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leoneverde@leoneverde.it
Il leone verde Edizioni - Via della Consolata, 7 - 10122 Torino (I) Tel&Fax: 0039 11 5211790
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pp. 104 ISBN 88-87139-01-06
euro 6,20
a cura di Bruno Cerchio
Oltre al dialogo che intitola il libro ne è presente un altro, La vita soprasensibile. In essi, tra gli scritti più semplici e limpidi del celebre mistico tedesco, si approfondiscono i temi principali della caduta, della ascesi e della liberazione.
Dal risvolto di copertina:Tra i mistici più importanti del mondo tedesco, secondo forse solo a Meister Eckhart, Jacob Böhme è di solito più citato che letto (e pubblicato), soprattutto in Italia. Per questo motivo si sono scelte (quasi un primo approccio) due operette tra le più semplici (ma non per questo meno interessanti) del cosiddetto Philosophus Teutonicus: a fronte delle opere maggiori (come l’Aurora consurgens, il Mysterium magnum e il De signatura rerum) - dense nella loro affabulazione mistica e oscure per il loro complesso simbolismo - il Dialogo tra un’anima illuminata e una priva di luce e La vita soprasensibile si segnalano per il modo chiaro, diretto e frontale con cui l’autore affronta i grandi temi della vita spirituale. Il Dialogo (provvisto di una tenue ma funzionale cornice narrativa), si incentra principalmente sui meccanismi della perdizione e sui modi d’azione della grazia e della rigenerazione spirituale. La forma dialogica impronta anche La vita soprasensibile, strutturato come un succedersi di domande e risposte tra discepolo e maestro; ciò permette a Böhme di procedere con lucida sintesi nell’esporre i grandi argomenti di cui si sostanzia ogni forma religiosa: l’arte di conoscere il proprio animo e piegarlo alla purificazione della vita materiale, la natura degli interventi divini nell’interiorità e la necessaria disposizione per accoglierli, l’accesso alle realtà iperfisiche e l’essenza del mondo eterno. Chiaro come pochi altri furono in Occidente su questi temi, Böhme si rivela in queste pagine una lettura indispensabile a chiunque voglia coltivare il proprio spirito.
Dall'Introduzione: Jacob Böhme nacque nel 1575 ad Alt Seidenberg, presso Görlitz nell’Ober-Lausitz (Lusazia), regione della Sassonia orientale al confine con la Slesia. Di umili origini (i genitori erano contadini), fu avviato al mestiere di calzolaio (all’epoca piuttosto diffuso nella zona), mestiere che esercitò fino a quando glielo permisero le persecuzioni nei suoi confronti; nel 1594 sposò Catharina Kunschmanns, figlia di un macellaio, con la quale visse in serena e costante unione fino alla morte; da lei ebbe alcuni figli che avviò a professioni umili come la sua. Il quadro di umiltà e serena accettazione delle umane sventure da cui la sua vita è contraddistinta va tenuto sempre presente, al fine di meglio comprendere la sua figura, tra le più importanti della mistica tedesca, seconda forse solo a Meister Eckhart. Nel considerare la vita di Böhme, forte è la tentazione di scorgervi aspetti provvidenziali, poiché - se da un lato egli fu in qualche modo “costretto” dalle sue stesse illuminazioni a manifestarle - ciò d’altro canto avveniva in un luogo e in un momento di Luteranesimo trionfante, con la conseguente condanna di ogni possibilità di trascendenza diretta, e quindi di ogni atteggiamento mistico-ascetico. Jacob ebbe la prima esperienza di questo genere ancor fanciullo (anche se non la comprese appieno), fu poi rapito nella luce divina nel 1600, un’altra volta nel 1610 ed un’ultima sette anni più tardi. Queste esperienze illuminative (che coinvolgevano tutto il suo essere anche per diversi giorni) non erano da lui vissute come un’unione al Divino pura e semplice, quanto piuttosto come una rivelazione della Sua intima essenza. Da qui lo stimolo costante allo studio delle S. Scritture e all’approfondimento con la lettura delle proprie conoscenze in campi che gli permettessero di esprimere in termini terreni le proprie illuminazioni. Procedette in tal senso con una cautela che sempre lo contraddistinse: la sua prima e importante opera, Morgenröte im Aufgang (nota anche come Aurora consurgens, l’Aurora nascente) è del 1612 e sarebbe probabilmente rimasta per sempre in un cassetto se l’autore non fosse stato con insistenza richiesto da un gentiluomo suo estimatore; il lavoro cominciò ben presto a circolare in copie manoscritte, suscitando le ire di Gregorius Richter, pastore protestante di Görlitz, che iniziò nei confronti del Nostro una feroce persecuzione . Nei restanti anni, la vita di Böhme fu travolta dalle lotte tra i suoi oppositori (che per due volte lo costrinsero ad abbandonare Görlitz e la sua casa, obbligandolo anche per diverso tempo al silenzio) e i suoi sostenitori, che lo spingevano a continuare a scrivere; solo negli ultimi anni però egli riprese la penna in mano e produsse una rilevante quantità di opere, quasi come avvertisse la necessità di sfruttare il poco tempo restante della sua vita terrena per consegnarci i frutti della sua illuminazione. La dolcezza del suo carattere, la pazienza e la generosità di cui dette prova in questi tempi difficili sono raccontate da più fonti, e la stessa sua morte è emblematica....
