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    Predefinito GIOVANNI PAPINI."Enfant terrible" della filosofia

    L’ incidenza di Papini e di Prezzolini senza dubbio è inferiore all’influenza che Vailati ha esercitato sulla vita di Calderoni. E’ bene tuttavia trattarne brevemente.
    Papini nasce a Firenze nel 1881. L’attività culturale ad alti livelli inizia con il 1900. Cura una serie di riviste fiorentine (La Rivista; Sapientia; Il Giglio); nel 1903, con l’aiuto dell’amico Prezzolini, fonda il “Leonardo” e trasforma Firenze nella sede filosofica centrale del pragmatismo italiano. Pubblica i racconti “metafisici” Tragico quotidiano (1906) ed Il Pilota cieco (1907) e si accosta alla redazione della rivista corradiniana e nazionalistica “Il Regno”. Con il fallimento dell’avventura leonardiana si avvicina alla rivista di Prezzolini “La Voce”; abbandonata “La Voce” fonda con Amendola “L’Anima” e con Soffici “Lacerba”. Il mondo culturale del nostro autore rimane il mondo delle riviste.
    Tra il 1912 ed il 1913 scrive Un uomo finito, Parole e sangue e L’altra metà. Con la fondazione di “Lacerba” diviene membro del futurismo fiorentino, ma assumendo posizioni moderate; successivamente scrive Cento pagine di poesie (1915) e Stroncature (1916). Con la Grande Guerra si converte al cristianesimo e scrive Storia di Cristo ( 1921), i versi di Pane e vino (1926), Sant’Agostino (1929) e Dante vivo (1933). Nel 1935 aderisce al fascismo e ottiene sia una cattedra di letteratura italiana all’Università di Bologna sia la nomina ad Accademico d’Italia (con la direzione dell’Istituto studi sul Rinascimento e della rivista “La Rinascita”). Caduto il fascismo, incredibilmente la fortuna del nostro autore non viene meno: scrive Lettere di Celestino VI (1946) Vita di Michelangiolo (1949) ed Il Diavolo (1953). Paralizzato e cieco continua a dettare: La spia del mondo (1955). Muore nel 1956. Pubblicate successivamente alla morte sono: La felicità dell’infelice (1956), Il Giudizio Universale (1957), La seconda nascita (1958), Diario (1962), Le schegge (1971) e Rapporto sugli uomini (1977).
    L’adolescenza del nostro autore (Gian Falco è il nome d’arte adottato con l’avventura del “Leonardo”) è culturalmente ed intellettualmente turbolenta . Autodidatta, senza strumenti, Papini si vede costretto a combattere contro la società di fine ottocento con l’arma dell’insulto e dell’invettiva.
    Di Vailati, scienziato e filosofo in senso tradizionale, non è difficile ricostruire il retroterra culturale, indicando fonti ed autori; invece, visto il disordine culturale adolescenziale, risulta arduo ricostruire la derivazione intellettiva di Papini. L’avventura del “Leonardo”, fondato con Prezzolini a Firenze nel 1903, è chiarificativa. Due sono le tendenze tematiche iniziali di Papini: da un lato la critica nei confronti del positivismo e dall’altro la critica alla democrazia.
    Il momento del “Leonardo”, momento centrale nella vita filosofica di Papini, è un momento ricco di critica nei confronti del positivismo. Visto l’interesse verso il “misticismo” di Papini e Prezzolini (Giuliano il Sofista), si riesce a dare voce ad autori anti-scientisti tradizionali come Meister Eckhart o Silesio o San Giovanni della Croce; e ad autori anti-scientisti moderni, in determinati casi ancora sconosciuti all’Italia, come Kierkegaard, James, Schiller, Unamuno, Bergson, Boutroux. La critica verso la democrazia, mutuata da Pareto e Mosca, confluisce in un conservatorismo anti-liberale ed anti-socialista vicinissimo al nazionalismo corradiniano. Papini introduce autonomamente ulteriori riferimenti culturali: dal nominalismo a Kant; dal volontarismo di Schopenhauer a Pascal; dalla critica anti-metafisica del positivismo, criticato, al will to believe jamesiano.
    La caratteristica meno velata del “Leonardo” è l’iconoclastia. Ciò che differenzia in maniera abissale Papini da Vailati, collaboratore in maniera continuativa della rivista fiorentina con Calderoni, è lo stile discorsivo. E’ il contrasto stilistico/discorsivo – come vedremo successivamente- uno dei motivi di rottura tra pragmatismo logico di Vailati e Calderoni e pragmatismo magico di Prezzolini e Papini. Quest’ultimo controbatte allo scientismo razionalistico moderno con l’arma del “ritorno al Medioevo”. Sul “Leonardo” del Febbraio 1906, sotto il titolo Si torna al Medioevo!, Papini scrive:

    “Tornano dalle ombre lontane i maghi, gli occultisti, gli spiriti, i fantasmi, gli spettri; tornano i mistici; riappaiono i santi e perfino il cattolicesimo rimette nuove penne. La cosa incomincia a impensierire i dottori in medicina ed in chirurgia e gli avvocati umanitari e anche i maestri di scuola che inarcano i cigli e i razionalisti scuoton la testa…” .

    La critica nei confronti del positivismo è strettamente connessa ad un’ulteriore tematica filosofica: la critica nei confronti del monismo universalistico. Per Papini la mentalità classica è caratterizzata dall’universalismo, dall’idea di continuità e di identità della varietà, dal determinismo; la mentalità romantica, contraria alla mentalità classica, è invece caratterizzata dalla concretezza storica, dall’idea di discontinuità e di varietà, dalla centralità del concetto di libertà. L’un mondo è distintivo della Grecia Antica e del Rinascimento moderno; l’altro, romantico, del Cristianesimo antico e del moderno secolo delle lumierés. La mentalità classica determina il monismo universalistico; la mentalità romantica o il dualismo o il pluralismo. In Non bisogna esser monisti il nostro autore, sebbene anti-monista, riconosce l’utilissima funzione di critica anti-dualistica svolta storicamente dal monismo filosofico, concludendo:

    “Per sfuggire al dualismo non c’è bisogno di correre al monismo; si può benissimo accettare il pluralismo che ci offre l’esperienza immediata, accettare le differenze che vediamo ed esperimentiamo tutti i giorni e fare poi con questi fatti tutti quei raggruppamenti e quelle distinzioni provvisorie e convenzionali di cui abbiamo bisogno per costruire la scienza…” .

    Pluralismo (come in James) e varietà sono condizioni necessarie alla libertà dell’individuo umano. Positivismo e l’evoluzionismo , sostenendo che l’evoluzione è uno strumento dell’unità e che la natura è un tutt’uno continuo ed ininterrotto, condannano irrevocabilmente in senso deterministico ciò che la scolastica cristiana e medioevale definiva individuum ineffabile, cioè l’individuo, l’uomo individuale, il self. Anche se, come rileva lucidamente Giovanni Amendola , l’idea anti-monistica di Papini risulta contraddittoria. Lo scrittore fiorentino combatte il monismo dialettico ricorrendo ai metodi deduttivi della scienza moderna, cioè in altri termini combatte l’idealismo crociano con la scienza e la logica; ma subito fonda l’individuo sull’intuizione mistica e sull’Einfuhlung romantica, scordando scienza e concretezza empirica. Papini - come sostiene Santucci- non riesce a conciliare, all’interno dell’idea di individualità, scienza e mistica:

    “L’oscillazione tra le due prospettive, l’una solidale con gli sviluppi dell’epistemologia postpositivistica e l’altra incline alle varie correnti irrazionalistiche, non riusciva a comporsi…” .

