Non una resa ma una rivolta morale
di Antonio Padellaro
Silvio Berlusconi non può essere processato. È inutile girarci attorno, inutile continuare a nascondersi dietro il coraggio civile dei magistrati della Procura di Milano, inutile aggrapparsi alla tenacia dei giudici di quel Tribunale. Berlusconi non può essere processato perché lui e i suoi sodali sono più forti della legge. Anzi, essi stessi sono diventati la legge. Non serve coltivare la flebile speranza che quegli stessi processi non si fermeranno, in attesa che la Corte Costituzionale dica la parola decisiva sul trasferimento da Milano a Brescia dei processi Imi-Sir, Lodo Mondadori e Sme-Ariosto, a carico di Berlusconi e Previti. Guardiamo in faccia alla realtà: quei processi si stanno già fermando e forse sono già fermi in un binario morto, destinati alla ruggine in attesa che maturino i tempi della prescrizione. Processi sfibrati dalla zavorra delle tonnellate di ricorsi e cavilli escogitati dai più abili ed esperti studi legali che nessun altro potrebbe permettersi. Processi continuamente frenati da mille bastoni tra le ruote, mentre i rappresentanti della pubblica accusa venivano sottoposti alle più vile e vergognosa campagna di calunnie, ad opera di picchiatori mediatici insediati ovunque. Davanti all’arroganza del potere che si fa legge forse servirà a poco continuare a ripetere, e a ripeterci la frase: non era mai accaduto prima. Ma ciò a cui si è assistito negli ultimi giorni rende davvero intollerabile l’ingiuria portata allo stato di diritto, quanto inevitabile la conseguenza primaria e amarissima che ne scaturisce: Berlusconi non può essere processato.
Non era mai accaduto che l’Avvocatura dello Stato, l’istituzione che come dice il nome dovrebbe tutelare in giudizio gli interessi dello Stato, si tirasse indietro. Non era mai accaduto che il rappresentante di questo alto ufficio venisse meno al suo ruolo che, nei processi di Milano, a parte tutto, dovebbe essere quello di battersi per fare rientrare nelle case dell’erario i mille miliardi pagati, indebitamente secondo i pm, alla famiglia Rovelli.
Non era mai accaduto che questo servitore dello Stato decidesse di non prendere posizione. Mercoledì 29 maggio è accaduto. «Dopo che il rappresentante della procura generale aveva chiesto ai giudici di rifiutare la richiesta di spostamento dei processi, l’avvocato dello Stato ha preso a sua volta la parola: per annunciare che, in considerazione del proprio ruolo “istituzionale”, non si sarebbe espresso né a favore né contro. “Mi rimetto alla vostra decisione”, ha detto» («La Repubblica»).
È lecito pensare che il ruolo «istituzionale», invocato dall’Avvocatura, sia quello derivante dal più clamoroso conflitto d’interessi della storia moderna? Berlusconi è l’imputato, ma Berlusconi è anche il presidente del Consiglio di un governo di cui l’Avvocatura è il delicatissimo braccio operativo. Mettiamoci nei panni di quel povero Avvocato dello Stato, costretto a barcamenarsi, servitore di due padroni, suo malgrado.
Non era mai accaduto che il presidente della Commissione Giustizia della Camera fosse anche l’avvocato numero uno del presidente del Consiglio. È accaduto con Gaetano Pecorella. Qualcuno dirà che Pecorella era già difensore di fiducia prima di diventare deputato (di Forza Italia, c’è da dirlo?) e quindi presidente di commissione; e che nella stessa situazione di Pecorella è anche l’avvocato Ghedini, che però ancora non ricopre incarichi istituzionali (ma non disperi, c’è sempre tempo). Qualcuno chiederà: dov’è dunque lo scandalo? Si sapeva che Pecorella ha due parti in commedia. Si sapeva che Berlusconi ha generosamente voluto mettere la formidabile sapienza giuridica del suo legale a disposizione della collettività. Sì, certo, ma non era mai accaduto che il presidente della Commissione Giustizia della Camera fosse nello stesso tempo l’avvocato del presidente del Consiglio e l’autore dell’«eccezione di incostituzionalità» che le Sezioni Unite della Cassazione dovevano valutare, onde decidere dei destini processuali del cliente di un così grande avvocato. Come districarsi da questo nuovo, incredibile, grottesco conflitto di interessi? Mettiamoci nei panni di quei poveri giudici della Suprema Corte, barricati in camera di consiglio mentre il presidente della commissione Giustizia, quella che si occupa di tutte le leggi che riguardano le carriere dei magistrati, passeggia nervosamente davanti alla porta in attesa di una decisione.
Non si era mai visto, infine, un intreccio simile tra istituzioni pubbliche, politica e giustizia privata. Che qualcosa non funzionasse lo ha ammesso lo stesso presidente della Corte di Cassazione, Nicola Marvulli quando, come ha ricordato il «Corriere della Sera», ha assegnato la decisione sui processi milanesi chiamati «toghe sporche», alle Sezioni Unite - «la più qualificata espressione della giurisdizione penale», secondo la sua definizione - anche «a causa del ruolo istituzionale assunto da uno degli imputati». Purtroppo, vittime di questo groviglio saranno, innanzitutto, i giudici del Tribunale di Milano. Oltre a dovere assolvere o condannare il presidente del Consiglio nelle condizioni che sappiamo, sulle loro spalle graverà, d’ora in poi, un’altra pesante responsabilità: infatti, la Corte Costituzionale potrebbe, in forza dell’eccezione Pecorella, restituire cittadinanza al “legittimo sospetto”, una spada di Damocle che, nel vecchio codice di procedura, ogni imputato poteva invocare nei confronti del suo giudice. Davanti a tutto ciò, può dunque destare meraviglia se un uomo saggio ed equilibrato come il procuratore della Repubblica di Milano, Gherardo D’Ambrosio abbia ieri esclamato: «Ti fanno perdere anche la voglia di fare il magistrato»?
Noi, naturalmente, speriamo che D’Ambrosio resista al suo posto, come Ilda Bocassini e tutti gli altri che in questi anni hanno restituito agli italiani piena fiducia nella giustizia. Ma non possiamo chiedere loro, e a nessun altro, di andare con le mani legate contro i potenti mulini a vento. Da questo punto di vista dichiarare che Silvio Berlusconi non può essere processato potrebbe non essere una resa, bensi l’avvio di una rivolta morale.




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