La cellula di presunti falsari di Al Qaida gravitava da mesi
intorno al centro islamico
Gli investigatori milanesi cercano prove di legami con il terrorismo
Milano (Milàn)
Strani giri intorno alla moschea di Como fanno balenare agli investigatori milanesi che ci sia lo zampino di Al Qaida. Personaggi in odore di terrorismo graviterebbero proprio in quella zona. Nel giorno degli interrogatori a San Vittore di sette degli otto islamici arrestati giovedì scorso, emergono nuovi sviluppi. Il centro islamico di via Domeinico Pino 5, secondo l’accusa, era teatro delle attività illecite della banda. E da lì e da Milano sarebbero partiti documenti falsi alla volta di tutta Europa. Si tratta di capire se fossero destinati a terroristi. Per quando riguarda la base lariana, di certo si sa che uno degli arrestati aveva un’impresa di pulizie nella stessa strada della moschea. Non solo: un egiziano di 26 anni, tale Sherif Faty Ali, dal centro islamico era finito addirittura a Tora Bora, in Afghanistan, dove è stato catturato dagli americani e portato nella base di Guantanamo, dove sono reclusi i seguaci di Al Qaida. Gli investigatori sono tornati nella moschea alla ricerca di documenti. Intanto le difese affilano le armi. «Non c'è nessuna accusa di terrorismo. I miei assistiti sono stati arrestati solo per ricettazione di un’auto», ha dichiarato l’avvocato Vito Malcangi, difensore dei due fratelli marocchini Mohammed e Said Kazdari, arrestati giovedì, e che ieri hanno risposto alle domande del gip. Il legale, che si è detto «scandalizzato anche per le notizie apparse» in quanto nell’ordine di misura cautelare «non c'è alcun legame, neanche espresso velatamente, con il terrorismo» ha ribadito che la misura cautelare per i suoi due assistiti è stata emessa solamente in relazione a un’automobile. I due fratelli sono però indagati per ricettazione e falsificazione di documenti. Il legale ha detto che l’interrogatorio dei due fratelli è durato circa un quarto d’ora per ciascuno, e che entrambi hanno fornito spiegazioni relative all’auto, trovata durante una perquisizione, che è poi risultata rubata: «Lo scorso novembre c’è stato il sequestro di quell’autovettura in un box - ha sottolineato il legale -. Lì c'erano anche dei documenti, pochissimi, sui quali sono in corso degli accertamenti. Per i documenti falsi e la ricettazione uno dei due fratelli ha ammesso che, spinto dal bisogno, ha avuto contatti con uno dei coimputati che facevano questo lavoro». L’avvocato Malcangi ha aggiunto che i suoi due assistiti hanno detto di aver avuto qualche contatto telefonico con gente che chiedeva documenti falsi, ma «non si sa se questi contatti siano andati in porto». Gli altri si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.




Rispondi Citando