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Discussione: Gli oracoli

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    Predefinito Gli oracoli

    Dal sito http://www.geocities.com/Vienna/2094/

    Oracoli e Sibille
    Queste righe sono tratte da:
    "Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza"
    di Julian Jaynes, libro assai interessante che trovate discusso
    nell'omonimo articolo
    (vedi sito linkato)

    Benché esista una serie di tavolette cuneiformi datate al VII secolo ove si descrivono oracoli assiri e vi sia l'ancor piu' antico oracolo di Ammone a Tebe in Egitto, e' la Grecia che ci offre l'esempio migliore dell' istituzione oracolare.
    Gli oracoli greci furono iI più autorevole metodo di decisione in situazioni importanti per un periodo di oltre un millennio.
    L'oracolo più famoso, quello di Apollo a Delfi, si trovava in prossimita' di una bizzarra struttura di forma grosso modo conica detta omphalos (ombelico) che si credeva segnasse il centro della Terra.
    Fino a 35.000 persone al giorno approdavano da ogni parte del Mediterraneo al porticciolo di Itea che abbraccia in un golfo la costa ai piedi di Delfi.
    Esse si sottoponevano ai procedimenti di purificazione alla fonte Castalia facendo offerte ad Apollo ed ad altri dei mentre salivano per la Via Sacra.
    Negli ultimi secoli di esistenza dell'oracolo, piu' di 4.000 statuette votive fiancheggiavano questi duecento metri di salita lungo il monte Parnaso sino al tempio dell'Oracolo.
    Qui presiedeva in certi giorni, o in alcuni secoli per tutti i giorni dell'anno, una somma sacerdotessa, o a volte due o tre a rotazione, la cui scelta, a quanto sappiamo, non obbediva ad alcun requisito particolare (al tempo di Plutarco, nel I secolo a.C., essa era la figlia di un povero contadino).
    Costei prima si bagnava in una fonte sacra, bevendo alla sua acqua limpida, e poi stabiliva il contatto col dio attraverso l'albero a lui sacro, l'alloro, allo stesso modo in cui i re assiri coscienti sono raffigurati mentre vengono imbrattati di resina con pigne tenute in mano da genii.
    La sacerdotessa stabiliva comunque questo contatto o tenendo in mano un ramo di alloro o inalando il fumo delle foglie bruciate (come dice Plutarco) o forse masticandole (come sostiene Luciano).
    Le risposte alle domande venivano date immediatamente, senza alcuna pausa per la riflessione, e ininterrottamente.
    Il modo esatto in cui la sacerdotessa dava i suoi responsi e' ancora oggetto di discussione. Non sappiamo se era seduta su un tripode, considerato il sedile rituale di Apollo, o stava semplicemente in piedi all'ingresso della caverna.
    Tutti i riferimenti arcaici alla Pizia, dal V secolo in poi, concordano con l'affermazione di Erodoto che essa parlava "con la bocca delirante e con vari contorcimenti del corpo". Essa era"entheos" ovvero, in latino, "plena deo" (posseduta dal dio).
    Parlando attraverso la sua sacerdotessa, ma sempre in prima persona, rispondendo alle domande di re o di uomini comuni impartiva ordini circa i siti dove stabilire nuove colonie (come fece per l'attuale Istambul), decretava quali nazioni fossero amiche, quali leggi imporre, quali fossero le cause di epidemie o di carestie, quali fossero i nuovi culti o le forme commerciali o musicali o artistiche migliori.
    Noi conosciamo da cosi' gran tempo l'oracolo delfico grazie ai libri di scuola, che finiamo per non prestare attenzione ai caratteri straordinari che pur esso presenta.
    Com'era concepibile che semplici ragazze di campagna potessero essere addestrate a entrare in uno stato psicologico tale da poter prendere immediatamente decisioni che influivano sul governo del mondo?
    Pensare ad una frode? Magari casi isolati ci potranno essere stati ma e' impensabile che una frode cosi' estesa abbia potuto protrarsi per circa un millennio intero, durante la civilta' intellettuale piu' brillante che il mondo intero avesse mai conosciuto.
    Un'altra spiegazione e' quella biochimica: le trances sarebbero state reali ed indotte dai vapori che salivano da una sorta di solfatara al di sotto del pavimento della caverna. Ma scavi francesi del 1903 ed altri piu' recenti hanno dimostrato definitivamente che non esisteva alcuna cosa del genere.
    Secondo un'altra ipotesi nell'alloro potrebbero essere presenti sostanze allucinogene ma la cosa e' quanto mai controversa e tutto sommato ancora assai oscura.
    Oracoli simili, anche se meno importanti, erano diffusi nell'intero mondo civilizzato del tempo.
    Lo stesso Apollo ne aveva altri: a Ptoa in Beozia e a Branchide e Patara in Asia Minore. In quest'ultimo sito, la profetessa, come parte dell'induzione alla profezia, veniva rinchiusa di notte nel tempio perché potesse unirsi in connubio con il dio da lei evocato nelle sue allucinazioni, allo scopo di poter meglio assolvere il suo compito di medium.
    Il grande oracolo di Claros aveva come medium sacerdoti alle cui frenesie assiste' Tacito nel I secolo d.C.
    Pan aveva un oracolo ad Acacesio, che pero' cesso' di esistere gia' in epoca piuttosto antica.
    L'oracolo aureo di Efeso, famoso per le sue ricchezze enormi, esprimeva i vaticini della dea Artemide per bocca di eunuchi in trance (lo stile dei loro abiti, per inciso, e' usato ancor oggi dalla Chiesa greca ortodossa). E l'innaturale danza sulle punte delle ballerine moderne si pensa derivi dalle danze eseguite dinanzi all'altare della dea.
    La voce di Zeus a Dodona dev'essere stata uno fra gli oracoli più antichi, dal momento che vi si reco' gia' Odisseo per sapere se far ritorno a Itaca apertamente o in incognito. In epoca arcaica quell'oracolo consisteva probabilmente solo in un'enorme quercia sacra e la voce olimpica veniva sentita per allucinazione nel vento che frusciava fra le sue foglie; viene da chiedersi se c'era qualcosa di simile nel culto della quercia da parte dei druidi. Nel V secolo a.C. Zeus non venne piu' udito direttamente, e Dodona ebbe da allora un tempio e una sacerdotessa che parlava per il dio in trance inconscia.
    Non solo le voci degli dei ma anche quelle dei re morti potevano essere udite.
    Anfiarao, l'eroico principe di Argo, era morto in Beozia precipitando in una voragine scavata, a quanto si tramanda, da un fulmine di Zeus irritato contro di lui. La sua voce continuo' a essere " udita" dalla voragine per secoli, in risposta alle domande che le venivano rivolte. Col passare dei secoli la voce comincio' pero' a essere udita in forma allucinatoria solo da certe sacerdotesse in trance che vivevano in quel luogo, le quali pero' non rispondevano a domande, ma si limitavano a interpretare i sogni di coloro che si recavano a consultare la voce.

