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Discussione: Libri consigliati

  1. #271
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    Il libro fa conoscere un aspetto della finanza e dell’economia che è sempre rimasto nascosto nei luoghi oscuri del palazzo, come qualcosa che non convenisse svelare al popolo.
    Ed è bene, invece, che il popolo sappia finalmente che lo Stato aveva da tempo rinunciato alla propria sovranità monetaria in favore di un ente privato, qual è la Banca d’Italia; aveva rinunciato, cioè, ad emettere moneta propria, con la conseguenza che, per il perseguimento dei propri fini istituzionali, era costretto a chiedere in prestito oneroso le necessarie risorse finanziarie, indebitandosi nei confronti dell’istituto di emissione.
    Ed è bene che sappia anche che questo inutile indebitamento si trasferiva necessariamente ai cittadini mediante la pressione fiscale. Pertanto il popolo si ritrovava debitore di quella moneta di cui, invece, avrebbe dovuto essere proprietario, anche perché essa acquista valore solo perché i cittadini l’accettano come strumento di scambio, e quindi solo a causa ed in conseguenza della sua circolazione.
    Con l’avvento dell’Euro si è determinato poi un altro trasferimento della sovranità monetaria, questa volta dalla Banca d’Italia (così come dalle altre banche nazionali di emissione) ad un ente privato sovranazionale, dove governano sconosciuti personaggi non eletti da nessuno, qual è la Banca Centrale Europea, che provvede ad emettere la nuova moneta addebitandola ai popoli europei secondo la stessa filosofia monetaria utilizzata fino ad oggi dalle banche centrali nazionali nei confronti dei rispettivi popoli;
    ed attuando i principi del più sfrenato liberismo previsti dal Trattato di Maastricht, che sono nettamente inconciliabili con quelli di opposta natura che ispirano la vigente Costituzione italiana e che sono riassunti specialmente nei suoi articoli 41, 42 e 43.
    Dalla lettura di questo libro il lettore può trarne la constatazione che nessuna seria riforma di carattere economico-sociale (anche per contrastare i negativi effetti della globalizzazione) avrà possibilità di successo se lo Stato non recupererà preliminarmente la propria sovranità monetaria.

    BRUNO TARQUINI è nato ad Avezzano (L'Aquila) nel 1927. Laureatosi in giurisprudenza nel 1948 presso l'Università di Roma, è entrato giovanissimo in magistratura, percorrendone tutti i gradi. E' stato pretore a Roma e, dal 1955, al Tribunale di Teramo, prima come giudice, poi come presidente; nel 1986 è stato trasferito alla Corte d'Appello dell'Aquila, dove ha svolto le funzioni di presidente della sezione penale e della Corte d'Assise di secondo grado; infine, nel 1994, è stato nominato Procuratore Generale della Repubblica presso la stessa Corte d'Appello. Gli studi giuridici e l'attività professionale non gli hanno impedito di alimentare le sue curiosità intellettuali,con particolare riguardo alla storia (ed alla "controstoria").

    PAGINE 153
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #272
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    Il libro indaga i veri retroscena delle rivoluzioni del Settecento, da quelle intellettuali a quelle politiche, che sfociarono nella "rivoluzione francese".
    In pagine non prive di una certa predilezione per il lato aneddottico e il bozzetto psicologico Faÿ documenta il ruolo determinante della massoneria - arma "formidabile" - nella diffusione delle nuove idee illuministiche e nella preparazione del 1789, offrendo in questo modo un importante contributo al dibattito storiografico sulle origini della "rivoluzione francese" inserendosi a pieno titolo nel filone della migliore storiografia controrivoluzionaria che ebbe nell’abate Augustin Barruel, autore dei "Mémoires pour servir à l’histoire du jacobinisme (1797 - 98)", il padre incontestato

