Una mostra ricorda il massacro di 12mila contadini
del centro-sud dopo l’Unità d’Italia
di Anna Paglia
Fra diavolo e il Passator cortese, ma non solo. È piena delle leggende di briganti la storia italiana di due secoli fa. Un fenomeno, quello del brigantaggio, che ha visto partecipare anche le donne “del profondo sud”, che sparavano col fucile e “furono leste di coltello e abili nell’affibbiare la cartucciera sui pantaloni”, come scrive Mario Restivo nel suo “Ritratti di brigantesse”.
Briganti veri e briganti fasulli. Come i 12mila contadini del centro sud che vennero fucilati e massacrati con questa infamante accusa a cavallo tra il 1860 e il 1870. Per ricordare questa pagina triste dell’unità italiana, è in corso presso il Mutac, Museo delle Tradizioni e arti contadine di Picciano (Pescara) la mostra “Miseria e sopraffazione: brigantaggio ed emigrazione”. Secondo Franco Di Silverio, urologo romano e mecenate del museo, si tratta della «tragedia del mondo contadino dopo secoli di sopraffazione, di miseria estrema che portarono inevitabilmente al brigantaggio prima e all’emigrazione poi».
La scenografia dell’esposizione, aperta fino al 30 settembre, è affidata a Mario Garbuglia (“Il Gattopardo” di Visconti) con la collaborazione di Giuseppe Tornatore, le musiche sono di Ennio e Andrea Morricone, i documenti sono dell’ufficio storico dell’Arma dei Carabinieri, dei Musei di Storia del Rinascimento di Roma, del Pitrè di Palermo, del Cascella di Pescara e del museo del Costume di Sulmona. Oltre ai cinque enormi pannelli con pitture e la cronaca di quegli anni, c'è anche una sezione di manichini in “battaglia” o che rappresentano scene di fucilazioni.
IL TALISMANO DI FRA DIAVOLO
A Roma e dintorni i “latrones” ci sono stati fin dai tempi degli antichi romani, ma la renitenza alla leva francese aggravò la situazione tra la fine del '700 e il primo Ottocento nel Basso Lazio e nelle terre limitrofe. Qui i Borboni, in guerra con i transalpini, fomentavano e appoggiavano i briganti. Le bande scorrazzavano sui monti Lepini, Ausoni e Aurunci, cacciate dai gendarmi francesi prima, dai carabinieri pontifici poi e infine dai sabaudi.
Turchino era il colore dei loro vestiti, portavano cappelli a punta, calzavano le “ciocie”, mentre i lunghi capelli erano raccolti in una treccia (“coda”) che lasciava scoperti gli inevitabili orecchini. Quanti erano? Una notifica governativa del 1812 ai prefetti di Velletri e Frosinone ne elenca 40, compresi quattro calabresi.
Fra Diavolo di Itri, al secolo Michele Pezza, ha combattuto per i Borboni a fine Settecento. A 27 anni, una condanna a morte per due omicidi gli venne commutata da re Ferdinando in 13 anni di servizio militare. La leggenda narra che fosse invulnerabile per via di uno speciale talismano: una testa di vipera, suo personale cimelio, che teneva sempre nel giubbotto. Per meriti militari viene nominato colonnello dal re di Napoli e da Orazio Nelson e per i francesi è sempre stato un osso duro. Tanto da decidere di dargli la caccia con un reggimento comandato di Sigisbert Hugo, padre del romanziere Victor. Pezza verrà arrestato a Salerno: a 35 muore giustiziato sul patibolo.
LA BEFFA DEL PASSATOR CORTESE
Nella Maremma selvaggia dell’800 Domenico Tiburziè il “re di Montauto”. “Domenichino”, così si faceva chiamare dai suoi, era protetto da contadini e pastori e visse alla macchia per oltre 25 anni: una latitanza record che Giovanni Giolitti definì “intollerabile”. Quando nel 1896 i carabinieri lo acciuffarono in un cascinale aveva sessant'anni. Da morto, il prete al camposanto non ce lo voleva, ma il popolo insorse e allora si arrivò a un compromesso. Lo avrebbero seppellito sotto il muro di cinta, metà dentro e metà fuori della terra benedetta. Ora, a ricordarlo, c'è una vecchia colonna romana al centro del cimitero di Capalbio, che col tempo si è ingrandito. Fotografarono il suo cadavere appoggiato lì, in piedi e col fucile in mano, che sembrava ancora vivo.
Accumulò una fortuna, e l’ha seppellita, Stefano Pelloni detto il “Passator cortese”. Il mito della via Emilia, che Giuseppe Garibaldi definì “quel prode”, è passato alla storia per la “beffa di Forlimpopoli” messa a segno nel 1851. Nel teatro cittadino c'è in programma “La morte di Sisara”; al secondo atto si alza il sipario ed è la beffa: sul palcoscenico ci sono il brigante ed i suoi compari. Nel frattempo, altri banditi stanno ripulendo le case del pubblico in sala. Tempo due mesi, ed il 23 marzo il Passatore viene ucciso dai gendarmi pontifici. Il suo tesoro, “la pignatazza”, non è mai saltato fuori: secondo la leggenda è ancora sottoterra.
LE “BRIGANTESSE” DEL PROFONDO SUD
Più a sud, la Lucania è la terra di Carmine Crocco detto “Donatelli” - un “brigante non comune” secondo Francesco Saverio Nitti - che morì a 75 anni, nel carcere di Portoferraio all’Elba nel 1905. Accanto a lui, nella stessa banda, Giuseppe Caruso, ma soprattutto Giuseppe Nicola Summa, detto “Ninco Nanco”, nipote di un altro famoso bandito, Giuseppe Nicola Coviello detto “Cola arso” per essere morto bruciato in una capanna di paglia. Ninco Nanco era un ribelle e un violento e, secondo Crocco, “aveva l'arte di comandare uomini, di farsi amare, ubbidire”. Morì per mano della guardia nazionale, insieme a due compari vicino a Lagopesole, nel 1863.
Nel brigantaggio post-unitario in Basilicata, analizzato dalla tesi di laurea di Michele De Bonis, ci sono anche delle figure femminili. Le “brigante” Filomena Pennacchio, Giuseppina Vitale e Giovanna Tito della banda di Crocco, e la compagna di Ninco Nanco, Maria Lucia di Nella, non hanno mai costituito delle bande, ma di certo non furono solo delle mantenute. Indossavano abiti maschili, condividevano i disagi della vita clandestina, dando contributi notevoli nelle azioni di guerriglia. C'è chi sostiene che la loro fu la prima ribellione femminista allo stato atavico e tradizionale della donna delle province del sud italiano.




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