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Discussione: Egitto misterioso

  1. #11
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    La mummia trovata nel 1898 è quella della regina Nefertiti?

    Una mummia piuttosto malandata, scoperta nel 1898 nella Valle dei Re, in Egitto, e genericamente catalogata come «giovane donna», sarebbe in realtà quella di Nefertiti, la bellissima moglie di Akhenathon, il faraone «eretico». A sostenerlo sono alcuni archeologi britannici dell' Università di York.
    La mummia in questione venne rinvenuta da archeologi francesi in una piccola camera murata all' interno della tomba del faraone Amenhotep II ma, date le cattive condizioni di conservazione in cui si trovava, fu oggetto di scarsa attenzione e venne fotografata solo una volta, nel 1907. «Proprio osservando quella foto - ha dichiarato Joann Fletcher, uno dei ricercatori di York - notammo una sorprendente somiglianza tra il volto della mummia e il celebre ritratto in calcare dipinto conservato al Museo archeologico di Berlino».
    Questo avvenne dodici anni fa e da allora il gruppo di studiosi inglesi ha svolto un' indagine storico-archeologica che ha preso in considerazione, tra l' altro, anche le caratteristiche della grande parrucca e degli orecchini indossati dalla mummia. Le notizie storiche su Nefertiti - il cui nome significa «La Bella che qui viene» - non sono molte. La Bella nacque nel 1381 a.C. e a sedici anni sposò Amenofi III entrando così a far parte del suo harem e, dopo la morte di lui, divenne la moglie di Akhenathon, il faraone che rinnegò la religione di Amon per far trionfare quella del dio Aton, il Sole. La coppia ebbe sei bambine e sono celebri le raffigurazioni dove i sovrani sono colti in atteggiamenti familiari di grande delicatezza. Nonostante queste immagini facciano intendere anni di totale felicità, attorno al 1350 a.C., quando Nefertiti aveva una trentina di anni, qualcosa cambiò e la Bella venne allontanata da corte e costretta a vivere nel Palazzo Nord, cioè venne emarginata e visse separata dal marito fino alla morte di lui avvenuta tre anni dopo. A quel punto Nefertiti tentò di riprendere il potere perduto ma, non volendo sposare un egiziano, cioè uno dei suoi vecchi sudditi, scrisse una lettera al re degli Ittiti affinché gli inviasse in Egitto un principe degno di lei e di salire sul trono dei faraoni. La trattativa - di cui sono rimaste testimonianze scritte - fu piuttosto complessa perché il re degli Ittiti non si fidava completamente e non accolse subito la richiesta. Quando poi un principe ittita si mise in viaggio verso l' Egitto, la carovana reale venne aggredita e il nobile fu ucciso. Svaniva così il sogno della Bella di riprendere il potere sul paese del Nilo. Nefertiti morì pochi anni dopo nel suo solitario Palazzo Nord; aveva 37 anni, forse troppi per essere identificata in quella mummia di «giovane donna». (Viviano Domenici)

    Fonte: Corriere della Sera del 9 giugno 2003


  2. #12
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    IL LIBRO DEI MORTI

    Il Libro dei Morti è una raccolta di testi funerari di epoche diverse che forniva al defunto tutte le indicazioni utili per assicurargli la sopravvivenza nell'aldilà. I testi erano scritti su un rotolo di papiro che veniva posto nella tomba accanto alla mummia o dentro il piedistallo della statuetta del dio funerario Ptah-Sokar.
    Compilato durante il Nuovo Regno partendo dai Testi dei Sarcofaghi del Medio Regno, il Libro dei Morti non era un testo sacro e non rivestiva alcuna importanza nella vita religiosa quotidiana degli antichi egizi, ma diventava assolutamente indispensabile al momento del trapasso. Conteneva infatti formule magiche, invocazioni e inni dedicati agli Dei, in particolare Ra e Osiride, che regnavano sulla sconfinata e pericolosa terra dei morti. Questi testi magici avevano il potere di vivificare il mondo dei morti e di proteggere il defunto nel corso del difficile, interminabile viaggio nel mondo dell'aldilà.
    Il Libro dei Morti era anche una sorta di percorso guidato, che consentiva al trapassato di trovare la strada e di evitare i numerosi pericoli che avrebbero potuto ostacolarlo, sotto forma di demoni e di mostri fantastici: le illustrazioni pervenute fino a noi ci forniscono il quadro di un oltretomba disseminato di laghi e fiumi di fuoco, di strade e portali dietro ai quali si nascondevano creature terrificanti.