Da La vita soprasensibile: Come l’anima possa giungere ad udire e vedere Dio, e cosa sia la sua fanciullezza nella vita naturale e in quella soprannaturale, e come possa immergersi in Dio dalla natura e nuovamente nella natura da Dio, e cosa siano la sua beatitudine la sua corruzione.
1. Il discepolo disse al maestro: “Come posso giungere alla vita soprasensibile, così da vedere e udire Dio?”.
Il maestro disse: “Se potessi per un istante lanciarti là dove non abita creatura, allora udresti le parole di Dio”.
2. Il discepolo disse: “Questo luogo è vicino o lontano?”.
Il maestro disse: “ E' in te, e se solo per un’ora farai tacere tutte le tue volontà e i tuoi sensi, allora potrai udire le ineffabili parole di Dio”.
3. Il discepolo disse: “E come posso udire, se faccio tacere i sensi e la volontà?”.
Il maestro disse: “Se fai tacere i sensi e le volontà della tua individualità, allora l’udito, la vista e la parola eterni si riveleranno in te. E' infatti il tuo proprio sentire, volere e vedere che ti impedisce di vedere Dio”.
4. Il discepolo disse: “Ma come posso udire e vedere Dio, se Egli è sopra la natura e la creatura?”.
Il maestro disse: “Stando quieto e silenzioso, sei quello che era Dio prima che la natura e la creatura fossero, e da cui Egli la natura e la creatura tue foggiò: vedrai e udrai con quanto Dio vedeva e udiva prima che principiassero a essere la tua volontà, la tua vista e il tuo udito”.
5. Il discepolo disse: “Cosa mi impedisce allora di giungere a ciò?”.
Il maestro disse: “Null’altro che il tuo volere, udire e sentire, e il fatto che lotti contro ciò da cui sei disceso. Con la tua volontà individualistica ti separi dalla volontà divina, e con la tua vista individualistica vedi solo nella tua volontà, che ottunde caparbiamente il tuo udito con cose terrene e particolari, ti trascina in un baratro, e con l’oggetto del tuo desiderio si poserà come un’ombra sopra di te per impedirti di giungere al supernaturale e al supersensibile”... ...
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pp. 104 ISBN 88-87139-01-06
euro 6,20
a cura di Bruno Cerchio
Oltre al dialogo che intitola il libro ne è presente un altro, La vita soprasensibile. In essi, tra gli scritti più semplici e limpidi del celebre mistico tedesco, si approfondiscono i temi principali della caduta, della ascesi e della liberazione.
Dal risvolto di copertina:Tra i mistici più importanti del mondo tedesco, secondo forse solo a Meister Eckhart, Jacob Böhme è di solito più citato che letto (e pubblicato), soprattutto in Italia. Per questo motivo si sono scelte (quasi un primo approccio) due operette tra le più semplici (ma non per questo meno interessanti) del cosiddetto Philosophus Teutonicus: a fronte delle opere maggiori (come l’Aurora consurgens, il Mysterium magnum e il De signatura rerum) - dense nella loro affabulazione mistica e oscure per il loro complesso simbolismo - il Dialogo tra un’anima illuminata e una priva di luce e La vita soprasensibile si segnalano per il modo chiaro, diretto e frontale con cui l’autore affronta i grandi temi della vita spirituale. Il Dialogo (provvisto di una tenue ma funzionale cornice narrativa), si incentra principalmente sui meccanismi della perdizione e sui modi d’azione della grazia e della rigenerazione spirituale. La forma dialogica impronta anche La vita soprasensibile, strutturato come un succedersi di domande e risposte tra discepolo e maestro; ciò permette a Böhme di procedere con lucida sintesi nell’esporre i grandi argomenti di cui si sostanzia ogni forma religiosa: l’arte di conoscere il proprio animo e piegarlo alla purificazione della vita materiale, la natura degli interventi divini nell’interiorità e la necessaria disposizione per accoglierli, l’accesso alle realtà iperfisiche e l’essenza del mondo eterno. Chiaro come pochi altri furono in Occidente su questi temi, Böhme si rivela in queste pagine una lettura indispensabile a chiunque voglia coltivare il proprio spirito.
