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Discussione: Il mesmerismo

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    Predefinito Rif: Il mesmerismo

    C'è un film di Bergman ispirato al mesmerismo

    Il volto - Wikipedia

    Nel 1845 la compagnia dell'illusionista Vogler (M. von Sydow), seguace delle teorie sul magnetismo del medico e mistico austriaco Franz Anton Mesmer, è costretta a esibirsi in casa del console Egerman (E. Josephson) in presenza del prefetto di polizia (T. Pawlo) e del medico positivista Vergerus (G. Björnstrand). Tra Vogler e Vergerus s'ingaggia una sfida che è anche una scommessa. Straordinaria pochade metafisica, è un film enigmatico e affascinante che pone molte domande senza dare risposte sul senso della vita, l'arte, la magia, l'illusione, la fede, la ragione, con qualche disposizione verbosa verso l'allegoria. Il giuoco dei simboli e delle analogie, delle metafore e delle ellissi è così fitto che si presta alle più diverse interpretazioni. Nella sua dimensione fantastica, comunque, tenuta su un registro espressionista, rimane memorabile. Premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia.

    Il volto (1958) | MYmovies



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    Predefinito Rif: Il mesmerismo

    Emilio Servadio

    IL FLUIDO DI MESMER


    Articolo pubblicato su Rivista Massonica n. 9 (novembre 1974)
    dal sito Har Tzion Montesion



    Prima di affrontare il tema che dà il titolo al presente lavoro, penso sia necessario richiamare alcuni dati essenziali sul Fratello Francesco Antonio Mesmer, che a cavallo tra il secolo XVIII e il secolo XIX ci appare, sulla ribalta dell'Europa, come una delle figure più straordinarie, importanti e significative. Nato nel 1734 a Iznang, una cittadina sul Lago di Costanza, laureatosi in filosofia e in medicina a Vienna, Mesmer, ricco per matrimonio e filantropo per temperamento, aveva cominciato a provare quali effetti potesse avere sull'organismo l'applicazione del ferro calamitato. Tale idea, giova osservare, non era originale di Mesmer. Lo strano potere che sembra sprigionarsi dalle calamite aveva fatto pensare, già molto tempo prima di lui, a una eventuale azione del ferro magnetizzato sul corpo umano. Tale supposizione era piaciuta a Mesmer perché coincideva con l'idea direttrice della sua tesi di laurea, De planetarum influxu: quella che l'attrazione universale fosse dovuta all'influenza di un «fluido» sottile, emanato da tutti gli oggetti esistenti, corpi celesti compresi. Se questo è vero - pensò Mesmer - le calamite debbono emanare più fluido che qualsiasi altra cosa, visto il loro speciale potere d'attrazione! E perché questo fluido potente non potrebbe agire sui tessuti e sui nervi? Sulla base di queste idee, Mesmer si era messo all'opera. Generoso, animato da grandissimo zelo, aveva ottenuto risultati brillanti, che gli avevano creato larga fama a Vienna e fuori. Le persone più in vista della società viennese si ritrovavano nella sua villa, e tra esse troviamo un giovane genio, il non ancora Fratello Wolfango Amedeo Mozart, che dovette alla liberalità dell'amico Mesmer se poté far rappresentare a Vienna la sua prima opera teatrale, «Bastiano e Bastiana». Ma dopo un poco, Mesmer cambiò idea, e si persuase che non dalle calamite, o dall'acqua, o da altre sostanze venute a contatto con il ferro calamitato, si sprigionava il fluido magnetico, bensì dalla sua persona, dal suo stesso organismo, dalle punte delle sue dita. Mesmer scrisse allora (si era nel 1779) la sua opera fondamentale, intitolata Memoria sulla scoperta del magnetismo animale. In base alle sue nuove teorie, Mesmer cominciò a «magnetizzare» direttamente i suoi ammalati, passando lievemente le mani aperte dall'alto in basso sul loro corpo, oppure mettendoli in contatto con sostanze sulle quali aveva effettuato le stesse manovre. Non più «magnetismo minerale» - egli dichiarò - bensì magnetismo animale. E anche qui, i fatti sembravano dargli ragione. I pazienti si sentivano presi da sonnolenza, da crampi, denunciavano strane sensazioni, e parecchi guarivano. Tra i molti casi, suscitò grande scalpore quello della signorina Paradies, che cieca dall'età di quattro anni, recuperò la vista a opera di Mesmer dopo che i primi oculisti di Vienna l'avevano curata senza risultato.


