I RISCHI (GIÀ EVIDENTI IN MOLTE CITTÀ) DEL MELTING POT SPACCIATO
DALLA SINISTRA COME TRAGUARDO DELLA DEMOCRAZIA
Società multietnica in Italia, una necessità fuori luogo
L’iter della nuova legge sulla immigrazione porta con sé strascichi di roventi polemiche. Nel rispetto delle legittime opinioni di ciascuno e senza demonizzare nessuno, tuttavia credo che sia necessario fare alcune osservazioni di carattere generale traendone le opportune considerazioni, se si vuole serenamente, senza preconcetti e pregiudizi, cercare di trovare una soluzione a tale importantissima e prioritaria questione. Da sempre nella storia dell’uomo si riscontra il fenomeno delle migrazioni. Fin dall’antichità masse di individui si sono spostate su altri territori per motivi diversi che, di volta in volta, potevano essere le carestie o la pressione di altre popolazioni, il che notoriamente innesca reazioni a catena producendo talora scontri furibondi ed epocali, basti pensare alle invasioni barbariche all’epoca dell’impero romano. Attualmente si assiste, a seguito del crollo dei regimi dell’Est e dell’esodo dai Paesi arabi e orientali, a un’infiltrazione consistente di etnie diverse che investe in primis la nostra penisola. Il problema si presenta assai complesso e non facilmente affrontabile oltre a comportare conseguenze che possono essere dirompenti per l’Europa e quindi anche per il nostro Paese. Si deve però rilevare che, al di là delle ragioni che spiegano questo afflusso in Italia, da noi la prospettazione e la creazione di una società multietnica, intesa da alcuni come traguardo di “democrazia e civiltà”, è puramente artificioso e non risponde ad esigenze oggettive della nostra collettività. Quello che ha caratterizzato lo sviluppo del Nord America o dell’Australia, era necessitato dal fatto che di fronte alla vastità di quei territori, alle ricchezze da sfruttare, vi era mancanza di uomini e di un serbatoio adeguato di manodopera. Da noi il discorso è completamente diverso. Abbiamo una densità di abitanti per mq assai elevata per cui l’aumento anche solo di qualche milione di persone può comportare squilibri e abbisogna di una programmazione. Inoltre già di per sé vi è una consistente fetta della popolazione attiva che non ha un lavoro per cui, particolarmente nel Meridione, si deve affrontare prioritariamente la disoccupazione indigena. Nelle nostre città l’intrusione di una notevole quantità di extracomunitari ha già prodotto, in taluni casi, situazioni esplosive e ad alto rischio, poiché parte degli stranieri non ha lavoro o lo ha, ma precario, mentre decine e decine di migliaia sono i clandestini sul nostro territorio, senza permesso di soggiorno e non è noto se siano sani o portatori di malattie, se onesti o dediti al crimine. Centinaia di migliaia sono senza lavoro e si devono dedicare ad espedienti per vivere e quindi facilmente cooptati nelle file della malavita non solo nostrana, ma vittime e strumenti delle mafie etniche che si sono annidate e che si spartiscono, non sempre pacificamente, i traffici illeciti della prostituzione, della droga, dei furti, delle rapine. D’altra parte al di là delle apodittiche e generiche affermazioni sulla “accoglienza e solidarietà”, gli operatori del diritto possono confermare quello che nella quotidianità si riscontra. In numerose carceri oltre la metà dei detenuti è straniera con una complicazione per il sovraffollamento, la lingua, le abitudini. Sul piano della amministrazione della giustizia una buona parte dei processi penali riguarda gli extracomunitari, molti clandestini, la cui identità non sempre è individuabile e con un costo in termini socioeconomici, notevolissimo. Comunità di stranieri bivaccano ed occupano interi quartieri vivendo in genere in uno stato di degrado non degno di un paese civile. Se questa deve essere l’accoglienza e la solidarietà, permettendo che siano sfruttati dalla criminalità, destinati alla prostituzione o nella migliore delle ipotesi dannati nel lavoro nero, è chiaro che non è la strada da percorrere. La legge Turco-Napolitano, al di là delle nobili intenzioni, si è rivelata utopistica da una parte e priva di responsabilità politica dall’altra. Già dopo la sua emanazione avevamo rilevato da queste colonne le sue incongruenze in materia di “sponsor”, di ricongiungimenti familiari che possono quintuplicare le presenze, di espulsioni, di generiche direttive sui controlli ai confini per impedire l’ingresso di nascosto. E sinceramente si resta stupiti dalla faciloneria e dalla leggerezza che alcuni esponenti del centrosinistra talvolta mostrano su questo argomento, e viene spontaneo chiedersi quale realtà essi percepiscano. La nuova legge Bossi-Fini, a mio parere, cerca di affrontare la questione in modo più razionale. Bisogna premettere che l’obbligo etico, prima ancora che politico e giuridico, di aiutare i popoli sottosviluppati e poveri è fuori discussione. Si tratta di organizzare innanzitutto gli aiuti in un quadro d’assieme dei Paesi industrializzati per portare l’ausilio in loco, in forza del principio che non deve essere istituzionalizzata una beneficenza permanente la quale, invece, deve essere finalizzata ad affrancare i bisognosi dando loro, come s’usava dire un tempo quando esisteva una vera sinistra “i pesci, ma insegnando loro a pescare”. C’è poi il risvolto della coesistenza di popolazioni differenti per cultura, religione, costumi e in nessun luogo del pianeta la coabitazione presenta sempre una convivenza pacifica. Questo è un punto di fondamentale importanza perché la disamina degli avvenimenti di questo ultimo secolo dimostra che le frizioni e gli scontri sono inevitabili. L’India e il Pakistan, i Balcani, l’Unione Sovietica, l’Indonesia, la Palestina, la Gran Bretagna e gli stessi Usa sono esempi plateali che ovunque i rapporti diventano esplosivi se non sussistono occupazione e lavoro o non esiste un collante ideologico o religioso. E dunque dobbiamo con molta circospezione dare luogo a comunità che si intersecano etnicamente e che un domani potrebbero rivelarsi fonte di scontri razziali inimmaginabili. Il principio che in Italia entra solo chi ha un lavoro è non solo di buon senso, ma l’unico che riveli alta consapevolezza di responsabilità. Il rilevamento fotodattiloscopico costituisce una garanzia per lo stesso immigrato che vede riconosciuta senza equivoci la propria identità e appaiono pretestuose le reazioni scomposte che dall’opposizione si sono verificate. È evidente che i nuovi provvedimenti devono tenere presenti le osservazioni e le proposte da chiunque avanzate, purché sensate, e che l’opposizione, se vuole essere costruttiva, debba collaborare alla approvazione di tale nuova e delicata normativa evitando emendamenti puramente di “ripicca” e convergendo in una ampia confluenza di consensi.




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