Putin muto di fronte al Kursk. Lo stile post comunista
di Barbara Spinelli
Alcuni hanno pensato che Putin fosse una soluzione, per la Russia malridotta da settantaquattro anni di comunismo, e immiserita non solo economicamente ma spiritualmente. Il successore di Eltsin veniva descritto come pragmatico, e privo di ingombri ideologici. Veniva elogiato il suo sguardo sui disastri della nazione che gli era stata affidata: sguardo lucido, non condiscendente. Era uno statista, assicuravano con fierezza non pochi suoi connazionali, il che voleva dire: aveva un acuto senso dello Stato, delle istituzioni, delle leggi.
Quando il Presidente proclamò la «dittatura della legge», furono rari coloro che si allarmarono, e constatarono che una frase del genere, detta da un uomo ammaestrato dal Kgb, significava in effetti legge della dittatura. Putin stesso coltivava l’immagine di capitano che tiene salde le redini del comando: ogni sua apparizione veniva architettata con accuratezza, ognuna di esse era una citazione storica. Putin curava le coreografie, i travestimenti, le pose davanti a macchine fotografiche e telecamere: di volta in volta si manifestava nelle vesti di Ivan il Terribile, o Pietro il Grande, o zar Alessandro III, o perfino Napoleone.
La più indimenticabile delle immagini è quella che lo ritrae sul ponte di una nave di guerra, a Murmansk in primavera: sul capo il berretto di grande ammiraglio, la giacca dell’uniforme con il bavero alzato per cimentarsi in tifoni e difficili destini. E’ l’icona più ambiziosa della sua carriera, e la più bugiarda. Perché proprio ora che dovrebbe stare sul ponte della nave-Russia, proprio ora che 118 marinai e ufficiali del sommergibile Kursk agonizzano sul fondo del mare di Barents al largo di Murmansk, Putin è altrove. Non si è precipitato sul luogo, per assistere e compatire le famiglie che soffrivano, il paese che si angosciava, i morenti che potevano magari essere salvati ma sono stati immolati al delirio autarchico del nazionalismo postcomunista. Il capo dello Stato è rimasto sette giorni nella cittadina di Soci, sul Mar Nero, in villeggiatura, e solo venerdì sera - colto di sorpresa dalla rabbia dei concittadini - è rientrato a Mosca.
Il sospetto non lo ha sfiorato che la decisione fosse sbagliata, oltre che inumana verso il proprio popolo. Per quattro giorni è restato zitto, rintanato nel suo nascondiglio balneare, e chissà, forse ha supposto che facendo il morto nessuno lo avrebbe chiamato a rendere conti. Tutte le immagini che aveva dato di sé, tutte le illusioni che aveva suscitato in patria come in Occidente, si sono infrante in due giorni: nell’ora decisiva, il Presidente si è comportato come un piccolo funzionario della polizia politica, addestrato dal Kgb alle canagliate, all’omertà, e alla pusillanimità. Pare fosse questo, secondo un giornale tedesco dell’epoca, il primo ordine dato da Mosca ai militari e funzionari russi di stanza in Germania Est, la notte che cadde il Muro: «Chiudetevi nelle caserme, ritiratevi in voi stessi, e trasformatevi in ghiaccio».
Tra questi funzionari c’era anche Putin, agente del Kgb a Berlino Est. Le regole di condotta civile le aveva apprese lì: nel sistema di dominio comunista, e nel Kgb. E’ uno stile al quale torna istintivamente, di fronte ai pericoli e ai drammi. Il disprezzo della vita è stato il filo conduttore dell’esperienza dei comunisti: disprezzo della vita propria se necessario, di quella altrui se conveniente. E’ stata la sua vocazione più forte, ha plasmato l’indole di militanti, commissari politici, capi di nazioni. Ha sradicato dalle coscienze il rispetto della persona, della sua stessa esistenza. Gli uccisi nei Gulag, i tanti comunisti e operai condannati a soffrire e soccombere perché così serviva al partito, l’impassibile spreco di soldati nella seconda guerra mondiale: questa lunga consuetudine all’insensibilità per la vita umana ha trasformato il socialismo reale, e in particolare le polizie politiche, in autentiche macchine di malavita.
Lo scrittore Shalamov ha descritto con puntigliosità la connivenza mentale, linguistica, di stile, che univa l’universo comunista e quello della malvivenza, i Gulag e il paese sottomesso al totalitarismo. Putin è figlio di questo connubio, e impersona la rivoluzione criminale, ingenerata dal comunismo e cresciuta sui detriti dell’Urss, quando l’impero fu dissolto e il Kgb divenne Fsb. Che il suo modo di fare somigli stranamente a quello della malavita non è apparso solo adesso. Lo si è visto quando in nome del Kgb fece incarcerare per quattro anni l’ex capitano della marina Alexander Nikitin nel ’96, e lo fece accusare di alto tradimento per aver divulgato segreti sui dissesti della marina e sulle minacce di nuove Chernobyl attorno a Murmansk. Lo si è visto all’inizio della guerra contro la Cecenia: guerra di rivincita che ha usato per sembrare uomo deciso a tutto, pur di ristabilire l’ordine: quale che fosse l’ordine, e quali che fossero i sacrifici umani.