    Ma mentre le masse lo invocavano, i malati lo benedivano, le accademie scientifiche e la facoltà di medicina, toccate sul vivo, reagirono: dichiararono insensate le cure di Mesmer, fittizi i suoi risultati, assurde le sue teorie. Mesmer, offeso e umiliato, lasciò Vienna e, nel 1778, si trasferì a Parigi. Qui divenne rapidamente il centro dell'attenzione generale. Allontanatosi per breve tempo dalla Francia, vi ritorno rapidamente invocato da ricchi e poveri, aristocratici professionisti, ecclesiastici e laici. Somme enormi furono messe a sua disposizione, sebbene egli non cercasse denaro. A Parigi, a un certo momento, non si parlava più che di Mesmer del magnetismo. Ed è qui che lo vediamo, alcuni anni dopo il 1780, idolo delle folle che si assiepavano davanti alla sua lussuosa dimora in Piazza Vendôme, ammirato come un mago, acclamato come un benefattore dell'umanità. I cronisti del tempo ci hanno tramandato descrizioni sia delle cure «private» di Mesmer e dei suoi collaboratori, sia di ciò che avveniva nell'ampia sala dove si effettuavano le terapie collettive. Al centro del salone stava uno strano oggetto: una grande vasca di legno in cui si trovavano file di bottiglie piene di acqua, convergenti verso una sbarra di metallo, dalla quale partivano altre verghe metalliche a raggiera. Si trattava di acqua e metalli previamente «magnetizzati» da Mesmer, e da cui si riteneva partisse il famoso «fluido». Alto, dal portamento maestoso, con indosso una lunga veste violetta, Mesmer si avvicinava lentamente ai pazienti, interrogava uno, toccava un altro con una sottile bacchetta metallica, sfiorava leggermente con le dita la fronte o il torso di un terzo. Prima uno, poi altri pazienti erano presi da fremiti, sussulti, pianto o riso sfrenati, convulsioni... e si giungeva a quelli che oggi si chiamerebbero stati di isterismo, di sonno ipnotico, di letargia o di catalessi: sono le «crisi» mesmeriche, necessarie perché si potesse ottenere la guarigione. E ogni giorno, infatti, dal palazzo di Mesmer uscivano individui che si proclamavano guariti per magico influsso e che inneggiavano a Mesmer come al loro salvatore. Per la strada, Mesmer doveva proteggersi dall'infatuazione generale: gli infermi volevano almeno toccargli le vesti, principesse e marchese lo supplicavano a mani giunte affinché si degnasse di visitarle. L'influenza di Mesmer, a un certo punto, diventò una vera e propria «mesmeromania». Ma questa gloria parigina fu di non lunga durata. Anche a Parigi, come già a Vienna, la scienza ufficiale si oppose a Mesmer, le inchieste accademiche gli furono contrarie. Scoppiata la Rivoluzione, Mesmer, ormai quasi sessantenne, fu costretto - si era nel 1793 - ad abbandonare il suolo francese. Dopo alcune peregrinazioni, cercò oblìo e riposo nella terra natia, sul Lago di Costanza. Quivi trascorse operosamente, aiutando il prossimo, gli ultimi anni della sua vita, e vi morì nel 1815.



    In questa sede, non potrei certo dilungarmi sugli sviluppi e sulle filiazioni che le idee e l'opera di Mesmer ebbero sul piano scientifico. Ne accennerò comunque brevemente. Dopo un periodo in cui il «mesmerismo» fu accantonato dalla scienza ufficiale, alcuni studiosi diedero il loro riconoscimento ai fenomeni, proponendone però una interpretazione diversa da quella di Mesmer. L'opera principale al riguardo si deve ad un medico inglese, James Braid, che nel 1843 pubblicò un libro nel quale, per la prima volta, si adoperano i termini «ipnosi» e «ipnologia», e in cui i fenomeni del «mesmerismo» vengono ricondotti a una azione non già «magnetica» o «fluidica», bensì esclusivamente psicologica. Fu questo l'inizio degli studi e delle esperienze sull'ipnotismo, che durano ancora nell'epoca attuale, dopo aver subìto non pochi alti e bassi nel secolo scorso e nella prima metà di questo. Come è largamente noto, lo stesso Freud cominciò con l'occuparsi di ipnosi e di terapie ipnotiche, prima di abbandonarle in favore di una nuova tecnica, quella psicoanalitica, e di gettare le basi del grandioso edificio della psicoanalisi. Anche dai brevi cenni dati, si può dunque vedere di quale importanza, e matrice di quali poderosi e straordinari sviluppi, sia stata l'opera teorica e pratica di Francesco Antonio Mesmer. Sul piano medico profano, egli aveva sicuramente individuata appieno l'influenza di una personalità su altre, delle interrelazioni psicologiche, della psiche che s'impone e che guarisce: influenza che, come si è accennato, fu esplorata e sviluppata in tutto il secolo XIX e nell'attuale, portando ad alcune fra le più grandi scoperte psicologiche moderne. Vediamo ora di che cosa le tesi e l'opera di Mesmer, e gli sviluppi da esse avuti, possano considerarsi a loro volta esponenti - risalendo dal piano profano (per quanto importante e degno di ammirazione) al piano massonico e iniziatico.