Dall'Introduzione: Jacob Böhme nacque nel 1575 ad Alt Seidenberg, presso Görlitz nell’Ober-Lausitz (Lusazia), regione della Sassonia orientale al confine con la Slesia. Di umili origini (i genitori erano contadini), fu avviato al mestiere di calzolaio (all’epoca piuttosto diffuso nella zona), mestiere che esercitò fino a quando glielo permisero le persecuzioni nei suoi confronti; nel 1594 sposò Catharina Kunschmanns, figlia di un macellaio, con la quale visse in serena e costante unione fino alla morte; da lei ebbe alcuni figli che avviò a professioni umili come la sua. Il quadro di umiltà e serena accettazione delle umane sventure da cui la sua vita è contraddistinta va tenuto sempre presente, al fine di meglio comprendere la sua figura, tra le più importanti della mistica tedesca, seconda forse solo a Meister Eckhart. Nel considerare la vita di Böhme, forte è la tentazione di scorgervi aspetti provvidenziali, poiché - se da un lato egli fu in qualche modo “costretto” dalle sue stesse illuminazioni a manifestarle - ciò d’altro canto avveniva in un luogo e in un momento di Luteranesimo trionfante, con la conseguente condanna di ogni possibilità di trascendenza diretta, e quindi di ogni atteggiamento mistico-ascetico. Jacob ebbe la prima esperienza di questo genere ancor fanciullo (anche se non la comprese appieno), fu poi rapito nella luce divina nel 1600, un’altra volta nel 1610 ed un’ultima sette anni più tardi. Queste esperienze illuminative (che coinvolgevano tutto il suo essere anche per diversi giorni) non erano da lui vissute come un’unione al Divino pura e semplice, quanto piuttosto come una rivelazione della Sua intima essenza. Da qui lo stimolo costante allo studio delle S. Scritture e all’approfondimento con la lettura delle proprie conoscenze in campi che gli permettessero di esprimere in termini terreni le proprie illuminazioni. Procedette in tal senso con una cautela che sempre lo contraddistinse: la sua prima e importante opera, Morgenröte im Aufgang (nota anche come Aurora consurgens, l’Aurora nascente) è del 1612 e sarebbe probabilmente rimasta per sempre in un cassetto se l’autore non fosse stato con insistenza richiesto da un gentiluomo suo estimatore; il lavoro cominciò ben presto a circolare in copie manoscritte, suscitando le ire di Gregorius Richter, pastore protestante di Görlitz, che iniziò nei confronti del Nostro una feroce persecuzione . Nei restanti anni, la vita di Böhme fu travolta dalle lotte tra i suoi oppositori (che per due volte lo costrinsero ad abbandonare Görlitz e la sua casa, obbligandolo anche per diverso tempo al silenzio) e i suoi sostenitori, che lo spingevano a continuare a scrivere; solo negli ultimi anni però egli riprese la penna in mano e produsse una rilevante quantità di opere, quasi come avvertisse la necessità di sfruttare il poco tempo restante della sua vita terrena per consegnarci i frutti della sua illuminazione. La dolcezza del suo carattere, la pazienza e la generosità di cui dette prova in questi tempi difficili sono raccontate da più fonti, e la stessa sua morte è emblematica....
Da La vita soprasensibile: Come l’anima possa giungere ad udire e vedere Dio, e cosa sia la sua fanciullezza nella vita naturale e in quella soprannaturale, e come possa immergersi in Dio dalla natura e nuovamente nella natura da Dio, e cosa siano la sua beatitudine la sua corruzione.
1. Il discepolo disse al maestro: “Come posso giungere alla vita soprasensibile, così da vedere e udire Dio?”.
Il maestro disse: “Se potessi per un istante lanciarti là dove non abita creatura, allora udresti le parole di Dio”.
2. Il discepolo disse: “Questo luogo è vicino o lontano?”.
Il maestro disse: “ E' in te, e se solo per un’ora farai tacere tutte le tue volontà e i tuoi sensi, allora potrai udire le ineffabili parole di Dio”.
3. Il discepolo disse: “E come posso udire, se faccio tacere i sensi e la volontà?”.
Il maestro disse: “Se fai tacere i sensi e le volontà della tua individualità, allora l’udito, la vista e la parola eterni si riveleranno in te. E' infatti il tuo proprio sentire, volere e vedere che ti impedisce di vedere Dio”.
