L'ANALISI

Allarme dei governi per un fenomeno crescente strumentalizzato
anche dalle reti terroristiche
di Augusto Zuliani

Al vertice europeo di Siviglia un tema scottante in agenda è rappresentato dall’immigrazione illegale. È opportuno allora fornire ai nostri lettori alcuni dati e informazioni al riguardo. Nei quindici Paesi dell’Ue, vivono circa 19 milioni di “non-nazionali”, pari al oltre il 5% della popolazione totale; di questi, 6 milioni sono cittadini di altri Stati dell’Unione, cifra rimasta sostanzialmente invariata negli ultimi venti anni, mentre la quota di extracomunitari è passata dal 2,3% del 1985 al 3,5% nel 2000, pari a oltre 13 milioni di persone. A tale data, secondo le rilevazioni di Eurosat, 3,5 milioni provenivano da Paesi candidati a entrare nella Ue, tra cui 2,7 milioni di turchi (i tre quarti vivono in Germania), 450 mila polacchi, 160 mila romeni, 1,9 milioni provenienti dalla ex Jugoslavia (due terzi in Germania e il 18% in Austria), mentre da altri Paesi europei sono giunti 500mila immigrati, in maggioranza russi, stabilitisi soprattutto in Germania, e albanesi, presenti in Grecia e Italia. L’Ue conta inoltre 2,3 milioni di nordafricani, di cui 1,2 milioni di marocchini, distribuiti in diversi Paesi europei, mentre il 90% dei 700 mila algerini e il 70% dei 300 mila tunisini vivono in Francia. L’immigrazione dagli altri Paesi africani ammonta a oltre un milione di persone, di cui il 27% nel Regno Unito, il 23% in Francia, il 15% in Germania e il 9% in Portogallo; gli asiatici sono 2,2 milioni, tra i quali 185mila pakistani e 25mila indiani, concentrati soprattutto nel Regno Unito. Poi, 170mila cinesi, cifra questa sicuramente inferiore alla realtà come dimostrano le vicende della Chinatown milanese. Gli immigrati da altri Paesi sono circa un milione, di cui 300 mila latino-americani, per il 25% stabiliti in Spagna, 420mila nordamericani e 100mila cittadini dell’Oceania. A tali cifre però vanno aggiunti i clandestini che secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni sarebbero circa 3 milioni contro meno di 2 milioni registrati nel 1991. L’Ocse in un rapporto pubblicato nel 2000, “Combattre l’emploi illègal d’ètrangers”, dopo aver affermato perentoriamente che “l’immigrazione clandestina è un fenomeno inevitabile destinato ad ampliarsi nel quadro della mondializzazione, della transizione economica e dei conflitti interetnici”, definisce quattro categorie di clandestini. Quelli che, entrati legalmente in un Paese e in possesso o meno di un permesso di soggiorno, esercitano attività illegali; coloro che entrati legalmente, risiedono illegalmente ma sono inattivi; i migranti entrati illegalmente, senza permesso di soggiorno e che esercitano o meno un’attività illegale; infine coloro che sono entrati illegalmente, hanno un permesso di soggiorno ed esercitano un’attività illegale. Una distinzione che secondo l’Ocse dovrebbe forse servire a graduare le azioni di contrasto verso il fenomeno: ma di fronte a una ondata migratoria che rischia di diventare sempre più incontrollabile, molti Paesi della Ue hanno già deciso di prendere una serie di misure. Nel dicembre scorso il Regno Unito, che conta circa un milione di immigrati irregolari, per iniziativa del ministro dell’Interno David Blunkett, ha stabilito che i candidati alla nazionalità britannica dovranno sostenere un esame scritto e orale di lingua inglese; per chi non passerà la prova è previsto un corso di alfabetizzazione, inoltre tutti dovranno sottoscrivere una “carta di cittadinanza” che contempla anche il giuramento di lealtà alla corona. In Danimarca, il 31 maggio il Parlamento ha approvato una nuova legge sull’immigrazione che entrerà in vigore il 1° luglio e che, tra l’altro, prevede di concedere il ricongiungimento familiare solo alle persone che avranno depositato 7 mila euro su un conto bancario, saranno in grado di sovvenire alle esigenze economiche del nuovo venuto, cioè avere un reddito annuo di circa 35 mila