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    Predefinito LA VOCE DI RIMINI 5 settembre 2002

    "La politica? Qui si riduce alla caccia ai favori e ai posti"
    'Clamoroso' attacco del Pri agli alleati Ds e Ppi e a TuttoSantarcangelo: "Troppa propaganda e aria di regime"

    SANTARCANGELO

    Quando la bacheca ritorna un tazebao.
    Lancia 'messaggi' politicamente piuttosto forti il segretario dell'Edera locale Daniele Bronzetti dallo spazio espositivo a disposizione dei Repubblicani a qualche metro da piazza Ganganelli. Un jaccuse diretto e perentorio ai due schieramenti con cui il Pri condivide la coalizione di governo, che segue precedenti 'mal di pancia' del Ppi (mai però tanto roboanti, e soprattutto a tal punto ufficiali e pubblici), che aveva a sua volta già puntato l'indice in diverse occasioni contro la 'gestione' della squadra di governo. Bronzetti parte subito in quarta parlando di "accozzaglie malsortite di politici di partito che non dialogano, hanno crisi esistenziali e pretendono di essere protagonisti a discapito di ogni regola di convivenza e coabitazione sotto lo stesso tetto amministrativo" e prosegue con un crescendo incalzante: "Verso di noi c'è il silenzio più totale: veniamo informati dai giornali di direttivi unificati, di accordi tra i due partiti di coalizione col Pri, di incarichi... Questo è rispetto per un partito che ha un assessore in giunta?". Un interrogativo aperto cui seguono ulteriori attacchi: "La politica a Santarcangelo è carente di idee, proposte, uomini e strategie. Tutto si risolve in un basso dialogo 'pro-partes' per avere più favori e più posti degli altri. E come considerare da repubblicani le giunte politiche convocate ignorando le segreterie e chiudendo dunque di fatto fuori da ogni gioco i partiti alleati? Ciò dimostra estrema debolezza organizzativa e notevole insicurezza tattica". Il segretario specifica però in chiusura della lunga disamina che non si tratta di uno sfogo antecedente una possibile uscita dalla giunta: "Il Partito Repubblicano Italiano arriverà, per rispetto questo sì, fino in fondo, ma mai sarà a fianco (in coalizione) di Rifondazione comunista. E mai farà da mozzo sulla barca del centrosinistra". E non è tutto. Nel mirino di Bronzetti, nella medesima bacheca, finisce anche il periodico d'informazione comunale TuttoSantarcangelo. 'Bollato' come "poco divulgativo dell'azione amministrativa e molto propagandistico a favore di pochi partiti" e 'colpevole' a detta del segretario di "escludere completamente l'opposizione" e di "marcare più su certe azioni a modo di propaganda elettorale". Tanto che il direttivo dell'Edera chiede "meno lodi, meno imbrodi, più voci del coro e meno aria 'di regime'".

    Nicola Strazzacapa

  2. #12
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    Predefinito LA VOCE DI RIMINI 5 settembre 2002

    "La politica? Qui si riduce alla caccia ai favori e ai posti"
    'Clamoroso' attacco del Pri agli alleati Ds e Ppi e a TuttoSantarcangelo: "Troppa propaganda e aria di regime"