4. Il discepolo disse: “Ma come posso udire e vedere Dio, se Egli è sopra la natura e la creatura?”.
Il maestro disse: “Stando quieto e silenzioso, sei quello che era Dio prima che la natura e la creatura fossero, e da cui Egli la natura e la creatura tue foggiò: vedrai e udrai con quanto Dio vedeva e udiva prima che principiassero a essere la tua volontà, la tua vista e il tuo udito”.
5. Il discepolo disse: “Cosa mi impedisce allora di giungere a ciò?”.
Il maestro disse: “Null’altro che il tuo volere, udire e sentire, e il fatto che lotti contro ciò da cui sei disceso. Con la tua volontà individualistica ti separi dalla volontà divina, e con la tua vista individualistica vedi solo nella tua volontà, che ottunde caparbiamente il tuo udito con cose terrene e particolari, ti trascina in un baratro, e con l’oggetto del tuo desiderio si poserà come un’ombra sopra di te per impedirti di giungere al supernaturale e al supersensibile”... ...
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pp. 144 ISBN 88-87139-07-05
euro 13,43
a cura di Valeria Vacanti
Il testo può considerarsi un vero e proprio catechismo della religione greco-romana. I portati filosofici, che si inseriscono a pieno titolo nel quadro della Philosophia Perennis, ne fanno uno scritto di grande importanza per la conoscenza di quella tradizione.
Dal risvolto di copertina: Personaggio appartenente alla cerchia degli intimi di Giuliano Imperatore (soprannominato per spregio l’Apostata dai cristiani), il Salustio autore di questo breve ma denso trattato si prefiggeva evidentemente con esso di tracciare quasi un “catechismo del Paganesimo”, una formulazione concisa - ma esauriente e inoppugnabile - delle verità che sottostanno alla religione greco-romana. Se dunque lo scritto si inserisce in un momento storico preciso (la restaurazione del Paganesimo invano tentata da Giuliano), di cui contribuisce a svelare la notevole consapevolezza culturale, tale è la lucidità e il valore del breve ma importante lavoro, che esso può ancora oggi essere letto con vantaggio da chi intenda meglio conoscere quella tradizione.
L’interpretazione anagogica del mito, i fondamenti del rito, i principi metafisici, le formulazioni etiche, la particolare visione del mondo di quello che si è convenuto chiamare Paganesimo - tutto ciò sfila davanti agli occhi del lettore secondo un preciso e agile piano espositivo e con chiarezza rara, tanto da ingannare nella sua apparente semplicità. Il ricco apparato critico di questa edizione intende perciò evidenziare la cospicua rete di rimandi filosofici e culturali sottesa alla mirabile stringatezza di Salustio, rendendo così più visibile al lettore le basi “sommerse” del discorso.
Dall'Introduzione: 1. L’identità dell’autore
L’identità dell’autore del trattato Gli Dei e il Mondo è oggetto di un’antica controversia. Già il Tillemont, in base a numerosi passaggi del Res Gestae di Ammiano Marcellino, aveva distinto due personaggi legati all’imperatore Giuliano l’Apostata ai quali si sarebbe potuto attribuire con eguale probabilità la paternità del trattato. Si tratta di Flavius Sallustius e di Saturninius Secundus Salustius. Entrambi sono noti anche grazie a due iscrizioni onorifiche ritrovate a Roma che consentono di conoscere il loro cursus honorum. In particolare da queste iscrizioni si ricava che Flavius Sallustius, originario della Spagna, fu prefetto del pretorio della Gallia dal 361 al 363; Saturninius Secundus Salustius, nato in Gallia, fu nominato prefetto del pretorio d’Oriente nel 361. Poiché sussistono argomentazioni a favore dell’uno o dell’altro personaggio per l’attribuzione del trattato, la critica si è divisa in due. Tuttavia gli studi più recenti, ai quali chi scrive si attiene, sembrano giustificare con argomentazioni più convincenti l’attribuzione del trattato al prefetto d’Oriente, ossia a Saturninius Secundus Salustius. Sono proprio l’affinità ideologica e l’amicizia fra Saturnino Salustio Secondo e l’imperatore Giuliano, testimoniata, fra l’altro, da fonti storico-epigrafiche e letterarie, a far propendere per tale attribuzione .....
Dal Prologo: I 1. Coloro che desiderano apprendere le dottrine riguardo agli Dei devono essere ben guidati sin dall’infanzia per non incorrere in folli convinzioni; è necessario inoltre che possiedano una natura buona e saggia sì da avere qualche rassomiglianza con i discorsi in oggetto; infine occorre che conoscano i concetti universali. 2. Sono universali quei concetti su cui tutti gli uomini, se interrogati, si troveranno d’accordo: ad esempio, che ogni Dio è buono, imperturbabile, immutabile. Infatti ogni cosa che cambia diviene necessariamente peggiore o migliore di ciò che era: se diviene peggiore si corrompe, se diviene migliore ciò prova che era imperfetta all’origine.