    BERNARD FAY (1893 - 1978) fu uno dei più brillanti storici della sua generazione. Cattolico, specialista del XVIII secolo, fu docente di letteratura francese al Collège de France. Nel 1940 fu nominato direttore della Biblioteca Nazionale, e in questa veste fece in modo che gli archivi del Grande Oriente di Francia fossero trasferiti alla Biblioteca Nazionale per esservi esaminati.
    I "liberatori" non gli perdonarono l’anticonformismo accademico e la fermezza con la quale aveva condotto la sua battaglia culturale. Benché non si fosse macchiato di alcun reato, fu arrestato, malmenato, processato e condannato ai lavori forzati, alla confisca dei beni e alla degradazione nazionale.
    Egli tuttavia rimase fedele ai valori per i quali aveva sempre combattuto, come testimoniano le opere da lui pubblicate negli anni seguenti.

    PAGINE 301
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #273
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    Don Nitoglia, tra i massimi esperti contemporanei di ebraismo, nel testo proposto affronta il tema “ebraismo”secondo la tradizione cattolica di sempre, immune dalle scemenze dottrinarie e dai veri e propri tradimenti proposti al mondo cattolico dalle dottrine affermatesi nel e dopo il Concilio Vaticano II e dall’ antisemitismo “parola creata in ambiente tedesco circa un secolo fa, si riferisce propriamente all’antiebraismo etnico-filosofico-sociale-razzista, non religioso, come era invece nel mondo antico medioevale, quando ostilità e tolleranza insieme si risolvevano, in definitiva, nella segregazione dei ghetti. E’ inoltre contro la carità della verità considerare solo il riprovevole antisemitismo e non il reciproco e attivo anticristianesimo ebraico".(Per padre il diavolo, pagina 32).
    Tra i principali argomenti trattati in questo testo, fondamentale punto di partenza per la ricostruzione dottrinaria di tutti quelli che vogliono reagire ad un destino che sembra ineludibile e cioè la conquista del mondo da parte delle forze del male, c’è quello del deicidio e della condanna a morte di Gesù, dell’omicidio rituale (la cui esistenza il noachita Introvigne si sta affannando a negare in un libro di recente pubblicazione; speriamo abbia ragione Introvigne così, oltre alla santità di san Domenichino del Val e alle beatitudini di Andrea da Rinn e di Simonino da Trento e di tanti altri, visto che la Chiesa si può sbagliare in materia, non saremo costretti a riconoscere la “beatitudine” di Giovanni XXIII) della Cabala, della Massoneria, dei Marrani, dell’Islam, del Sionismo, del Gran Kahal .
    E’ da saltare una prefazione di 2 pagine, pesante tributo che l’autore ha dovuto pagare ad un editore anticristiano, dove l’estensore della stessa parla di “insegnamento Tradizionale“ (la t maiuscola è nel testo) di “vie al divino”, di un “Ordine Primordiale“ (anche in questo caso le maiuscole sono nel testo) e di altre trite e amene falsita' neopagane e quindi massoniche.



    pagine 478
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #274
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    Thumbs up FONDAMENTALE

    http://utenti.lycos.it/silviowaldner/p0000015.htm

    . U.s.a, Iberoamerica, Sud Africa
    Tre messe a punto di Silvio Waldner



    http://utenti.lycos.it/silviowaldner/p0000015.htm

    Considerazione della quale approfittano fino in fondo gli ormai pullulanti ladri e assassini di colore che quando vengono arrestati, spessissimo dichiarano di avere agito perché incapaci di continuare a controllare lo sdegno suscitato in loro dalle intollerabili emarginazioni alle quali per tempo troppo lungo sono stati sottoposti: con questo tipo di argomenti normalmente ottengono una diminuzione della pena (30).

    30) Questa tecnica fu esportata anche in Sud Africa: quei bantù che a istigazione dell'African National Congress (ANC) ancora dagli anni Ottanta si dedicavano a assassinare vecchi e vecchie pensionati bianchi o bambini lasciati soli per derubarne le abitazione dopo averli generalmente violentati, se dichiaravano - dietro consiglio dei loro avvocati - che lo avevano fatto come gesto di protesta contro l'apartheid ottenevano anch'essi sostanziali diminuzioni delle pene. .