    SANTARCANGELO

    Quando la bacheca ritorna un tazebao.
    Lancia 'messaggi' politicamente piuttosto forti il segretario dell'Edera locale Daniele Bronzetti dallo spazio espositivo a disposizione dei Repubblicani a qualche metro da piazza Ganganelli. Un jaccuse diretto e perentorio ai due schieramenti con cui il Pri condivide la coalizione di governo, che segue precedenti 'mal di pancia' del Ppi (mai però tanto roboanti, e soprattutto a tal punto ufficiali e pubblici), che aveva a sua volta già puntato l'indice in diverse occasioni contro la 'gestione' della squadra di governo. Bronzetti parte subito in quarta parlando di "accozzaglie malsortite di politici di partito che non dialogano, hanno crisi esistenziali e pretendono di essere protagonisti a discapito di ogni regola di convivenza e coabitazione sotto lo stesso tetto amministrativo" e prosegue con un crescendo incalzante: "Verso di noi c'è il silenzio più totale: veniamo informati dai giornali di direttivi unificati, di accordi tra i due partiti di coalizione col Pri, di incarichi... Questo è rispetto per un partito che ha un assessore in giunta?". Un interrogativo aperto cui seguono ulteriori attacchi: "La politica a Santarcangelo è carente di idee, proposte, uomini e strategie. Tutto si risolve in un basso dialogo 'pro-partes' per avere più favori e più posti degli altri. E come considerare da repubblicani le giunte politiche convocate ignorando le segreterie e chiudendo dunque di fatto fuori da ogni gioco i partiti alleati? Ciò dimostra estrema debolezza organizzativa e notevole insicurezza tattica". Il segretario specifica però in chiusura della lunga disamina che non si tratta di uno sfogo antecedente una possibile uscita dalla giunta: "Il Partito Repubblicano Italiano arriverà, per rispetto questo sì, fino in fondo, ma mai sarà a fianco (in coalizione) di Rifondazione comunista. E mai farà da mozzo sulla barca del centrosinistra". E non è tutto. Nel mirino di Bronzetti, nella medesima bacheca, finisce anche il periodico d'informazione comunale TuttoSantarcangelo. 'Bollato' come "poco divulgativo dell'azione amministrativa e molto propagandistico a favore di pochi partiti" e 'colpevole' a detta del segretario di "escludere completamente l'opposizione" e di "marcare più su certe azioni a modo di propaganda elettorale". Tanto che il direttivo dell'Edera chiede "meno lodi, meno imbrodi, più voci del coro e meno aria 'di regime'".

    Nicola Strazzacapa

  3. #13
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    Aldo Cappelli, Novecento Romagnolo, S.l., Edizioni Nuova Tipografia, 2002, pp. 252, euro 15,49

