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Discussione: Repubblicani nel MONDO

  1. #21
    Virtus Fortunae Victrix
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    Predefinito Una semplice curiosità

    Agli amici romani o che possono rispondermi.

    Mi è venuta una curiosità che da Lucca non posso togliermi: come sta Lavorando W. Veltroni a Roma?

    Un grazie anticipato a chi appagherà la mia sete di notizie

  2. #22
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    Predefinito dopo il colpo di Stato

    Dopo il colpo di Stato la Costa d'Avorio non da l'idea di essere rientrata in un regime di legalità e stabilità, che sicuramente sono gli obiettivi che la classe politica di quel Paese si prefigge e persegue. E' vero piuttosto che rispetto a molti altri Stati africani la C.d'A. si trova in una condizione migliore, per la ragione che ha mantenuto un rapporto privilegiato con la Francia di cui è pure stata colonia. L'indipendenza nazionale della Costa d'Avorio non ha avuto uno scarto traumatico, la Francia le ha sempre fornito assistenza tecnica commerciale ed il Paese dispone di un'industria del cacao e del legno che producono reddito. In più c'è uno sviluppato centro finanziario ad Abjdjan, le Palateau che se lo guardi di notte sembra di stare a New York. Le condizioni comunque sono difficili. Ma è un'Africa privilegiata con delle possibilità turistiche di primo ordine.
    Infrstrutture e servizi, chiaramente, fuori dai grandi alberghi ed in alcuni centri cittadini sono a zero. Il censo è l'unico diritto acquisito e se non hai soldi, sei fregato ed il reddito non mi pare ben redistribuito. Il nuovo governo è filo occidentale e ha stretti rapporti con Israele che sembra prossima impegnarsi per sviluppare le infrastrutture primarie. Ma si parla anche di cooerazione militare e di importazioni di armi. Mi pare che la Costa d'Avorio difenda i suoi interessi militari e quindi quelli occidentali nei paesi limitrofi. La Francia ha ancora basi e soldati e certo deve avere avuto una parte nel colpo di Stato che ha mandato a casa gli eredi del partito democratico del vecchio dittatore Hupuagnè Boygni - non mi ricordo mai come si scrive il suo nome - filo marxista, per favorire il partito popolare oggi al governo. Boygni sicuramente ha rappresentato molto per l'indipendenza del suo paese ma se poi vedi cosa ha fatto a Yossoumkro, ti metti le mani nei capelli. Youssomkru è la ex capitale fatta di avenue gigantesche che non portano da nessuna parte e sorvegliata da un mausoleo, tipo San Pietro, dove Boigni si è fatto seppellire. Lì si vedono bene i segni della crisi, perchè molti esercizi, tutti quelli di un certo richiamo sono stati chiusi e la miseria si respira persino per strada. In Africa ti accorgi che la miseria ha un odore. La costa orientale è cosa completamente diversa. Gli alberghi della vecchia capitale coloniale, Grand Bassam, sono degni di quelli occidentali e le spiagge sono sicuramente meglio. Dormi sorvegliato da guardie armate perchè evidentemente la situazione non è ancora sotto controllo, ma la popolazione sta sicuramente meglio. La molteplicità di farmacie e di ospedali fa comprendere che un processo sanitario si è comunque svolto positivamente. Piuttosto, è inquietante l'inquinamento dei centri urbani per lo scarico delle auto. L'aria di Abjdjan è irrespirabile, ma anche quella della piccola Sassandra e di San Pedro. Il problema non è certo la deforestazione ma la necessità di importare marmitte catalitiche!
    Ecco per il momento mi fermo qui, ma ci ritorno più nel dettaglio fra qualche giorno.

