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Discussione: Giovanni Papini

  1. #1
    Ritorno a Strapaese
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    Predefinito Giovanni Papini

    « A parte gli autori accennati, va menzionata l'influenza che su me adolescente esercitò anche il movimento che alla vigilia della prima guerra mondiale e durante la prima parte di essa ebbe per centro Giovanni Papini con le riviste Leonardo e Lacerba, in seguito in parte anche con La Voce. Fu il periodo dell'unico vero Sturm und Drang che la nostra nazione abbia conosciuto, dell'urgere di forze insofferenti del clima soffocante dell'Italietta borghese del primo novecento [...] A lui e al suo gruppo si deve il nostro venire a contatto con le correnti straniere più varie e interessanti del pensiero e dell'arte d'avanguardia, con l'effetto di un rinnovamento e di un ampliamento di orizzonti »

    (Julius Evola, Il cammino del cinabro, op. cit., p. 5.)


    Giovanni Papini

    Giovanni Papini (Firenze, 9 gennaio 1881 – Firenze, 8 luglio 1956) è stato uno scrittore italiano.

    Nacque in una famiglia artigiana da Luigi Papini, ex garibaldino e repubblicano anticlericale, ed Erminia Cardini, che lo fece battezzare all'insaputa del padre. Ebbe un'infanzia e un'adolescenza molto solitarie, passate a leggere i libri della biblioteca del nonno prima e di quella pubblica poi.

    Si diplomò maestro nel 1899, insegnando per qualche anno, poi diventò bibliotecario. Attirato dalla letteratura, collaborò con le riviste fiorentine La Rivista, Sapientia e Il Giglio. Nel 1903, fondò assieme a Giuseppe Prezzolini, Giovanni Vailati e Mario Calderoni la rivista Leonardo, poi collaborò come redattore capo ne Il Regno del nazionalista Enrico Corradini.

    Iniziò a pubblicare alcuni racconti e saggi, fra cui Il crepuscolo dei filosofi (1905), nel quale distrusse i sistemi filosofici di Immanuel Kant, Friedrich Hegel, Arthur Schopenhauer, Auguste Comte, Herbert Spencer e Friedrich Nietzsche, dichiarando infine la morte della filosofia stessa. Nello stesso anno, pubblicò Il tragico quotidiano che sancì, assieme a Il pilota cieco (1907), la nascita delle cosiddette "novelle metafisiche", un genere letterario che innovò profondamente l'ambito novellistico.

    Il distacco progressivo da Prezzolini, più incline a seguire Benedetto Croce, e i disaccordi con gli altri collaboratori segnarono la chiusura del Leonardo nel 1907. Sempre in quell'anno, Papini si sposò con Giacinta Giovagnoli.

    Nel 1911, Papini fondò con Giovanni Amendola la rivista Anima, di tendenza teosofica, che ebbe solo un anno di vita. Nel 1912, pubblicò Le memorie d'Iddio, l'apice della sua protesta anticristiana e del suo nichilismo, in cui mette in scena un Dio che si augura la morte della fede e dunque la propria fine, pentito com'è di aver creato tanto male nel mondo. L'opera generò molto scalpore e venne ricusata dal Papini in tarda età, tanto da incaricare la figlia Viola a ricercare le copie ancora esistenti e darle alle fiamme.

    Il 1º gennaio 1913 creò con Ardengo Soffici la rivista Lacerba, che uscì a Firenze. Appoggiò per poco il futurismo, che per lui:
    « è guerra contro l'accademia, contro l'università, contro lo scolarismo, contro la cultura ufficiale, è liberazione dello spirito dai vecchi legami, dalle forme troppo usate... è forsennato amore dell'Italia e della grandezza d'Italia... è odio smisurato contro la mediocrità, l'imbecillità, la vigliaccheria, l'amore dello status quo e del quieto vivere, delle transazioni e degli accomodamenti... »


    Sempre nel 1913 pubblicò Un uomo finito, un'autobiografia scritta ad appena 30 anni di un giovane "nato con la malattia della grandezza", che si butta sullo studio per creare un'opera che possa superare Dante Alighieri e William Shakespeare in importanza. Sopravviene di tanto in tanto nel romanzo la delusione per l'impossibilità di raggiungere l'obbiettivo troppo ambizioso.