    Aldo Cappelli da tempo si è affermato in campo letterario ottenendo riconoscimenti e premi anche di carattere internazionale. Nei suo romanzi e nelle sue commedie ha narrato la Romagna con una prosa fluente e chiara, con dialoghi vivaci. Leggerlo è un piacere, un piacere che si rinnova ad ogni suo lavoro.
    Con Novecento Romagnolo egli ci offre ancora una volta uno spaccato di vita della regione che, unica in Italia, ha visto contemporaneamente le tre grandi opposizioni al regno monarchico: la repubblicana, la socialista e la cattolica.
    L'autore parte dai primi anni del secolo e attraverso bozzetti ben strutturati ci mostra la vita di una comunità agricola e la sua trasformazione, lenta dapprima, e poi rapida, troppo rapida. La comunità perde progressivamente le caratteristiche che nel bene e nel male l'avevano caratterizzata e resa inconfondibile. Di pari passo si trasforma e scompare la società contadina che aveva espresso quella civiltà e il suo modo di essere. La trasformazione in qualche decennio muta radicalmente in Romagna la vita, rurale e cittadina, porta via vecchie miserie, fame, malattie incurabili; ma nello stesso tempo sconvolge e trasforma i valori positivi sui quali la società si era formata e si era retta. In pochi anni si avranno più cambiamenti che negli ultimi due o tre secoli. E la Romagna di fine novecento ormai non è che una pallida idea di quello che era. Nella realtà nazionale è in atto un'omogeneizzazione, positiva e negativa allo stesso tempo, che fa pensare ai più vecchi che il mondo in cui sono nati e cresciuti non c'è più!
    Come già in Ottocento Romagnolo, anche in Novecento Romagnolo c'è profumo di Romagna, c'è profumo di repubblicanesimo, repubblicanesimo di una volta. La partecipazione dei singoli e delle famiglie alla vita sociale è vista nella realtà spesso intrisa di forti passionalità, in cui affiora l'atavico spirito bellicoso dei celti che nei romagnoli è unito indissolubilmente con l'altrettanto atavico senso romano della giustizia e del diritto. E al sacro rispetto per la parola data. È un contesto in cui il senso della comunità va al di là delle divergenze politiche e ideologiche, e la famiglia, la solidarietà specie fra i più poveri, l'amicizia e l'ospitalità sono valori reali di caratteri duri ma generosi, aperti verso lo straniero e nello stesso tempo diffidenti con gli estranei.
    La società romagnola del primo '900 è ancora basata sulla piccola azienda agricola di carattere familiare, retaggio forse di tradizioni secolari. Si pensa infatti che l'origine di questa piccola proprietà familiare risalga ai terreni bonificati all'incirca quasi 2200 anni fa, nel secolo precedente l'era volgare, e assegnati ai soldati romani e latini smobilitati. Questi assegnatari si fusero pacificamente con i Galli che da qualche secolo erano già nella zona, sui terreni limitrofi alla bonifica. Questa è l'origine dell'etnia romagnola, dei suoi caratteri, della sua organizzazione sociale, come l'autore accenna nell'introduzione. Nel XX secolo il tessuto sociale che si era formato nei secoli, comincia a sfilacciarsi. Dapprima il fenomeno è quasi insensibile, ma dopo la seconda guerra mondiale lo sfilacciamento diventa progressivamente rapido e negli anni '50 - '60 la vecchia società agricola scompare del tutto, travolta da una trasformazione tanto veloce da cancellare il passato. Scompare con il passato il tipico anticlericalismo dei romagnoli, anticlericalismo che non è mai stato ripudio o vilipendio del sacro, ma bisogno di libertà, necessità della libertà come mezzo di auto educazione e come esigenza di giustizia contro il potere politico della chiesa romana, asfissiante e retrogrado anche a giudizio di molti cattolici.
    Lo scenario di Novecento Romagnolo è, come nel precedente Ottocento Romagnolo, lo stradone, una via di comunicazione che, scendendo dalla valle del Bidente, a Forlimpopoli si immette nella secolare via Emilia. Agli inizi del racconto lo stradone è ancora contornato da poderi e da case coloniche, tipiche della campagna romagnola. È una zona nell'immediata periferia della vivace cittadina romagnola e destinata col tempo a inurbarsi. La comunità contadina dello stradone agli inizi del secolo è ancora il simbolo della società agricola romagnola, con i suoi limiti, le sue miserie, i suoi valori, prima che l'evoluzione la faccia sparire.
    Siamo fra cronaca e storia, con i conflitti fra repubblicani e socialisti, fra la sinistra risorgimentale e le prime organizzazioni marxiste che ai primi del '900 avevano ormai assunto la direzione del movimento socialista. Teste calde da una parte e dall'altra, dal coltello quasi sempre pronto a concludere le discussione più accese. E di questa profonda divisione fra le sinistre approfitterà poi il fascismo.
    Ma non sempre repubblicani e socialisti si fanno la guerra. Senza che le reciproche diffidenze e i reciproci risentimenti spariscano del tutto ci sono tuttavia momenti in cui sinistra risorgimentale e sinistra marxista si trovano fianco a fianco: è l'opposizione alla guerra coloniale in Libia, è il momento della settimana rossa.
    La penna di uno scrittore può talvolta dare immagini più efficaci di quelle che possono sorgere da rigorose e attente ricerche storiche. È il caso di Gemisto nella tragedia di Caporetto o del giovane partigiano Rosario: in poche righe si ha immediatamente la sensazione del dramma personale all'interno del quadro più ampio della tragedia nazionale. La stessa sensazione che ci accompagna anche in altri episodi, ben approfonditi e raccontati. In successione vediamo gli orrori della guerra coloniale, il riflesso delle leggi razziali, il sanguinoso contrasto fra anarchici e comunisti nella guerra civile spagnola, la tragica ritirata in Russia. I sentimenti hanno sempre coloriti molto intensi: in Romagna i mezzi termini non sono molti usati.
    Fra i tanti pregi Cappelli ha anche la grande capacità di scavare nella interiorità dei suoi personaggi, dando loro una dimensione completa che mostra le diverse sfaccettature di una personalità. Come nell'episodio di Fernando: "Era come se lei fosse l'unica donna al mondo capace di liberarlo dalla sua angoscia e senza fare niente, semplicemente ascoltandolo." Oppure come in quello di Auro: "Ancora non ho peccato e poi, se è un peccato, lo faccio tanto malvolentieri che non può essere un peccato grave."
    Ma al di là delle qualità positive l'amico Aldo Cappelli è anche uno dei .... "soliti ultimi che, quando un'epoca è finita, continuano a difenderne le tradizioni, i principi, o semplicemente il ricordo...."

