Risultati da 1 a 7 di 7

Discussione: Pietro Valpreda

  1. #1
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    Predefinito Pietro Valpreda

    E' morto Pietro Valpreda.... Sull'Unità di oggi c'era scritto di come farà ricordare chi ha più di 40 anni, o i giovani che conoscono quel periodo...

    Io non ho più di 40 anni e non conosco quel periodo...

    Chi di voi ne sa di più? Qualcuno di voi lo ha conosciuto?

  2. #2
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    Predefinito Re: Pietro Valpreda

    Originally posted by Red River
    E' morto Pietro Valpreda.... Sull'Unità di oggi c'era scritto di come farà ricordare chi ha più di 40 anni, o i giovani che conoscono quel periodo...

    Io non ho più di 40 anni e non conosco quel periodo...

    Chi di voi ne sa di più? Qualcuno di voi lo ha conosciuto?
    Anche io non ho piu' di 40 anni, ma posso dire che Valpreda e' il simbolo di cosa fu la strategia della tensione, ovvero creare un clima che permettesse l'instaurazione di una legge di emergenza contro tutto cio' che era di sinistra, addossando alla sinistra stessa la responsabilita' di stragi commesse da pseudofascisti (in realta' uomini organici ai nostri servizi)

    E Valpreda fu il colpevole perfetto costruito per la strage di Piazza Fontana, riconosciuto in base a una pseudotestimonianza di un tassista (che morira' poco tempo dopo). Memorabile e' la foto del confronto che porto' all'incriminazione di Valpreda: si vede Valpreda sbarbato e dimesso accanto a 3 uomini lindi e in cravatta. Come dire.........non ci si poteva sbagliare...


    Per la cronaca fu in quegli anni che un giornalista comincio' a farsi notare urlando dalla tv di stato "arrestato il mostro, in galera il feroce assassino di piazza fontana"..........Quel giornalista era Bruno Vespa...

  3. #3
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    Interessante...e poi?

  4. #4
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    Fu uno dei primi episodi di mala giustizia o se vogliamo di giustizia depistata dallo Stato , non vi posso dire altro perchè ho 22 anni e quel periodo lo conosco poco.

  5. #5
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    Piazza Fontana e' una data fondamentale della storia dell'italia repubblicana. E un po' il nostro 11 settembre
    E' considerato l'inizio della strategia della tensione (numerosissimi furono i giovani che scellaratamente scelsero la lotta armata proprio dopo quella tragedia)..

    Creare la tensione, l'allarmismo, il terrore in Italia e attribuire la responsabilita' alla sinistra. Da qui gli italiani moderati, si riteneva, avrebbero finito con l'accettare l'instaurazione di un regime simile a quello greco con la messa fuori legge del Pci.

    Valpreda si fece 3 anni di carcere duro da innocente (Tra l'altro il 15 dicembre ci fu la famosa morte di Pinelli, pure lui messo sotto interrogatorio per quella strage)
    , finche' nel 1972 le indagini non prenderanno un'altra pista, quella dell'eversione nera, allorche' il giudice Stiz emise un mandato di cattura per i neofascisti Freda e Ventura. Ma i depistaggi, i tentativi di inquinamento delle indagini furono pazzeschi. (Basti pensare che, improvvisamente nell'ottobre 1972, la Cassazione decise di spostare il processo a Catanzaro (!!!!!!!!!) e che per innumerevoli e esiziali vizi procedurali solo nel 1977 comincio' il processo vero e proprio. Intanto Freda e Ventura ovviamente si erano volatilizzati.

    Nel 1981 poi verranno assolti, ma tornerenno in ballo (pur non potendo piu' essere condannati) negli anni 90

    Perche' la vera svolta c'e' stata negli anni 90 col pentimento degli ex ordinovisti Martino Siciliano e Carlo Digilio.

    La bomba fu messa dai veneti di Ordine Nuovo (organizzazione di estrema destra fondata da Pino Rauti) con il tacito assenso dei servizi d'oltreoceano (comando Ftase di Verona, nella persona del Capitano Carret).

    Il processo comicniato nel 2000, si e' concluso con la loro condanna in primo grado nel giugno 2001.