    Il Libro dei Morti inizia con le formule che accompagnavano il bendaggio della mummia, mentre i sacerdoti mettevano i vari amuleti, che sarebbero serviti a proteggere il morto, in punti ben specifici.

    "Tu hai il potere, Iside ! Tu conosci la magia ! Questo amuleto proteggerà quest'anima grandiosa. Allontanerà coloro che vorranno farle del male !"
    ( Formula 156 )

    Quando la mummia era pronta si procedeva con il rito dell’”apertura della bocca”, per mezzo del quale si poneva fine all'interruzione rappresentata dalla morte fisica e si "ridava la vita" al defunto. La formula era pressappoco questa:

    "La mia bocca è aperta ! La mia bocca è spaccata da Sciu con quella lancia di metallo che usava per aprire la bocca agli dei. Io sono il Potente. Siederò accanto a colei che sta nel grande respiro del cielo."
    ( Formula 23 )

    Il defunto veniva quindi condotto da Anubi, guardiano del regno dei morti, nella Sala del Giudizio, al cospetto di Osiride, seduto su un trono, fiancheggiato da Iside e Nefti, e accompagnato da una moltitudine di divinità.

    "O cuore mio, non testimoniare contro di me ! Non essermi contro durante il Giudizio. Non essermi ostile in presenza di Colui che tiene la bilancia."
    ( Formula 30b )

    Questa formula, incisa sul dorso di uno scarabeo avvolto tra le bende della mummia, aiutava l'anima ad estrarre il cuore dal corpo per presentarlo agli dei. A questo punto il sovrano del regno delle tenebre formulava il suo giudizio, attraverso la pesatura del cuore (o dell'anima), la psycostasia. "Non ho truffato sul peso della bilancia, non ho tolto il latte di bocca ai bambini, non ho deviato l'acqua fuori stagione”, recitava il defunto, e proseguiva con una lunga confessione nella quale affermava di non aver peccato né contro gli dei né contro gli uomini.

    Anubi, poneva quindi il cuore (o l’anima) su di una bilancia. A far da contrappeso la piuma di Maet, mentre Thot, dio della saggezza e delle scienze, registrava l'esito della pesatura: se il cuore (o l’anima) pesava più della piuma, la dea Ammit si gettava sul defunto per divorarlo e trascinarlo in una seconda e definitiva morte, in caso contrario Osiride dichiarava l'anima "voce sincera" e l’accoglieva nel suo regno.


    Libro dei morti - Papiro Hunefer


    Particolare della pesatura dell’anima

  3. #13
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    Libro dei morti - Frammento papiro (1500 a.C. circa) - Museo Egizio, Torino


    In questo frammento si vedono due defunti che si presentano al cospetto di Osiride. Sono un uomo e una donna. Da notare come sia presente l’uso, pressocché costante in tutto il mondo antico, di distinguere il sesso delle persone con la diversa colorazione della pelle: le donne hanno un colorito più chiaro e pallido, a differenza degli uomini che sono invece colorati con tinte più scure e rossastre. I due defunti sono in atteggiamento implorante, dopo aver deposto ai piedi della divinità seduta un’offerta di cibi e bevande.


  4. #14
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    Questa formula, incisa sul dorso di uno scarabeo avvolto tra le bende della mummia, aiutava l'anima ad estrarre il cuore dal corpo per presentarlo agli dei. A questo punto il sovrano del regno delle tenebre formulava il suo giudizio, attraverso la pesatura del cuore (o dell'anima), la psycostasia. "Non ho truffato sul peso della bilancia, non ho tolto il latte di bocca ai bambini, non ho deviato l'acqua fuori stagione”, recitava il defunto, e proseguiva con una lunga confessione nella quale affermava di non aver peccato né contro gli dei né contro gli uomini.

    L'ho trovata, finalmente! Ecco la formula completa che il defunto doveva recitare davanti al Tribunale di Ra...