    Si batté per l'intervento italiano nella Prima guerra mondiale. Celebre il suo articolo Amiamo la guerra, apparso su Lacerba in cui afferma:
    « Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana. C'è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un'infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita. »


    Il 22 maggio 1915, chiuse la rivista pochi giorni prima dell'entrata in guerra, dimostrandosi però ampiamente pentito del suo interventismo e dichiarando "di sentirmi quasi complice, benché inerme, di quella forsennata devastazione". Nello stesso anno, pubblicò le prose poetiche Cento pagine di poesia, Buffonate e Maschilità.

    Nel 1916, con le sue Stroncature polemizzò con Boccaccio, Shakespeare e Goethe, ma anche con Croce, Gentile, Benelli (definito "ciabatta smessa del dannunzianesimo") e col "passerotto agevolino" Guido Mazzoni. Del 1917 sono i versi misticheggianti di Opera prima.

    Dopo anni di profondi travagli spirituali, nel 1921 annunciò la sua conversione religiosa pubblicando la Storia di Cristo, che si rivelò essere un successo editoriale non solo in Italia: basato sulla testimonianza dei Vangeli canonici e anche di quelli apocrifi, narra della vita di Gesù per invocarne la grazia verso l'umanità corrotta.

    Suscitò invece accese polemiche il Dizionario dell'omo salvatico (1923), scritto in collaborazione con Domenico Giuliotti, in cui si scagliano contro gli ebrei, i protestanti, le donne, il laicismo e la democrazia. Pubblicò poi Pane e vino (1926), Sant'Agostino (1929), Gog (1931) e Dante vivo (1933).

    Aderì al fascismo e nel 1935 rifiutò l'offerta della cattedra di letteratura italiana all'Università di Bologna. Nel 1937, pubblicò il primo (poi rimasto unico) volume della Storia della letteratura italiana con la dedica Al Duce, amico della poesia e dei poeti. Poco dopo ricevette la nomina ad accademico d'Italia e la direzione dell'Istituto di studi sul Rinascimento e della rivista La Rinascita. Fu firmatario del Manifesto della razza nel 1938.

    Nel 1943, si fece terziario francescano nel convento della Verna. Dopo la Seconda guerra mondiale, emarginato di fatto dal mondo della cultura ed appoggiato dai soli cattolici tradizionalisti, pubblicò le Lettere agli uomini di Celestino VI (1946), la Vita di Michelangelo (1949), Il libro nero (1951), Il diavolo (1953), La loggia dei busti e La spia del mondo (entrambi 1955).

    Collaborò anche al Corriere della Sera, pubblicandovi articoli quindicinali pubblicati postumi nel 1971 col titolo Schegge. Debilitato dalla malattia e pressoché cieco negli ultimi anni di vita, lavorò con l'aiuto della nipote al Giudizio universale, un progetto giovanile pubblicato postumo nel 1957. Vennero pubblicati dopo la sua morte anche La felicità dell'infelice (1956), La seconda nascita (1958, in cui Papini ripercorre le sue vicissitudini fino alla conversione), il Diario (1962) e Rapporto sugli uomini (1977).

    Scrittore controverso, il primo che cercò di sottrarlo all'oblio fu Jorge Luis Borges, ritenendo che Papini fosse stato "immeritatamente dimenticato".
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  2. #2
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    Predefinito Rif: Giovanni Papini

    Ho letto un po' la sua "Storia di Cristo" e la prossima settimana prendo "Un uomo finito" (che avrei dovuto prendere ieri). Penso che ordinerò anche il "Crepuscolo dei filosofi".
    Ultima modifica di Malaparte; 14-02-10 alle 20:10
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  3. #3
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  4. #4
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    Predefinito Rif: Giovanni Papini

    Citazione Originariamente Scritto da Aristocle Visualizza Messaggio
    Ho letto un po' la sua "Storia di Cristo" e la prossima settimana prendo "Un uomo finito" (che avrei dovuto prendere ieri). Penso che ordinerò anche il "Crepuscolo dei filosofi".
    Ottimo, io invece ho ordinato "Gli imbecilli", e sicuramente, quando avrò un po' più tempo da dedicare alla lettura, ordinerò "Storia di Cristo"...
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  5. #5
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    Predefinito Rif: Giovanni Papini

