Sempre più vicina l’adesione dei paesi dell’est all’Unione Europea. La lista dei possibili candidati potrebbe essere presentata a Bruxelles al Consiglio europeo di ottobre. Proprio nella città belga si è chiusa ieri la sessione negoziale che ha affrontato e stabilito buona parte delle condizioni per l’ammissione all’unione dei paesi un tempo nella sfera sovietica. Come è accaduto all’Italia al momento dell’adesione all’euro, infatti, per essere ammessi nel mondo economico europeo ai nuovi candidati sarà richiesto di rispondere a determinati requisiti, sia sul piano finanziario ed economico, sia sul piano delle istituzioni e del diritto e di avvicinarsi il più possibile al modello liberista cui l’UE si ispira.
In fin dei conti questa Europa è un soggetto prevalentemente economico governato da una banca centrale, in mano ai salotti della grande finanza, quelli, per intendersi, che vengono ispirati dalla, City e da Wall Street.
Sulla maggior parte dei punti, la presidenza danese non ha comunque trovato difficoltà, come per l’adesione all’euro, che sarà consentita ai dodici paesi candidati non prima di due anni dall’ammissione all’Unione. Inevitabili difficoltà invece si sono presentate sul capitolo della concorrenza, non di facile soluzione visto che richiede ad alcuni paesi dell’est una ristrutturazione della siderurgia che comporterà molte conseguenze sul piano occupazionale e nella struttura economica.
Anche per i popoli dei paesi “entranti” si profila quindi un futuro fatto di lacrime e sangue, come per gli italiani, ma forse anche a loro verrà raccontata la stessa favoletta: non si può non entrare in Europa. Confondendo così l’economia politica con la geografia, in quanto l’Europa già esiste ed è quella che va da Dublino a Vladivostok.
Due invece i capitoli rimasti del tutto aperti: agricoltura e bilancio. Due settori chiave nella struttura economica di un paese, sui quali i leader della comunità europea faranno fatica ad imporre i sacrifici ai futuri membri. Su queste questioni i danesi faranno la loro proposta negoziale in autunno.
Il tutto rientra nell’ambizioso proposito della Presidenza danese di chiudere i negoziati in dicembre al Consiglio europeo di Copenhagen, forzando i tempi con un dibattito speciale il 19 novembre a Strasburgo con i rappresentanti dei Paesi candidati e il Parlamento Europeo. Una vittoria diplomatica che consentirebbe alla Danimarca di acquisire maggior prestigio tra i paesi membri, e allo stesso tempo, velocizzerebbe un processo di aggregazione ogni giorno più importante per soddisfare la brama di nuovi mercati dell’America, sempre più forte dopo l’aggravarsi della crisi economica e finanziaria che sta sconvolgendo l’economia americana. Affatto disposti a mettere in discussione il loro modello economico nonostante le contraddizioni dimostrate e le ingiustizie.
I recenti rovesci del sistema finnanziario americano non sono poi un caso, ma il sintomo di una malattia grave ed incurabile che già colpisce il sitema Usa e che presto contagerà questa Europa creata ad immagine e somiglianza del dio dollaro e di tutto quel che ne consegue.
Risulta comunque in qualche modo curioso che proprio la Danimarca sia così attiva in questa poltiica di reclutamento. Proprio i danesi infatti si dimostrarono tra i più euroscettici.
Ma, come al solito, bisogna distinguere tra la voglia di Europa dimostrata dai popoli ed il progetto di Europa portato avanti dai governi, sempre appiattiti su quel modello americano che non ha nulla in comune con la storia e le tradizioni di tutti i popoli europei. Naturalmente escludendo quello anglosassone, che infatti, guarda caso, non ha nemmeno finora aderito alla moneta unica europea.




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