    Che Mesmer fosse Massone, nessun dubbio. A Vienna, egli appartenne alla Loggia «La Beneficienza», di cui fece parte anche Mozart. In Francia, ebbe relazioni con la Loggia degli «Amici Riuniti», e fu membro della Loggia dei «Filadelfi» di Narbona. Il suo nome non figura nelle liste del Grande Oriente di Francia: ma a testimoniare la sua appartenenza alla Massoneria basterebbe la famosa lettera inviata a lui, come ad altri eminenti Fratelli (compreso Cagliostro), con cui lo si invitava al Convento dell'organizzazione massonica detta dei Filaleti, lettera del novembre 1784, alla quale Mesmer rispose negativamente. Sulla tomba di Mesmer, a Meersburg, sul Lago di Costanza, figurano un prisma triangolare, tre gradini, il Delta luminoso con un occhio centrale, la Stella a cinque punte, il Sole, la Luna e le Stelle. Il nome Franz Anton Mesmer è inciso su una delle tre facciate di cui si compone il mausoleo, sotto l'occhio iscritto nel triangolo. Ma Mesmer aveva fatto, a mio avviso, ben più che non semplicemente appartenere, quale Fratello, a Officine austriache o francesi. Aveva fondato, una «Società» che si potrebbe chiamare para-massonica, denominata «Società dell'Armonia» i cui principi e i cui rituali risultano - in base a documenti pubblicati anche di recente - su linee molto simili a quelle delle Logge propriamente muratorie. […] La «Società dell'Armonia», fondata nel 1783, fu sciolta nel 1789, o giù di lì. Giova menzionare che nei suoi locali figuravano simboli analoghi, anche se non sempre identici, a quelli delle Logge Massoniche. Vi troviamo infatti il mosaico a pietre bianche e nere, la pietra grezza e la pietra cubica, le due colonne, la stella fiammeggiante, la livella, il compasso la squadra, il sole, la luna, le stelle, il globo terrestre. L'appartenenza alla Società comprendeva un iter di 7 Gradi, i cui primi tre formavano la «Dottrina simbolica», mentre il quarto e il quinto formavano quella che era chiamata la «Dottrina negativa», il sesto e il settimo formavano la «Dottrina positiva». Non è possibile, qui ancora, dilungarsi sul «Piano dell'Ordine dell'Armonia Universale», che comprende fra l'altro la «Spiegazione sommaria dei Quadri dei Tre primi Gradi», nonché un'interessantissima «Spiegazione del Terzo Grado Massonico». Basterà dire che appare, a mio avviso, chiarissimo come in seno alla «Società dell'Armonia», il Fratello Mesmer si sia riferito a principi universali molto più alti che non quelli a cui poteva far capo la sua prassi terapeutica, e come, pertanto, sembri evidente la distinzione fra Mesmer «medico straordinario», e Mesmer iniziato. Se non si tiene presente l'anzidetta distinzione, non si può, ritengo, rispondere alla domanda che adesso sorge spontaneamente: che cosa era, dunque, il fluido di Mesmer? Coloro che avevano visto Mesmer all'opera, e che avevano letto in superficie i suoi scritti, o quelli dei suoi più immediati continuatori, non potevano concepire il «fluido» se non come qualche cosa, tutto sommato, di materiale - ancorché sottile -; di concreto, e forse, prima o poi, di misurabile quantitativamente. Se «qualche cosa» in realtà si sprigionava dalle dita protese del magnetizzatore, o dall'acqua, o dalla limatura di ferro, o dalle bacchette metalliche della famosa tinozza, questo «qualche cosa» - si pensava - un giorno o l'altro sarebbe stato probabilmente accertato e misurato in qualche modo, con qualche strumento. Ecco perché, mentre da un lato una certa corrente scientifica, come si è ricordato, negava o ignorava il «fluido», d'altro canto una serie di studiosi, per tutto il secolo XIX e per parte di questo, cercarono di portare il fluido di Mesmer sul piano della verificabilità scientifica. Non pochi, in tutto il periodo accennato, escogitarono curiosi strumenti - sempre rivelatisi fallaci e non seri - che avrebbero dovuto evidenziare e misurare il «fluido». Si ebbero così i vari stenometri, biometri, effluviometri, ecc.: si ebbero, anche, tentativi - una volta affermatasi la fotografia - intesi a mostrare che il «fluido» poteva impressionare la lastra o la pellicola fotografica. Nella mentalità di tutti i predetti ricercatori, il fluido di Mesmer, evidentemente, era considerato alla stessa stregua dell'elettricità, delle onde magnetiche, o delle radiazioni luminose. Ma è da notare che Mesmer non aveva mai affermato nulla di simile! Uno dei suoi più affezionati seguaci, il Du Potet, aveva scritto che il fluido «non è una sostanza che possa essere pesata, misurata, condensata: è una forza vitale». E Mesmer, prima di lui, aveva dichiarato che il fluido, «non avendo alcuna proprietà, non è né elastico, né pesante, bensì è il mezzo atto a determinare delle proprietà in tutti gli ordini della materia che si trova più composta di quanto non lo sia esso stesso».


    La tomba di Mesmer

    A questo punto, non si può non cominciare a sospettare che Mesmer, Massone e iniziato oltre che filosofo e terapeuta, avesse intuìto - non sappiamo fino a quali limiti e con quale consapevolezza - che il «fluido» era, nella sua vera essenza, un'entità metafisica, e che quello da lui propagandato, e del quale mostrava e affermava l'efficacia terapeutica, non ne era per così dire che un aspetto, un riflesso, una proiezione sul piano fenomenico. In un fascicoletto di quattro pagine, pubblicato nel 1787, un Autore ignoto così lo definisce: «Quel sublime agente, che svolge un sì gran ruolo nella natura, che gli antichi filosofi non hanno disconosciuto... e al quale si è dato molto impropriamente il nome di magnetismo, non è altro che il fluido o spirito universale, universalmente diffuso nello spazio, e nel quale sono immersi i tre regni della natura... codesto spirito inesplicabile non è né la calamita, né l'elettricità, né il fuoco elementare, né il flogistico, né l'acidum pingue dei chimici; ma prendendo a prestito per definirlo il soccorso della metafisica, è il primo impulso impresso alla materia dall'Essere supremo, impulso per il quale è stata sufficiente la Sua sola volontà». Se si adotta tale punto di vista, ossia se si comincia a concepire il fluido di Mesmer come proiezione fisica di un principio metafisico, appaiono subito vane le interminabili controversie tra «fluidisti» e «antifluidisti», a noi tramandate dalla letteratura specializzata del secolo scorso. E appaiono vane - si può aggiungere - perché partono da una concezione dualistica del tutto arbitraria, in base alla quale si isolano irrimediabilmente mondo interiore e mondo fisico: e ciò non soltanto nei rispettivi aspetti fenomenici, ma anche nelle loro radici! A Mesmer non era venuto, non poteva venire in mente di ricercare, o di indicare, se e in qual modo il suo «fluido» potesse essere circoscritto e misurato. La sua concezione del «fluido» si ricollegava, abbastanza evidentemente, a quella dello «spirito universale» di Robert Fludd, e ad altre più o meno consimili. E la sua grandezza, ai nostri occhi di Massoni, appare assai più nell'anzidetta sua apertura - non sappiamo quanto estesa - verso il metafisico, che non nella sua cultura universitaria, o nelle sue impressionanti abilità di terapeuta e di caposcuola. Notiamo in qual modo il Fratello Mesmer descrive, nella sua «Spiegazione sommaria dei Quadri dei tre primi Gradi», la tecnica di un processo che è, nel medesimo tempo, terapia, riscatto, e simbolico richiamo alla vita. Parlando del Terzo Grado, egli scrive: «La Loggia di Maestro è l'emblema dell'uomo alterato da un movimento violento, irregolare, e che si trova, per così dire, nella tomba. Ma il ramo d'acacia indica che il movimento tonico sussiste ancora in lui, e le lacrime ignee sparse intorno alla tomba indicano che il fluido benefico che lo circonda non aspetta che di essere messo regolarmente in moto per trarlo dalla tomba. É qui che il processo magnetico diventa sensibile. Piede contro piede, ginocchio contro ginocchio: tale è la maniera in cui ci si mette in rapporto col malato. Una mano dietro la schiena: stabilizzazione del polo; con l'altra si passa dall'alto in basso e si sottrae il fluido dal pollice e dall'indice: inizio del magnetismo, la cui continuazione trae Hiram dalla tomba».