  5. #275
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    Predefinito SOCIETA' EDITRICE BARBAROSSA


  6. #276
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    Gli eserciti segreti della Nato 24.00€ .
    Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale
    Daniele Ganser - Fazi editore - 2005 - pagg. 448

    IV di copertina


    "Questo attento, sistematico e incisivo studio racconta, per la prima volta, la fosca storia degli eserciti segreti creati dalla NATO, rivelandone la portata e le minacciose implicazioni: pur creati originariamente a scopo di difesa, la 'difesa', come la storia dimostra, spesso può coprire azioni terroristiche, aggressioni e manipolazioni delle popolazioni nazionali. Nel clima attuale, in modo particolare, è necessario che i cittadini siano più vigili del solito. L'importante libro di Ganser dovrebbe essere letto immediatamente da quanti sono preoccupati da queste istanze cruciali" (Noam Chomsky). Daniele Ganser è Ricercatore presso il Centro per gli Studi sulla Sicurezza (CSS) dell'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia (ETH) di Zurigo.


  7. #277
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    Originally posted by Jenainsubrica
    "Fatti d'arme delle prodi legioni pontificie"

    Pag.39 La Pulce-edizioni di passione.



  8. #278
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  9. #279
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    Predefinito neo-primitivismo

    NeoPrimitivismo

    di Alberto Prunetti
    [Prefazione a Primitivo Attuale, di John Zerzan, edito da
    Stampa Alternativa]

