglio alla luce di un elemento: il ministero dell’Economia sarà l’epicentro della battaglia politica nei prossimi due anni. Altro che ruolo tecnico. Già con Tremonti, attorno alla difficile gestione dei conti pubblici, si è costruito l’asse privilegiato Forza Italia-Lega dell’alleanza del centrodestra. Con le dimissioni del ministro quella linea è stata sconfitta e non mancheranno le scosse prima che si formi attorno al ministero dell’Economia un nuovo equilibrio. Squisitamente politico.

 

 
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