LE SIBILLE
Sibilla Libica - Michelangelo, Cappella Sistina
Grandi protagoniste dell’arte divinatoria nel mondo antico furono le Sibille, rese famose per le loro doti profetiche da poeti come Virgilio, filosofi come Platone ed Eraclito, storici come Terenzio Varrone e Diodoro Siculo. Le più note furono la Frigia, la Cumana, l’Eritrea, la Persica, la Libica, l’Ellespontina e la Delfica o Pizia, alle cui tecniche pare si sia ispirato Nostradamus. Parlavano «per possessione del nume», scrive Eradito, «valicando con la voce migliaia di anni».
La cosa più straordinaria è che, diversamente da ogni altra profezia pagana, le loro predizioni vennero giudicate in parte credibili dalla cristianità. San Clemente e altri Padri della Chiesa, infatti, ritennero che Dio si fosse servito delle Sibille per annunciare la venuta del Redentore. Tant’è che queste profetesse risultano effigiate da molti artisti cattolici, a cominciare da Michelangelo nella Cappella Sistina.
La più significativa in tal senso è la profezia della Sibilla Cumana, cui Virgilio allude tanto nell’Eneide che nell’Egloga IV, sull’imminente nascita del divino fanciullo che avrebbe posto fine alla razza del ferro per inaugurare quella dell’oro.
La Cumana, sibilla di Virgilio e del Cristo
Esiste sulle sibille una vasta letteratura di lingua greca e latina, ricca di riscontri storici e leggendari. Tra i primi a parlarne fu Platone, che ne elencò cinque: la Frigia, la Cumana, l’Eritrea, la Delfica o Pizia, l’Ellespontina. Altre divennero popolari negli anni successivi. Il romano Marco Terenzio Marrone giunse a elencarne dieci: la Persica, la Libica, la Cimmeria, la Samia e la Tiburtina, oltre quelle già nominate dal filosofo greco.
Altri autori ne parlano diffusamente: Euripide nomina la Libica nel prologo della tragedia Lamia, Crisippo la Delfica nel trattato Sulla divinazione, Nevio la Cimmeria nel quarto libro del poema sulla guerra punica, Eratostene la Samia, Pausania e Apollonio l’Eritrea, e così via di seguito, aggiungendone spesso delle nuove.
Ma la testimonianza di maggiore rilievo epocale riguarda la Cumana, sulla quale Virgilio si sofferma sia nell’Eneide che nella Egloga IV, attribuendole una profezia che in età medievale è stata poi interpretata come premonitrice della venuta del Cristo.
Giunge ormai l’ultima età della profezia cumana,
riprende dall’inizio il ciclo dei grandi secoli,
torna persino la Vergine,
tornano i regni di Saturno,
una nuova razza ci viene inviata dall’alto dei cieli.
Tu sii benevola, casta Lucina, al fanciullo che ora nasce,
la cui venuta porrà finalmente fine alla razza del ferro
per fare sorgere in tutto il mondo quella dell’oro...
Per questi versi dell’Egloga, scritti quarant’anni prima della nascita di Gesù, Virgilio acquistò fama di grande iniziato e, quel che più conta in un’ottica cristiana, di vaticinatore dell’era evangelica. All’impressione che suscitarono nei circoli culturalmente più evoluti della cristianità medievale si deve in misura forse decisiva l’elevazione del poeta latino, da parte di Dante, a propria guida e maestro in quell’itinerario infernale della Divina Commedia che più da vicino ricorda gli scenari dell’oltretomba pagano.
Appare sorprendente tuttora, del resto, la collocazione del tempo della nascita del divino fanciullo in apertura di un miracoloso ciclo di ricorsi storici, volti a riprodurre l’originaria felicità dell’età dell’oro — il ritrovamento, in altre parole, dell’Eden perduto — attraverso un processo di rigenerazione universale.
Di minore interesse esoterico, poiché riferita a eventi passati e già noti al poeta, è la profezia contenuta invece nel libro VI dell’Eneide, dove Enea apprende che nel Lazio si compiranno i suoi grandi destini; e che suoi discendenti saranno i re albani, Romolo, la gente Giulia. E però di grande interesse antropologico, poiché se ne ricava un’idea di quale sconvolgimento psicofisico potesse provocare nella veggente lo sforzo divinatorio, la descrizione della trance che precede il vaticinio.
La sibilla si trasfigura paurosamente. Cambia non soltanto l’espressione del viso, ma la voce e perfino la statura. Cresce in lei fisicamente la forza ormai vicina del dio. Finché
d’un tratto, né il volto le resta, né uno il colore,
non pettinati i capelli, ma gonfia il petto l’affanno,
fiero il cuore si riempie di rabbia,
è più grande a vedersi, né umana suona la voce...
Virgilio indica anche il metodo di cui la veggente si avvale per predire il futuro, servendosi di foglie sparse nell’antro, sulle quali scrive le proprie sentenze. E probabile che in realtà consistesse nel trarre responsi dal rimescolamento delle foglie, provocato da improvvise folate di vento.
...E in sulle foglie ripone i fati: in sulle foglie [...] scrive ciò che prevede,
e ne la grotta distese e ordinate, ove sian lette, le lascia.
È lei ad allinearle «ad uopo de’ mortali», ma il vento talora le disturba
e van per l’antro in volo.
Così, per la profonda conoscenza che il poeta dimostra di avere dei misteri dell’antichità, oltre che per la profezia sulla imminente nascita del Salvatore, prenderà corpo in età medievale la tradizione di Virgilio mago, culminata nella consuetudine popolare di trarre previsioni dai versi delle sue opere. Favorirà la diffusione di questi oracoli virgiliani la semplicità del metodo abitualmente usato per la consultazione, che consisteva nell’aprire a caso il volume, cercando una risposta al proprio quesito nel primo verso della pagina, magari combinato con altri secondo una numerazione precedentemente convenuta.
(continua...)
Tratto da: Le Grandi Profezie di Franco Cuomo, Newton & Compton Editori
Sibilla Cumana – Michelangelo, Cappella Sistina