    Widmer Lanzoni


    -----------------------------------------------------------------------------------
    tratto dal sito web del
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  4. #14
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    Aldo Cappelli, Novecento Romagnolo, S.l., Edizioni Nuova Tipografia, 2002, pp. 252, euro 15,49

    Aldo Cappelli da tempo si è affermato in campo letterario ottenendo riconoscimenti e premi anche di carattere internazionale. Nei suo romanzi e nelle sue commedie ha narrato la Romagna con una prosa fluente e chiara, con dialoghi vivaci. Leggerlo è un piacere, un piacere che si rinnova ad ogni suo lavoro.
    Con Novecento Romagnolo egli ci offre ancora una volta uno spaccato di vita della regione che, unica in Italia, ha visto contemporaneamente le tre grandi opposizioni al regno monarchico: la repubblicana, la socialista e la cattolica.
    L'autore parte dai primi anni del secolo e attraverso bozzetti ben strutturati ci mostra la vita di una comunità agricola e la sua trasformazione, lenta dapprima, e poi rapida, troppo rapida. La comunità perde progressivamente le caratteristiche che nel bene e nel male l'avevano caratterizzata e resa inconfondibile. Di pari passo si trasforma e scompare la società contadina che aveva espresso quella civiltà e il suo modo di essere. La trasformazione in qualche decennio muta radicalmente in Romagna la vita, rurale e cittadina, porta via vecchie miserie, fame, malattie incurabili; ma nello stesso tempo sconvolge e trasforma i valori positivi sui quali la società si era formata e si era retta. In pochi anni si avranno più cambiamenti che negli ultimi due o tre secoli. E la Romagna di fine novecento ormai non è che una pallida idea di quello che era. Nella realtà nazionale è in atto un'omogeneizzazione, positiva e negativa allo stesso tempo, che fa pensare ai più vecchi che il mondo in cui sono nati e cresciuti non c'è più!
    Come già in Ottocento Romagnolo, anche in Novecento Romagnolo c'è profumo di Romagna, c'è profumo di repubblicanesimo, repubblicanesimo di una volta. La partecipazione dei singoli e delle famiglie alla vita sociale è vista nella realtà spesso intrisa di forti passionalità, in cui affiora l'atavico spirito bellicoso dei celti che nei romagnoli è unito indissolubilmente con l'altrettanto atavico senso romano della giustizia e del diritto. E al sacro rispetto per la parola data. È un contesto in cui il senso della comunità va al di là delle divergenze politiche e ideologiche, e la famiglia, la solidarietà specie fra i più poveri, l'amicizia e l'ospitalità sono valori reali di caratteri duri ma generosi, aperti verso lo straniero e nello stesso tempo diffidenti con gli estranei.
    La società romagnola del primo '900 è ancora basata sulla piccola azienda agricola di carattere familiare, retaggio forse di tradizioni secolari. Si pensa infatti che l'origine di questa piccola proprietà familiare risalga ai terreni bonificati all'incirca quasi 2200 anni fa, nel secolo precedente l'era volgare, e assegnati ai soldati romani e latini smobilitati. Questi assegnatari si fusero pacificamente con i Galli che da qualche secolo erano già nella zona, sui terreni limitrofi alla bonifica. Questa è l'origine dell'etnia romagnola, dei suoi caratteri, della sua organizzazione sociale, come l'autore accenna nell'introduzione. Nel XX secolo il tessuto sociale che si era formato nei secoli, comincia a sfilacciarsi. Dapprima il