    Critica nei confronti del positivismo, verso la democrazia e monismo, e ritorno al Medioevo sono i temi centrali della riflessione filosofica leonardiana di Papini.
    Conclusa l’avventura filosofica del “Leonardo” rimane nel mondo delle riviste culturali. Inizialmente si avvicina alla “Voce” di Prezzolini, senza aderire alla svolta crociana dell’amico e senza abbandonare il ruolo di enfant terrible della letteratura italiana. Pur accostandosi al neo-idealismo italiano nella critica definitiva nei confronti del positivismo morente, da buon toscano iconoclasta continua a sottolineare i limiti della cultura accademica e tradizionalista, cercando e trovando momentaneamente in Carducci il mito anti-accademico italiano da sostituire a Croce.
    Poi fonda l’ “Anima” con Amendola. La nuova rivista si conforma a tendenze irrazionalistiche e teosofiche; si accosta al modernismo cristiano e alla filosofia dell’ansia di vivere di Michelstaedter (reintrodotta dall’Arangio Ruiz); si indirizza verso lo studio del non-essere e dei concetti negativi (nulla; inutile; assurdo; male; etc…). E con l’ “Anima” nasce la rivista “Lacerba”, fondata con Soffici e Palazzeschi, con intenti chiaramente e diffusamente anti-crociani. Dalla mistica e dalla teosofia si va disordinatamente all’”avventura” neo-nietzscheiana e futurista, con l’idea di rifondare in Italia un novello Sturm und Drang. Dalla serietà dell’ “Anima”, in cui Papini curò una stimatissima edizione di Berkeley, si ritorna alla retorica disordinata della rivista “Lacerba”. In essa scrive

    “Futurismo è guerra contro l’accademia, contro l’università, contro lo scolarismo, contro la cultura ufficiale, è liberazione dello spirito dai vecchi legami, dalle forme troppo usate…, è la volontà dell’ultimo, dell’inedito, del domani e io invece di appigliarmi a risuscitare e continuare vecchie massime di pensiero, ho cercato di introdurre, adattare e sviluppare le correnti più moderne, più fresche, più recenti, più giovani della filosofia europea ed americana… è forsennato amore dell’Italia e della grandezza d’Italia… è odio smisurato contro la mediocrità, l’imbecillità, la vigliaccheria, l’amore dello status quo e del quieto vivere, delle transazioni e degli accomodamenti…” .

    Tanto, con la morte di Vailati e Calderoni, è il distacco di Papini dal pragmatismo.
    L’avventura, o l’andare d’avventura in avventura, non si conclude con la rivista “Lacerba”. Successivamente alla conclusione della militanza futurista l’interesse di Papini si indirizza verso il cattolicesimo e verso il fascismo. Ma al fine della nostra riflessione storico-filosofica su Calderoni la “deriva” cattolica e fascista di Papini non interessa.

  2. #2
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    Anche in questo caso, pur di replicare ad un post così intenso, mi rifugerò su una piccola questione collaterale agli argomenti trattati da Kirikrate.
    Peirce propose a Calderoni di usare il termine "pragmatismo" in senso lato a significare l'adesione ideale a Schiller, James, Dewey, Royce, e gli altri pragmatisti americani, mentre coniò il termine "pragmaticismo" volendo indicare con una sillaba in più un significato più circoscritto alla sua dottrina che riteneva assai vicina alle tesi di Vailati e Calderoni.
    Devo dedurre che il termine non ha avuto fortuna, visto che si continua a parlare di "pragmatismo italiano" e non di "pragmaticismo"?

  3. #3
    Ludovico van
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    Papini ha scritto tanto e s'è interessato di tutto. Le opere imprescindibili per capire l'autore sono, a mio parere, Un uomo finito (del '12 ?) e Storia di Cristo ( del '21 mi sembra).
    Se non fosse per certe caratteristiche inconfondibili del suo stile, si farebbe fatica a credere che le due opere hanno lo stesso autore...