    Come e' noto, il principlae responsabile, Zorzi, e' da anni fuggito in Giappone, dove ha fatto soldi. E le trame oscure non sono finite, visto che proprio di recente e' venuto alla luce un tentativo dello stesso Zorzi di far ritrattare (pagandone il silenzio) il suo vecchio camaerata Siciliano.

    Per la cronaca , l'attuale difensore di Zorzi, e' Gaetano Pecorella, difensore anche di sivlio Berlusconi.


    Questo ovviamente e' uno schizzo scritto in 5 minuti e percio' parzialissimo degli avvenimenti di quegli anni (che io, essendo nato nell'ottobre del 76) non ho ovviamente vissuto. Ma innumerevoli sarebbero le cose da raccontare


    Per Chi volesse saperne di piu' c'e' un ottima ricostruzione in un libro scritto da Dianese e Bettin "la Strage" edito da feltrinelli, oppure "piazza fontana" di Boatti.

    Ci sono poi (e sono davvero una miniera di informazioni) gli atti della commisisone stragi (reperibili al sito linkato dal sito del parlamento), ma soprattutto consiglio la sentenza ordinanza del giudice Salvini (colui che ha riaperto le indagini sulla strage) che si puo' trovare all'interno di Almanacco (http://web.tiscali.it/almanacco/fontanasentenza.htm) . E' lunghissima, ma ricostruisce alla perfezione non solo la strage di piazza fontana, ma tutto il contesto di quegli anni e i tentativi di insabbiamento

  6. #6
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    Interessantissimo...

  7. #7
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    Va anche detto che in quegli anni decine di giovani (da ambo le parti) che magari credevano veramente in una ideologia (di destra o di sinistra) vennero strumentalizzati da personaggi oscuri o dai cosiddetti cattivi maestri che non hanno ancora pagato per quanto fatto.

    Zorzi e gli altri si dichiaravano fascisti , ma poi erano pienamente organici al "regime" visti i loro rapporti coi servizi, idem dall'altra parte personaggi ancora oscuri come Moretti e Senzani.
    Ma intanto la manovalanza la mandavano al massacro.

    Tornando a Piazza Fontana, interessante e' questo breve estratto dal libro di Fabrizio Calvi e Frédéric Laurent, Piazza Fontana - La verità su una strage, Mondadori



    Milano, 12 dicembre 1969, ore 16.30. Con l'esplosione di una bomba nel salone degli sportelli della Banca Nazionale dell'Agricoltura, al numero 4 di piazza Fontana, ha inizio una nuova era tragica.
    I terroristi non avrebbero potuto scegliere un momento migliore: la banca è infatti gremita per il «mercato del venerdì», che richiama gli agricoltori delle province di Milano e Pavia. L'ordigno è stato collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all'emiciclo degli sportelli. I locali devastati testimoniano la potenza dell'esplosivo impiegato. Attorno al foro, nel cumulo di detriti, sono rinvenuti frammenti metallici che verosimilmente appartenevano all'involucro contenente la carica esplosiva. I tecnici osservano che la resistenza opposta dal piano di cemento armato del pavimento ha fatto sì che l'onda esplosiva finisse, con tutta la sua potenza, contro le pareti delimitanti la volta del salone mandando così in frantumi le vetrate dello stabile, e che la potenza dell'esplosione, sviluppatasi con maggiore intensità fra il cemento e la metà sinistra del salone, probabilmente a causa della resistenza frapposta dal pesante sostegno del tavolo, ha provocato il crollo del rivestimento in mattoni forati sulla parete che delimita l'angolo posteriore sinistro del locale.
    L'attentato causa sedici morti, di cui quattordici sul colpo, e ottantotto feriti. Non è il più sanguinoso della storia della Prima Repubblica, ma a livello simbolico è il più sensazionale, se non il più importante: non si sbaglierebbe a paragonare il trauma che provocò con quello subito dagli americani dopo l'assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy. La storia dirà se la strage di piazza Fontana, inaugurando la strategia della tensione, ha determinato i dieci anni più bui della vita politica italiana.