    Ogni commento sarebbe superfluo. Di quando in quando, anche in tempi abbastanza vicini a noi, qualche studioso particolarmente acuto ha intravisto - come attraverso uno spiraglio - in che cosa potesse consistere quello che un chiaro Autore frantese, il Vinchon, ha chiamato il «segreto» di Mesmer. Tale «segreto» - come ho cercato d'indicare - consisteva nell'aver percepito, iniziaticamente, che di là dal fluido del «magnetismo animale» stava una Forza metafisica, un Principio universale. Consisteva, possiamo ora dirlo, anche nell'aver compreso che sul piano contraddistinto dall'aggettivo «animale» - caro a Mesmer, e che si presta a sottili intendimenti etimologici e semantici - l'energia del «fluido» era strettamente legata all'impulso sessuale, alla corrente misteriosa da cui ha origine e per cui si perpetua la vita. Ebbene: uno dei pensatori a cui ho fatto riferimento è stato Freud; il quale poco a poco, partito com'era da una considerazione prettamente biologica e biofisica della sessualità, aveva poi compreso e sostenuto che la sessualità non è se non una manifestazione fenomenologica di qualche cosa di più alto, di un principio che egli stesso, richiamandosi a Platone, contraddistinse finalmente col termine di Eros. Scrive Freud: «L'Eros di Platone presenta, quanto alle origini, alle sue manifestazioni, e ai suoi rapporti con l'amore sessuale, una analogia completa con l'energia amorosa, con la libido della psicoanalisi». E quanto all'ipnosi, che come ho detto in principio Freud aveva dapprima profondamente avvicinata e studiata, ecco quanto egli ebbe a scriverne: «Il rapporto ipnotico consiste in un abbandono amoroso totale con esclusione di qualsiasi soddisfazione sessuale, mentre nello stato amoroso tale soddisfazione non si trova accantonata se non momentaneamente, e figura sempre nello sfondo, quale mèta possibile». E tuttavia sappiamo, da un Rapporto segreto che fu presentato al Re di Francia dalla speciale Commissione incaricata di studiare il magnetismo animale ed i suoi effetti, che di quando in quando, nelle sedute di magnetismo, avvenivano vere e proprie crisi d'ordine sessuale nelle pazienti, trasportate senza colpa o peccato su di un piano ancor più «terreno» di fenomeni che non quello sul quale agivano in piena consapevolezza, e con perfetta coscienziosità, Mesmer e i suoi collaboratori! Anche uno dei più brillanti seguaci di Freud, Wilhelm Reich, sembra aver avuto sentore dell'esistenza di un'energia cosmica, della quale quella sessuale era un'espressione sul piano biologico, e che poteva essere adoperata, sia pur indirettamente, a fini terapeutici. Non molto diversamente da Mesmer, Reich finì col costruire dei recipienti, nei quali riteneva di avere imprigionato l'energia in questione, da lui chiamata «orgone», e pensò che mettendosi in contatto con tali recipienti, i malati avrebbero potuto ricavarne giovamento e guarigione. Chiaro che in pieno secolo XX, tali procedimenti non potevano non apparire, molto più che non nel Settecento o nel primo Ottocento, futili e ciarlataneschi. Inoltre, Reich - a differenza di Mesmer - confuse l'energia cosmica, od «orgone», con ciò che riteneva di aver captato e condensato nei suoi recipienti. Si trovò, pertanto, nella stessa situazione in cui vennero a trovarsi gli assertori del «magnetismo animale» dinnanzi agli scienziati «positivi», i quali non ebbero difficoltà a sostenere che il fluido di Mesmer non poteva in alcun modo essere evidenziato da apparecchiature scientifiche. Assai superiore ci appare, a questo riguardo, la posizione di Freud, non soltatno dal punto di vista filosofico, ma anche in sede pratica. Mai, infatti, venne in mente a Freud di confondere la libido con qualche cosa di materiale e di misurabile; o di poterla «condensare» sul piano concreto e materiale! Al livello del fenomeno, dunque, «fluido» e libido si identificano.

    Ma è chiaro a questo punto che l'uso del fluido di Mesmer può divenire, per chi abbia percorso qualche gradino sulla via iniziatica, un mezzo ben diverso dai comuni strumenti della medicina profana. Nei limiti in cui l'iniziato può non soltanto concepirlo, ma realizzarlo esotericamente e sottilmente, il fluido di Mesmer - sentito e vissuto come Anima Mundi, o Agente universale - può far tutt'uno con un'opera di raccordo tra l'Io (iniziatico) e il non-lo: opera che trascende evidentemente il piano generale del soccorso medico e dell'intervento terapeutico. A tale livello, il fluido di Mesmer diventa panacea, elisir di vita, medicina universale. Può investire persone e cose. Pochi granuli di materia, «trattati» da chi si trovi nelle condizioni idonee, possono mettere il malato in una comunicazione «sottile» col piano in cui agisce il taumaturgo, ed effettuare in lui modificazioni che appaiono «miracolose» al livello profano. È questa, si può ben ritenere, la famosa «medicina» dei Rosa-Croce.
    Un giorno, tanti anni fa, mi fu chiesto qual era, a mio avviso, il fattore più importante in ogni e qualsiasi tipo di terapia. Senza troppo pensarci, risposi che secondo me, occorreva in primo luogo «sentire amore» verso il paziente. Oggi, tali parole mi appaiono sotto un'angolazione diversa e più ampia. È l'angolazione massonica e iniziatica. Oggi mi rendo conto che anche il modesto amore che sul piano profano il buon psicoterapeuta mette nella sua opera, non è, anch'esso, se non emanazione e riflessione di un quid che ci trascende, l'ultimo guizzo di un fuoco verso cui possiamo sperare di lentamente risalire, in un'ascesa che a certi livelli può farci incontrare - e adoperare, se ne siamo degni e capaci - il fluido di Mesmer, l'agente operativo dei Terapeuti Rosacrociani. Più oltre, al limite, vibrano e rifulgono l'Armonia - come aveva indicato il Fratello Mesmer: l'Amore infuocato, il Centro ineffabile della Rosa.