    Il viaggiatore greco Pausania descrive invece l'Oracolo di Lebadea e la complessa procedura di induzione che vi trovo' nel 150 d.C.
    Egli racconta come, dopo giorni di attesa, di purificazione, di prodigi e di speranza, una notte fu preso d'improvviso e lavato e unto da due giovani sacri, bevve alla fonte del Lete per dimenticare chi era e fu poi condotto a bere alla fonte di Mnemosyne per ricordare in seguito cio' che doveva essergli rivelato (una sorta di suggestione postipnotica). Poi gli fu fatta adorare un'immagine segreta, dovette indossare sacri lini, cingere nastri consacrati e calzare scarpe speciali, e infine, solo dopo altri segni che dovevano essere favorevoli, venne finalmente fatto scendere con una scala nella sacra buca col suo torrente oscuro, dove, senza l'intermediazione di medium o sacerdoti, ebbe la visione o comunque la percezione di un "messaggio divino" che gli parve assai chiaro e utile.
    Un' interessante questione a parte nacque quando fecero qua e la' la loro comparsa quelli che potremmo designare come oracoli dilettanti: individui non addestrati e sprovvisti di qualsiasi veste istituzionale, che si sentivano in modo spontaneo posseduti da un dio. Alcuni di essi, probabilmente i piu', si limitavano ovviamente a dire assurdita' schizofreniche. Altri avevano invece un'autenticita' tale da riuscire a imporre la fede in cio' che dicevano. Fra questi c'erano le poche donne, il cui numero esatto e' ignoto, che erano in possesso di doti eccezionali e che sono note come sibille (dall'eolico sios "dio" e boule' "consiglio").
    Nel I secolo a.C. Varrone pote' contarne almeno dieci nel mondo mediterraneo. Ce n'erano pero' certamente altre in regioni piu' remote. Esse vivevano in solitudine, talvolta in venerati santuari di montagna che erano stati costruiti appositamente per loro, o in caverne tufacee sotterranee in prossimita' dell'urlo lamentoso del mare, come la grande Sibilla Cumana. Virgilio si era recato probabilmente in visita all'antro della Sibilla attorno al 40 a.C., quando descrisse la sua frenetica possessione da parte di Apollo nel canto VI dell'Eneide.
    Come agli oracoli, anche alle sibille veniva chiesto di prendere decisioni su questioni di varia importanza, uso che continuo' sino al III secolo d.C.
    Le loro risposte erano cosi' pervase di fervore morale che persino i primi Padri della Chiesa e gli ebrei ellenistici si inchinarono ad esse come a profetesse di livello pari a quello dei profeti dell'Antico Testamento. La Chiesa cristiana antica, in particolare, ne uso' le profezie (spesso dei falsi) per dare un sostegno alla propria autenticita' divina. Ancora un millennio dopo, in Vaticano, quattro sibille furono dipinte in posizioni prominenti, sul soffitto della Cappella Sistina, da Michelangelo.
    L'Oracolo di Delfi fu quello che sopravvisse piu' a lungo ad onta che si fosse sempre schierato con gli invasori della Grecia come Serse (V sec. a. C.) e Filippo II (IV sec. a. C.).
    Nel I secolo d. C. lo scetticismo aveva soppiantato la fede, tuttavia i Romani lo consultavano spesso, affamati di tradizioni e cultura greca.
    L'ultimo a consultarlo fu l'imperatore Giuliano l'Apostata che, nel tentativo di ripristinare gli antichi dei, si provo' a far rivivere Delfi nel 363 d. C., tre anni dopo che il santuario era stato saccheggiato dalle truppe imperiali cristianizzate (secondo Jaynes agli ordini di Costantino scrivendo, ahinoi, una panzana).
    Proprio allora, attraverso la sua profetessa, Apollo annuncio' che non avrebbe profetizzato mai piu'.
    Mantenne la promessa e l'ultimo vaticinio si avvero'.