    Giovanni Papini così ammoniva l'Occidente nel lontano 1912


    Lo scrittore Giovanni Papini (1881-1956), specie nella fase ante conversione, aveva fama di polemista e stroncatore feroce ma al tempo stesso era uno scrittore, uno studioso ed un esegeta fine e di altissima cultura. Insomma un’Oriana Fallaci all’ennesima potenza. La sua voce scomoda risuonava nei vari ambiti letterari, artistici, religiosi ed era impossibile che non toccasse i più sterminati temi e campi del sapere. Attuali ancora oggi se si leggesse un capitoletto di Polemiche religiose intitolato Il demonio musulmano.
    Qui Papini, ben prima della Fallaci, con la consueta acutezza, analizzava alcuni passi del Corano e profetizzava l’imminente e pericolosa avanzata dell’islamismo. Meglio quindi conoscerli meglio, ammoniva… prima che sia troppo tardi. “V’è una grande differenza, difatti, tra il dover combattere un esercito di atei e un esercito di fanatici, e se i nostri generali avessero cono*sciuto prima le superstizioni mussulmane, avreb*bero risparmiate parecchie cartuccie e adoperata molta più corda”.
    In particolare Papini analizza le figure di Allah e di Eblis, l’angelo ribelle, rivelando come queste due figure nel Corano appaiono molto più indefinibili e per certi versi pressoché di uguale dignità, rispetto a quanto emerge dagli scritti di tradizione cristiana. Forse quindi che per i musulmani la differenza tra Allah e il Diavolo sia pressoché impercettibile, tanto da parificarli?
    Alla luce delle sure coraniche Papini non si sente di “dar torto al Demonio” per la sua ribellione.
    Lo scritto, qualcuno potrebbe notare, probabilmente oggi sarebbe oggetto di attacchi e di censura da parte del mondo musulmano. Peccato che le parole e gli scritti di Papini sono stati puntualmente insabbiati e denigrati già decenni fa... dagli “italiani” suoi connazionali, non certo dagli islamici. La sua colpa? Essere stato un intellettuale " fascista".
    Come nel caso dell’annullamento dell’ Idomeneo di Mozart, è l’Occidente che ha dimostrato di essere debole e senza coraggio. Non serve l’islam ad annichilirci visto che già ci autoannientiamo da soli censurando la nostra cultura e i nostri ammonitori…


    IL DEMONIO MUSULMANO (1912)