  4. #4
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    Originally posted by pcosta
    Anche in questo caso, pur di replicare ad un post così intenso, mi rifugerò su una piccola questione collaterale agli argomenti trattati da Kirikrate.
    Peirce propose a Calderoni di usare il termine "pragmatismo" in senso lato a significare l'adesione ideale a Schiller, James, Dewey, Royce, e gli altri pragmatisti americani, mentre coniò il termine "pragmaticismo" volendo indicare con una sillaba in più un significato più circoscritto alla sua dottrina che riteneva assai vicina alle tesi di Vailati e Calderoni.
    Devo dedurre che il termine non ha avuto fortuna, visto che si continua a parlare di "pragmatismo italiano" e non di "pragmaticismo"?
    Peirce fonda il pragmatismo americano e vi distacca in un secondo momento il suo “pragmaticismo”, mettendolo in netto contrasto intellettuale con il pragmatismo di James.
    Peirce scrive in “What Pragmatism is”, redatto nel 1905 sul Monist:

    Cercando di precisare… che cosa egli ( cfr. Peirce in auto-riferimento ) accettava, egli formulava la teoria che un concetto, cioè il significato razionale di una parola o di un’altra espressione, consiste nei suoi concepibili riflessi sulla condotta; così, non potendo avere un qualche riflesso diretto sulla condotta ciò che non possa risultare dall’esperimento, se uno può definire accuratamente tutti i concepibili fenomeni sperimentali che l’affermazione o la negazione di un concetto possono implicare, avrà per conseguenza una completa definizione del concetto, e in esso non c’è assolutamente altro. Per questa dottrina egli ha inventato il nome di pragmatismo. Alcuni suoi amici avrebbero desiderato che egli la chiamasse praticismo o praticalismo… Ma per uno che aveva imparato la filosofia da Kant, come l’autore, e che ancora pensava senza difficoltà in termini kantiani, praktisch e pragmatisch erano separati… Il suo termine Pragmatismo s’è guadagnato un generale riconoscimento in un modo che sembra testimoniare forza di sviluppo e vitalità. Il famoso psicologo James l’ha adoperato per primo, ritenendo che il suo empirismo radicale corrispondesse nella sostanza alla definizione che lo scrittore aveva dato del pragmatismo, sebbene con una certa differenza di prospettiva… Fin qui tutto procedette bene. Ma ora si comincia a incontrare la parola nei giornali letterari, dove se ne abusa con la spietatezza che le parole debbono attendersi quando cadono nelle grinfie della letteratura… Allora lo scrittore, trovando il suo piccolo pragmatismo tanto cresciuto, si rende conto che è giunto il momento di dare il bacio dell’addio al suo figliolo e di lasciarlo al suo più alto destino; intanto egli annuncia, al preciso scopo di esprimere il concetto originale, la nascita della parola pragmaticismo, che è abbastanza brutta per starsene al sicuro dai rapitori di bambini...".

    Per ciò che concerne la denominazione PRAGMATISMO ITALIANO ci sarebbero da fare due osservazioni:
    1] ho notato che nella letteratura secondaria (Garin; Dal Prà; Santucci; Toraldo di Francia; Rivista critica di storia della filosofia; etc...) si è aderito in maniera assoluta la tesi secondo cui le relazioni tra Calderoni e Peirce si limitassero alla lettura calderoniana di How to make our ideas clear del 1878. Non sembra esservi traccia di relazioni dirette tra i due filosofi. Mi è risultata esistere una lettera di Peirce a Calderoni datata 1905 in cui Peirce elenca a Calderoni i tratti fondamentali della sua filosofia (e non soltanto della norma sulla verificazione/ chiarificazione semantica delle enunciazioni). Però la lettera -come sembra- fu scritta da Peirce a Calderoni e mai mandata!Quindi sostenere che Calderoni abbia avuto visione di articoli di Peirce successivi al 1878 non sembra storicamente corretto. E -da ciò che mi risulta dalla lettura diretta di tutti i testi di Calderoni- mai Calderoni afferma di avere letto altro di Peirce che How make our ideas clear. Per Vailati non so. Guarderò nell'Archivio.
    2] sulla differenziazione all'interno del PRAGMATISMO ITALIANO tra PRAGMATISMO LOGICO- METODOLOGICO e PRAGMATISMO "MAGICO" rinvio al mio PRAGMATISMO LOGICO E MAGICO nell'anno del centenario.!
    Sulla lettera di Peirce a Calderoni scriverò in futuro...