    No, non sono né selvaggi, né barbari, né bestie. Gli uomini
    addomesticati chiamano se stessi "civili" e pronunciano
    questa parola con un carico di vibrazioni etiche e di
    autostima. Eppure. eppure alla lettera civile viene da
    civis, che in latino significa soltanto "colui che abita in
    città". Abitato da persone civili da svariati millenni e
    ricoperto dalle loro città, il pianeta sembra prossimo al
    collasso. I più civili tra questi abitanti delle città si
    preoccupano di non creare allarme: certo, il clima si
    riscalda, ma è un episodio tra altri. la popolazione
    cresce, le zone desertiche si estendono, si allarga il buco
    dell'ozono, le specie scompaiono insieme alle foreste
    pluviali, la gente muore di fame su tre continenti e si
    gonfia di psicofarmaci nelle altre lande, più civili, dove
    si respira aria inquinata e ci si ammala di tumore. E
    tuttavia il problema, per questi signori, non sta nella
    civiltà. Anzi, dobbiamo essere ancor più civili: ci vuole
    il nucleare per rispondere ai blackout elettrici, tuona
    Bush, e più guerre per ridare fiducia ai consumatori.
    Aldilà di questi paradossi, lo stato del pianeta e la vita
    degli esseri che lo abitano esigono un ripensamento
    completo del nostro stile di vita.
    Si può sostenere - e di solito si fa proprio così - che il
    problema non sia la civiltà nel suo complesso. Che i
    problemi che attanagliano l'umanità siano imputabili a
    circostanze economiche, da affrontare singolarmente. Ma
    questa prospettiva, che trova così tanti sostenitori tra
    assessori e ricercatori in carriera, che parla di "sviluppo
    sostenibile" e di "salvaguardia delle specie protette", non
    è quella di questo libro. C'è chi ritiene che l'umanità di
    oggi non sta solo preparando un incubo per i propri
    discendenti, ma sta replicando, su scala magnificata e
    accelerata, gli errori commessi in antico da romani, sumeri
    e cinesi: tagliare i boschi, dividere i terreni, stabilire
    confini di proprietà. Fissare misure e strumenti di
    calcolo. Sviluppare alfabeti con cui scrivere leggi. Alzare
    mura per fare prigioni dentro alle città, e poi intorno
    alla città, un muro ancora, a fare anche di questa una
    laboriosa prigione.
    C'è chi ha poi guardato a quei pochi popoli di "selvaggi",
    che ancora vivono di caccia e raccolta nelle regioni più
    inadatte alla civiltà del pianeta. Uomini senza fede, né
    leggi, né re. erano quindi, secondo i missionari cattolici,
    poco più che bestie. Ma i boscimani e gli aborigeni, come
    adesso ammettono anche i viaggiatori e gli etnologi, quando
    possono vivere secondo le loro abitudini millenarie sono
    sani, si nutrono in maniera soddisfacente, non dedicano più
    di due, tre ore al giorno a problemi di sussistenza
    materiale. E soprattutto non distruggono se stessi e il
    loro ambiente. E il resto della giornata la passano a
    ridere, intorno al fuoco, a inanellare racconti che
    descrivono le loro origini o il loro territorio, con
    linguaggi singolarmente ricchi di parole e dettagliati,
    magari privi di numeri e di categorie temporali, perché
    loro, loro sì, vivono nel presente e non hanno da contare i
    quattrini per arrivare in fondo al mese.
    Ecco allora che sull'onda di un interesse diffuso,
    soprattutto negli anni '70, di rivalutazione dello stile di
    vita delle società selvagge e di critica dell'involuzione
