Contro il folklore - di Adriano Scianca
Dialetti nelle scuole, sui cartelli stradali, nelle fiction: in questo movimentato agosto politico tutti si sono chiesti se la Lega, fra boutade, esternazioni, cori da stadio o vere e proprie proposte di legge, non stesse esagerando nel rivendicare un riconoscimento pubblico per le identità locali dei popoli del nord Italia. Ciò che è veramente interessante chiedersi, in realtà, è proprio l’opposto: se, cioè, (a prescindere da ogni considerazione di ordine generale sulle posizioni leghiste) valga la pena dannarsi tanto per rivendicare un’identità concepita meramente a colpi di battute in vernacolo e stemmi di campanile. E’ l’eterno equivoco del folklore. Termine che, come noto, deriva dal sassone folk, analogo al germanico Volk. Sennonché, il folklore finisce inevitabilmente per rappresentare l’antitesi di ogni autentico Volk (ovvero di ogni unità etnoculturale realmente radicata e creatrice di storia) o, peggio, la sua conservazione come mera sublimazione museografica, depotenziata, fantasmatica.
E’ lo stesso trabocchetto cui finisce per infilarsi la moda tutta moderna per “l’etnico”. Termine che può essere legittimamente utilizzato e può fare perfino tendenza a due condizioni imprescindibili: che l’etnia in questione sia extra-europea, possibilmente a connotazione tribale, e che comunque l’aggettivo si riferisca a forme d’arte del tutto innocue e stereotipate. Viceversa, parlare di etnismo a livello di grande politica suona del tutto sulfureo. Farlo poi in relazione ai popoli europei è ai limiti dell’illegale. Unici nel tempo e nello spazio, i popoli del Vecchio Continente sono per decreto del politicamente corretto privi di dimensione etnica.
Il fatto è che tanto più un popolo è morto, insignificante e sterile tanto più verrà glorificato dall’industria culturale nei suoi aspetti più innocui e inessenziali. Diceva bene Guillaume Faye: «L'anima della cultura artistica europea non sono i piccoli oggettini piramidali in terra cotta, né i mobili dipinti dello Schleswig-Holstein, né le cuffie bretoni o le ingenue sculture contadine in legno della Scandinavia, ma piuttosto la cattedrale di Reims, la scala italiana a duplice rotazione del castello di Chambord, i disegni di Leonardo da Vinci, i fumetti di Liberatore e della scuola di Bruxelles, il design delle Ferrari o i reattori germano-franco-svedesi di Ariane». Avete detto “identità”? Bene: datemi reattori nucleari e popoli in armi, altro che tamburelli e caciotte.
Non a caso, del resto, gli appuntamenti “folk” sono di assoluto richiamo per tutta la borghesia radical chic, ovvero il fior fiore del fronte antinazionale e cosmopolita. Non a caso il “Vernacoliere”, al di là di qualche battuta azzeccata, esprime una certa identità politica mai dissimulata. Non a caso nelle oasi di disagio sociale dei centri sociali autogestiti la taranta sta scalzando il reggae. Non a caso il regista progressista Giuseppe Tornatore ha messo in guardia in questi giorni, sul Corriere della Sera, dal confondere il dialetto con i suoi “usi razzisti”. Il sistema americanomorfo, del resto, può benissimo convivere con il revival etnico e folcloristico. Tanti automi omologati che si differenziano per qualche pietanza e un paio di soprammobili: cosa può volere di più il Grande Fratello? E’ il trionfo dell’eguaglianza sotto l’apparente e inessenziale differenza.
L’Italia dei genovesi tirchi, dei napoletani furbi, dei romani dalla battuta pronta e dei milanesi con il culto del lavoro è una nazione da barzelletta, un popolo “simpatico” e un po’ cialtrone, comunque fuori dalla storia, privo di dignità e spessore, di volontà e destino. E’ un’Italia imprigionata in un’istantanea stereotipata e macchiettistica, che attira l’affetto di tutte le genti perché nella sua limitatezza strapaesana non può rappresentare una minaccia per nessuno. E’ un popolo autoindulgente, che rifiuta di mettersi in discussione per accontentarsi dei suoi paesaggi da cartolina.
Beninteso: la riscoperta delle identità locali può avere un positivo effetto identitario se trainata da una volontà di grande politica. E’ invece la tomba di quest’ultima se ne costituisce l’orizzonte ultimo. La differenza tra i due casi è semplice: è quella che intercorre tra i Cesari e i Cesaroni.
Contro il folklore - di Adriano Scianca




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