    "Fra gli esercizi patriottici, ai quali ci costringe la guerra, non andrebbe dimenticata la lettura del Corano. Non troveremo in esso le forsennate profondità delle Upanisad, nè la sublime pas*sione del Libro di Giobbe:ilsagace cammelliere della Mecca non aveva testa filosofica o genio lirico.Le sure che dalla predicazione promettitrice o minacciosa, si elevino al battito della poesia, son rarissime, e in esse trovi piuttosto momenti fuggitivi di maestà che inni sostenuti e completi. Mala lettura del Coranoinutile forse per quelli che cercano ne' libri sacri e pro*fani soltanto veri e bellezze —è necessariaper tutti gli altri: per gli storici, per gli anatomici del cuore umano e anche per gli uomini d'azione che abbiano a che fare coll' Islam, perchè nella Lettura maomettana vi è non soltanto la fede degli arabi, ma anche il fondamento del loro diritto civile e penale. Necessaria è poi questa lettura per noi tutti italiani, in questo momento, e più sarà negli anni venienti, quando, pacificati i nuovi domini, dovremo convivere coi decimati sudditi e indovinarne i bisogni, ricordarne le tra*dizioni e tentar di comprenderne, finché si potrà, l’ anima sì diversa dalla nostra.Necessaria anchein questo momento, anche per la guerra. « Vi sono alcuni — dice il Chesterton — pei quali la cosa più pratica e importante a sapersi intorno a un uomo è la sua concezione dell' universo. Noi pensiamo che per un padrone di casa è impor*tante conoscere le rendite del suo pigionale, ma più importante ancora conoscere la sua filosofia. Noi pensiamo che per un generale, che debba combattere, è importante conoscere il numero dei nemici ma più importante ancora conoscerne la filosofia.V’è una grande differenza, difatti, tra il dover combattere un esercito di atei e un esercito di fanatici, e se i nostri generali avessero cono*sciuto prima le superstizioni mussulmane, avreb*bero risparmiate parecchie cartuccie e adoperata molta più corda. Bisogna, dunque, leggere il Corano.
    Scelga ognuno la lingua che vuole, ma si legga finalmente il Corano. Assieme ai profitti non mancheranno le sorprese. La prima di queste sorprese — teologiche a fondo filosofico — vien fuori subito nella se*conda sura, nella Sura della Giovenca, e precisa*mente ai versetti 28-32. Allah sta vantando agli uomini la sua potenza per bocca di Maometto, e, per renderseli più propizi racconta come li creò, aggiungendo un episodio interamente dimenticato o non saputo dal compilatore della Genesi mo*saica. V' è tutto un dramma, che rivende a più doppi il Prologo in Cielo, del Faust.Dio, prima di tutto, annunziò agli angeli la sua intenzione di creare gli uomini. « Io porrò, Egli disse, — un vice-re sulla terra ». Gli an*geli, sia perchè gelosi, sia perchè migliori pro*feti del Creatore, lo sconsigliarono vivamente: « Perchè vuoi tu metter laggiù — risposero —un essere, che farà il male e spargerà il sangue? Noi invece senza posa ti celebriamo e santifichiamo ». Ma Iddio replicò : « Io so quello che voi non sapete ». E senza ascoltare il consiglio — interessato, forse, ma giusto — degli angeli, creò Adamo e gli insegnò i nomi di tutte le cose. Poi lo condusse dinanzi agli angeli e li sfidò: Ditemi, dunque, i nomi delle cose, se siete veritieri ». Ma gli angeli non li sapevano e dovet*tero chinare il capo: « sia gloria a Te ! Non v' è conoscenza in noi al di fuori di quella che tu ci hai data. Tu sei il sapiente e il saggio ». Al*lora Allah, trionfante, comandò: « O Adamo, di' ad essi i loro nomi ». E Adamo, non immemore della lezione edenica, li disse. E quando li ebbe detti riprese il Signore: « Non vi ho detto che io conosco i segreti dei cieli e della terra, e ciò che mostrate fuori e quel che nascondete? ». E per rendere definitivo il trionfo sulle creature angeliche, ordinò loro di adorare Adamo. Tutti l’adorarono - meno uno, — meno Eblis, il dia*bolos: il Demonio, Satana. Questi si gonfiò di orgoglio e fu del numero degli ingrati e degli infedeli. Qui finisce il breve e grandioso dramma ce*leste, nel quale il Bene e il Male, gli angeli e gli uomini, il cielo e la terra, hanno parte. Chi non abbia il cervello impotente a qualunque genere di continuazioni e prolungamenti scorge di colpo quanti insegnamenti sian da trarre da questa nar*razione coranica.Prima di tutto, Allah non ci fa davvero una bella figura. Si sente che vi è, tra lui e la schiera angelica, una sorda riva*lità, che deve finire con una ribellione almeno parziale. Iddio ha creato gli angeli, e gli angeli, riconoscenti, cantano all’infinito la sua gloria, ma l'armonia è, più che altro, apparente.II Creatore ci tiene a far sentire la sua superiorità sulle creature, ma, d' altra parte, sente il bisogno di comunicar loro i suoi propositi. Se veramente Egli è infallibile e onnipotente, non poteva crear l'uomo senza annunziarlo prima ai suoi lodatori come un suo sostituto terrestre? Gli