Prima ancora di palesarsi nel disastro del Kursk, il Presidente si era rivelato con le poche parole pronunciate all’esordio dell’assedio di Grozny: «Caccerò i terroristi fino a scovarli nei cessi», aveva detto con un tono che si addice a un malvivente più che a uno statista. E quel che disse fece, visto che precisamente questa attendibilità era diventata fonte di forza, di successo. Rase al suolo Grozny con i suoi 400.000 abitanti russi e caucasici, e andò a scovare nei cessi non i terroristi, ma una popolazione intera: distruggendola o disperdendola come seppe fare il suo predecessore Beria nel Caucaso, per obbedienza a Stalin.
Non stupisce dunque che quattordici anni siano trascorsi da Chernobyl, e nulla sia cambiato nello stile delle classi dirigenti russe. Stessa mania del segreto al principio, nella speranza che l’informazione semplicemente passi inosservata. Stessa inorgoglita immodestia nel rifiutare, per giorni, gli aiuti stranieri. Poi stesse menzogne, stesso disinteresse alle vite dei soldati. E nessuna premura per i familiari delle vittime: il giornale Komsomolskaya Pravda ha dovuto pagare 650 dollari agli uffici della Marina per poter pubblicare venerdì la lista - che le autorità volevano tener segreta - degli uomini a bordo del Kursk. Atteggiamenti simili sono in sé incomprensibili, tanto appaiono non solo brutali ma stupidi. Diventano meno incomprensibili se si tiene a mente che i dirigenti postcomunisti non sentono il bisogno di uscire dai metodi appresi in epoca totalitaria, né vi sono stati costretti.
Continuano il medesimo comportamento, anche se corretto, perché nessuno di loro ha dovuto rendere i conti, spiegarsi sul proprio passato, ammetterne la criminosità congenita, farne una critica radicale. In realtà, per numerosi ex comunisti e postcomunisti il Muro è caduto esteriormente, non mentalmente. Contrariamente al popolo tedesco nel ‘45, non sono stati spinti a scorgere nella propria sconfitta una liberazione, né hanno pensato di dovere sforzarsi in questa direzione. Riconoscono il fallimento e hanno l’impressione di aver patito un insuccesso, che debbono riparare con rivincite o al massimo occultare. Non sentono in cuor loro che il sistema cui avevano aderito era sbagliato e ingiusto umanamente, sul piano pratico e di conseguenza teorico. D’altronde anche le destre estreme reagiscono in tal modo, dopo aver osservato gli esiti positivi dell’atteggiamento comunista. Qualche anno fa, durante un viaggio a Londra, Gianfranco Fini replicò, a chi gli chiese una condanna di Mussolini: «Non spetta a me condannarlo.
Lo ha già condannato la storia». I mea culpa del Papa e i processi al nazismo non insegnano un granché: la sindrome più diffusa è quella di chi ha vissuto una disfatta, non di chi si duole, si vergogna, e fa ammenda. E’ una sindrome che evita il giudizio etico-politico su se stessi, e in Italia accomuna postcomunisti, postfascisti, post-rivoluzionari terroristi. Anche Toni Negri, prima di rientrare da Parigi a Roma per presentarsi alla giustizia, ricorse a analogo escamotage: le battaglie terroriste-rivoluzionarie avevano smarrito senso «perché erano state sconfitte», non perché avevano causato morti. E Violante non agisce in fondo diversamente, quando dichiara su Edgardo Sogno una cosa e il suo esatto contrario: che rifarebbe quello che ha fatto come giudice istruttore, accusandolo di golpismo, e che approva i funerali di Stato organizzati per riabilitare un eroe della resistenza che tra tanti difetti ebbe quello di essere anticomunista.
Per molti postcomunisti la caduta del Muro si apparenta a un fallimento, più che a una liberazione delle coscienze oltre che dei popoli: l’86 a Chernobyl e l’89 a Berlino non furono l’occasione di meditare sui misfatti, ma il momento propizio per cambiare discorsi e se possibile passare inosservati, davanti a quello che Kant chiama il tribunale della critica. Se potessero, parecchi «rifarebbero quello che hanno fatto»: ripetendo gli errori giudiziari e l’indifferenza alla morte altrui, l’impassibilità verso le notizie sui Gulag e l’abitudine alla sistematica fuga dalle responsabilità. Putin è la personificazione di questi vizi: alla vista del popolo in allarme, è «rientrato in se stesso e si è fatto di ghiaccio». Proprio come i capi gli avevano ordinato nell’89.
Nulla di nuovo, a Oriente: basta star zitti, e non parlar più di ideologie. Basta mettersi sul ponte di una nave, e farsi ritrarre come nuovo zar: dal punto di vista di chi è condannato a perire per incuria dello Stato, non fa una gran differenza essere sacrificati alla menzogna di un’ideologia, o alla menzogna di un fotogramma. Ma Putin non aveva fatto i conti con la collera che il vecchio stile comunista ha infine provocato nei cittadini e nei giornalisti russi, e ora gli toccherà forse la più penosa delle esperienze: esibirsi di fronte a una fila di cadaveri, nelle vesti non di gran comandante, non di protettore della nazione, ma di suo seppellitore.
LA STAMPA, Domenica 20 Agosto 2000




Rispondi Citando