    . Non ho commesso iniquità
    · Non ho maltrattato gli inferiori
    · Non ho detto il falso
    · Non ho cercato di sapere quel che non si deve
    · Non ho commesso il male
    · Non ho bestemmiato
    · Non ho impoverito un uomo dai suoi beni
    · Non ho fatto ciò che è vergognoso
    · Non ho calunniato uno schiavo presso il padrone
    · Non ho afflitto nessuno
    · Non ho affamato nessuno
    · Non ho fatto piangere
    · Non ho ucciso nessuno
    · Non ho ordinato di uccidere
    · Non ho recato dolore a nessuno
    · Non ho rubato le offerte nei Templi
    · Non ho sporcato il pane degli Dei
    · Non ho commesso atti di pederastia
    · Non ho fornicato nei luoghi sacri
    · Non ho barato sui terreni
    · Non ho alterato i pesi della bilancia
    · Non ho sottratto il latte ai bambini
    · Non ho tolto il pascolo al bestiame
    · Non ho teso trappole agli uccelli dei prati degli Dei
    · Non ho pescato nei loro stagni
    · Non ho trattenuto l’acqua durante l’inondazione
    · Non ho opposto dighe all’acqua che scorre
    · Non ho spento fuochi che dovevano bruciare
    · Non ho trascurato le offerte di carne
    · Non ho ostacolato la processione di un Dio

  5. #15
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    L'Egitto ricorre alla scienza per eliminare la maledizione dei Faraoni

    L'illustre egittologo Zahi Hawass ha comunicato che un'équipe esaminerà le tombe non ancora esplorate in cerca di sostanze pericolose, gas o germi, alla base della “maledizione dei Faraoni”, la cui fama si diffuse negli anni '20, in seguito alla morte dell'aristocratico britannico Lord Carnarvon, che entrò nella tomba del Re Tutankhamon.

    "In uno dei miei scavi ho trovato iscrizioni che affermavano: Se qualcuno violerà la mia tomba sarà divorato da un coccodrillo, un ippopotamo e un leone. Ciò non vuol dire che questo accadrà realmente", ha detto Hawass in un'intervista questa settimana. "Scientificamente vogliamo mostrare che quando gli Egizi posero un'iscrizione con una precisa maledizione in una tomba, non intendevano dire che essa avrebbe realmente colpito chiunque."

    Parte dello studio si concentrerebbe su germi pericolosi che possono essersi sviluppati durante i secoli nei resti umani mummificati.

    L'archeologo britannico Howard Carter e il suo finanziatore, Lord Carnavon, furono fra i primi ad entrare nella tomba del re Tutankhamun nel 1922. Lord Carnarvon morì poco dopo per una puntura d'insetto. I giornali del tempo affermarono che la maledizione faraonica aveva ucciso lui e altre persone legate al ritrovamento.

    "Inizieremo i lavori fra breve, forse il prossimo mese. Ma non sappiamo quando finiremo…siamo in procinto di entrare in tombe mai scavate, intatte...", ha concluso Hawass. (Fonte: Reuters - 15/09/2003)




    Mi risulta che anche una spedizione italiana stia cercando di fare chiarezza sulla cosiddetta maledizione dei Faraoni. Questa leggenda, iniziata con la morte improvvisa di Lord Carnavon e del suo cane, ha avuto un’enorme diffusione, probabilmente anche per l'eccezionalità del ritrovamento che, collegato all'Egitto, paese misterioso per antonomasia, ha scatenato l'immaginario collettivo. Tra persone presenti nella tomba al momento della scoperta e loro parenti, amici e conoscenti si è giunti alla rispettabile cifra di 64 defunti, includendo tra questi perfino un uomo vittima di un incidente su un taxi di New York e due bambini investiti dal carro funebre di Lord Carnavon.
    Però, le "maledizioni" contro i profanatori di tombe esistevano davvero, in varie forme. Si tratta sia di scritte d'avvertimento, sia di estratti dal Libro dei morti, sia dei famosi "geroglifici spezzati" che si trovano, talvolta, all'ingresso delle tombe reali. Questi ultimi sono geroglifici tagliati in due parti, con uno spazio obliquo in mezzo, che dovrebbero costituire la "fattura", invertendo il significato del geroglifico stesso. Ad esempio, il segno "Ankh" (simbolo di vita), così interrotto, diventerebbe una fattura di morte, quello "Seneb" (salute) di grave infermità, ecc.