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    Predefinito Re: Gli oracoli

    Originally posted by Tomás de Torquemada

    Com'era concepibile che semplici ragazze di campagna potessero essere addestrate a entrare in uno stato psicologico tale da poter prendere immediatamente decisioni che influivano sul governo del mondo?
    Pensare ad una frode? Magari casi isolati ci potranno essere stati ma e' impensabile che una frode cosi' estesa abbia potuto protrarsi per circa un millennio intero, durante la civilta' intellettuale piu' brillante che il mondo intero avesse mai conosciuto.
    Un'altra spiegazione e' quella biochimica: le trances sarebbero state reali ed indotte dai vapori che salivano da una sorta di solfatara al di sotto del pavimento della caverna. Ma scavi francesi del 1903 ed altri piu' recenti hanno dimostrato definitivamente che non esisteva alcuna cosa del genere.
    Uno studioso della Wesleyan University, il professor Jelle de Boer, dopo avere confrontato i dati emersi da antiche fonti scritte e da rilievi geologici, ritiene di avere scoperto la chiave di questo mistero.
    Secondo la testimonianza di Plutarco, la Pizia era scelta tra le ragazze del posto e vaticinava in preda a uno stato di alterazione mentale (forse allucinazione, forse trance…) a cui non di rado non riusciva a sopravvivere… Tra le cause del delirio ispiratore, Plutarco segnala il fatto che la Pizia, per raccogliere l'ispirazione, veniva rinchiusa dentro un antro dove era costretta a inspirare gas che fuoriuscivano dalle rocce e che risultavano dolci all'olfatto. Il professor de Boer ha rilevato che la zona del tempio di Delfi, luogo d'incrocio di due faglie, è caratterizzata da un tipo di calcare molto permeabile ai gas. Ricerche geologiche hanno evidenziato in quest'area una concentrazione superiore alla norma di etilene, un gas che - guarda caso - l'uomo percepisce come dolce e che, se assunto in dosi massicce, può effettivamente portare soggetti giovani a uno stato di profonda eccitazione.
    A ulteriore conferma di questa teoria, la tesi proposta dal professor Luigi Piccardi, dell'Università di Firenze, secondo la quale la sibilla non vaticinava sotto l'attuale tempio di Apollo, come si è sempre creduto, ma sotto il tempio di Atena, una costruzione che infatti si trova a cavallo della faglia.

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    LE SIBILLE


    Sibilla Libica - Michelangelo, Cappella Sistina

    Grandi protagoniste dell’arte divinatoria nel mondo antico furono le Sibille, rese famose per le loro doti profetiche da poeti come Virgilio, filosofi come Platone ed Eraclito, storici come Terenzio Varrone e Diodoro Siculo. Le più note furono la Frigia, la Cumana, l’Eritrea, la Persica, la Libica, l’Ellespontina e la Delfica o Pizia, alle cui tecniche pare si sia ispirato Nostradamus. Parlavano «per possessione del nume», scrive Eradito, «valicando con la voce migliaia di anni».
    La cosa più straordinaria è che, diversamente da ogni altra profezia pagana, le loro predizioni vennero giudicate in parte credibili dalla cristianità. San Clemente e altri Padri della Chiesa, infatti, ritennero che Dio si fosse servito delle Sibille per annunciare la venuta del Redentore. Tant’è che queste profetesse risultano effigiate da molti artisti cattolici, a cominciare da Michelangelo nella Cappella Sistina.
    La più significativa in tal senso è la profezia della Sibilla Cumana, cui Virgilio allude tanto nell’Eneide che nell’Egloga IV, sull’imminente nascita del divino fanciullo che avrebbe posto fine alla razza del ferro per inaugurare quella dell’oro.



    La Cumana, sibilla di Virgilio e del Cristo

    Esiste sulle sibille una vasta letteratura di lingua greca e latina, ricca di riscontri storici e leggendari. Tra i primi a parlarne fu Platone, che ne elencò cinque: la Frigia, la Cumana, l’Eritrea, la Delfica o Pizia, l’Ellespontina. Altre divennero popolari negli anni successivi. Il romano Marco Terenzio Marrone giunse a elencarne dieci: la Persica, la Libica, la Cimmeria, la Samia e la Tiburtina, oltre quelle già nominate dal filosofo greco.
    Altri autori ne parlano diffusamente: Euripide nomina la Libica nel prologo della tragedia Lamia, Crisippo la Delfica nel trattato Sulla divinazione, Nevio la Cimmeria nel quarto libro del poema sulla guerra punica, Eratostene la Samia, Pausania e Apollonio l’Eritrea, e così via di seguito, aggiungendone spesso delle nuove.
    Ma la testimonianza di maggiore rilievo epocale riguarda la Cumana, sulla quale Virgilio si sofferma sia nell’Eneide che nella Egloga IV, attribuendole una profezia che in età medievale è stata poi interpretata come premonitrice della venuta del Cristo.

    Giunge ormai l’ultima età della profezia cumana,
    riprende dall’inizio il ciclo dei grandi secoli,
    torna persino la Vergine,
    tornano i regni di Saturno,
    una nuova razza ci viene inviata dall’alto dei cieli.
    Tu sii benevola, casta Lucina, al fanciullo che ora nasce,
    la cui venuta porrà finalmente fine alla razza del ferro
    per fare sorgere in tutto il mondo quella dell’oro...