    tecnologica e autoritaria dell'occidente, un filone di
    pensiero è fiorito negli Stati Uniti. Là, nell'Oregon come
    sui monti Appalachi, la wilderness, la selvatichezza,
    resiste ancora ai colpi di martello dell'uomo civilizzato.
    Là, la preistoria è appena sotto i piedi: una delicata
    punta di selce, perfetta nel suo parallelismo, puoi
    incontrarla dopo un rovescio di pioggia sul greto di un
    torrente, a ricordare che si poteva vivere di poco,
    possedendo solo ciò che si poteva trasportare, muovendosi
    sempre, costruendo i propri semplici attrezzi con una
    tecnologia di legno e pietra che non necessitava di figure
    di specialisti.
    A partire dagli anni '80, mentre la crisi dei movimenti di
    protesta dei decenni precedenti porta ad un ripensamento
    sul ruolo dei marxismi e delle critiche politiche, si
    comincia a leggere meno Marx e Bakunin e si cammina di più
    per i boschi, portandosi dietro Walden di Thoreau, le
    memorie di Geronimo e una etnografia degli Inuit. Gruppi di
    ecologisti radicali si moltiplicano: ci si raduna per
    impedire il taglio dei boschi, per sabotare la costruzione
    di una diga, per liberare i visoni dalle gabbie degli
    allevamenti. Una guida forestale, Edward Abbey, scrive un
    romanzo che è un'apologia dell'azione diretta in difesa del
    pianeta: The Monkey Wrench Gang. Il libro è un successo.
    Abbey si ripete con un più tecnico manuale di sabotaggio e
    inizia a partecipare alle attività della rivista e del
    gruppo di 'ecologia profonda' EarthFirst! che proprio a
    Eugene (Oregon) - dove vive Zerzan - più tardi sposterà la
    propria redazione. Nonostante queste premesse, c'è pure chi
    gli offre un importante premio letterario: Abbey si rifiuta
    di ritirare il premio sostenendo di aver già programmato
    un'escursione in canoa sul fiume Idaho per la data della
    cerimonia.
    Nel 1983 viene dato alle stampe il saggio Against
    His-Story, Against Leviathan, del libertario americano
    Fredy Perlman, collaboratore della rivista anti-tecnologica
    Fifth Estate. L'autore vede la civiltà emergere dai sistemi
    di irrigazione dei sumeri, che per la gestione di questo
    sistema idraulico svilupparono una casta di specialisti, la
    cui autorità si estese sul corpo sociale. Da questo primo
    germe autoritario si sarebbe sviluppato il primo Leviatano,
    che stenderebbe la sua ombra, la storia, con un carico di
    guerra, schiavitù e infelicità.
    È sempre Fifth Estate ad ospitare gli scritti di autori su
    posizioni attigue a quelle di Perlman. Zerzan è un
    collaboratore del gruppo, passa molte ore nella biblioteca
    di Eugene a leggere storia e antropologia. Inizia a porsi
    il problema delle origini dell'alienazione, si chiede anche
    se "facoltà" che nei libri e nel senso comune sono
    considerate come "date a priori", non siano invece umane,
    troppo umane: abiti culturali da smontare con una analisi
    genealogica. Inizia un'indagine sulle categorie alla base
    della nostra percezione e della nostra alienazione: il
    tempo, il numero, il linguaggio. Scrive anche
    dell'agricoltura, perché nella nuova ottica, che viene
    chiamata primitivista, o più precisamente
    anarco-primitivista, si sottolinea la rivoluzione neolitica
    (l'emergere della produzione del cibo, vale a dire
    dell'agricoltura e della domesticazione animale) come
    spartiacque tra due ere.