  5. #5
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    Originally posted by Ludovico van
    Papini ha scritto tanto e s'è interessato di tutto. Le opere imprescindibili per capire l'autore sono, a mio parere, Un uomo finito (del '12 ?) e Storia di Cristo ( del '21 mi sembra).
    Se non fosse per certe caratteristiche inconfondibili del suo stile, si farebbe fatica a credere che le due opere hanno lo stesso autore...
    PAPINI è come PREZZOLINI. Un letterato multiforme.
    Come è difficile analizzare PREZZOLINI senza dividere la sua vita in fasi culturali distinte, così è difficile farlo con PAPINI.
    Prima ROMANTICO DANNUNZIANO. Poi PRAGMATISTA. Poi terminata l'avventura del "Leonardo" VOCIANO senza essere crociano. Poi ancora CARDUCCIANO. Poi CRISTIANO. Poi ancora FUTURISTA. E FASCISTA. E mille altre cose ancora. Nei sui numerosi scritti si riesce a trovare di tutto fuorchè... la coerenza!
    Filosoficamente non è una cima. Con le uniche eccezioni nell'avere introdotto in Italia filosofi ancora sconosciuti come Kierkegaard, James, Schiller, Unamuno, Bergson, Boutroux e nell'avere curato una stimatissima edizione di Berkeley durante la collaborazione all'"Anima" amendoliana.

  6. #6
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    a conferma e integrazione del giudizio che Kirikrate ci propone sulla incoerenza e sulle contraddizioni di Papini, voglio accostarne qui di seguito due brevi scritti di argomento e tono talmente opposti da non lasciare dubbi al riguardo delle considerazioni su esposte.
    Un canto d'amore ed un elogio della guerra: quale maggiore contraddizione si poteva trovare?
    Ma non lo faccio per rilevare le contraddizioni di Papini con spirito di critica negativa, anzi penso che la contraddizione sia una delle stimmate dell'arte.
    Come ricorda Walt Whitman in un suo splendido aforisma:

    "mi contraddico?
    ebbene si! mi contraddico.
    Sono vasto, contengo moltitudini..."


    C'È UN CANTO DENTRO DI ME

    C'è un canto dentro di me che non potrà mai uscire dalla mia bocca - che la mia mano non saprà scrivere sopra nessun pezzo di carta.

    C'è un canto dentro di me che devo ascoltare io solo - che devo soffrire e sopportare soltanto io.

    C'è un canto chiuso nelle mie vene come gli adagi celestiali nelle canne argentate degli organi - c'è un canto che non fiorirà come la radice del giaggiolo sepolta sotto la frana.

    C'è un canto dentro di me che che resterà sempre dentro di me.

    Se questo canto uscisse dal mio cuore romperebbe il mio cuore.

    Se questo canto fosse scritto dalla mia mano nessun'altra parola più potrebbe scrivere la mia mano.

    Questo canto non sarà detto che nell'ultima ora della mia vita; questo canto sarà il principio d'una felice agonia.

    C'è un canto dentro di me che non può uscire fuori di me perché non furono ancor create le parole necessarie.

    Un canto senza misura e senza tempo; senza ritmo e senza leggi.

    Un canto che non può adagiarsi in nessuna forma e che spezzerebbe qualunque linguaggio.

    Un canto che nessuno potrebbe ascoltare senza che la sua anima fosse sgomenta dalla sorpresa e ricolorata da un altro sole.

    Un canto più respirato che detto, più presentito che manifestato: suono di luci, raggio d'accordi.

    Un canto che non desidera nessuna musica perché sarebbe più melodioso d'ogni strumento conosciuto.

    Dentro il mio cuore così grande che a giorni contiene l'universo questo canto è così grande che ci sta a gran fatica. Nei minuti più angosciosi della vita questo canto vorrebbe traboccare dal mio cuore troppo stretto come il pianto dagli occhi di chi piange se stesso. Ma lo respingo e lo ringhiotto perché insieme a lui anche il sangue del mio cuore traboccherebbe con la stessa furia voluttuosa. Lo rinchiudo in me stesso perché non voglio ancora morire.

    Son la vittima docile di questo canto divino e omicida. Debbo serrare il cuore come la porta di una carcere e soffocare i suoi battiti soprumani come tanti rimorsi. Ed essere, con tutta la mia tenerezza, il feroce a cui non s' accostano i deboli.