  3. #23
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    Predefinito CORRIERE DELLA SERA 20 settembre 2002

    Golpe in Costa d’Avorio
    Centinaia di morti Ucciso il capo dei ribelli

    Scontri in tutto il Paese. Tra le vittime anche il ministro dell’Interno

    Intrappolato con i compagni in un albergo di Bouake, nel centro della Costa d’Avorio, il portiere della nazionale del Senegal Kalidou Cissoko è riuscito a parlare alla radio: «Siamo circondati». Ancora ieri sera Bouake, la seconda città del Paese, era in mano ai rivoltosi. Sospesa naturalmente la Wafu Cup, con le squadre di Senegal (rivelazione del Mondiale 2002), Gambia e Sierra Leone possibili ostaggi dei militari ammutinati. «Hanno preso il ministro dello Sport», dicevano i calciatori alle agenzie di stampa. Alle otto della sera, 15 ore dopo l’inizio degli scontri, uno speaker della tv ammetteva: «Hanno tentato un colpo di Stato». Il giornalista ha annunciato un servizio con le immagini del cadavere dell’uomo che avrebbe organizzato la rivolta: il generale Robert Guei, per gli amici «Le Boss», già autore di un golpe nel 1999, poi deposto e sconfitto alle elezioni del 2000 dall’attuale presidente Laurent Gbagbo. Ex sindacalista, 57 anni, Gbagbo è in visita ufficiale in Italia: ha trascorso le ore più drammatiche della sua presidenza all’albergo Excelsior di via Veneto a Roma. Il bilancio di ieri è di guerra: 90 morti e almeno 150 feriti tra le forze lealiste. Venticinque ribelli uccisi solo ad Abidjan, la capitale economica del Paese.
    L’ATTACCO - Le tre di notte (le 5 in Italia): una quindicina di uomini armati irrompono in un posto di polizia ad Abidjan uccidendo dieci agenti. Esplosioni e raffiche in altre parti della città. Colpi di mortaio e scontri per tutta la mattina. I rivoltosi non indossano uniformi, alcuni sono mascherati. Le prime notizie, date dal premier Affi N'Guessan, parlano di «ammutinamento»: 800 ufficiali messi a riposo che vogliono essere reintegrati. Ma il ministro della Difesa Moise Lida Kouassi alla France Press ipotizza «un colpo di Stato». Kouassi dice che la sua casa e quella del ministro dell’Interno sono state attaccate all’alba: «Mia moglie è stata rapita, non so più nulla di lei». Al ministro dell’Interno Emile Boga Doubou va peggio. La sua morte viene confermata poche ore dopo. La Francia, ex potenza coloniale che ha nel Paese centinaia di soldati, per bocca del suo ministro degli Esteri Dominique de Villepin si dice pronta a intervenire: «Seguiamo la situazione molto da vicino».
    IL GOLPISTA - Gli scontri divampano in altre città. A Korhogo, nel Nord, e a Bouake. La capitale è deserta, chiusi l’aeroporto, il porto, le ambasciate. Posti di blocco della polizia nelle strade. Proprio a uno di questi, sarebbe stato ucciso il generale Robert Guei. Secondo la versione ufficiale, la polizia ha aperto il fuoco sulla sua auto che non si è fermata a un checkpoint nel centro di Abidjan. Guei è rimasto al potere dal ’99 al 2000, quando proteste popolari lo costrinsero a indire nuove elezioni in cui fu sconfitto da Laurent Gbagbo. E’ stato proprio un consigliere del presidente, Alain Toussaint, a dichiarare ieri pomeriggio da Roma che «Le Boss» sarebbe stato la mente della rivolta. Guei fu l'autore del primo colpo di Stato in Costa d’Avorio. Fino a tre anni fa, questo Paese grande come l’Italia, primo produttore di cacao (40% del totale mondiale), era una storia africana di successo. Un paradiso, rispetto a vicini come la Liberia dilaniati dalla guerra civili.
    CACAO E POLITICA - La Costa d’Avorio è un Paese in bilico. I contrasti politici tra leader corrono su binari etnici e religiosi, tra il Sud (in gran parte cristiano) del presidente Laurent Gbagbo (etnia Betes) e l’opposizione di Alassane Ouattara (tribù Oula) che ha le sue roccaforti nel Nord musulmano (ieri truppe governative hanno sfondato i cancelli della sua abitazione). Tra giugno e luglio, violenti scontri erano scoppiati in occasioni di elezioni locali. Adesso, le prove di colpo di Stato. Un Paese in crisi. Per capirlo, basta seguire il colore dei soldi e del cacao. Ieri i prezzi sono saliti a livelli mai raggiunti dal 1986. C’era la paura che la violenza bloccasse la polvere di cioccolato. Ma la stagione della raccolta è appena all’inizio. E il porto di San Pedro, da cui passa metà del cacao ivoriano, golpe o non golpe ha funzionato anche ieri.