    Da una parte quindi un'età dell'oro che si è estesa lungo
    tutto il paleocene, con una umanità dotata delle nostre
    stesse capacità cognitive e priva di autorità e lavoro, con
    una relativa assenza di malattie e uno stile di vita
    egalitario; dall'altra un mondo spaccato da guerre, dove il
    pane lo si guadagna con la maledizione del sudore, con
    medici che curano le ferite del corpo e preti che invano
    cercano di risarcire quelle dello spirito. E a proposito di
    corpo e spirito: un fiorire di dualismi, a seguire il
    distacco tra l'uomo e la natura. Inizia la civiltà, finisce
    la comunità.
    Il libro di Zerzan dà molti spunti e può lasciare il
    lettore, soprattutto quello europeo, interdetto. In fondo
    noi europei siamo ultracivilizzati. Guardiamo ai greci, e
    ci dimentichiamo che la loro società si reggeva sullo
    sfruttamento degli schiavi. Guardiamo agli etruschi e
    cantiamo le finezze delle loro pitture tombali (realizzate
    per il sonno eterno dei principi, con il sudore delle
    maestranze) e ci dimentichiamo del taglio delle foreste di
    leccio originarie che, nel nome della metallurgia,
    forgiatrice di spade, ha spogliato gli ecosistemi
    ancestrali dell'Etruria. Ma in Australia la preistoria è
    resistita fino a quasi due secoli fa: prima che sbarcasse
    Cook nel 1770, a portare la civiltà britannica (e pochi
    anni dopo farsi ammazzare dalla lancia di un selvaggio
    delle isole Sandwich), nel continente australe non si
    conoscevano i dubbi meriti del progresso, che faceva morire
    a Manchester gli umani forse anche prima dei loro coetanei
    aborigeni, e sicuramente li faceva vivere peggio.
    Per questo vorrei invitare a leggere non solo Zerzan, ma
    anche qualche libro che descriva lo stile di vita dei
    raccoglitori-cacciatori odierni: i boscimani, ad esempio,
    ma anche gli Yanonami, più aggressivi. Si può iniziare un
    viaggio meraviglioso tra i costumi dei primitivi
    contemporanei, e vedere ad esempio come gli Yanonami
    trattano i capi. Gli Yanonami sono un esempio di società
    senza potere, e tuttavia hanno capi. Il capo è un
    mediatore, ma non può coercere nessuno. Dove non c'è
    coercizione, dove non c'è obbedienza, non c'è potere. Il
    capo può esprimersi, ma nessuno è tenuto a rispettare la
    sua opinione. Quando non c'è accordo tra i membri, le tribù
    si dividono, salvo poi riunirsi in seguito se un accordo
    riemerge. Nei confronti dei primi germi di autorità c'è una
    splendida diffidenza. Non è raro tra gli Yanonami che un
    capo che voglia affermare la propria autorità si ritrovi
    escluso dal gruppo. Un esempio molto divertente, citato
    dall'antropologo francese Clastres, è quello relativo ai
    tentativi del governo brasiliano di avere un rappresentante
    degli Yanonami per trattative connesse a progetti di
    sfruttamento del territorio di questa popolazione indigena.
    I brasiliani vogliono un capo, un rappresentante, qualcuno
    che parli per tutti, un politico insomma. Ecco il
    comportamento degli Yanonami: o mandano lo scemo del
    villaggio, o mandano qualcuno a cui interessi fare il capo.
    Colui che si fa avanti per il ruolo di rappresentante,
    diventa lo scemo del villaggio, e si fa oggetto di scherzi,
    pesanti ilarità, forse anche fenomeni di bullismo. Con
    l'ironia e lo sberleffo, si tiene l'autorità nel fango.
    Dopo l'etnologia, un altro filone di critica che ha
    affinità con il primitivismo è l'archeologia radicale: una
    corrente teorica interna all'archeologia accademica di
    lingua inglese, che utilizza la documentazione archeologica
    al fine di mettere in discussione lo stile di vita della
    civiltà occidentale. Secondo l'archeologa americana Theresa
    Kintz - autrice della prefazione dell'ultimo libro di
    Zerzan, Running on Emptiness (2002) - gli archeologi
    potrebbero essere dei critici molto persuasivi
    dell'insostenibilità dello sviluppo economico. È possibile
    sostenere che l'espansione della civiltà è pericolosa per
    l'umanità e le altre specie del pianeta. Dalla
    documentazione archeologica apprendiamo che lo sfruttamento
    eccessivo di risorse circostanti gli insediamenti umani, la
    crescente complessità della cultura materiale e della
    tecnologia, la stratificazione sociale, sono pericolosi per
    l'uomo e l'ambiente. In Italia l'archeologia accademica,
    sebbene studi lo sviluppo e il collasso dei sistemi sociali
    e delle civiltà, si guarda bene dallo sviluppare analisi di
    questo tipo nei suoi rapporti. Gli archeologi italiani si
    accontentano di fare i loro scavi, quando ne hanno la rara
    possibilità, compilando le schede ministeriali di scavo con
    superficiali resoconti che utilizzano un numero abbastanza
    limitato di termini tecnici, una sorta di lista della
    spazzatura, l'elenco dei manufatti raccolti e la loro
    collocazione topografica, senza tentare di rivolgersi al
    quadro generale che ospita questi manufatti e racconta