euro, e disporre di uno spazio abitativo sufficiente. La legge inoltre fissa a 24 anni, anche per i danesi, l’età minima per sposarsi con un partner straniero che vuole vivere nel regno, e allunga da 3 a 7 anni il periodo necessario per ottenere un permesso di soggiorno permanente, il quale verrà concesso dopo aver superato un esame che riguarda la buona conoscenza non solo della lingua danese, ma anche della cultura e storia del Paese. Sempre nell’intento di regolare i flussi migratori in modo che siano realmente funzionali all’economia del Paese di accoglienza, vanno ricordate due iniziative prese dal governo tedesco e che si ispirano ai criteri già da tempo operativi in Canada, Australia e Nuova Zelanda. La prima riguarda il programma “Green Card”, avviato nell’agosto 2000, che ha consentito l’assunzione di oltre diecimila esperti informatici in maggioranza indiani, ma anche russi e cechi, con un contratto di lavoro quinquennale e un buon stipendio. La seconda iniziativa è una legge, la cui attuazione avverrà nel gennaio 2003, e che prevede un ingresso annuale in Germania di 50 mila persone qualificate, da selezionare con la collaborazione delle rappresentanze consolari tedesche, sulla base di un punteggio che verrà attribuito in funzione dell’età, della conoscenza delle lingue straniere, soprattutto inglese e/o tedesco, della qualifica professionale, eccetera. In Spagna il governo Aznar ha in cantiere una modifica della legge sull’immigrazione adottata due anni fa, per dissuadere l’ingresso dei clandestini che a centinaia attraversano lo stretto Gibilterra, escludendo qualsiasi sanatoria, limitando le possibilità di ricongiungimento familiare e inasprendo le pene per chi fa “traffico di clandestini” e per chi li fa lavorare. Da tutto ciò emerge la crescente consapevolezza da parte dei governi europei del pericolo che rappresenta l’ideologia immigrazionista per la stabilità dei propri Paesi e per le loro fortune politiche; non è un caso che tra i trombati alle recenti elezioni legislative in Francia, ci sia proprio quel Jean-Pierre Chevènement, che in qualità di ministro dell’Interno propose la legge sull’immigrazione entrata in vigore nel maggio 1998 per facilitare i ricongiungimenti familiari e l’acquisizione della nazionalità francese da parte dei figli di genitori stranieri. Ma se i governi nazionali danno segnali di ravvedimento, non altrettanto si può dire di molte organizzazioni, che per semplificare chiarimento Ong, e che di fatto vogliono imporsi come governo occulto dell’Unione Europea. Tra di queste un ruolo significativo svolgono alcuni gruppi cattolici ed alcuni prelati che in nome dello slogan “Effata” (Apriti!) rischiano di aprire le porte a una devastante conflittualità interetnica. In questo quadro va inserito il recente tentativo compiuto dalla responsabile del dossier immigrazione della Conferenza episcopale spagnola di coinvolgere i vescovi in una campagna antigovernativa, adombrando l’imminente stesura di una presunta lettera pastorale critica verso “la limitazione dei diritti degli immigrati”. Non sono da meno le organizzazioni laiciste come Amnesty International, che lo scorso 11 giugno ha lanciato un appello ai dirigenti della Ue perché prendano le distanze da quella che definiscono “la guerra contro l’immigrazione illegale” e ha chiesto che “il vertice di Siviglia esprima il suo impegno esplicito e senza ambiguità a favore del diritto d’asilo”. In realtà il termine “diritto d’asilo” può diventare, come certe mucose, estensibile a volontà: le forme di persecuzione reale o presunta lamentata dal richiedente possono riguardare una molteplicità di ambiti, in base all’astratta e ambigua ideologia dei “diritti dell’uomo”, e nulla impedisce, come la storia più recente ha dimostrato, che guerre per procura scatenate in certe aree servono poi a destabilizzare interi Stati con flussi di esuli e profughi, in cui nuotano le cellule terroristiche che rispondono a reti di interessi occulti quanto potenti.