    Michele Farina

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  4. #24
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    Predefinito ho scritto un articolo sul golpe per il foglio

    ma non riesco a postarvelo!

  5. #25
    agaragar
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    Predefinito

    Mazzini è una figura locale e provinciale,
    se si paragonano le sue idee a quelle,p.es., di uno stuart mill, sembra di leggere il catechismo della parrocchietta.

    Nulla è rimasto nel mondo di idee inesistenti,
    Le uniche cose sono giorgio che si soffia il naso, e la foto segnaletica di del pennino...

  6. #26
    Garibaldi
    Ospite

    Predefinito

    vedo bene che per essere uno che "dubita sempre"
    spari delle verita' che assurgono al carisma di dogmi.
    Dette da te passeranno alla storia!!!!!!!!

    Peccato che non ci sia "blob" su questo Forum!!!!

  7. #27
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    Predefinito REPUBBLICANI IN TURCHIA

    REPUBBLICANI IN TURCHIA

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    IL MATTINO Online 3 novembre 2002

    di MICHELE GIORGIO

    Oggi 42 milioni di turchi si recano alle urne per rinnovare il Parlamento (550 deputati) e, soprattutto, per decidere il futuro politico del loro Paese che aspetta di poter entrare nell’Unione Europea e che, tra qualche mese, potrebbe ritrovarsi a partecipare ad un attacco militare statunitense all’Iraq. Le operazioni di voto si svolgeranno dalle 6 fino alle 15 nelle 32 province orientali e dalle 7 fino alle 16 nelle 49 province occidentali. La partecipazione si prevede elevata, come in passato, anche perchè la legge elettorale turca prevede sanzioni per coloro che non vanno a votare.
    I sondaggi indicano un ritorno al potere degli islamici ed alcune clamorose sconfitte. Lo sbarramento del 10% rischia di impedire l’ingresso in Parlamento di tre partiti eletti soltanto tre anni fa: il Dsp del premier Bulent Ecevit, il Mhp (i Lupi Grigi, destra estrema) e l’Anap (il partito dell’ex premier Mesut Yilmaz). Queste incognite, unite alla frammentazione del panorama politico e alla crisi economica, hanno contribuito a rendere ancora più incerto l’esito di queste elezioni seguite con attenzione da Europa e Stati Uniti. A dormire con più tranquillità in questi ultimi giorni è stato soltanto Recep Erdogan, 48 anni, sindaco di Istanbul e leader del partito «Giustizia e Sviluppo» (Akp) nato l’anno scorso dalle ceneri del disciolto partito islamico «della virtù» che potrebbe raggiungere il 30%. Erdogan si è presentato all’elettorato affermando di essersi «ravveduto» dal suo radicalismo islamico ed ora definisce il suo partito «laico, democratico e consevatore di destra». Su di lui tuttavia pende un processo per illecito arricchimento e, soprattutto, per istigazione all’odio religioso e quindi rischia di venire escluso dalla carica di primo ministro. In ogni caso l’Akp non potrà governare da solo e quasi certamente dovrà bussare alla porta di altre forze politiche, forze anche del suo principale rivale quel partito repubblicano del popolo (Chp) di Deniz Baykal, 64 anni, che si definisce un continuatore del «padre della patria» Mustafa Kemal Ataturk. I sondaggi attribuiscono al Chp oltre il 20% dei favori popolari ma potrebbe riuscire ad ottenere in extremis il voto degli indecisi (oltre il 20%) e quello dei tanti che temono l’ascesa neoislamica.
    L’outsider è Cem Uzan, un magnate titolare di un impero del mondo bancario e delle telecomunicazioni che nell’estate scorsa ha fondato il «partito giovane». Uzan è un populista che fa l’occhiolino allo stesso tempo all’islamismo e al nazionalismo e si presenta più come una star del mondo dello spettacolo che come un uomo politico. È ostile all’Europa e al Fondo Monetario Internazionale e, grazie ad una campagna elettorale costata centinaia di milioni di euro, riuscirà probabilmente a superare la soglia del 10%; ma è imputato negli Stati Uniti in un processo per sottrazione di oltre 3 miliardi di dollari alla Motorola e alla Nokia. Un macigno che rischia di schiacciarlo proprio all’inizio della sua carriera politica.
    Unica tra i leader tradizionali a poter superare lo sbarramento appare l’ex premier, signora Tansu Ciller, leader del partito della «Vera Via». A sinistra soltanto il Dehap, nato dall’alleanza del partito filo curdo Hadep e del partito del lavoro Emep, e in grado di conquistare seggi in Parlamento. Da domani in Turchia si apre un nuovo scenario politico che, tutti prevedono, non sarà meno complesso di quello precedente.