    Per questi versi dell’Egloga, scritti quarant’anni prima della nascita di Gesù, Virgilio acquistò fama di grande iniziato e, quel che più conta in un’ottica cristiana, di vaticinatore dell’era evangelica. All’impressione che suscitarono nei circoli culturalmente più evoluti della cristianità medievale si deve in misura forse decisiva l’elevazione del poeta latino, da parte di Dante, a propria guida e maestro in quell’itinerario infernale della Divina Commedia che più da vicino ricorda gli scenari dell’oltretomba pagano.
    Appare sorprendente tuttora, del resto, la collocazione del tempo della nascita del divino fanciullo in apertura di un miracoloso ciclo di ricorsi storici, volti a riprodurre l’originaria felicità dell’età dell’oro — il ritrovamento, in altre parole, dell’Eden perduto — attraverso un processo di rigenerazione universale.
    Di minore interesse esoterico, poiché riferita a eventi passati e già noti al poeta, è la profezia contenuta invece nel libro VI dell’Eneide, dove Enea apprende che nel Lazio si compiranno i suoi grandi destini; e che suoi discendenti saranno i re albani, Romolo, la gente Giulia. E però di grande interesse antropologico, poiché se ne ricava un’idea di quale sconvolgimento psicofisico potesse provocare nella veggente lo sforzo divinatorio, la descrizione della trance che precede il vaticinio.
    La sibilla si trasfigura paurosamente. Cambia non soltanto l’espressione del viso, ma la voce e perfino la statura. Cresce in lei fisicamente la forza ormai vicina del dio. Finché

    d’un tratto, né il volto le resta, né uno il colore,
    non pettinati i capelli, ma gonfia il petto l’affanno,
    fiero il cuore si riempie di rabbia,
    è più grande a vedersi, né umana suona la voce...


    Virgilio indica anche il metodo di cui la veggente si avvale per predire il futuro, servendosi di foglie sparse nell’antro, sulle quali scrive le proprie sentenze. E probabile che in realtà consistesse nel trarre responsi dal rimescolamento delle foglie, provocato da improvvise folate di vento.

    ...E in sulle foglie ripone i fati: in sulle foglie [...] scrive ciò che prevede,
    e ne la grotta distese e ordinate, ove sian lette, le lascia.
    È lei ad allinearle «ad uopo de’ mortali», ma il vento talora le disturba
    e van per l’antro in volo.


    Così, per la profonda conoscenza che il poeta dimostra di avere dei misteri dell’antichità, oltre che per la profezia sulla imminente nascita del Salvatore, prenderà corpo in età medievale la tradizione di Virgilio mago, culminata nella consuetudine popolare di trarre previsioni dai versi delle sue opere. Favorirà la diffusione di questi oracoli virgiliani la semplicità del metodo abitualmente usato per la consultazione, che consisteva nell’aprire a caso il volume, cercando una risposta al proprio quesito nel primo verso della pagina, magari combinato con altri secondo una numerazione precedentemente convenuta.

    (continua...)

    Tratto da: Le Grandi Profezie di Franco Cuomo, Newton & Compton Editori



    Sibilla Cumana – Michelangelo, Cappella Sistina

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    La Persica, la Libica, la Delfica e le altre


    Sibilla Persica - Michelangelo, Cappella Sistina

    Ogni sibilla aveva la sua particolarità storica o leggendaria, con agganci tanto alla tradizione mitologica che biblica. La Persica era considerata nuora di Noè, la Libica figlia di Giove, la Delfica traeva il suo potere dall’uccisione del mostruoso serpente Pitone, trafitto da una freccia di Apollo, donde l’appellativo di vergine Pitonessa o Pizia. Quest’ultimo non indicava una singola veggente, ma — com’era d’uso comune nella nomenclatura sacerdotale dell’antichità — tutte coloro che si succedevano a profetare nel santuario di Apollo a Delfi, meta di pellegrinaggio per secoli.
    Si deve alla notorietà di questo tempio, uno dei più frequentati nel mondo ellenico, se la sua sibilla è tra quelle di cui si è maggiormente parlato nell’antichità. Si sa da Diodoro Siculo che le sacerdotesse di Apollo delfico dovevano essere nei tempi più antichi vergini e giovanissime, ma che in seguito al rapimento di una di esse, la bella Echecrate, si stabilì che non potessero avere meno di cinquant’anni.
    Si sa inoltre che la Pizia pronunciava i suoi oracoli una sola volta l’anno, e che a quella data Delfi veniva praticamente invasa da migliaia di devoti. La veggente digiunava tre giorni e si bagnava in una fonte consacrata ad Apollo. Masticava delle foglie di alloro e altre erbe che la predisponevano alla veggenza. Si accomodava quindi su di un tripode in corrispondenza di un orifizio del terreno dal quale usciva un fumo inebriante, che si credeva provenisse dai resti del mostro ucciso dal dio, e attendeva. Quando il fumo l’aveva del tutto avvolta, la Pizia cadeva in trance, profetizzando. Sembra che sia stata lei, la Delfica, a fregiarsi per prima del nome di sibilla (che in dialetto eolico significava “colei che reca il consiglio degli dèi”: da sisis, “dèi”, e boullan, “consigliare”) anche se la Libica è generalmente indicata come la più antica.
    Si dice che pure quest’ultima sia stata per un certo periodo a Delfi, predicendo il futuro sotto il nome di Trofile. Ma tracce della sua presenza leggendaria si riscontrano anche a Samo, a Claro e in diversi altri santuari.
    Se ne deduce che la fama delle sibille non era sempre radicata in un determinato luogo, antro o santuario, ma che spesso il viaggio rappresentava lo sfogo essenziale della loro ricerca. Anche in questo caso, tuttavia, non può dirsi che a un nome dovesse necessariamente corrispondere un’unica donna, essendo di gran lunga più verosimile che diverse iniziate — in tempi e luoghi diversi — si ritrovassero nel solco di una medesima tradizione.
    Sostiene saggiamente Lattanzio, uno dei primi scrittori cristiani a occuparsene, che gli stessi loro nomi avrebbero un valore puramente convenzionale: “Dovremmo chiamarle tutte Sibilla - dice nel suo manuale delle Divine istituzioni, senza fare distinzioni, ogniqualvolta abbiamo bisogno di ricorrere alla loro testimonianza”.
    Tra le più girovaghe delle sibille per così dire itineranti, la cui presenza è registrata in più luoghi, figura accanto alla Libica la Samia, che debuttò come sacerdotessa nel tempio di Apollo a Samo (donde il nome), per poi intraprendere una serie di viaggi che la portarono a esercitare l’arte profetica in Frigia. Laggiù le sarebbe stato eretto un monumento nel tempio di Apollo Sminteo, presso il quale si troverebbe il suo sepolcro, contrassegnato da una colonna con sopra iscritta un’epigrafe: "Io sono la rinomata Sibilla che Apollo scelse per interpretare i suoi oracoli, vergine eloquente, ora muta sotto questo marmo e ad eterno silenzio condannata. Il favore del dio, benché morta, mi concede la compagnia di Mercurio e delle ninfe a me care".
    Simulacri di Mercurio e di ninfe adornerebbero, a quanto si tramanda, questa tomba introvabile tra le rovine della perduta città di Marpessa, in prossimità di un corso d’acqua.