    Bibliografia: F.A. Mesmer, Dissertatio physico-medica de planetarum influxu, Vindobonae (Vienna), 1766.

    Articolo pubblicato su Rivista Massonica n. 9 (novembre 1974) - dal sito Har Tzion Montesion

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    Predefinito Re: Il mesmerismo

    La verità sul caso di Mr. Valdemar

    di Edgar A. Poe
    (1845)


    Illustrazione di Harry Clarke (1919)
    Immagie tratta dal sito Wikimedia Upload

    Naturalmente non pretenderò di ritenere un fatto straordinario che il sorprendente caso del signor Valdemar abbia provocato tante discussioni: sarebbe un miracolo se ciò non fosse stato, date soprattutto le circostanze. In seguito al desiderio di tutte le parti interessate di tenere nascosta la vicenda al pubblico, per il momento almeno, o fino a che non avessimo avuto occasioni per una ricerca piú approfondita, in seguito appunto ai nostri sforzi per ottenere questo, si è sparsa tra la gente una versione del fatto arbitraria ed esagerata, la quale è divenuta fonte di molte ipotesi sgradevoli ed errate e logicamente di grande incredulità.
    È ora necessario che io dia i fatti cosí come li conosco. Eccoli in succinto.

    La mia attenzione, in questi ultimi tre anni, è stata attratta dal mesmerismo e circa nove mesi or sono mi venne in mente cosí all’improvviso che nella serie delle esperienze da me sino a quel momento compiute vi era stata un’omissione gravissima e assolutamente ingiustificabile, che cioè nessuno era ancora mai stato mesmerizzato in articulo mortis. Era da vedere per prima cosa se in tale condizione esistesse nel paziente una suscettibilità qualsiasi all’influenza magnetica; secondariamente, nel caso che tale suscettibilità esistesse, se questa fosse diminuita o accresciuta dalla condizione predetta. In terzo luogo sino a qual punto, e per quanto tempo, potessero essere fermate mediante questo processo le pretese inesorabili della Morte. Vi erano ancora altri punti che avrebbero dovuto essere accertati, ma i suaccennati eccitavano particolarmente la mia curiosità, l’ultimo soprattutto, per la portata vastissima delle sue eventuali conseguenze.

    Nel guardarmi attorno in cerca di un soggetto grazie al quale io potessi saggiare queste mie ipotesi, venni indotto a pensare al mio amico Ernest Valdemar, il notissimo compilatore della "Bibliotheca Forensica" e autore (sotto lo pseudonimo di Issachar Marx) delle versioni in polacco del "Wallenstein" e del "Gargantua". Il signor Valdemar, il quale aveva dimorato per lo piú nel quartiere di Harlem, nello Stato di New York, sin dal 1839 è (o era) caratterizzato principalmente da un’estrema magrezza della persona (i suoi arti inferiori rammentavano moltissimo quelli di John Randolph), nonché, pure, dall’immacolato biancore dei suoi baffi stranamente in contrasto con la nerezza dei capelli, i quali, di conseguenza, venivano generalmente scambiati per una parrucca. Era di temperamento spiccatamente nervoso, il che lo rendeva un soggetto ottimo per le esperienze mesmeriche. Ero riuscito un paio di volte a farlo addormentare quasi senza difficoltà, ma ero stato deluso in altri risultati che la sua particolare costituzione mi aveva naturalmente indotto a prevedere. La sua volontà non si era mai trovata positivamente o totalmente sotto il mio controllo, e in quanto alla chiaroveggenza, non ero mai riuscito a compiere con lui nulla di concreto. Avevo sempre attribuito il mio insuccesso su questi punti alle sue alterate condizioni di salute. Già alcuni mesi prima ch’io avessi occasione di fare la sua conoscenza i medici lo avevano dichiarato irrevocabilmente tubercolotico. Del resto era sua abitudine parlare con calma della propria imminente fine, come di cosa che non poteva essere né evitata né rimpianta. Allorché incominciai a riflettere su quanto ho accennato prima, fu logicamente naturalissimo che io pensassi al signor Valdemar. Conoscevo troppo bene la salda mente filosofica dell’uomo per temere da LUI scrupoli di qualsiasi genere, né d’altronde egli aveva parenti in America che potessero intromettersi. Gli parlai francamente del mio progetto, e con mia sorpresa vidi di avere fortemente suscitato il suo interesse. Dico con sorpresa perché, sebbene egli mi avesse sempre concesso di servirmi liberamente della sua persona per le mie esperienze, non aveva mai dimostrato prima d’allora una speciale simpatia per quel che io facevo. Il male che lo minava era di quelli che permettono un calcolo esatto intorno al tempo della conclusione letale, e infine ci accordammo ventiquattr’ore prima del momento che i suoi medici avrebbero decretato essere quello del trapasso.

    Sono trascorsi ormai piú di sette mesi da quando io ho ricevuto da parte del signor Valdemar in persona il seguente biglietto:
    "Caro P...
    "Può anche venire ADESSO. D... e F... sono concordi nel dichiarare che io non potrò durare oltre la mezzanotte di domani, e ritengo che abbiano colto pressoché esattamente nel segno.
    Valdemar".

    Ricevetti questo biglietto circa mezz’ora dopo che era stato scritto, e in capo ad altri quindici minuti mi trovavo nella camera del morente. Non lo vedevo da dieci giorni, e rimasi esterrefatto dallo spaventoso mutamento avvenuto in lui durante quel breve intervallo. Il suo volto era soffuso di una tinta plumbea; gli occhi avevano perduto ogni luce, e la sua emaciatezza era tale che la pelle gli si era rotta sugli zigomi.