    Perché il mio canto sarebbe uno spaventoso canto d'amore e quest'amore brucerebbe tutto quello che tocca.

    L'amore che riscalda soltanto è appena tiepido ma il vero amore nel medesimo soffio bacia e distrugge.

    Quest' amore sarebbe così splendente d'infocata bramosia che in quel giorno la terra illuminerebbe il sole e la mezzanotte sarebbe più ardente del più bruciato meriggio.

    Ma io non canterò mai questo terribile canto che mi consuma senza che nessuno abbia compassione del mio tormento.

    Non canterò questo canto meraviglioso che la mia paura rinnega e che fa tremare la mia debolezza.

    Non canterò questo canto perché nessuno potrebbe sostenerne l'infinita, la straziante, la dolorosa dolcezza.



    (da Opere di Giovanni Papini. Volume diciassettesimo. Poesia in prosa. Cento pagine di Poesia - Giorni di Festa. Nuova edizione con molte aggiunte, Vallecchi, Firenze, 1932, pp. 273-276. Originariamente in Cento Pagine di Poesia, 1915, con qualche leggera differenza).



    Amiamo la guerra


    Finalmente è arrivato il giorno dell'ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell'anime1 per la ripulitura della terra.

    Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l'arsura dell'agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre.

    E' finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell'ipocrisia e della pacioseria. I fratelli sono sempre buoni ad ammazzare i fratelli! i civili son pronti a tornar selvaggi, gli uomini non rinnegano le madri belve.

    Non si contentano più dell'omicidio al minuto.

    Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana.2 C'è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un'infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita.

    Fra le tante migliaia di carogne abbracciate nella morte e non più diverse che nel colore dei panni, quanti saranno, non dico da piangere, ma da rammentare? Ci metterei la testa che non arrivano ai diti delle mani e dei piedi messi insieme. E codesta perdita, se non fosse anche un guadagno per la memoria, sarebbe a mille doppi compensata dalle tante centinaia di migliaia di antipatici, farabutti, idioti, odiosi, sfruttatori, disutili, bestioni e disgraziati che si son levati dal mondo in maniera spiccia, nobile, eroica e forse, per chi resta, vantaggiosa.

    Non si rinfaccino. a uso di perorazione, le lacrime delle mamme. A cosa possono servire le madri, dopo una certa età, se non a piangere. E quando furono ingravidate non piansero: bisogna pagare anche il piacere. E chissà che qualcuna di quelle madri lacrimose non abbia maltrattato e maledetto il figliolo prima che i manifesti lo chiamassero al campo. Lasciamole piangere: dopo aver pianto si sta meglio.

    Chi odia l'umanità - e come si può non odiarla anche compiangendola? - si trova in questi tempi nel suo centro di felicità. La guerra, colla sua ferocia, nello stesso tempo giustifica l'odio e lo consola. "Avevo ragione di non stimare gli uomini, e perciò son contento che ne spariscano parecchi". La guerra, infine, giova all'agricoltura e alla modernità. I campi di battaglia rendono, per molti anni, assai più di prima senz'altra spesa di concio. Che bei cavoli mangeranno i francesi dove s'ammucchiarono i fanti tedeschi e che grasse patate si caveranno in Galizia quest'altro anno!

    E il fuoco degli scorridori e il dirutarnento dei mortai fanno piazza pulita fra le vecchie case e le vecchie cose. Quei villaggi sudici che i soldatacci incendiarono saranno rifatti più belli e più igienici. E rimarranno anche troppe cattedrali gotiche e troppe chiese e troppe biblioteche e troppi castelli per gli abbrutimenti e i rapimenti e i rompimenti dei viaggiatori e dei professori. Dopo il passo dei barbari nasce un'arte nuova fra le rovine e ogni guerra di sterminio mette capo a una moda diversa. Ci sarà sempre da fare per tutti se la voglia di creare verrà, come sempre, eccitata e ringagliardita dalla distruzione.

    Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa - e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi.

 

 

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