angeli, egoisti come il loro padrone, vorrebbero restar soli nell'universo. Accettano la loro parte di cantori e glorificatori perpetui, ma non vorreb*bero compagni o concorrenti nel loro ufficio. Odiano già colui che deve essere creato : l'uomo. E sconsigliano Dio, e le ragioni del dissuadi*mento mostrano ancora una volta che la gelosia non è sempre cieca. Il tempo l' ha data vinta a loro.Le predizioni angeliche eran più giuste delle intenzioni divine. L' uomo è stato suscitato dalla terra e ha fatto il male e ha sparso il sangue. Su questo punto gli angeli furon più sapienti del loro Maestro. Ma lddio si ostinò, come tutti i superbi: per mostrare il suo potere in generale e la sua superiorità sugli angeli in particolare. E appena Adamo fu creato, tra le meraviglie del giardino, gli dette lezione: una lunghissima le*zione di nomenclatura. La vergine memoria del primo scolaro doveva esser lo strumento della vendetta divina. Adamo vien condotto nell’empireo, come un giovinetto che ha vinto il primo premio, e deve offrire una piccola accademia agli studenti anziani. Gli angeli ammutoliscono e sidanno per vinti. Per colmo di umiliazione soncostretti a piegare i ginocchi dinanzi all' UltimoVenuto, dinanzi al primo padre. Ma tra gli an*geli ve n'e uno, più loico e superbo degli altri,il quale prende tutta su di sé l’eredità della ta*cita invidia dei suoi fratelli contro intruso eil tacito loro odio contro il Signore. Il Diavoloentra sulla scena colla piena coscienza del suocelebre atto. Finalmente! Era gran tempo chenoi volevamo sapere le ragioni della sua rivolta.Le tradizioni giudaiche e cristiane ci parlavanounicamente di superbia, ma non ci davano nessuna notizia precisa sul motivo, sul fatto, sull’occa*sione che fecero passare quella superbia dall' interno all' esterno. GiovanniMilton ci raccontò l’avventura con più fronzoli, ma era in*glese e poeta. Qui, nelCorano, invece, noi ab*biamo una tradizione antica e nata fra gente del deserto- nei deserti abitano di preferenza idemonie discesa daque' primi patriarchi, a'quali Iddio medesimo appariva volentieri ogni tanto sotto la tenda. Questa notizia dunque,incomparabilmente più sicura di ogni altra. Perchè il Diavolo si ribellò a Dio? Perchè non volle adorare l’Uomo. Perchè non volle abbas*sarsi, egli, spirito angelico, dinanzi al terrestre parvenu imposto dal capriccio divino. Perché non volle assumere la responsabilità, come i vili compagni, di un essere malefacente, destinato a spargere il sangue sull' aiola feroce. Perchè non volle umiliarsi dinanzi alla commedia della le*zioncina verbale recitata da Adamo, d' accordo con Dio, a beneficio della sua vanagloria.Iddiose dobbiamo credere alCoranocreòl'uomo non soltanto per avere un suo vice-resulla terra, o peravere altre creature lodanti eosannanti, maanche per far dispetto agli angeli,anche per dar loro a divedere che non curavaconsigli e che nessuna sapienza era fuoridi Lui. Lacreazione dell’ uomo, insomma, sarebbeun segno della superbia di Iddio. Due superbie erancosìdi fronte: la superbia di Allahe la superbiadi Eblis.Allah fu più potente di Eblis, e perquesto noiabbiamo imparato a dileggiare Eblis,ma l' orgoglio dell'Altro è forse per questo meno biasimevole se l' orgoglio è, in generale, da punirsi? Io non so dar torto al Demonio. Egli, essere superiore, aveva tratte le ragioni per non pie*garsi adorante dinanzi a un essere inferiore qual’ è, anche oggi, l' uomo. Egli, che si era mo*strato più onnisciente d' Iddio, aveva il dovere di non inginocchiarsi di fronte al padre di Caino, capace soltanto di sapienza pappagallesca. E fece bene. Pagò colla condanna atroce la sua superbia. La superbia dell'Altro non fu pagata che quando egli prese forma d' uomo e patì sotto Ponzio Pilato. Si capisce ora come il Demonio abbia cercato sempre di vendicarsi degli uomini e di cacciarli nel male, perchè la sua profezia non fosse smen*tita. « O Eblis — grida Dio, all' atto della ri*bellione, — chi ti impedisce di prosternarti di*nanzi all' essere che ho creato colle mie mani ? Per orgoglio o perchè sei più alto di tutti ? ». Eblis rispose : « lo valgo più di lui. Tu mi hai formato col fuoco e lui colla mota ». « Esci di qua, — gridò il Signore, — e che tu sia lapi*dato ! Le mie maledizioni rimarranno su di te fino al giorno del giudizio ». Signore, — disse E*blis, accordami un respiro fino al giorno in cui gli uomini saranno risuscitati ». « L' avrai, —rispose Iddio, — fino al giorno già stabilito ». Io giuro per la Tua grandezza, — rispose E*blis, — che li sedurrò tutti ! ». (Corano, xxxvin, 75-83).
    E il Demonio, se non sbaglio, ha mantenutala sua promessa".
    "Per tutto il pensiero occidentale, ignorare il suo Medioevo significa ignorare se stesso" - Étienne Gilson


    "Se commettiamo ingiustizia, Dio ci lascerà senza musica" - Cassiodoro.

 

 

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