  6. #16
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    DAL CEDRO L'IMMORTALITA' DELLE MUMMIE

    Un team di chimici dell'Università di Tubinga, in collaborazione con altri esperti dell' Istituto Doerner di Monaco, ha fatto in questi giorni un'importante scoperta. Esaminando la mummia di un certo Saank-Kare, in ottimo stato di conservazione e risalente a ca. 2500 anni fa, ha accertato che il principale ingrediente per una ottimale conservazione del corpo è costituito da un particolare olio resinoso estratto dal legno del cedro. Questo contiene un particolare agente conservante, il guaiacolo, che, grazie ai suoi potenti antibatterici, consente un'eccezionale preservazione dei tessuti senza, peraltro, né alterarli né danneggiarli. Finora, l'Egittologia riteneva che, ovviamente dopo l'evisceramento e l'immersione della salma nei sali di natron (salnitro), questa venisse cosparsa di oli essenziali ottenuti dal ginepro. Questo anche perché erano state trovate delle bacche di questa pianta serrate nelle mani di alcune mummie. Invece, dagli esami in questione, è risultato che nel ginepro mancano totalmente elementi antibatterici preservanti e, tanto meno, il guaiacolo. Il team tedesco ha anche sperimentato l'olio di guaiacolo sulla carne fresca del costato di un maiale, con risultati strabilianti. Conservazione dei tessuti ed aspetto dell'epidermide sono rimasti inalterati. In effetti, già Plinio il Vecchio aveva menzionato, come olio preservante per l'imbalsamazione, il "cedrum", ma l'archeologia ufficiale non aveva mai preso la cosa nella giusta considerazione.

    Fonte: Nature (notizia aggiornata al 24/10/2003)


  7. #17
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    Non è stato Jean-François Champollion a decifrare la stele di Rosetta, ma un alchimista arabo (otto secoli prima del francese). A sostenere questa teoria è Okasha El Daly, un ricercatore dell'University College di Londra. Secondo Daly, da Champollion a oggi, l'egittologia è stata dominata da una visione eurocentrica che ha impedito di riconoscere le grandi scoperte della scienza araba.


    UN ALCHIMISTA ARABO DECIFRÒ LA STELE DI ROSETTA 800 ANNI PRIMA DELL’OCCIDENTE (?)

    […] La Stele di Rosetta fu trovata incassata in un forte murario dagli ingegneri francesi nel corso della campagna napoleonica in Egitto. La pietra – ora in mostra al British Museum – contiene un testo in greco, copto e geroglifico, ma ci vollero 23 anni di lavoro dalla data della sua scoperta perché si riuscisse a decodificarlo, una missione portata avanti da Jean-François Champollion, uno studioso di antichi linguaggi.

    La scoperta di Champollion fu annunciata nel 1822, quando realizzò che i geroglifici dovevano essere letti non come simboli di idee o oggetti, ma come uno scritto fonetico. Il suono associato ad ogni simbolo era cruciale per decifrarlo. “Je tiens mons affaire” (ce l’ho fatta), gridò Champollion prima di cadere svenuto per cinque giorni.

    Ma adesso si dice che Champollion fu battuto sul tempo dagli studiosi arabi che, otto secoli prima, avevano intuito che i suoni erano cruciali nell’opera di codificazione

    Esperto in antichi scritti arabi ed egiziani, El Daly, ha trascorso sette anni ad esaminare manoscritti arabi in collezioni private attorno al mondo, nel tentativo di trovare le prove che furono gli studiosi arabi a codificato il segreto dei geroglifici. Ora sostiene di averlo scoperto nell’opera di un alchimista del nono secolo, Ibn Wahshiyah.

    “Il segreto dei geroglifici fu perso e quindi ritrovato dagli studiosi arabi, che usarono un sistema accurato per decifrare il loro codice, otto secoli prima di Champollion” ha dichiarato. “Possedevano grandi conoscenze matematiche ed astronomiche. Codificare i geroglifici fu proprio il tipo di ricerca per cui erano portati”.