  8. #28
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    Predefinito BRESCIA OGGI 4 novembre 2002

    LA TURCHIA AL VOTO
    Al 20% il Partito repubblicano del popolo. I curdi falliscono l’obiettivo di entrare in Parlamento Ankara ora corre sulla via dell’Islam Trionfa (35 per cento) il partito di matrice religiosa: «Andremo in Europa»

    Ankara. Le previsioni della vigilia sono state rispettate in pieno. Il partito filo-islamico «Giustizia e Sviluppo» (Akp) ha trionfato nelle elezioni politiche più importanti della storia della Turchia. È di gran lunga il primo partito del Paese con circa il 35 per cento dei suffragi e se i primi dati e le proiezioni verranno confermati alla fine dello scrutinio, avrà la maggioranza assoluta dei seggi del parlamento (si parla di circa 350 sui 550 disponibili) e potrà governare da solo. Situazione per certi versi paradossale visto che la stessa esistenza del partito è ancora contestata dalle istituzioni di Ankara e sulla sua legittimità deve esprimersi la Corte costituzionale entro la metà di novembre. Inevitabile l'entusiasmo dei leader dell'Akp. «In base alle prime cifre sembra che potremo formare un governo da soli», ha commentato a caldo Abdullah Gul, numero due del partito. Il numero uno, Recep Tayyp Erdogan, fondatore e capo dell'Akp ed ex sindaco di Istanbul non ha potuto presentarsi candidato perchè dichiarato ineleggibile e interdetto alla politica a causa di una condanna penale inflittagli negli anni Novanta per istigazione dell'odio religioso. Nonostante questo è stato lui a guidare la trionfale campagna elettorale e a fare ieri le affermazioni più forti dopo la vittoria. «Siamo pronti a governare e ad assumerci le nostre responsabilità per accelerare il processo per l'integrazione della Turchia nell'Unione Europea e per integrare la nostra economia in quella mondiale». Insomma, braccia aperte all'Occidente.
    Anche se gli osservatori internazionali attendono di conoscere quale sarà la posizione dell'Akp sulla guerra che gli Usa stanno mettendo a punto contro il vicino Iraq di Saddam Hussein nonchè quella sul problema dei curdi le cui organizzazioni hanno denunciato ieri intimidazioni nelle operazioni di voto. Al di là dei proclami, Erdogan si è preoccupato di rassicurare il mondo finanziario ed economico spiegando che un esecutivo monocolore sarebbe pronto, se necessario, a discutere con il Fondo monetario internazionale qualsiasi eventuale cambiamento al programma di aiuti per 16 miliardi di dollari.
    Tornando ai dati elettorali, al secondo posto dietro l'Akp, con circa il 20 per cento dei voti, c'è il Partito repubblicano del popolo (Chp).