fenomeno è quasi insensibile, ma dopo la seconda guerra mondiale lo sfilacciamento diventa progressivamente rapido e negli anni '50 - '60 la vecchia società agricola scompare del tutto, travolta da una trasformazione tanto veloce da cancellare il passato. Scompare con il passato il tipico anticlericalismo dei romagnoli, anticlericalismo che non è mai stato ripudio o vilipendio del sacro, ma bisogno di libertà, necessità della libertà come mezzo di auto educazione e come esigenza di giustizia contro il potere politico della chiesa romana, asfissiante e retrogrado anche a giudizio di molti cattolici.
    Lo scenario di Novecento Romagnolo è, come nel precedente Ottocento Romagnolo, lo stradone, una via di comunicazione che, scendendo dalla valle del Bidente, a Forlimpopoli si immette nella secolare via Emilia. Agli inizi del racconto lo stradone è ancora contornato da poderi e da case coloniche, tipiche della campagna romagnola. È una zona nell'immediata periferia della vivace cittadina romagnola e destinata col tempo a inurbarsi. La comunità contadina dello stradone agli inizi del secolo è ancora il simbolo della società agricola romagnola, con i suoi limiti, le sue miserie, i suoi valori, prima che l'evoluzione la faccia sparire.
    Siamo fra cronaca e storia, con i conflitti fra repubblicani e socialisti, fra la sinistra risorgimentale e le prime organizzazioni marxiste che ai primi del '900 avevano ormai assunto la direzione del movimento socialista. Teste calde da una parte e dall'altra, dal coltello quasi sempre pronto a concludere le discussione più accese. E di questa profonda divisione fra le sinistre approfitterà poi il fascismo.
    Ma non sempre repubblicani e socialisti si fanno la guerra. Senza che le reciproche diffidenze e i reciproci risentimenti spariscano del tutto ci sono tuttavia momenti in cui sinistra risorgimentale e sinistra marxista si trovano fianco a fianco: è l'opposizione alla guerra coloniale in Libia, è il momento della settimana rossa.
    La penna di uno scrittore può talvolta dare immagini più efficaci di quelle che possono sorgere da rigorose e attente ricerche storiche. È il caso di Gemisto nella tragedia di Caporetto o del giovane partigiano Rosario: in poche righe si ha immediatamente la sensazione del dramma personale all'interno del quadro più ampio della tragedia nazionale. La stessa sensazione che ci accompagna anche in altri episodi, ben approfonditi e raccontati. In successione vediamo gli orrori della guerra coloniale, il riflesso delle leggi razziali, il sanguinoso contrasto fra anarchici e comunisti nella guerra civile spagnola, la tragica ritirata in Russia. I sentimenti hanno sempre coloriti molto intensi: in Romagna i mezzi termini non sono molti usati.
    Fra i tanti pregi Cappelli ha anche la grande capacità di scavare nella interiorità dei suoi personaggi, dando loro una dimensione completa che mostra le diverse sfaccettature di una personalità. Come nell'episodio di Fernando: "Era come se lei fosse l'unica donna al mondo capace di liberarlo dalla sua angoscia e senza fare niente, semplicemente ascoltandolo." Oppure come in quello di Auro: "Ancora non ho peccato e poi, se è un peccato, lo faccio tanto malvolentieri che non può essere un peccato grave."
    Ma al di là delle qualità positive l'amico Aldo Cappelli è anche uno dei .... "soliti ultimi che, quando un'epoca è finita, continuano a difenderne le tradizioni, i principi, o semplicemente il ricordo...."