    Sibilla Delfica - Michelangelo, Cappella Sistina


    Eritrea, un'indovina dai natali controversi

    Molto popolare tra le genti dell’Asia Minore era la sibilla Eritrea, ritenuta di origine babilonese o, secondo la testimonianza di Apollodoro, ionica. Prevalse la seconda ipotesi, che la voleva nativa di Eritre, città famosa per i vini e le indovine sulla penisola di Mimas (attuale Karaburun in Turchia), fondata dai cretesi, colonizzata dagli ioni, assoggettata dagli ateniesi (nel 453 avanti Cristo) e successivamente dai persiani.
    Tale varietà di dominazioni giustifica la fama cosmopolita di questa veggente, alla quale si attribuisce tra l’altro la profezia della guerra e della caduta di Troia. Predisse che un grande poeta cieco ne avrebbe cantato la storia, ma questo sconvolge la teoria di Apollodoro sulla sua nascita, poiché la saga di Troia risale al secolo XI avanti Cristo e i poemi omerici all’VIII, molto tempo prima che fosse fondata la città di Eritre.
    Questa sibilla dai natali contesi tra le due grandi civiltà di Babilonia e Creta è anche indicata come autrice di un inno ad Apollo da Pausania il Periegeta, così chiamato per la compilazione di un’opera geografica dal titolo Periegesi della Grecia, nella quale sono raccolte nozioni d’ordine storico, mitologico e leggendario, oltre che scientifco, sulle terre del Peloponneso.
    Da remote nebbie barbariche, lontane dalla solarità ellenica e mesopotamica, sembra emergere invece la sibilla Cimmeria, anche se la sua fama è collegata da Nevio e Pisone a vicende mediterranee, come le guerre tra Roma e Cartagine. La sua leggenda sarebbe infatti entrata nella tradizione mitologica greca attraverso le migrazioni di tribù nomadi (i cimmeri) provenienti dalle rive del mar d’Azov sotto l’incalzare degli sciti. Se ne sa poco: vivevano intorno all’anno Mille avanti Cristo in Tauride, ma furono costretti a riparare in Assiria e, dopo esserne stati scacciati, in Lidia. Si estinsero dopo essere stati respinti anche da lì, disperdendosi verso l’Europa, dove vennero presumibilmente assorbiti dai cimbri.
    Avevano maggiore fama di stabilità la Sibilla Frigia, radicata nella città di Ancyra, e l’Ellespontina, famosa nella Troade ai tempi di Ciro il Grande e di Solone. Particolarmente venerata dai romani era poi la Tiburtina, il cui culto veniva praticato a Tivoli. Varrone la chiama anche Albunea. Era molto popolare negli insediamenti pastorali lungo le rive dell’Aniene, nelle cui acque venne rinvenuta una sua statua con un libro in mano.
    Detentrice tuttavia di ogni primato presso i romani fu la citata sibilla Cumana, e non soltanto per la fama che le diede Virgilio. Ai suoi oracoli sono infatti vincolate le sorti di Roma fino dall’età mitica dei re. Fu lei, secondo una leggenda divenuta canone religioso e politico, a vendere a Tarquinio Prisco (secondo altri a Tarquinio il Superbo, il che non sposta la questione se non dal quinto al settimo re di Roma, con neanche un secolo di scarto) i famosi Oracoli sibillini, contenenti il segreto dei fati futuri della città ( Fata urbis Romae).

