.....non avesse fatto la guerra.
"Arafat rischiava di essere cacciato dalla sua gente"
West Bank e gaza sono state sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito al tragico sfacelo economico e politico
Prima della nuova Intifada il leader dell'Anp era stato accusato
del tracollo della Cisgiordania
di Francesco Ruggeri da West Bank, LIBERO 5.04.02
"Se non avesse lanciato la seconda Intifada contro Israele, firmando l'accordo con Barak la rivolta l'avrebbe subita lui per mano della sua stessa gente". Ahmed e Fatim sono due palestinesi di Beit Jalla che non hanno dimendticato cosa si pensava in Cisgiordania fino a un anno e mezzo fa del Presidente dell'Autorità palestinese Arafat, prima che la ripresa della guerra con lo Stato ebraico lo trasfigurasse in un eroe. Negli anni di governo autonomo dell'Anp dopo gli accordi di pace di Oslo, la cattiva gestione di Arafat era diventata un luogo comune, conducendo West Bank e Gaza sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito allo sfacelo economico e politicxo..Si è spesso detto che la spinta decisiva a riaccendere le ostilità fosse da attribuire alla pressione ideologica degli estremisti islamici, sottovalutando il peso della polveriera palestinese a livello sociale di base. Una situazione divenuta esplosiva negli anni dell'amministrazione di Arafat, il quale ne ha rovesciato l'intera responsabilità sugli israeliani, dimenticando le proprie.
Prima della creazione dei territori affidati all'Autorità nazionale palestinese, nel 1993 il reddito procapite dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania sfiorava i 2800 dollari ossia circa il 40% di quelli delle controparti israeliane di allora, e addirittura cresceva a un ritmo più veloce rispetto ai vicini di Gerusalemme. Mantenedo un identico tasso di crescita, nel 2000, alla vigilia dell'Intifada, il reddito dei palestinesi avrebbe dovuto essere di circa 7000 dollari a testa, e invece era di 1300 e già nel 1998 era sceso a 1800.
Solo nei primi due anni di autonomia un terzo degli imprenditori di Gaza aveva chiuso i battenti e gli investimenti esteri erano calati dai 520 milioni di dollari del '93 ai 220 del '97, mentre i beni fabbricati nei territori scendevano dal 50% del totale manifatturiero israeliano pre-Anp a un misero 2% già nel 1996, e l'occupazione diminuiva del 32%.
Tutto ciò nonostante la contemporanea iniezione nell'economia palestinese di 7.2 miliardi di dollari(15.000 miliardi di lire) tra Oslo e l'Intifada da parte di 43 stati esteri "donatori", e molti altri versati dal governo israeliano e dai Paesi arabi sotto forma di tasse e diritti doganali, senza contare i 2 miliardi di dollari di soli interessi provenienti ogni anno da conti e investimenti esteri controllati da Arafat. Il quale ha sempre impedito ai businessmen palestinesi da lui indipendenti che avevano sfondato all'estero di portare la loro esperienza, e ha anzi costretto tutti gli imprenditori locali a partnership forzate con il carrozzone industriale di stato, quella 'Al Behar Company' intestata a sua moglie che impone commissioni del 50% sui beni prodotti.
Ma anche tutti gli altri monopoli statali sono affidati ai suoi protetti: 'Al Bak-har' (case di lusso, cemento, ferro) al capo del suo staff Ramzi Khouri, al consigliere Hassan Asfour quello del petrolio e a Nabil Abu-Rouday il farmaceutico; al capo della sicurezza di Gaza Muhammed Dhalan quello delle tasse doganali, all'emissario dell'Onu Nabil Shaath i computer, al vice Abu Mazen la 'Sky pr' di import-export, a Yasser Abbas la 'Paltech' di elettronica, al negoziatore di Oslo Abu Ala le sigarette e al capo della sicurezza Jibril Rajoub il casinò di Gerico.