    l'estinzione degli individui che li possedevano. Al
    contrario, negli Stati Uniti un approccio meno idealista e
    meno ingessato, volto ad indagare le tecniche elementari di
    sussistenza (che aspetto aveva quel sito? di cosa era
    fatto? chi lo utilizzava? dove gettavano i rifiuti? chi e
    come produceva gli strumenti di pietra? da dove veniva il
    materiale usato? dove si faceva la ceramica? dove tenevano
    gli animali domestici se li avevano? dove macellavano gli
    animali? che piante mangiavano? seppellivano i morti? dove
    e in che modo?) ha permesso di elaborare contributi anche
    tecnici che sono poi confluiti nell'opera di Perlman e di
    Zerzan.
    Per tornare appunto all'opera di Zerzan, un altro elemento
    di rilievo è il ruolo devastante del simbolismo, come
    attività di sostituzione e delega che si realizza nei
    linguaggi. A questo proposito uno degli autori più citati
    da Zerzan, anch'egli critico - benché più moderato - del
    progresso e della tecnologia, è Lewis Mumford. Mumford
    sostiene in Arte e tecnica che la storia dell'umanità è
    segnata da questi due elementi, il simbolo e lo strumento,
    e che il predominio dell'uno sull'altro costituisce modelli
    diversi di società. Le società simboliche sono basate sui
    libri, sui rituali, sulle seduzioni simboliche del costume,
    della pittura, del pubblico cerimoniale; le società
    tecniche invece si basano sulla tecnica, sull'oggetto,
    sullo strumento. In realtà ogni periodo vede una presenza
    dell'uno e dell'altro elemento: simbolo e strumento si
    integrano e rinforzano allo stesso tempo. Il progresso
    scientifico, che appartiene alle culture dello strumento,
    non è esso stesso un simbolo, un mito? E la scienza non ha
    poi i suoi cerimoniali, i suoi riti di iniziazione
    accademica, le sue parate pubbliche?
    La moltiplicazione dei simboli che mediano la vita degli
    individui dà luogo alla loro svalutazione. Così ci
    ritroviamo a vivere in un mondo di seconda mano, di
    fantasmi, di riflessi, in cui i simboli costituiscono
    l'unico campo della nostra esperienza. I simboli si
    accavallano, le metafore linguistiche sono sempre più
    usurate, mentre parlare diventa un brusio di fondo in
    esistenze noiose: il risultato è l'isteria e la
    dissociazione dei parlanti.
    In uno scenario così avvilente non sappiamo più
    relazionarci gli uni con gli altri. E che dire del nostro
    rapporto con l'ambiente che ci circonda? Arrampicarsi,
    pisciare nel bosco, nuotare in un fiume. molte persone,
    dopo una vita spesa in contesti urbani, spesso non riescono
    a fare neppure queste semplici esperienze. Peggio ancora,
    oltre le parole non sappiamo andare: non siamo più capaci
    di esperire la natura oltre il linguaggio; non riconosciamo
    gli animali dal loro richiamo, non sappiamo più leggere le
    orme del loro passaggio, scrutare le nuvole, riconoscere i
    venti, curarsi con le erbe selvatiche, distinguere i funghi
    commestibili da quelli velenosi. Non sappiamo più accendere
    il fuoco con due legni e le foglie secche. Non sappiamo più
    trovarci da soli il cibo di cui abbiamo bisogno, o
    costruire gli attrezzi che ci necessitano. Siamo dipendenti
    dalla mega-macchina del potere, che ci tiene come bestie
    mansuete: alla catena dei bisogni indotti. Ecco, per molti
    è arrivato il momento di smontare questa macchina, prima
    che essa ci distrugga completamente.
    Le società primitive per migliaia e migliaia di anni hanno
    rifiutato di svilupparsi, di crescere nel numero e nella
    tecnica, anche se ne avevano tutta la possibilità. Sapevano
    che non si può distruggere tutte le risorse, che è
    necessario muoversi sempre da un posto ad un altro ed
    evitavano di espandersi all'infinito: vivevano in bande di
    poche dozzine di individui, per non distruggere
    l'equilibrio di una zona.
    Non sappiamo se la società del futuro assomiglierà ad una
    società primitiva o una discarica di lamiere inerti. Quel
    che è certo, e questo è un indubbio merito di Zerzan e
    degli altri primitivisti, e che adesso non si può più
    sostenere che la civiltà ci ha salvati da un passato
    brutale e orribile. La descrizione di Hobbes è una menzogna
    del potere. La guerra di tutti contro tutti inizia con la
    proprietà dei terreni a scopo agricolo, vale a dire con la
    civiltà, con la rottura neolitica dello stile di vita della
    caccia e della raccolta. Se la civiltà non è un passo
    inevitabile nella storia della specie umana, se il 99 per
    cento del cammino della vita umana sul pianeta è stato
    fuori dai sentieri della civiltà, allora non ci sono più
    scuse per accettare di vivere in un mondo che assomiglia ad
    un vascello lanciato in una corsa disperata contro le
    rapide. È arrivato il momento di cambiare direzione. È
    arrivato il momento di ammutinarsi.

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