    In quell'oscuro 12 dicembre alcuni ordigni esplosivi prendono di mira anche altri istituti bancari e diversi edifici. Poco dopo la strage di piazza Fontana, una bomba viene scoperta nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala 6. Non è esplosa. Era contenuta in una cassetta metallica portavalori ermeticamente chiusa, posta in una borsa nera. Lo stesso giorno, a Roma, alle 16.55, una bomba esplode nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro che collega l'entrata di via Veneto con quella di via San Basilio. Si contano tredici feriti.

    Alle 17.22 e alle 17.30, sempre a Roma, esplodono altre due bombe. Una davanti all'Altare della Patria, l'altra all'ingresso del museo del Risorgimento, in piazza Venezia. I feriti sono quattro.

    Nelle ore che seguono gli attentati, vengono compiute perquisizioni nelle sedi di tutte le organizzazioni dell'estrema sinistra. Viene visitata anche qualche organizzazione d'estrema destra, ma senza molta convinzione, visto che le indagini risparmiano Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, le più importanti. La stampa non tarda a unirsi al coro degli inquirenti. Fin dall'indomani, come preparata in anticipo, parte un'incredibile campagna contro gli estremisti di sinistra. I quotidiani si scatenano, circolano le informazioni più inverosimili. Le indagini sono di una stupefacente rapidità; in tre giorni viene arrestata una decina di persone sulle quali, come dichiara la polizia, «gravano pesanti indizi». Sono tutti anarchici dei circoli Bakunin e 22 Marzo. Tra di loro vi sono: Giovanni Aricò, Annelise Borth, Angelo Casile, Roberto Mander, Emilio Borghese, Mario Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Per la polizia, insomma, oltre a quella anarchica, nessun'altra pista merita di essere presa in considerazione.

    Iniziano gli interrogatori. Sono condotti con energia. Il 15 dicembre, a mezzanotte, nel cortile della questura di Milano, un corpo s'infrange quasi senza rumore ai piedi di un giornalista. È Giuseppe Pinelli, uno degli anarchici arrestati tre giorni prima, caduto senza un grido da una stanza del quarto piano, dove si trova il commissario Calabresi. Causa ufficiale della morte: suicidio. Non ci crederà nessuno... Tra gli anarchici fermati subito dopo la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, il commissario Calabresi sembra interessarsi a una sola persona: Pietro Valpreda, di professione ballerino. Il giovane grida la propria innocenza. Essa non sarà riconosciuta che molto tempo dopo. Eppure, già all'epoca, tutto denunciava l'esistenza di una «pista nera», che verrà esplorata solo tardivamente.

    La sera del 15 dicembre 1969 un giovane professore di Treviso, Guido Lorenzon, segretario di una sezione della Democrazia cristiana, si presenta da un avvocato della città dichiarando di essere a conoscenza di fatti che potrebbero essere in rapporto con gli attentati. È teso, nervoso; per lui si tratta di tradire la fiducia di un amico di vecchia data, l'editore Giovanni Ventura. Due giorni prima, cioè all'indomani delle esplosioni, ha avuto con quest'ultimo, appena tornato da Roma, una conversazione che, da allora, l'ossessiona. Le informazioni che Ventura gli ha fornito sugli attentati sono state troppo precise e circostanziate perché possa essere totalmente estraneo alla strage.

    Già in precedenza Ventura gli aveva parlato con la stessa precisione dei dieci attentati ai treni compiuti nel Nord Italia nella notte tra l'8 e il 9 agosto 1969. E gli aveva anche confidato di appartenere a un'organizzazione clandestina che progettava un colpo di stato mirante a instaurare un regime ispirato alla Repubblica di Salò. Fino a quel momento l'amicizia aveva avuto la meglio, e Lorenzon aveva taciuto. Dopo la strage di Milano non poteva più farlo: nell'ultima conversazione con Ventura, infatti, gli era parso di capire che questi stesse preparando altri sanguinosi attentati.