Quanto pio alla metà del budget del tesoro palestinese che non ha preso la via dei conti personali di Arafat e dei suoi in banche straniere, è stata invece dilapidata in prebende per l'enorme entourage del presidente e dei suoi 'famigli' nella pubblica amministrazione. Una cleptocrazia composta dai circa 10.000 accòliti dell'Olp premiati al rientro da Tunisi con ville e Mercedes sulla alture di ramallah o sul mare di Gaza city. O dagli 80.451 impiegati dei 24 ministeri (per qualche milione scarso di persone) o i 41.000 membri dei ben 14 differenti servizi segreti o dalle schiere di dipendenti di agenzie ed enti inutili, come il "Palestinian iniziative for the promotion of global dialogue".
Fin dal suo nascere nel '64 l'Olp aveva attirato una marea di ex-poliziotti corrotti, criminali, militari deviati, gente di strada senza arte né parte, uniti dalla cieca lealtà al leader , tradita unicamente per ulteriore denaro, come nel caso di Jaweed al-Ghussein, per 12 anni a capo delle finanze prima di sparire a Londra con 6 milioni del Palestinian Nation Fund.
In un tale contesto si può ben comprendere l'origine della miseria nera in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione fuori dalle élite protette, e che fa da incubatrice per i kamikaze motivati dalla disperazione, più che dalla religione o dalla lotta di liberazione. Chi tra loro non ha perso la memoria, all'esterno dell'incompleta clinica oncologica di Beit Jalla, ci dice che "... Il vertice delll'Anp dovrà prima o poi rispondere della montagna d'oro che ha rubato invece di costruire fabbriche, scuole, ospedali e impianti per l'acqua, o aiutare i profughi nei Paesi amici". Rinfocolando la lotta contro Israele, Arafat si è forse sottratto a un epilogo non dissimile da quello di altri padri padroni della patria, dai Suhartos ai Marcos, ma non certo al giudizio della storia. ( F.R.)
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da Dialogoinweb
Ribaltare la politica dell'Onu sui profughi palestinesi
Da un articolo di Avi Beker
segretario generale World Jewish Congress
13 giugno 2002
E' significativo il fatto che soltanto dopo gli eventi nel campo profughi di Jenin dell'aprile scorso una parte della stampa abbia incominciato a porsi delle domande sul ruolo che svolge l'Agenzia dell'Onu per i profughi palestinesi UNRWA (United Nations Relief and Work Agency for Palestinian Refugees). Alcuni giornali americani hanno iniziato a pubblicare articoli in cui ci si chiede senza mezzi termini: "Ma cosa fa esattamente l'Onu in questi campi profughi con i soldi anche nostri?". Vale la pena ricordare che attualmente gli Stati Uniti finanziano piu' di un quarto delle spese dell'UNRWA di circa 90 milioni di dollari all'anno, mentre importanti paesi arabi petroliferi non arrivano, tutti insieme, a 5 milioni di dollari all'anno e paesi come l'Iraq e la Libia non offrono nulla.
L'UNRWA, secondo quanto si legge nel suo stesso sito web, non ha lo scopo di dare soluzione al problema dei profughi palestinesi. Infatti, mentre di tutti gli altri profughi del mondo si occupa l'Alto Commissario dell'Onu per i rifugiati (UNHCR) con il compito di puntare al loro reinserimento sociale, il mandato dell'UNRWA, creata appositamente piu' di cinquant'anni fa, e' viceversa quello di perpetuare il problema dei profughi palestinesi nei campi.
Sotto l'egida dell'UNRWA vengono violati alcuni fondamentali principi del diritto internazionale. Nel 1998 il Consiglio di Sicurezza dell'Onu affermava che e' "inaccettabile usare i campi profughi o le persone nei campi profughi per scopi militari", un impegno immediatamente ribadito dal segretario generale Kofi Annan in un rapporto del 1998 al Consiglio di Sicurezza nel quale si faceva appello affinche' "i campi profughi siano mantenuti sgombri da ogni presenza o attrezzatura militare e sia scrupolosamente preservata la loro neutralita'." Sono principi che sarebbe assai importante che venissero osservati anche nei campi profughi palestinesi dell'UNRWA.