    Tratto da: Le Grandi Profezie di Franco Cuomo, Newton & Compton Editori


    Sibilla Eritrea - Michelangelo, Cappella Sistina

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    Gli Oracoli sibillini, un ponte tra l’antica e la nuova religione

    Conservati nel tempio di Giove Capitolino fin dal VI secolo avanti Cristo, tali scritti venivano consultati dai sacerdoti addetti alla loro custodia solo in rare occasioni, quando momenti critici o difficoltà nelle scelte di governo lo richiedevano. Da qui la loro valenza politica, oltre che religiosa.
    E' realistico pensare che questi Oracoli sibillini fossero stati redatti da più veggenti, di origine sia etrusca che greca. Sembra comunque che vi fosse una certa unità nel loro stile, rigorosamente in versi. Ma quella di esprimersi in forma poetica è una caratteristica comune a tutte le sibille, che solevano generalmente improvvisare i loro responsi in esametri.
    Di certo si può dire che non fossero testi di facile decrittazione, essendo compilati in versi di significato ermetico, che per esprimere concetti di senso compiuto dovevano essere variamente articolati tra loro. Accresceva la difficoltà dell’operazione il fatto che la scrittura fosse in parte velata dall’uso di caratteri oscuri o geroglifici.
    Un’atroce morte era prevista per il sacerdote che, violando la consegna, avesse consentito a dei profani di copiare i sacri testi. Ne dà notizia lo storico Valerio Massimo, descrivendo con crudeli particolari l’esecuzione del sacerdote Tullio, condannato alla stessa pena dei parricidi, cioè affogato in un sacco, per essersi lasciato corrompere da un cittadino di nome Petronio Sabino, permettendogli di trascrivere l’oracolo. Non sembra però che condanne così feroci servissero da deterrente contro i predatori del segreto oracolare, poiché di tali libri ne circolarono sempre vari esemplari a Roma, soprattutto in età imperiale. Il fenomeno raggiunse la massima estensione sotto Augusto, che per arginarlo ordinò il sequestro e la distruzione delle copie in possesso dei privati. Ne vennero bruciate oltre duemila.

    Le numerose trascrizioni dei libri sibillini, che i divieti imperiali non erano valsi ad impedire, ne consentirono la ricostruzione — sia pure attraverso inevitabili manipolazioni — all’inizio dell’era cristiana, da parte di apologisti tendenti a dimostrare come gli oracoli pagani avessero previsto l’avvento della nuova religione. C’era del resto, negli oracoli attribuiti alle sibille, una visione apocalittica della storia che non soltanto conferiva loro una ispirata solennità ma trovava dettagliati riscontri nelle grandi premonizioni bibliche sulla fine del mondo.
    Vi si parlava di giudizio finale del grande Re, con impressionanti descrizioni della catastrofe che si sarebbe abbattuta sull’umanità degenerata, in tutto e per tutto simile a quelle raccontate dall’apostolo Giovanni e dai suoi precursori ebraici. Vi si enumeravano segni celesti, soprattutto comete, preannuncianti cambiamenti epocali. Vi si tracciavano spaventosi scenari di morte o rigenerazione, alcuni dei quali, riferiti al passato, evocavano disastri come l’eruzione del Vesuvio del 79, mentre altri, riferiti al futuro, potevano interpretarsi come conferma (insospettabile, perché di fonte pagana) delle profezie conclamate dalla nuova religione. Tanto da far dire a Clemente Alessandrino, primo dottore della Chiesa, verso la metà del II secolo, che le visioni profetiche delle sibille fossero da considerarsi anticipatrici delle verità evangeliche.
    Ciò che afferma Clemente dimostra in tutta evidenza l’intento di rapportare lo studio delle Scritture alla cultura dell’antichità, traendone avallo. Imparate dalla Sibilla come rivelò Dio e le cose future, incita nel suo Protrettico, che in greco vuol dire appunto “esortazione”. Leggete […} e troverete enunciate in grande rilievo e chiarezza testimonianze sul Figlio di Dio, e su come muoveranno guerra molti re contro il Cristo, odiandolo, e su quelli che diffonderanno il suo nome, sul loro martirio e sul suo trionfo.

    Altri santi e intellettuali cristiani dei primi secoli, come Giustino e Agostino d’Ippona,ebbero una rispettosa considerazione per le sibille, distinguendo le loro sentenze dalla farraginosa idolatria degli altri oracoli. Agostino è severo verso astrologi e indovini nella Città di Dio, ma indulgente nei confronti di queste veggenti, che mai si posero in contrasto con le verità di fede. Giustino, dal suo canto, riconobbe loro un certo merito per avere «confutato le falsità dei pagani» con le loro predizioni sull’avvento del Cristo.

    Diversamente da quanto accadde per le predizioni di ogni altro indovino dell’antichità, quelle delle sibille furono considerate dalla Chiesa credibili. Determinanti per la fagocitazione degli Oracoli sibillini da parte cristiana furono, come si è detto, i passi riconducibili alla tradizione apocalittica, sia per i toni che per i contenuti. Come dimostra l’ iterazione dettagliata dei riferimenti alla «collera del grande Dio», ma anche alla gloria che ne deriverà per il vincitore della battaglia finale.

    Dio darà un segno: una stella sfavillerà nel cielo terso, come una fulgida corona, per più giorni. Sarà l’aureola della vittoria per cui gli uomini combatteranno. La grande lotta condurrà infatti [il vincitore] alla città celeste. Ogni popolo sarà impegnato in duelli immortali... Ma l’ignobile non potrà coronarsi d’argento...