    Soffriva di un’espettorazione abbondantissima: il polso era appena percettibile. Egli aveva conservato però in modo sorprendente non solo le sue piene facoltà mentali, ma anche una certa somma di energie fisiche. Si esprimeva udibilmente, prendeva senza aiuto alcuni medicamenti palliativi, e, allorché io entrai nella sua stanza, era intento a segnare a matita alcuni appunti su un taccuino. Era seduto sul letto appoggiato contro una montagna di cuscini. Lo vegliavano i dottori
    D... e F...

    Dopo aver stretto la mano di Valdemar presi in disparte questi signori e ottenni da loro una relazione minuta circa le condizioni del paziente.
    Il polmone sinistro era da diciotto mesi in uno stato semiosseo o cartilaginoso, ed era divenuto naturalmente del tutto inservibile agli scopi della vita. Anche il polmone destro, nella regione superiore, si era parzialmente se non totalmente ossificato, mentre la regione inferiore non era piú che una massa di tubercoli purulenti confondentisi gli uni negli altri. Esistevano varie perforazioni assai vaste, e in un punto era avvenuta un’aderenza permanente alle costole. Questi sintomi rivelati dal lobo destro erano di data relativamente recente. Il processo di ossificazione era progredito con rapidità assai insolita; ancora un mese prima non ne era stato notato il minimo sintomo, e l’aderenza era stata scoperta soltanto tre giorni innanzi.
    Indipendentemente dal processo di consumazione, il paziente era sospetto di aneurisma dell’aorta, ma in questa regione i sistemi ossei rendevano impossibile una diagnosi esatta. Entrambi i medici erano d’opinione che il signor Valdemar sarebbe morto verso la mezzanotte dell’indomani (domenica). Erano in quel momento le sette del sabato sera.

    Nell’allontanarsi dal capezzale dell’infermo per discorrere con me, i dotti D... e F... gli avevano rivolto un saluto finale. Non era nelle loro intenzioni di ritornare, ma su mia richiesta promisero che sarebbero venuti a dare un’occhiata al paziente, verso le dieci della sera successiva.
    Quando se ne furono andati discussi apertamente col signor Valdemar intorno all’argomento della sua fine imminente, nonché, e con maggiori particolari, intorno all’esperienza che mi proponevo di tentare. Egli si dichiarò tuttora dispostissimo e anzi impaziente di parteciparvi, e insistette perché iniziassi subito. Ero assistito da un infermiere e da una infermiera, ma non mi sentivo d’imbarcarmi in un compito di quella fatta con testimoni cosí poco sicuri, nel caso avvenisse una catastrofe improvvisa. Rimandai perciò il tentativo alle otto circa della sera seguente, allorché la venuta di uno studente di medicina che conoscevo abbastanza bene (il signor Teodoro L.....l) mi liberò da ogni ulteriore scrupolo e incertezza. Era stato in origine mio desiderio di attendere il ritorno dei medici, ma fui indotto a procedere, prima di tutto dalle incalzanti suppliche del signor Valdemar, e in secondo luogo dall’intimo convincimento che non avevo un minuto da predere, poiché lo vedevo declinare rapidamente e a vista d’occhio.
    L.....l ebbe la bontà di aderire al mio desiderio che egli stendesse cioè nota di tutto quanto accadeva, ed è proprio dai suoi appunti che ho raccolto riassumendoli o copiandoli parola per parola quanto sto ora per narrare.

    Mancavano circa cinque minuti alle otto quando, prendendo la mano del paziente, lo pregai di dichiarare, quanto piú chiaramente gli era possibile, al signor L....l, se egli (Valdemar) era realmente consenziente che io iniziassi l’esperimento di mesmerizzazione della sua persona nelle sue attuali condizioni.
    Mi rispose debolmente, e tuttavia con voce chiaramente udibile: - Sì, desidero essere mesmerizzato; - aggiungendo subito dopo: - Temo che lei abbia rimandato l’esperienza già di troppo.
    Mentre diceva questo incominciai a eseguire i passaggi che altre volte avevo trovato particolarmente efficaci in un soggetto quale il suo. Egli rimase evidentemente influenzato dal primo movimento laterale della mia mano attraverso la sua fronte, ma benché esercitassi tutti i miei poteri non ottenni alcun ulteriore effetto notevole se non alcuni minuti dopo le dieci, quando cioè sopraggiunsero, antenendo fede al loro impegno, i dottori D... e F... Spiegai loro in poche parole quel che avevo in animo, ed essi non mi fecero alcuna obiezione, affermando anzi che il paziente era già entrato in stato agonico. Procedetti allora senza esitazione, sostituendo però ai passaggi laterali quelli con moto verso il basso, e affissando il mio sguardo unicamente entro l’occhio destro del paziente.

    Il polso era ormai impercettibile e la respirazione rantolante, con pause di mezzo minuto.
    Questo stato rimase pressoché immutato durante un quarto d’ora. Al termine di questo periodo però dal petto del morente sfuggí un sospiro naturale benché profondissimo, e l’affanno stertoroso cessò; vale a dire, il rantolo agonico non era piú udibile; le pause non diminuirono.
    Le estremità del paziente erano fredde come il ghiaccio.
    Cinque minuti prima delle undici percepii i primi segni inequivocabili dell’influenza mesmerica. Il roteare vitreo dell’occhio si mutò in quell’espressione di inquieta disamina iteriore che non si avverte mai se non nei casi di sonnambulismo, e sulla quale è del tutto impossibile ingannarsi. Con pochi rapidi passaggi laterali feci tremare le labbra come in un sonno incipiente, e con pochi altri le chiusi del tutto. Non mi sentivo soddisfatto, tuttavia, e continuai perciò energicamente nelle mie manipolazioni, esercitando al massimo la volontà, finché non ebbi irrigidito totalmente le membra del dormiente, non prima però di averle fissate in una posizione apparentemente comoda. Le gambe erano distese in tutta la loro lunghezza, e cosí anche le braccia, o pressapoco, e queste posavano sul letto a una giusta distanza dai lombi.
    Il capo era assai leggermente sollevato.
    Quando ebbi terminato tutto ciò era mezzanotte in pieno, e io chiesi ai signori presenti di esaminare le condizioni di Valdemar. Dopo brevi esperimenti costoro dichiararono di trovarlo in uno stato insolitamente perfetto di trance mesmerica. La curiosità di entrambi i medici era grandemente eccitata. Il dottor D... decise subito di restare presso il paziente tutta la notte, mentre il dottor F... si congedò con la promessa che sarebbe ritornato all’alba. L.....l e gli infermieri rimasero.

