PIETRO POLITO, “L'eresia di Aldo Capitini”, Editore Stylos, Aosta (tel./fax 0165.230418), Pagine 198, euro 14,46 , lire 28.000
Per capire chi fosse veramente Aldo Capitini, bisogna averlo visto almeno una volta sullo sfondo di quello straordinario paesaggio della sua Perugia, dov'era nato nel 1899 e dov'era vissuto fino al 1968. Lo chiamavano, magari con un pizzico d'ironia, il Gandhi nostrano; ma benché sia riconosciuto tuttora come il maggior sostenitore della non-violenza nel nostro Paese, molto differenti erano le matrici culturali e i punti-forza del suo pensiero. Se ne ha un'efficace riprova, leggendo il saggio che Pietro Polito, cresciuto alla scuola di Bobbio, dedica adesso a L'eresia di Aldo Capitini , restituendoci - se non l'immagine viva - il calore, e il vigore, del suo esempio di riformatore indomito. Un "fuoco vitale", come lui stesso lo chiamava, ha divorato Capitini, fin dalla giovinezza: quella straordinaria carica "religiosa" (pur lontanissima dal cattolicesimo) che gli faceva credere nella "comunione dei vivi e dei morti", con uno spirito di "apertura" verso "tutti", senza distinzione di sesso, di razza, di censo. Forse il simbolico "quadrilatero" all'insegna dei princìpi della libertà, del pacifismo, della non-violenza e della democrazia diretta (che lui chiamava "onnicrazia", o potere di tutti), entro il quale si racchiudeva il suo programma, non era solo una "eresia"; era piuttosto una generosa utopia, che Capitini - con la tenacia di chi rifiuta la realtà del mondo così com'è, perché crede indispensabile cambiarlo - ha voluto perseguire fino in ultimo. Ma guai a considerarlo alla strega di un visionario o di un acchiappanuvole.
Al contrario, come spiegano anche gli interventi di un altro volume su Aldo Capitini tra socialismo e liberalismo , curato da Gian Biagio Furiozzi (ed. Franco Angeli), le carte in regola per denunciare le ingiustizie e le vergogne, di cui siamo tuttora vittime (o colpevoli), le possedeva e ce le gettava in faccia, perché sapeva che non bisogna mai rinunciare alla lotta per un ideale di miglioramento, anche a costo di passare per un ingenuo sognatore. Col suo disarmante sorriso Capitini era pronto a rispondere che per salvarci dai guastafeste in servizio permanente non c'è altro rimedio che decidersi a costruire insieme l'impossibile.


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