    Dopo anni di ricerche su manoscritti arabi appartenenti a collezioni private e pubbliche, Daly è riuscito a scoprire che l'antico alchimista aveva scoperto il segreto dei geroglifici circa 800 anni prima di Champollion. E cioè che i geroglifici non dovevano essere letti come simboli di idee o oggetti ma come una scrittura fonetica.


  8. #18
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    Parigi, 14 settembre 1822. L'Istituto di Francia sonnecchia, il fratello di Champollion lavora nel suo ufficio. Una giornata da studioso come tante altre, grigia, monotona, senza passione. All'improvviso si apre la porta. Jean-Francois Champollion, al colmo dell'eccitazione, non riesce neppure a spiegarsi, ma grida: "Ce l'ho fatta!" e sparisce. Resterà in letargo per parecchi giorni, tanto intensa era stata l'emozione. Come fuori dalla realtà, si preparava a svelare i misteri di alcuni millenni di storia e di civiltà.

    Ancora oggi si resta confusi di fronte alla vastità della scoperta. Prima di Champollion erano state proposte due teorie. Secondo la prima, i geroglifici non rappresentavano né suoni, né lettere, ma solo simboli e immagini; per la seconda, invece, ogni geroglifico rappresentava un suono o una lettera.
    Nessuna delle due teorie, presa isolatamente, era esatta: era necessario unificarle e superarle nello stesso tempo. E’ questo il concetto che Champollion esprime nella sua lettera al barone Dacier, che porta la data del 17 settembre 1822 e che è in qualche modo l'atto di nascita della riscoperta dei geroglifici: "Si tratta di un sistema complesso, di una scrittura allo stesso tempo figurativa, simbolica e fonetica di uno stesso testo, di una stessa frase, direi quasi di una singola parola".



    L'alfabeto egizio possiede solo consonanti e nessuna vocale (le vocali erano sottointese). Oltre ai geroglifici che hanno un corrispettivo fonetico con il nostro alfabeto (una trentina), ci sono quelli bilitteri, trilitteri, i determinativi, i complementi fonetici ecc. La scrittura egizia è fonetica, figurativa e simbolica. Questo rende particolarmente difficili le traduzioni, anche perché un simbolo può avere significati diversi a seconda del contesto.

    I geroglifici possono essere scritti da sinistra a destra, orizzontalmente o verticalmente: l'unico verso non consentito è dal basso verso l'alto. Lo scriba decideva il verso di scrittura in base alle necessità estetiche. Nella scrittura geroglifica manca qualsiasi punteggiatura o spazio tra una parola e l'altra. Come capire qual è il verso di scrittura? Semplice: basta osservare in che direzione "guardano" i geroglifici, che sono sempre rivolti verso l'inizio della frase.

    Liberamente tratto dal sito www.aton-ra.com


  9. #19
    al sud dei sud
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    Sito per approfondimenti sui geroglifici egizi e sull'egittologia

    http://www.egittologia.net/nome/form...eroglifico.asp

  10. #20
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    LA SACERDOTESSA DI AMEN-RA


    Quando venne sepolta, per settanta giorni (tanto era il tempo necessario al processo di mummificazione) la Terra delle piramidi trattenne il respiro. Il rito chirurgico preparatorio venne rigorosamente rispettato: il rosso bagliore delle fiaccole e quello verdeazzurro delle lampade ad olio popolarono la notte di spettri. Un'equipe di specialisti seminudi sezionò il cadavere: mentre i sacerdoti pregavano, squarciarono la parte addominale con gli scalpelli di pietra. Il cuore, il fegato, i polmoni e i reni furono messi in appositi canopi, la soda nelle cavità interne della salma, affinché i tessuti potessero disidratarsi completamente. Arrivarono poi i mummificatori con balle di finissimo lino e pentole di resina bollente. Il corpo così accuratamente preparato apparteneva a una persona non comune: una sacerdotessa di Amen-Ra che aveva goduto di grandi onori in vita, durante il regno di Akhenaton. Così importante che le venne costruito un piccolo tempio, il "Tempio degli Occhi".