Nel 1976 l'allora ambasciatore libanese alle Nazioni Unite Edward Ghorra metteva in guardia la comunita' internazionale sul fatto che i campi palestinesi dell'UNRWA in Libano erano caduti sotto il controllo di organizzazioni terroristiche. Nella sua lettera all'allora segretario generale dell'Onu Kurt Waldheim (pubblicata come documento ufficiale dell'Onu), il rappresentante libanese diceva che "i palestinesi agiscono come uno stato dentro lo stato del Libano e hanno trasformato molti se non tutti i capi profughi in basi militari nel cuore stesso dei nostri centri commerciali e industriali, a ridosso di grandi agglomerati di popolazione civile". In effetti i campi dell'UNRWA, con piu' di 17.000 dipendenti per lo piu' palestinesi, erano finiti sotto il controllo dell'Olp e, sotto la bandiera dell'Onu, funzionavano come vere e proprie basi militari, complete di depositi di armi e munizioni.
L'attuale mandato dell'UNRWA deve essere rinnovato il 30 giugno prossimo. Questa scadenza dovrebbe essere utilizzata per premere sull'Onu affinche' venga avviato un progetto di riforma che avvii l'integrazione dell'UNRWA nella struttura dell'Alto Commissario per i Rifugiati. Nel frattempo bisogna esigere dall'UNRWA che sviluppi delle politiche affidabili e praticabili su due versanti: da un lato che si adoperi per far rispettare il divieto, sancito dal diritto internazionale e dalle delibere dell'Onu, di usare i campi profughi per attivita' militari e terroristiche; dall'altro che elabori un serio programma di riabilitazione volto alla realizzazione di nuovi insediamenti abitativi per i profughi al di fuori dei campi la' dove sono collocati.
Non e' possibile affrontare la tragedia dei palestinesi con le attuali politiche dell'Onu. Qualunque piano di pace complessivo che contempli un ritiro israeliano e nuovi confini con uno stato palestinese deve prevedere come massima priorita' una piena soluzione politica e umana per i profughi. E' chiaro che bisogna trovare una soluzione anche per i confini e le questioni di sicurezza, ma prima di tutto bisogna affrontare la situazione dei profughi e bisogna trovare una soluzione realistica e concreta che affronti le loro condizioni di vita quotidiane. Non si puo' lasciare che la questione del cosiddetto "diritto al ritorno" incomba come una spada di Damocle su qualunque iniziativa di pace, compresa la recente iniziativa saudita che, non a caso, su questo punto rimane vaga e ambigua.
I piu' recenti sondaggi mostrano che la popolazione israeliana e' disposta ad accettare la costituzione di uno stato palestinese, lo smantellamento di insediamenti e compromessi di vasta portata in nome di una vera pace. Come affermo' il presidente Clinton il 28 luglio 2000, il problema dei profughi in Medio Oriente e' un problema doppio, giacche' comprende anche quello degli ebrei che furono costretti a lasciare i paesi arabi dove vivevano e che si riversarono in gran parte in Israele. I profughi ebrei post-1948, quantitativamente quasi uguali ai profughi palestinesi dello stesso periodo, vennero accolti e inseriti nel loro nuovo paese, Israele. Viceversa, ai palestinesi nei campi profughi dell'UNRWA non venne offerta alcuna possibilita' di riabilitazione, e questa e' appunto la ragione per cui quei campi si trasformarono in culle di estremismo e di terrorismo. E' chiaro dunque che una soluzione pacifica del conflitto viene continuamente ostacolata dalle rovinose conseguenze di una pluridecennale politica volta a trascurare deliberatamente il dramma dei profughi palestinesi, rimandandone la soluzione a un lontanissimo futuro. Oggi, in nome della pace, l'Onu e la comunita' internazionale devono ribaltare questa politica, tanto antica quanto deleteria, e offrire finalmente ai profughi palestinesi, dentro e fuori i campi dell'UNRWA, una nuova prospettiva veramente umana.
(Ha'aretz, 10.06.02)




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