    Widmer Lanzoni


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  5. #15
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    Predefinito RESTO DEL CARLINO 10 settembre 2002

    Forlì ha dimenticato il carcere»

    Cosa succede nel carcere di Forlì? L'attuale struttura della Rocca è realmente idonea a «ospitare» con tutte le garanzie i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria? Non sarebbe più opportuno restituire lo storico edificio alla città e trasferire il carcere in una nuova e più funzionale struttura? Sono domande nell'aria ormai da anni a Forlì e che tornano d'attualità ogni volta che un evento tragico o clamoroso — dai suicidi in cella alle proteste delle guardie — riportano all'attenzione delle istituzioni una struttura che invece normalmente viene tenuta nel dimenticatoio da tutti.
    Il Carlino ha provato a dare uno scossone a questa situazione, non solo raccontando puntualmente la cronaca, ma indirizzando direttamente al ministero la richiesta che il carcere si «apra» per un giorno alla città e ai suoi testimoni: i giornalisti del Carlino. Luca Bartolini, presidente provinciale di Alleanza nazionale, ha raccolto l'appello e, facendo seguito al suo interessamento per le vicende della Rocca, si è detto disponibile ad accompagnarci in un eventuale «sopralluogo» all'interno del carcere.
    C'è poi un altro politico forlivese che, sia per i suoi «trascorsi» sia per il suo interessamento continuo, ha parecchie cose da dire sul carcere.
    Si tratta del consigliere comunale repubblicano Lauro Biondi: qualche anno fa passò, suo malgrado, qualche giorno «ospite» della Rocca per il suo coinvolgimento in un'inchiesta giudiziaria su presunti illeciti urbanistici. Dopo molti anni Biondi è uscito completamente innocente dall'inchiesta — ed è pertanto in attesa di un risarcimento — ma con grande sensibilità e correttezza non ha «cancellato» l'esperienza ed anzi due anni fa è tornato in «visita» al carcere per verificare le condizioni di vita dei detenuti e quelle di lavoro degli agenti. «Già allora la situazione era sull'orlo dell'allarme vero e proprio — dice Biondi — ma, nonostante i fondi per il nuovo carcere fossero previsti dal piano per l'edilizia carceraria, nessuno si è preoccupato di affrontare il problema in sede di discussione del Piano regolatore generale del Comune di Forlì». Per il consigliere repubblicano sono stati inutilmente persi due anni: «Gli amministratori comunali forlivesi non hanno brillato, al solito, per trasparenza. In consiglio comunale non è mai stato toccato l'argomento. Il carcere sembra un problema dimenticato da tutti, finchè non succede una tragedia». Biondi sollecita gli amministratori ad affrontare il problema del trasferimento del carcere: «Si dovrebbe individuare una sede a cavallo delle province di Forlì e Ravenna per dare alla struttura una valenza interprovinciale».
    cronaca.
    forli@ilrestodelcarlino.it

    di Marco Principini

  6. #16
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    Predefinito RESTO DEL CARLINO 10 settembre 2002

    Forlì ha dimenticato il carcere»

    Cosa succede nel carcere di Forlì? L'attuale struttura della Rocca è realmente idonea a «ospitare» con tutte le garanzie i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria? Non sarebbe più opportuno restituire lo storico edificio alla città e trasferire il carcere in una nuova e più funzionale struttura? Sono domande nell'aria ormai da anni a Forlì e che tornano d'attualità ogni volta che un evento tragico o clamoroso — dai suicidi in cella alle proteste delle guardie — riportano all'attenzione delle istituzioni una struttura che invece normalmente viene tenuta nel dimenticatoio da tutti.
    Il Carlino ha provato a dare uno scossone a questa situazione, non solo raccontando puntualmente la cronaca, ma indirizzando direttamente al ministero la richiesta che il carcere si «apra» per un giorno alla città e ai suoi testimoni: i giornalisti del Carlino. Luca Bartolini, presidente provinciale di Alleanza nazionale, ha raccolto l'appello e, facendo seguito al suo interessamento per le vicende della Rocca, si è detto disponibile ad accompagnarci in un eventuale «sopralluogo» all'interno del carcere.
    C'è poi un altro politico forlivese che, sia per i suoi «trascorsi» sia per il suo interessamento continuo, ha parecchie cose da dire sul carcere.
    Si tratta del consigliere comunale repubblicano Lauro Biondi: qualche anno fa passò, suo malgrado, qualche giorno «ospite» della Rocca per il suo coinvolgimento in un'inchiesta giudiziaria su presunti illeciti urbanistici. Dopo molti anni Biondi è uscito completamente innocente dall'inchiesta — ed è pertanto in attesa di un risarcimento — ma con grande sensibilità e correttezza non ha «cancellato» l'esperienza ed anzi due anni fa è tornato in «visita» al carcere per verificare le condizioni di vita dei detenuti e quelle di lavoro degli agenti. «Già allora la situazione era sull'orlo dell'allarme vero e proprio — dice Biondi — ma, nonostante i fondi per il nuovo carcere fossero previsti dal piano per l'edilizia carceraria, nessuno si è preoccupato di affrontare il problema in sede di discussione del Piano regolatore generale del Comune di Forlì». Per il consigliere repubblicano sono stati inutilmente persi due anni: «Gli amministratori comunali forlivesi non hanno brillato, al solito, per trasparenza. In consiglio comunale non è mai stato toccato l'argomento. Il carcere sembra un problema dimenticato da tutti, finchè non succede una tragedia». Biondi sollecita gli amministratori ad affrontare il problema del trasferimento del carcere: «Si dovrebbe individuare una sede a cavallo delle province di Forlì e Ravenna per dare alla struttura una valenza interprovinciale».
    cronaca.
    forli@ilrestodelcarlino.it