    Il giorno dopo, in compagnia dell'avvocato, Lorenzon ripete la sua testimonianza di fronte a un magistrato di Treviso, il procuratore Pietro Calogero, al quale, in più giorni d'interrogatori, fornisce un resoconto sistematico di tutte le conversazioni avute con Ventura negli ultimi mesi. Il magistrato giudica le dichiarazioni del giovane professore abbastanza importanti da giustificare l'apertura di un'istruttoria sulle attività dell'editore e dei suoi amici. Con l'aiuto di Lorenzon, che continua a frequentare Ventura, in qualche settimana Calogero raccoglierà una serie di solidi indizi contro quest'ultimo e un suo amico, Franco Freda, un avvocato di Padova ben noto nella regione per le sue opinioni neonaziste.

    La deposizione di Guido Lorenzon, resa a meno di una settimana di distanza dagli attentati di Milano, era giunta al momento giusto per rafforzare i sospetti nutriti dai magistrati di Treviso nei confronti dell'editore Ventura e dei suoi amici dopo un attentato commesso il 15 aprile 1969, con una bomba, contro il rettore (ebreo) dell'università di Padova.

    I ritratti di Freda e Ventura tracciati dal professore di Treviso sono eloquenti. Franco Freda, poco più anziano di Ventura, è nato a Padova. Grande ammiratore di Hitler e delle ss, fanatico antisemita, ha fatto la gavetta, come Ventura, nell'msi, di cui all'inizio degli anni Sessanta ha diretto l'organizzazione universitaria (fuan). Più tardi ha fondato i Gruppi d'aristocrazia ariana (Gruppi ar), vicini a Ordine Nuovo. Nell'estate del 1968, quando il suo amico Rauti torna da Atene, apre una libreria a Padova e si mette a vendere, fianco a fianco, il Mein Kampf e Che Guevara...

    Giovanni Ventura, nato nel 1944 a Castelfranco Veneto, vicino a Treviso, e cresciuto nella nostalgia di Mussolini (suo padre aveva fatto parte della milizia volontaria fascista, le «camicie nere»), s'è iscritto all'msi giovanissimo.

    Nel 1965, trovando questo movimento troppo moderato, entra in Ordine Nuovo, la cui politica più energica meglio corrisponde alle sue aspirazioni. L'anno seguente firma, sulla rivista neonazista «Reazione» da lui diretta, una serie di articoli violentemente antisemiti dove se la prende con la borghesia «pan-demo-plutogiudaica».



    L'indagine sulla strage del 12 dicembre compirà un decisivo passo avanti un giorno del novembre 1971, quando un muratore, nell'eseguire alcune riparazioni sul tetto di una casa di Castelfranco Veneto, sfonda per errore il tramezzo divisorio di un'abitazione di proprietà di un consigliere comunale socialista, Giancarlo Marchesin, e scopre un arsenale di armi ed esplosivi, tra cui, in particolare, casse di munizioni siglate nato. Arrestato, Marchesin dichiara che quelle armi sono state nascoste lì da Giovanni Ventura qualche giorno dopo gli attentati del 12 dicembre, e che prima si trovavano presso un certo Ruggero Pan.

    Interrogato a sua volta, Pan rivela che durante l'estate del 1969, dopo gli attentati ai treni, Ventura gli aveva chiesto di comprare delle casse metalliche tedesche di marca Jewell. Quelle di legno usate per collocarvi gli esplosivi negli attentati, aveva spiegato l'editore, non avevano prodotto l'effetto di «compressione esplosiva del metallo». Pan si era rifiutato. Il giorno dopo, notando da Ventura una cassetta di metallo, aveva capito che qualcuno era andato a comprarla al posto suo.

    Pan aveva dimenticato l'episodio fino al 13 dicembre 1969, giorno in cui la televisione e i giornali avevano mostrato la riproduzione di una delle cassette impiegate negli attentati alle banche. Era una Jewell, identica a quelle acquistate da Freda e Ventura.

    I magistrati di Treviso scoprono inoltre che il gruppo teneva le sue riunioni nella sala di un istituto universitario di Padova messa a sua disposizione dal custode, Marco Pozzan, braccio destro di Franco Freda.

