

"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf


La Vandea e la Rivoluzione Francese
Oltre 770 Comuni situati nell'ovest della Francia, chiamati comunemente "Vandea Militare", furono teatro, più di due secoli fa, di una delle più sanguinose rivolte che la storia ricordi.
Nel 1789 queste popolazioni, offuscate dai fumi della Rivoluzione Francese, si schierarono con i "Blesi" Repubblicani credendo alle loro false promesse di libertà e progresso, ma quattro anni dopo, nell'anno della decapitazione "rituale" del Re di Francia Luigi XVI e della Regina Maria Antonietta, scoppiò l'insurrezione.
Diverse furono le ragioni dei vandeani, da un lato il perdurare di pesanti imposte e la coscrizione obbligatoria, che oltre ad essere antitradizionale (la guerra è sempre stata compito di una determinata casta'', quella guerriera) toglieva forza lavorativa; dall'altra, come scintilla su della polvere da sparo, lo Stato Repubblicano decise la "Costituzione Civile del Clero", che comportava il completo asservimento al potere centrale, negando così anche la libertà religiosa e con essa l'identità spirituale del popolo.
La costituzione di una "Chiesa Nazionale" rientrava inoltre, in un progetto più vasto, quello di estirpare il cattolicesimo dalla Francia, quale ultimo baluardo della resistenza tradizionale, passando appunto dall'allontanamento dalla comunione con il Romano Pontefice.
Ma lo scontro fu essenzialmente tra due visioni del mondo antitetiche, da un lato vi era la nuova classe dirigente giacobina "illuminata" e "libertaria" che dopo la distruzione di ogni ordinamento legittimo in Francia, mirava con un piano di spopolamento, all'indisturbato instaurarsi della borghesia mercantile. Dalla controparte vandeana invece, il forte radicamento alla propria terra, l'incrollabile fede in Dio e nei valori tradizionali, perfettamente racchiusi nel motto "vive Dieu et le Roi" (viva Dio e il Re), furono scudo contro gli pseudo-valori della rivoluzione
giacobina, e prova vivente della loro falsità.
Inizialmente i vandeani riuscirono a tenere il loro territorio, ma troppo sicuri delle loro forze si spinsero alla conquista di altre regioni allo scopo di arrivare fino a Parigi.
L'inevitabile disfatta portò alla perdita di uomini fondamentali come il generale Cathelincau, ed ebbe come seguito un periodo di equilibrio tra le parti difficilmente sostenibile. Questo spinse i comandanti vandeani a partire verso la Bretagna e la Normandia fiduciosi di un aiuto inglese. Ma davanti alle mura di Granville, dove attendevano le navi Inglesi, la loro avanzata venne arrestata bruscamente e, furono costretti a ritirarsi nelle loro terre. Inevitabilmente anche il rientro venne impedito, infatti le truppe giacobine a Savenay sconfissero le truppe superstiti ottenendo la definitiva vittoria.
Qui si concluse la resistenza vandeana, schiacciata dall'aberrante ferocia giacobina, sintetizzata perfettamente nelle parole rivolte da uno degli artefici di quel massacro, al Comitato di Salute Pubblica: "Non vi è più Vandea, cittadini repubblicani. È morta sotto la nostra libera spada, con le sue donne e i suoi bambini. L'ho appena sepolta nelle paludi e nei boschi di Savenay. Secondo gli ordini che mi avete dato, ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli e massacrato le donne, così che, almeno quelle, non partoriranno più briganti. Non ho un prigioniero da rimproverarmi. Ho sterminato tutto...". Ma per questo popolo in armi non era ancora finita, restava, infatti, ancora il decreto della Convenzione del primo agosto del 1793 che ordinava di trasformare la Vandea in un cimitero nazionale.
Proprio quando tutto sembrava finito i vandeani si trovarono a fare i conti con gli esecutori di questo piano: da un lato il generale Turreau che con le sue "colonne infernali" (mai un nome fu più adatto!) si occupava della distruzione di villaggi e campagne, dall'altra il commissario Carrier si occupava delle città e dei dintorni.