    di Marco Principini

  7. #17
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    Predefinito RESTO DEL CARLINO 14 settembre 2002

    Zoli (Pri)
    si è dimesso

    FORLI'

    Ha lasciato la carica di consigliere comunale il capogruppo del Partito Repubblicano Antonio Zoli, politico 'storico' di Forlimpopoli (è stato consigliere anche nella passata legislatura e alla fine degli anni '80). Motivo dell'addio l'intricata questione Hera, che ha spaccato quasi tutti i partiti in Romagna.

    Zoli è uscito dall'aula al momento della votazione criticando la maggioranza e l'approvazione della fusione di Unica con la Seabo di Bologna. «Credo che ci sia un limite a tutto – dice dopo aver spedito la lettera di dimissioni al sindaco – In questi casi bisogna guardarsi allo specchio, Hera va troppo a discapito dei cittadini». Sulla scelta di Hera Zoli appare in rotta di collisione anche col suo partito, a livello regionale favorevole alla fusione L'ex capogruppo repubblicano verrà rimpiazzato in Consiglio da Matteo Bagnoli.

  8. #18
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    «Questo Pri può stare a sinistra»

    Onorevole Francesco Nucara, da segretario nazionale del Pri, cosa pensa dei repubblicani romagnoli?

    «Tutto il bene possibile. I romagnoli sono dei passionali, e spesso questa passione li fa sragionare portandoli a contestare il segretario nazionale del partito. Ma allo stesso tempo è proprio grazie alle idee e alle iniziative che nascono da questa passione, che i repubblicani romagnoli sono una risorsa per tutta l'Edera e per tutta la democrazia italiana».

    Però loro vanno a sinistra e il Pri nazionale, invece, va a destra.

    «Il Pri nazionale va a destra perchè lo ha deciso la maggioranza degli iscritti durante un congresso nazionale».

    Maggioranza o no, i romagnoli criticano e contestano aspramente questa scelta. E ribadiscono il loro no a Berlusconi.

    «I repubblicani le lotte le devono fare contro gli avversari del partito e non tra di loro. La nostra natura ci dice che dobbiamo batterci sui problemi e non sugli schieramenti. E quindi nelle varie realtà, a seconda delle battaglie che combattiamo, dobbiamo trovare gli alleati che ci possono aiutare a vincere. Quello che i repubblicani fanno in una giunta comunale non può stravolgere la politica del partito nazionale. E quindi se a Ravenna si va a sinistra non è detto che da tutte le altre parti d'Italia si debba fare per forza la stessa cosa».

    I repubblicani romagnoli, quindi, hanno la licenza di andare a sinistra?

    «I repubblicani romagnoli hanno la licenza di stare a sinistra. Noi non vogliamo nessun ribaltone, anzi. I nostri esponenti hanno il dovere di rispettare i voti di chi li ha eletti.

    Secondo lei è stato giusto sospendere dal partito Achille Alberani e Federico Foschi, accusati di avere partecipato ad una riunione dei repubblicani europei?

    «Certo che è stato giusto sospenderli. Loro si sono difesi dicendo che i repubblicani europei non sono un partito politico, ma un movimento. E io, invece, dico che i movimenti sono altri: il Wwf è un movimento, gli Amici del Mare sono un movimento. I Repubblicani Europei sono un partito, un partito nostro avversario che si presenta con liste alternative alle nostre».

    Ieri, Alberani ha affermato che nel Pri la democrazia non esiste più. E che lo dimostra la decisione di sospenderlo. Lei si sente antidemocratico?

    «Non conosco la democrazia di Alberani. So solo che il provvedimento verso di loro è stato preso dopo una votazione di una direzione nazionale».