    Sottoposto dagli inquirenti, il 21 febbraio e il 1° marzo 1972, a due lunghi interrogatori, Marco Pozzan spiega che il piano, preparato da tempo, aveva ricevuto il via libera nel corso di una riunione notturna svoltasi a Padova il 18 aprile 1969. Dapprima reticente sull'identità di due dei partecipanti alla riunione, arrivati la sera stessa da Roma, Pozzan, dopo qualche esitazione, rivela il nome di uno di loro: Pino Rauti, all'epoca capo del movimento Ordine Nuovo. Quanto al secondo, assicura di saperne solo ciò che gli ha detto Franco Freda: «È un giornalista ed è membro dei servizi segreti...».

    I magistrati, in verità, erano già a conoscenza di questa riunione grazie alle intercettazioni cui avevano sottoposto il telefono di Freda. Quello che ignoravano era l'importanza capitale che essa aveva avuto nell'organizzazione degli attentati del 1969.

    I magistrati di Treviso, giudice Stiz e procuratore Calogero, decidono di arrestare Freda, Ventura, Pozzan e Rauti. Qualche giorno dopo Stiz si accinge a mettere Pozzan, ritenuto un complice di secondo piano, in libertà provvisoria; quando questi lo viene a sapere chiede immediatamente di essere di nuovo ascoltato dal magistrato, davanti al quale ritratta, dichiarando che la visita di Rauti del 18 aprile 1969 era frutto della sua immaginazione.

    Il magistrato verbalizza, ma si rifiuta di riconoscere la ritrattazione come valida; nel suo atto d'accusa scriverà infatti che altri elementi provano che soltanto le prime dichiarazioni di Pozzan sono conformi alla verità. Messo in libertà, Pozzan scompare.

    Il 3 marzo 1972 Franco Freda, procuratore legale a Padova, Giovanni Ventura e Pino Rauti, dirigente nazionale dell'msi e fondatore del movimento Ordine Nuovo, vengono arrestati. Sono accusati di aver organizzato gli attentati del 25 aprile 1969 (alla Fiera e alla Stazione Centrale di Milano) e dell'8 e 9 agosto dello stesso anno (a danno di alcuni treni). Il 21 marzo, aggiungendo ai capi d'imputazione contro il gruppo Freda-Ventura gli attentati del 12 dicembre 1969, il giudice Stiz trasmette il fascicolo, per competenza territoriale, alla procura di Milano.

    A proseguire le indagini sono designati tre nuovi magistrati: il giudice Gerardo D'Ambrosio e i sostituti Luigi Rocco Fiasconaro ed Emilio Alessandrini. La loro prima iniziativa è rimettere in libertà Rauti, senza però far cadere il capo d'accusa. Violentemente criticata, questa decisione si rivelerà in realtà assai saggia. I magistrati non ignorano che Rauti, testa di lista dell'msi a Roma, verrà di certo eletto deputato. Se al momento dell'elezione si trovasse ancora in prigione, non solo l'immunità parlamentare lo farebbe uscire all'istante, ma, soprattutto, i giudici dovrebbero trasmettere il fascicolo al Parlamento: un insabbiamento che vogliono evitare a ogni costo.

    Riprendendo le indagini da zero, i tre magistrati milanesi raccolgono in qualche mese una serie di prove decisive contro il gruppo Freda-Ventura e, nello stesso tempo, dimostrano che i poliziotti e i giudici che si sono precipitati sulla pista anarchica hanno commesso numerose irregolarità.

    Una nuova perizia sui vari frammenti di esplosivi, sui timer e sulle borse contenenti le bombe ritrovati il 12 dicembre 1969 sul luogo degli attentati permette di accertare tre fatti importanti:

    1) le bombe sono costituite da candelotti di binitroluene avvolti nel plastico, identici agli esplosivi nascosti da Ventura, qualche giorno dopo gli attentati, in casa dell'amico Giancarlo Marchesin;

    2) i meccanismi di scoppio ritardato delle bombe provengono da una partita di cinquanta timer Dhiel Jungans acquistati il 22 settembre 1969 da Franco Freda in un negozio di Bologna. Freda spiegherà ai magistrati di aver comprato i timer su richiesta di un fantomatico capitano Mohamed Selin Hamid dei servizi segreti algerini, per conto della resistenza palestinese. Da una verifica compiuta presso le autorità algerine risulta che questo capitano non esiste; d'altra parte, i servizi segreti israeliani confermano che nessun timer di questo tipo è stato utilizzato dai feddayn;

    3) le borse in cui si trovavano le bombe erano state acquistate, due giorni prima degli attentati, in una pelletteria di Padova.