    Le calamità che affliggeranno gli uomini all’approssimarsi del giudizio sono le medesime di ogni altra apocalisse:

    [...] fame, peste, guerre. I tempi cambiano in un coro di lamenti e fiumi di lacrime [...] Esplode una gran confusione anche tra i giusti e i fedeli, allorquando le stelle dell’intero firmamento si mostrano a tutti in pieno giorno, insieme al sole e alla luna, mentre il tempo incalza veloce [...] Una densa nube avvolge il mondo infinito, da oriente a occidente, dalla mezzanotte al sole alto. Un fiume ardente di fuoco scorre giù dal cielo sulla terra, causando rovine dovunque: ne sono invasi gli oceani, l’azzurro mare, i laghi e le sorgenti, gli abissi dell’Ade (il lessico sibillino è qui ancora quello della paganità grecoromana) e la volta del cielo. I corpi celesti vanno in frantumi e si velano di nera oscurità. Dal cielo precipitano in mare le stelle…

    Fanno da contrappunto a queste immagini spaventose, negli “Oracoli sibillini” cristiani, come in altre rivelazioni catastrofiche e nello stesso messaggio di Fatima, echi di desolante dolore:

    Guai alle donne che quel giorno saranno incinte! Guai alle madri che avranno i loro piccoli al seno! Guai a quelle che dimorano in prossimità del mare!...

    E’ di particolare significato, in questa prospettiva, il fatto che anche l’apocalisse delle Sibille preveda, oltre la soglia dell’orrore, la possibilità di una soluzione salvifica. A beneficio non soltanto dei giusti, ma perfino di quei malvagi che, pentendosi, imploreranno la misericordia divina.

    [...] Qualcosa sarà concesso a quelle anime pie che supplicheranno l’onnipotente incorruttibile Dio, che elargirà loro la salvezza dal tormento del fuoco e dall’incessante stridore di denti [...] E le manderà lontano dalla fiamma che non si estingue, a vita eterna e diversa, nella pianura dei Campi Elisi, oltre le onde agitate dell’Acheronte...

    Per questa loro sospensione tra mitologia e rivelazione cristiana, le sibille hanno di fatto costituito nella storia delle grandi profezie un ponte sull’abisso che separava i culti dell’antichità classica dalla nuova cultura religiosa.
    A conferma dell’effettivo interesse suscitato nell’immaginario occidentale da queste figlie inquietanti della paganità, depositarie di segreti connessi all’esercizio di pratiche esecrate dalle Scritture come blasfeme, eppure accettate in funzione di un più avanzato disegno escatologico, vi sono i capolavori di numerosi artisti che ne trassero ispirazione per decorare cattedrali e santuari, dove le Sibille, alla pari degli angeli e dei santi, costituiscono uno dei motivi ricorrenti. Sono perfino presenti nella liturgia. Nomina una sibilla il canto sacro del Dies irae, introdotto nel repertorio religioso da Innocenzo III, papa dal 1198 al 1216.

    Dies irae, dies illa
    solvet saeculum in favilla
    teste David cum Sibylla.


    È' un richiamo alla fine del mondo, al giorno dell’ira e al secolo che si dissolve nel fuoco, come testimoniano le Scritture (David) e la Sibilla.

    Da Le Grandi Profezie di Franco Cuomo, Newton & Compton Editori

  6. #6
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    Ma quanto erano attendibili gli oscuri responsi delle Sibille? Si è spesso sospettato che la loro ambiguità fosse voluta: dal momento che in una profezia potevano essere lette varie possibilità, il dio sarebbe stato in ogni caso nel giusto, indipendentemente da quello che sarebbe effettivamente accaduto.

    ”Ibis, redibis, non morieris in bello”, oppure ”Ibis, redibis non, morieris in bello”: questa è una delle profezie, per così dire, double-face. ”Andrai, ritornerai, non morirai in guerra” oppure "Andrai, non ritornerai, morirai in guerra”. La stessa frase, la stessa predizione poteva assumere, infatti, significati differenti solo con lo spostamento di una virgola: una lieve, diversa intonazione della voce della Sibilla.

    Eraclito preferisce una spiegazione diversa e distingue due diversi modi di comunicare: parlare esplicitamente e alludere. Il primo è quello che si usa nella conversazione di tutti i giorni, il secondo è quello dei poeti, ma anche di alcuni filosofi, segnatamente di Eraclito stesso. I frammenti (relativamente scarsi) delle sue opere giunti a noi suggeriscono che egli abbia modellato il suo stile su quello dell'oracolo delfico, dicendo sempre troppo poco piuttosto che troppo: "Il signore a cui appartiene l'oracolo di Delfi non dice né nasconde, ma accenna".


    La Sibilla del Guercino


    C’è un aneddoto che mette in luce come alcune profezie possano essere interpretate ad arte, a seconda della necessità o delle aspettative. “Morrai schiacciato da una casa!”, aveva predetto l’oracolo di turno a Eschilo. Certo di aver correttamente interpretato il vaticinio, il tragediografo pensò bene di camminare per le vie della città lontano dai muri, così avrebbe evitato di morire nel crollo di un’abitazione. Ma, mentre Eschilo – in aperta campagna, lontano dai muri e dai rischi – si godeva una bella giornata di sole seduto su un masso, un’aquila distratta lasciò cadere proprio sulla sua testa la preda che teneva tra gli artigli: una grossa tartaruga che, con il suo carapace, schiacciò Eschilo. La "casa", appunto, prevista nel responso oracolare.