I metodi furono tra i più efferati mai adottati prima, come l'annegamento di massa, i cosiddetti "bagni patriottici", o quello a coppie, chiamato "matrimonio repubblicano", con cui si facevano morire legati insieme in posizioni oscene preti e suore, padri e figlie o fratelli e sorelle.
Tutto si arrestò definitivamente con la morte di Robespierre, ideatore e mandante di questi massacri, che avvenne il 17 luglio 1794, e con il conseguente abbandono da parte della Convenzione della politica di "pulizia" etnica. I nuovi capi della Vandea furono costretti a riconoscere la repubblica e alla Vandea vengono conseguentemente riconosciuti dalla Repubblica i diritti alla libertà religiosa e per dieci anni all'esenzione dalla coscrizione obbligatoria e dalle tasse.
Quella della Vandea è una storia che non troveremo mai sui libri di scuola, ma che è destinata, come tante altre, a sopravvivere nella memoria degli uomini.
"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf


Risorgimento, il grande saccheggio
Nel 1855, insieme alla confisca dei monasteri finirono
in malora biblioteche e opere d’arte
di Angela Pellicciari
Con la legge 29 maggio 1855 il governo subalpino decide la soppressione degli ordini religiosi contemplativi e mendicanti: 8.593 persone sono cacciate dalle proprie case e private di tutto e ben 373 conventi e 232 monasteri vengono rapinati di ogni avere. Questo il contesto in cui don Margotti racconta la storia del monastero della Novalesa e paragona - con molta verosimiglianza, bisogna ammettere - le gesta dei liberali a quelle dei Saraceni. “I Saraceni erano barbari, usciti da Sara nell’Arabia, che valicarono i Pirenei nel 719 e, guadagnate le Alpi marittime, discesero a devastare il Piemonte. Un povero vescovo d’Asti, mentre visitava la sua diocesi, fu fatto a pezzi da quei barbari. Ma il peggio incolse ai poveri monaci della Novalesa. La Novalesa è un villaggio del Piemonte su quel di Susa, che deve tutta la sua rinomanza all’antichissimo monastero. Fin dal secolo X questo monastero era celebre per le scienze e dai dotti si cita anche oggi come gloria non solo del Piemonte, ma dell’Italia, e come prova del primato italico, in fatto di cultura, su tutta l’Europa nei secoli più tristi della barbarie. Ludovico Antonio Muratori racconta, secondo la cronaca dell’Abbadia della Novalesa, il mal governo che fecero i Saraceni del monastero e dei monaci. Beni sacri e profani, le chiese, le case, gli armenti, le vettovaglie e le persone caddero sotto i feroci artigli di quella gente brutale“. Dopo aver precisato che i monaci scampati dall’eccidio portarono con sé a Torino ben 6.666 preziosissimi codici, Margotti viene a descrivere la realtà a lui contemporanea: “Ora usciamo dal medio evo per entrare nell’evo della libertà, del progresso, delle Costituzioni, dei principi dell’89. La scena si rappresenta ancora in Piemonte; il monastero della Novalesa è ancora una volta conquistato e vengono dispersi i monaci. Ma i conquistatori non sono più forestieri, non saraceni, non barbari; sono italiani, sono piemontesi, sono liberali che violano il domicilio altrui, che cacciano i padroni dalla casa propria: italiani e piemontesi che distruggono le loro glorie e cancellano le nobili memorie che illustrano la propria storia“. Rievocata l’ingiunzione del guardasigilli Deforesta di lasciare l’edificio entro la fine dell’ottobre ’56, Margotti scrive: “Detto fatto il mattino del 25 ottobre giungono alla Novalesa tre agenti di pubblica sicurezza, si presentano nella cella del priore e gli mostrano l’ordine che hanno ricevuto di sfrattare lui ed i suoi dal proprio monastero. Il padre priore legge la protesta collettiva, in presenza dei suoi