    La salma era corredata da manufatti e amuleti. Uno di questi venne posto sotto la testa della sacerdotessa. Il cartiglio recitava: "Svegliati dal sonno profondo in cui dormi e uno sguardo dei tuoi occhi trionferà su ogni cosa che verrà fatta contro di te”. Il corpo venne posto in un simulacro di legno a sua volta racchiuso in un pesante sarcofago: così la sacerdotessa di Amen-Ra venne posta a riposare. E così restò fino a quando, sul finire del 1890, quattro giovani ricchi inglesi in visita agli scavi archeologici di Luxor vennero attratti dall'ottima fattura dei resti della sacerdotessa. Tirarono a sorte su chi dovesse essere il fortunato possessore del sarcofago. L'uomo che vinse fece portare il sarcofago al suo hotel. Dopo poche ore, fu visto camminare verso il deserto, da cui non fece mai più ritorno. Il giorno successivo, uno dei tre inglesi rimasti venne colpito da una fucilata esplosa per errore dal suo servitore egiziano. La ferita fu così grave che si dovette amputargli un braccio. Il terzo uomo tornò in Inghilterra, per scoprire che la banca dove aveva depositato tutti i suoi risparmi era fallita. Il quarto venne colpito da una grave malattia, perse il lavoro e si ridusse a vendere fiammiferi agli angoli delle strade.

    Comunque, non si sa come, il sarcofago arrivò in Inghilterra, dove venne acquistato da un uomo d'affari, che (dopo che tre membri della sua famiglia vennero feriti in un incidente stradale e la sua casa fu quasi distrutta dal fuoco) donò la mummia al British Museum. Qui i guai si moltiplicarono: le suppellettili della sala egizia venivano scagliate per aria durante la notte e i guardiani notturni udivano colpi e sospiri provenire dal sarcofago. Uno di loro morì mentre era in servizio e, da allora, gli addetti alle pulizie si rifiutarono di avvicinarsi al sarcofago. Un giorno un visitatore si mise a ridere della cosa e passò uno straccio della polvere sul volto raffigurato sul sarcofago, ma poco tempo dopo gli morì il figlio di morbillo. Le autorità del museo decisero infine di trasferire il sarcofago nello scantinato, ritenendo che in tal modo non avrebbe più provocato danni. Nel giro di una settimana, uno degli operai che effettuarono il trasloco cadde gravemente ammalato, e il supervisore al trasferimento fu trovato morto alla sua scrivania. A quel punto, la stampa iniziò a parlare degli strani avvenimenti. Un giornalista fotografò il sarcofago e, quando sviluppò la foto, il dipinto del volto sul feretro era diventato un volto umano terrificante: il giornalista tornò a casa e si sparò un colpo di pistola alla testa.

    Il museo vendette la mummia ad un collezionista privato, che confinò il sarcofago in soffitta. Madame Helena Blavatsky visitò la casa dove era custodita la mummia: qui venne presa da un tremore incontrollato e iniziò a cercare la fonte di "un'influenza maligna di incredibile intensità". Arrivò infine in soffitta e trovò il sarcofago. "Può esorcizzare questo spirito maligno?", chiese il proprietario. "Non esiste esorcismo in grado di farlo. Il male rimane per sempre male. Nulla si può fare a riguardo. La supplico di sbarazzarsi di questa mummia al più presto", fu la risposta.

    Ma nessun museo inglese volle la mummia: era ormai ben noto il fatto che almeno venti persone erano andate incontro a disgrazie, incidenti o addirittura alla morte in nemmeno dieci anni. Ma un archeologo americano, testardo e scettico (attribuì gli avvenimenti alle stranezze del caso), pagò una discreta somma perché la mummia venisse trasportata a New York.
    Nell'Aprile 1912, il nuovo proprietario scortò il suo tesoro a bordo di una nuova e fiammante nave da crociera della White Star, che avrebbe dovuto compiere il suo viaggio inaugurale a New York: nella notte del 14 aprile, tra scene di terrore inenarrabile, la sacerdotessa di Amen-Ra accompagnò 1500 passeggeri nel loro viaggio verso la morte, nella profondità del gelido Oceano Atlantico.

    Il nome della nave era Titanic.



    Catalogato con il numero EA 22542, il coperchio del sarcofago è ancora oggi esposto nella sala 62 del British Museum. E’ conosciuto come “Unlucky Mummy” ed è uno degli oggetti più visitati del museo. Della mummia, però, non c’è traccia.




 

 
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