  7. #7
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    LA SIBILLA APPENNINICA

    Sotto la cima del Monte Sibilla, sugli Appennini che dividono Umbria e Marche, si apriva una grotta, ostruita da una frana nel 1946, oggetto e causa di moltissime leggende. Qui si trovava, secondo la tradizione popolare, la dimora della Sibilla appenninica, mitica figura arricchitasi nel tempo di sempre nuovi attributi. Maga e profetessa, lussuriosa e peccatrice, la leggenda la vuole sospesa tra divinazione ed erotismo, responsi ed orge. Identificata da alcuni con la Sibilla cumana, da altri con quella cimmeria, a lei si rivolgevano i romani dell'epoca monarchica e del primo periodo repubblicano per avere responsi peraltro quasi sempre tristi e gravi, preannuncianti sconfitte in guerra, calamità e carestie. Ecco pertanto che fin dall’origine la Sibilla si presentava in forma tutt'altro che raccomandabile, e questa fama demoniaca l'accompagnò per diversi secoli. Anche Virgilio, nell'Eneide, mandò Enea dalla "illustre profetessa che raro i suoi segreti altrui rivela".

    Il suo era un culto pagano, orgiastico, che la chiesa cattolica riuscì nel tempo a trasformare in un culto degenerato e di perdizione. La Sibilla divenne così la rappresentazione della materialità più superficiale, in contrapposizione all'alta spiritualità cristiana.
    Nel periodo compreso tra la prima metà del ‘400 e tutto il ‘500, il Monte Sibilla fu meta di pellegrinaggio ininterrotto di negromanti e cercatori di tesori, botanici e naturalisti, archeologi e letterati, avventurieri, ciarlatani e semplici curiosi che arrecarono non poche preoccupazioni alle autorità ecclesiastiche e civili di Norcia. Ciascuno di quel viandanti raccontava a suo modo le proprie esperienze avventurose all'interno della diabolica spelonca. Per esempio, il medico trentino Giovanni delle Piatte raccontò, sotto tortura, ai suoi inquisitori, che aveva notato la Sibilla uscire dalla grotta a cavallo di un manico di scopa ( ).

    Tra i miti delle Sibille quello appenninico fu l’unico attivo nel medioevo e capace di sviluppare un vivace movimento ideologico e letterario. Lo troviamo protagonista in opere della letteratura italiana ed europea come "Il Guerin Meschino" di Andrea da Barberino e "Il Regno della Regina Sibilla" di Antoine de la Sale.
    Non meno numerosi sono stati gli studiosi che, verso la fine dell’800 e nella prima metà del 900, hanno cercato di comprenderne la nascita e gli sviluppi, elaborando le teorie più disparate, rimaste tutte non dimostrate. Tanto che ha finito per prevalere la teoria della leggenda di origine medioevale (secondo cui la Sibilla attirava a sé cavalieri erranti che, dopo aver superato durissime prove, potevano accedere al suo regno e restare per un solo anno, per essere poi condannati alla dannazione eterna) e, di conseguenza, quello scetticismo che sta alla base dell’abbandono di ogni ulteriore tentativo di studio della grotta.



    A. De La Sale - 1420 (Biblioteca Nazionale di Parigi)

  8. #8
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    ORACOLITE SINCRONICA

    Attenzione, questo che vedete qui sotto, è l'unico oroscopo che forse ha una qualche base scientifica.
    E' quello basato sull'I-Ching, il "Libro dei Mutamenti" che da tremila anni serve a vaticinare il futuro per i Cinesi, che non usano l'oroscopo come noi.
    Ricordate quello che diceva FreakAntoni per la merda? ("Mangiate merda! cento miliardi di mosche non possono sbagliarsi tutte!"); così è difficile immaginare che un miliardo di Cinesi abbiano continuato per tremila anni a servirsi di uno strumento inefficiente.
    Confesso che io, per quanto riguarda gli Oroscopi e Vaticini di qualsiasi fatta, son sempre stato dalla parte di Cicerone che si stupiva del fatto che due astrologhi, incontrandosi, non si mettessero a ridere; ma poi mi è capitato di leggere un articolo di Martin Gardner su Scientific American, che traeva dalla teoria della sincronicità di Jung un qualche fondamento all'I Ching come estrattore di informazioni sul futuro.
    Quindi se riuscite a mettervi in sincronia con l'universo (basta un po' di concentrazione) e - pensando alla vostra domanda - cliccate il tasto di rinfresco di questa pagina web (F5 o "Aggiorna" per Microsoft Explorer) vi verrà fornita la risposta dell'I-Ching elaborata per voi con un semplice algoritmo di estrazione casuale che vi mette in relazione sincronica con l'universo mondo.

    Sfortunatamente gli esagrammi dell'I-Ching sono solo 64 (sono infatti strettamente relazionati all'aritmetica binaria).
    Non sono quindi utilizzabili per ricavarne i numeri del lotto.
    Quelli, se proprio ci tenete e siete disposti ad un modico esborso, ne ho a bizzeffe e ci possiamo sempre mettere d'accordo.

    D'ACCCOOORRRDOOOOOOOOOOO?!?

    [inwin=520]www.pcosta.net/iching.php[/inwin]

  9. #9
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    Sarà che non conosco l'I-Ching, sarà che non riesco a concentrarmi attentamente… O sarà che l'universo mondo proprio non ne vuol sapere di mettersi in sincronia con me, ma le risposte dell'I-Ching alle mie domande sono più sibilline di quelle della Pizia. Impenetrabili...

  10. #10
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    E' così che funzionano gli oracoli... anche l'oracolo dell'I-Ching non dice né nasconde, ma accenna...

 

 
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