    Lasciammo indisturbato Valdemar sino alle tre circa del mattino. A quell’ora mi avvicinai a lui e lo trovai esattamente nelle medesime condizioni di quando il dottor F... si era allontanato; vale a dire che giaceva nella medesima posizione; il polso era impercettibile; la respirazione lieve (o per meglio dire appena avvertibile, e verificabile soltanto avvicinando alle labbra uno specchio); gli occhi erano naturalmente chiusi, e le membra rigide e fredde come marmo. Tuttavia l’aspetto generale non era certo quello della morte.
    Nell’avvicinarmi a Valdemar, feci una specie di semisforzo nel tentativo di influenzare il suo braccio destro a seguire il mio, che feci passare dolcemente innanzi e indietro sulla sua persona. In questi esperimenti su di lui non ero mai del tutto riuscito prima d’allora, e certo non speravo molto di riuscirvi adesso, ma con mio stupore il suo braccio assai prontamente, seppur debolmente, prese a seguire ogni direzione da me indicata col mio. Decisi di arrischiare qualche parola di conversazione.

    - Signor Valdemar, - dissi, - dorme? - Non mi diede risposta, ma avvertii un tremito intorno alle labbra e mi sentii perciò indotto a ripetere la domanda una seconda volta. Alla terza tutto il suo corpo fu agitato da un brivido lievissimo; le palpebre si dischiusero sino a lasciare intravedere un segmento bianco del globo oculare; le labbra si mossero pigramente, e da esse in un sussurro a stento udibile uscirono queste parole:
    - Si; adesso dormo. Non mi svegliate! Lasciatemi morire cosí...
    A questo punto gli tastai le membra e le sentii piú rigide che mai. Il braccio destro, come prima, obbedí alla direzione della mia mano.
    Interrogai nuovamente il sonnambulo:
    - Sente ancora dolore al petto, signor Valdemar?
    La risposta ora fu immediata, ma perfino piú impercettibile della precedente:
    - Nessun dolore... Sto morendo...

    Non ritenni prudente di disturbarlo oltre proprio in quel momento, e null’altro fu detto o fatto sino al ritorno del dottor F..., il quale giunse poco prima dell’alba, ed espresse il piú illimitato stupore nel trovare il paziente ancora in vita. Dopo avergli tastato il polso e avergli avvicinato uno specchio alle labbra mi pregò di rivolgere nuovamente la parola al sonnambulo. Obbedii e dissi:
    - Signor Valdemar, dorme ancora?
    Come per l’innanzi, trascorsero alcuni minuti prima che potessi ottenere una risposta; e durante questa pausa il morente parve raccogliere tutte le sue energie per parlare. Alla quarta ripetizione della domanda disse debolissimamente, con voce appena percettibile:
    - Si, ancora... Muoio.
    I medici dimostrarono ora il parere, o meglio il desiderio, che Valdemar fosse lasciato indisturbato in quel suo stato di apparente tranquillità, sino al sopravvenire della morte, la quale, secondo l’opinione generale, era ormai questione di pochi minuti. Decisi nondimeno di rivolgergli la parola ancora una volta, limitandomi a ripetere la domanda postagli in precedenza.
    Mentre parlavo si produsse nell’aspetto del sonnambulo un mutamento sensibile.
    Gli occhi si aprirono da soli, lentamente, roteando, le pupille scomparvero all’insú; la pelle assunse una sfumatura cadaverica, venendo a rassomigliare non tanto alla pergamena, quanto a un foglio di carta bianca. E le macchie circolari tipiche dell’etisia che sino a quel momento erano risaltate con evidenza al centro di ciascuna guancia, si estinsero a un tratto. Uso quest’espressione, poiché la subitaneità della loro scomparsa mi diede la sensazione dello spegnersi di una candela sotto un soffio di fiato. Il labbro superiore, contemporaneamente, si accartocciò scostandosi dai denti, che prima ne erano stati completamente coperti, mentre la mascella inferiore cadde con uno scatto secco, lasciando la bocca spalancata e rivelando in pieno la lingua enfiata e annerita. Immagino che tutti coloro che si trovavano nella stanza fossero da tempo abituati agli orrori della morte, ma in quel momento l’aspetto di Valdemar era cosí terribilmente spaventoso, che tutti si ritrassero istintivamente dal letto.

    Ho l’impressione di essere giunto al punto di questa mia narrazione in cui tutti i miei lettori rimarranno irriducibilmente increduli. Ma è mio compito limitarmi a proseguire nel racconto.
    Il corpo di Valdemar non presentava ormai piú il benché minimo segno di vita, e giudicandolo morto stavamo per affidarlo alle cure degli infermieri, allorché avvertimmo nella lingua un forte movimento vibratorio, il quale si protrasse per forse un minuto. Al termine di questo, uscí dalle mascelle contratte e immobili una voce quale sarebbe demenza da parte mia tentare di descrivere. Vi sono in realtà due o tre aggettivi che potrebbero essere usati con sufficiente approssimazione per raffigurarla; potrei dire per esempio che il suono di quella voce era aspro, spezzato, cavo; ma essa è indescrivibile nel suo spaventoso complesso, per il semplice motivo che un suono simile mai è giunto a orecchie umane. Vi erano però in essa due particolari che giudicai allora, e giudico tuttora, come abbastanza caratteristici dell’intonazione, e anche abbastanza adatti a rendere l’idea della sua extraterrena stranezza. Prima di tutto, sembrava che la voce giungesse alle nostre orecchie, alle mie almeno, da una distanza enorme, o da qualche profonda caverna sotto la superficie della terra. In secondo luogo essa m’impressionò (temo veramente che mi sarà impossibile farmi intendere) cosí come una sostanza gelatinosa o glutinosa impressiona il senso del tatto.