    Seguono il Partito della Vera Via dell'ex premier Tansu Ciller ed il partito nazionalista Mhp, entrambi con circa il 9 per cento e, quindi, più staccati, il Partito giovane di Cem Uzan e il partito filocurdo Dehap, rispettivamente con il 6 e il 5 per cento ben al di sotto della soglia del 10 per cento necessaria per ottenere seggi in Parlamento.
    Al centro delle elezioni legislative in Turchia c'è comunque un percorso europeo che porta al vertice di dicembre a Copenaghen, e alla possibilità di fissare per Ankara la data di inizio dei negoziati di adesione all'Ue. A Bruxelles, fonti comunitarie non nascondono «che c'è attesa per l’esito delle urne e ancora di più, per la composizione del futuro governo».
    Del resto, mai come ora i leader europei hanno lanciato segnali positivi nei confronti di Ankara. Lo stesso cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, pur restando prudente, ha incoraggiato il processo di avvicinamento all'Ue della Turchia, che a suo parere «è di un passo più vicino all'Europa, anche se solo un passo, non di più». A Bruxelles gli osservatori si interrogano però ora su due grosse incognite: ossia il futuro di Cipro, e l'impatto che potrebbe avere la presenza predominante in Turchia di un partito con forti radici islamiche.

  9. #29
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    Predefinito IL CITTADUNO quotidiano del Lodigiano 5 novembre 2002

    Dopo la vittoria islamica in Turchia
    i timori per uno Stato confessionale

    È confermato: alle elezioni tenute in Turchia la compagine islamica «Giustizia e sviluppo» - ha ottenuto il 34,4 per cento dei voti e avrà la maggioranza dei seggi (363 su 550).
    All'opposizione andrà invece il Partito repubblicano del popolo che, guidato dal leader moderato Deniz Baykal, ha raggiunto il 19,49 per cento delle preferenze.
    Le perplessità non mancano: Erdogan, ex sindaco di Istanbul e uno dei fondatori del partito islamico, è stato condannato nel 1998 per «incitazione all'odio religioso». La natura confessionale di «Giustizia e sviluppo» è vista con estremo sospetto non solo all'estero, ma in primo luogo dagli stessi guardiani della laicità dello stato turco, fra cui spiccano militari e giudici.

  10. #30
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    Predefinito tratto da VIRGILIO News 6 marzo 2004

    SPAGNA, MORTO L'UOMO PIU' VECCHIO DEL MONDO: 114 ANNI

    06/03/2004 - 13:20

    Joan Riudavets Moll viveva a Minorca

    Roma, 6 mar. (Apcom) - E' morto questa notte nella sua casa di Minorca Joan Riudavets Moll, considerato dal Guinness dei Primati l'uomo più vecchio del mondo, avendo compiuto 114 anni lo scorso 15 dicembre.

    Come riferisce il quotidiano catalano El Periodico, Joan - che risiedeva nel paesino baleare di Es Migjorn Gran - aveva nove fratelli. Restano in vita Pere, di 104 anni, e Josep, di 98. Di professione calzolaio, era stato assessore e sindaco facente funzioni quando Es Migjorn Gran non era ancora un comune indipendente, e si definiva repubblicano.

    Nelle due ultime estati Joan aveva ricevuto la visita del presidente del governo spagnolo José Maria Aznar, che trascorreva le proprie vacanze a Minorca.

    copyright @ 2004 APCOM

    la gif dei 108 anni e' datata 2003

 

 
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