    L'11 settembre 1972 un giornalista dell'«Espresso», Mario Scialoja, si era infatti presentato dal giudice D'Ambrosio per dirgli che borse simili a quelle utilizzate per gli attentati erano state vendute a Padova nel 1969. Per scrupolo di coscienza, D'Ambrosio aveva mandato i carabinieri a svolgere indagini nelle pelletterie della città. Il rapporto che aveva ricevuto tre giorni dopo era stupefacente. Un negoziante di Padova aveva dichiarato ai carabinieri che le borse degli attentati erano state vendute nel suo negozio il 10 dicembre 1969 a un giovane alto e bruno, e si era poi detto stupito che non ne fossero al corrente, perché era andato egli stesso, insieme a una delle commesse, il 16 dicembre 1969, a dichiararlo al commissariato, dove la sua testimonianza era stata verbalizzata.

    Ma questo verbale, inviato il giorno stesso per telex ai poliziotti di Milano e Roma e al ministero dell'Interno, non era mai arrivato ai magistrati romani che avevano orientato le loro indagini in direzione degli anarchici. Qualcuno l'aveva fatto deliberatamente sparire.

    Non è tutto: qualche giorno dopo, confrontando due foto della borsa di pelle ritrovata intatta alla Banca Commerciale Italiana, il giudice D'Ambrosio nota una differenza. Nella prima, scattata la sera stessa degli attentati, dal manico pende ancora l'etichetta del prezzo. Nella seconda, scattata un mese più tardi, l'etichetta e la cordicella cui era attaccata sono scomparse. Ancora una volta, qualcuno è intervenuto a sopprimere delle prove.

    Uno dei magistrati, apprendendo i nomi dei presunti colpevoli, dichiara indignato che se i giudici avessero avuto subito a disposizione la testimonianza del pellettiere di Padova e l'etichetta della borsa, le indagini avrebbero preso una direzione diversa e Valpreda non sarebbe finito in prigione. Il 25 settembre, infatti, tre alti funzionari di pubblica sicurezza (il vicecapo della polizia, Elvio Catenacci, e i due responsabili dell'Ufficio politico della questura di Milano) vengono accusati di «intralcio alla giustizia, omissione di rapporto e dissimulazione e sottrazione di prove».

    Ma, due anni più tardi, nei loro confronti verrà dichiarato il non luogo a procedere...

    Ormai convinti di avere in mano, con Franco Freda e Giovanni Ventura, i personaggi chiave degli attentati, i magistrati milanesi si applicano a scoprire chi siano, dietro i due uomini, i veri ispiratori della strategia della tensione. L'istruttoria verrà abbattuta in volo nel 1974 dalla decisione della Corte di Cassazione di sottrarre loro indagini che dirigevano da due anni con coraggio esemplare. L'istruttoria viene trasferita a Catanzaro, dove erano già stati spostati l'inchiesta e il processo Valpreda per «motivi di ordine pubblico». A Catanzaro esse vengono affidate a due magistrati locali, il giudice Migliaccio e il sostituto Lombardi, che, senza che si possa mettere in dubbio la loro onestà, non seguiranno mai le «piste nere» con l'ostinazione dei predecessori.

    «Dopo la sottrazione» scrive il giudice Salvini «nel dicembre 1974, al Giudice D'Ambrosio della prosecuzione dell'istruttoria concernente la strage di Piazza Fontana e le responsabilità del s.i.d., non sono più state condotte a Milano indagini significative sui gruppi della destra stragista e sui suoi rapporti con settori istituzionali deviati.»

    Le indagini restano congelate fino al 1990, quando il giudice Salvini e il pubblico ministero Maria Grazia Pradella riaprono il fascicolo del mistero di piazza Fontana. Sono le istruttorie dell'ultima speranza.

    .................................................. .......................




    P.S.
    Un sito su questi argomenti davvero ottimo e' anche www.misteriditalia.com

 

 

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