    Ho parlato sia di "suono", sia di "voce". Intendo dire con questo che il suono aveva una sillabazione distinta; oserei anzi aggiungere: meravigliosamente, sorprendentemente distinta. Valdemar PARLAVA evidentemente in risposta alla domanda che io gli avevo rivolto alcuni minuti prima. Gli avevo chiesto, si ricorderà, se dormisse ancora. Egli ora mi rispose:
    - Si; no; HO dormito, e adesso, adesso... sono morto.
    Nessuno dei presenti cercò di dissimulare, o tentò di reprimere, l’orrore indicibile, raccapricciante, che queste poche parole, cosí pronunciate, erano destinate a suscitare. L.....l (lo studente) svenne.
    Gli infermieri lasciarono immediatamente la stanza e nulla poté indurli a ritornare. Non tenterò di spiegare al lettore le mie impressioni personali. Per circa un’ora ci affaccendammo in silenzio, senza proferire una sola parola, a cercar di rianimare L.....l. Quando questi si riebbe ci rimettemmo allo studio delle condizioni di Valdemar.

    Queste erano rimaste in tutto e per tutto come io le ho piú sopra descritte, a eccezione che lo specchio ora non offriva piú traccia di respirazione. Un tentativo di cavar sangue dal braccio fallí. Devo inoltre aggiungere che quest’arto non era piú soggetto alla mia volontà. Invano tentai di fargli seguire la direzione della mia mano.
    Il solo indice tangibile dell’influsso mesmerico era ora avvertibile nel moto vibratorio della lingua, ogni qualvolta io rivolgevo una domanda a Valdemar. Sembrava ogni volta lí lí per rispondere, ma non aveva piú volitività bastante. Alle domande rivoltegli da altri appariva essere del tutto insensibile, per quanto io cercassi di porre ciascuno degli astanti in rapporto mesmerico con lui. Credo di avere ormai riferito quanto è necessario per la comprensione dello stato del sonnambulo in quel momento. Vennero mandati a chiamare altri infermieri, alle dieci lasciai la casa in compagnia dei due medici e di L.....l.

    Nel pomeriggio ritornammo tutti insieme a visitare il paziente. Le sue condizioni erano rimaste precisamente le stesse. Discutemmo alquanto circa la convenienza e la possibilità di risvegliarlo, ma non tardammo ad accordarci che non avremmo ottenuto con questo alcun risultato positivo. Era evidente che la morte (o ciò che di solito si definisce morte) era stata arrestata dal processo mesmerico. Tutti convenimmo che risvegliare Valdemar sarebbe equivalso a provocare la sua immediata o comunque rapida disgregazione.
    Da quel momento sino al termine della scorsa settimana, durante un intervallo di quasi sette mesi, continuammo a recarci giornalmente a casa di Valdemar, accompagnati di quando in quando da uomini di medicina e altri amici. In tutto questo tempo il sonnambulo è rimasto esattamente come io l’ho descritto. Gli infermieri lo sorvegliavano senza interruzione.

    Fu venerdí scorso che decidemmo finalmente di tentare l’esperienza del risveglio, di cercare cioè di destarlo; ed è (forse) lo sfortunato risultato di quest’ultimo esperimento che ha suscitato tante discussioni nei circoli privati, e ciò, in una parola, che io non posso fare a meno di giudicare un risentimento popolare ingiustificato.
    Allo scopo di liberare Valdemar dalla trance mesmerica, usai i soliti passaggi. Questi rimasero per un certo tempo infruttuosi. Il primo indice di rinascita fu rivelato da un abbassamento parziale dell’iride. Venne osservato, come particolarmente degno di nota, che questa discesa della pupilla fu accompagnata da una irrorazione profusa di icore giallastro (da sotto alle palpebre) di odore pungente e fetidissimo.
    Venni successivamente consigliato di tentar d’influenzare il braccio del paziente, come per l’innanzi. Questo tentativo però fallí. Il dottor F... espresse allora il desiderio che io formulassi una domanda. Obbedii e chiesi:
    - Signor Valdemar, può spiegarci quali sono attualmente le sue sensazioni o i suoi desideri?
    Per un attimo le guance si reinvermigliarono delle loro caratteristiche macchie d’etisia; la lingua vibrò, o meglio roteò violentemente nella bocca (benché labbra e mascella restassero rigide come per l’innanzi) e infine quella medesima voce spaventosa che già ho descritta proruppe:
    - Per amor di Dio! Presto! Presto! Mettetemi a dormire. Oppure... presto! svegliatemi! Presto! Vi dico che sono morto!

    Ero indicibilmente sconvolto, e per un attimo rimasi incerto su quel che dovevo fare. Tentai dapprima di ricomporre il paziente, ma, fallito questo tentativo per la totale sospensione della volontà, ritornai sul mio operato e con altrettanta energia lottai per svegliarlo. Questa volta mi avvidi subito che sarei riuscito o per lo meno mi lusingai che tra breve il mio successo sarebbe stato completo, e sono certo che tutti nella stanza erano preparati ad assistere al risveglio del paziente.
    Ma a quanto in realtà avvenne, non era davvero possibile essere preparati.
    Mentre eseguivo rapidamente i passaggi mesmerici tra esclamazioni di "morto! morto!" che letteralmente prorompevano dalla lingua anziché dalle labbra del paziente, tutto il corpo di questi, immediatamente, nello spazio di un solo minuto, forse anche meno, si rattrappí, si sbriciolò, in una parola si corruppe e si dissolse sotto le mie mani.
    Sul letto, di fronte a tutti i presenti, non rimase che una massa quasi liquida di putridume ributtante, spaventoso.
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

 

 
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