    Alberani, infatti, sostiene che la direzione nazionale ha sospeso lui e Foschi in sfregio alle regole del partito e alla decisioni prese dalla direzione regionale, che in precedenza aveva votato e deciso di non sospenderli.

    «Sono stato io che alla fine di luglio ho chiesto alla direzione regionale di redigere un'istruttoria su Alberani e Foschi, dopo avere appreso che i due avevano partecipato ad una riunione di un altro partito. E proprio la direzione regionale mi aveva delegato all'unanimità a prendere personalmente una decisione in merito».

    E poi lei che cosa ha fatto?

    «Nonostante potessi decidere da solo, ho convocato la direzione nazionale perchè si esprimesse. Invece di accusarmi di non essere democratico, Alberani dovrebbe apprezzare il fatto che io non mi sia avvalso di questa delega».

    Matteo Naccari

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  9. #19
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    Predefinito

    NUCARA scrive al Direttore del Resto del Carlino......
    -----------------------------------------------------------------------------------
    Caro Direttore,

    ho letto l'intervista al sottoscritto a firma di Matteo Naccari.

    Vorrei esprimere alcune considerazioni e puntualizzazioni:

    1) essendo l'intervista non completa, rispetto alle domande ricevute e alle risposte date, pur essendo veritiera nella parti pubblicate si potrebbe prestare ad equivoci politici;

    2) ho dichiarato che esiste un rapporto conflittuale tra la dirigenza nazionale del PRI (Presidente e Segretario) e gli organismi repubblicani romagnoli tanto da indurre questi ultimi a contrapporre alla presidenza di Giorgio La Malfa l'amico Valbonesi di Forlì;

    3) il titolo "Questo PRI può stare a sinistra" è contraddittorio sia con l'intervista sia con il mio pensiero.

    Il PRI deve essere leale con gli elettori ai quali ha chiesto il voto per un programma e per un'alleanza.

    A livello locale, non può e non deve per le prossime consultazioni stare con chi gli pare se non concordando con la segreteria nazionale strategie di collocazione politica che per principio devono essere in linea con le scelte congressuali nazionali;

    4) proprio per chiarire a tutti gli amici romagnoli che il senso di lealtà deve essere un patrimonio culturale e non un espediente tattico ho ribadito quanto ripeto spesso "il PRI non può prescindere da Giorgio La Malfa".

    5) per un refuso sembrerebbe che la delega per la sospensione di Alberani e Foschi me l'abbia data la direzione regionale invece me l'ha data la direzione nazionale in modo unanime e quindi anche con il consenso di Valbonesi.

    Sperando di essere stato chiaro, La saluto cordialmente.

    Francesco Nucara

    Roma, 19 settembre 2002

    -----------------------------------------------------------------------------------

    tratto dal sito web del

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  10. #20
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    Predefinito RESTO DEL CARLINO 20 settembre 2002

    «Ma il Pri sta con La Malfa»

    «Il Pri non può prescindere da Giorgio La Malfa». Lo ribadisce Francesco Nucara, segretario nazionale dell'Edera, intervenendo sia per puntualizzare alcuni concetti espressi nella sua intervista pubblicata ieri dal Carlino sia per « chiarire agli amici romagnoli che il senso di lealtà deve essere un patrimonio culturale e non un espediente tattico». Nucara, inoltre, sottolineando come il titolo dell'intervista 'Questo Pri può stare a sinistra' sia «contradditorio» con il suo pensiero e precisa che «il Pri deve essere leale con gli elettori ai quali ha chiesto il voto per un programma e per un'allenaza. A livello locale — continua — non può e non deve per le prossime consultazioni stare con chi gli pare se non concordando con la segreteria nazionale strategie di collocazione politica che per principio devono essere in linea con le scelte congressuali nazionali». Il segretario dell'Edera, infine, specifica come esista «un rapporto conflittuale tra la dirigenza nazionale del Pri, nella figura del presidente e del segretario, e gli organismi repubblicani romagnoli tanto da indurre questi ultimi a contrapporre alla presidenza di Giorgio La Malfa, l'amico Widmer Valbonesi di Forlì».

 

 
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