comprofessi, e tutti soggiacciono alla forza. Il padre priore viene accompagnato per breve tratto dalle persone che avevano avuto il nobile incarico di cacciare via i monaci. Le quali poi ritornarono nel monastero per toglierne subito i quadri“. La vita di migliaia di persone che vivono santamente pregando ed operando per il benessere dell’intera comunità - questa è la funzione di monaci e frati - disprezzata e distrutta; nel nome dell’uguaglianza e del diritto di proprietà - ufficialmente sancito per tutti (le sbandierate conquiste dello Statuto) - vengono violate le più elementari norme del vivere civile: questo il vanto dei governi liberali. Oltre alle sofferenze senza numero inflitte ad un’intera categoria di persone (quella dei religiosi, rea, secondo il ministro di giustizia Rattazzi, di essere “inutile, quindi dannosa“), quale è il danno che i liberali infliggono al patrimonio culturale ed artistico della nazione? Quanti sono i dipinti, le statue, gli oggetti di culto, che - insieme agli archivi ed alle biblioteche - prendono la strada di abitazioni private o sono semplicemente distrutti? Margotti rievoca i meriti “scientifici” della Rivoluzione Francese che i liberali piemontesi si accingono a ricalcare: la rivoluzione “saccheggia più di ottantamila biblioteche. Gli ufficiali comunali corrono a enmagaziner i libri - come dicevano - li misurano a piedi ed a tese e li vendono per la maggior parte ai droghieri“. Nel campo artistico, prosegue Margotti, la rivoluzione “manda in malora i capolavori di pittura e di scultura, i quadri delle chiese diventano insegne delle botteghe dei venditori di vino. Ora uno sguardo alla rivoluzione medesima in Piemonte. Essa non fa che abolire. Abolizione dei gesuiti; abolizione delle Dame del Sacro Cuore; abolizione della Compagnia di S. Paolo, della Compagnia della Misericordia; abolizione dell’Accademia di Superga; abolizione delle collegiate: una cosa sola non si abolisce, le imposte, che invece aumentano di continuo. V’era in Piemonte un monastero celebre nelle nostre cronache, che aveva reso immensi benefici alla città ed ai cittadini, alle arti ed alle scienze, il monastero della Novalesa, ed anche questo fu distrutto il 25 di ottobre 1856. Già ne furono conquistati i quadri, invasi gli archivi. O Vandali, o Saraceni, ed è a questo modo che volete promuovere la civiltà? Il vostro delitto non è solo di lesa religione, ma di leso onor patrio. Non chiamate barbaro il Medio Evo, barbari siete voi che avete distrutto tutto quello che in quel tempo era nato“. Cacciati i legittimi proprietari e depredati gli arredi, a quale uso viene adibito il monastero? “Espulsi i monaci dal loro monastero ne prese possesso la Cassa Ecclesiastica, che avendo bisogno di denaro, non tardò a metterlo in vendita. Pochi avventori si presentarono e non si trovò nessuno che lo acquistasse al prezzo, pur basso, che la Cassa aveva stabilito. Ma un medico, pensando che il monastero della Novalesa sarebbe andato bene per una casa di pazzi, lo comperò e convertì in tale uso. Già il governo stesso aveva convertito in manicomio la Certosa di Collegno tolta ai certosini, e l’esempio del governo fu seguito da un privato. Ora sapete chi fu tra i primi a doversi recare in questa nuova Casa di sanità? Fu il cavaliere Luigi Carlo Farini (nella foto), presidente del Consiglio dei ministri“.Uno dei più illustri rappresentanti della classe di governo liberale che finisce pazzo nell’ex monastero della Novalesa. Magra consolazione.
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[QUOTE]Originally posted by Der Wehrwolf
http://www.grandeoriente.it/riviste/...cegenerale.htm [/QUOTE
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