II 1. Così deve essere il discepolo. Le dottrine devono essere le seguenti: le essenze degli Dei non furono generate giacché ciò che esiste da sempre non fu mai generato e tutto ciò che possiede la potenza prima e che è naturalmente disposto all’imperturbabilità è sempre esistito. 2. Inoltre le essenze degli Dei non procedono dai corpi poiché le potenze dei corpi sono di necessità incorporee. Esse poi non sono circoscritte in un luogo (questa infatti è una caratteristica propria dei corpi) e non si separano mai dalla Prima Causa, né le une dalle altre, come i pensieri non si separano mai dalla mente, le scienze dall’anima, le sensazioni dall’essere vivente.
III 1. Bisogna ora esaminare per quale motivo gli antichi tralasciarono queste dottrine e si servirono dei miti. Questa ricerca è il primo vantaggio che si trae dai miti poiché stimola il nostro intelletto e non lo lascia nell’inattività. E' possibile affermare che i miti sono divini considerando coloro che se ne sono serviti: i poeti ispirati dalla divinità, i migliori fra i filosofi, i fondatori dei riti misterici, gli Dei stessi, nei loro oracoli, hanno impiegato i miti...
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pp. 144 ISBN 88-87139-07-05
euro 13,43
a cura di Valeria Vacanti
Il testo può considerarsi un vero e proprio catechismo della religione greco-romana. I portati filosofici, che si inseriscono a pieno titolo nel quadro della Philosophia Perennis, ne fanno uno scritto di grande importanza per la conoscenza di quella tradizione.
Dal risvolto di copertina: Personaggio appartenente alla cerchia degli intimi di Giuliano Imperatore (soprannominato per spregio l’Apostata dai cristiani), il Salustio autore di questo breve ma denso trattato si prefiggeva evidentemente con esso di tracciare quasi un “catechismo del Paganesimo”, una formulazione concisa - ma esauriente e inoppugnabile - delle verità che sottostanno alla religione greco-romana. Se dunque lo scritto si inserisce in un momento storico preciso (la restaurazione del Paganesimo invano tentata da Giuliano), di cui contribuisce a svelare la notevole consapevolezza culturale, tale è la lucidità e il valore del breve ma importante lavoro, che esso può ancora oggi essere letto con vantaggio da chi intenda meglio conoscere quella tradizione.
L’interpretazione anagogica del mito, i fondamenti del rito, i principi metafisici, le formulazioni etiche, la particolare visione del mondo di quello che si è convenuto chiamare Paganesimo - tutto ciò sfila davanti agli occhi del lettore secondo un preciso e agile piano espositivo e con chiarezza rara, tanto da ingannare nella sua apparente semplicità. Il ricco apparato critico di questa edizione intende perciò evidenziare la cospicua rete di rimandi filosofici e culturali sottesa alla mirabile stringatezza di Salustio, rendendo così più visibile al lettore le basi “sommerse” del discorso.
Dall'Introduzione: 1. L’identità dell’autore
L’identità dell’autore del trattato Gli Dei e il Mondo è oggetto di un’antica controversia. Già il Tillemont, in base a numerosi passaggi del Res Gestae di Ammiano Marcellino, aveva distinto due personaggi legati all’imperatore Giuliano l’Apostata ai quali si sarebbe potuto attribuire con eguale probabilità la paternità del trattato. Si tratta di Flavius Sallustius e di Saturninius Secundus Salustius. Entrambi sono noti anche grazie a due iscrizioni onorifiche ritrovate a Roma che consentono di conoscere il loro cursus honorum. In particolare da queste iscrizioni si ricava che Flavius Sallustius, originario della Spagna, fu prefetto del pretorio della Gallia dal 361 al 363; Saturninius Secundus Salustius, nato in Gallia, fu nominato prefetto del pretorio d’Oriente nel 361. Poiché sussistono argomentazioni a favore dell’uno o dell’altro personaggio per l’attribuzione del trattato, la critica si è divisa in due. Tuttavia gli studi più recenti, ai quali chi scrive si attiene, sembrano giustificare con argomentazioni più convincenti l’attribuzione del trattato al prefetto d’Oriente, ossia a Saturninius Secundus Salustius. Sono proprio l’affinità ideologica e l’amicizia fra Saturnino Salustio Secondo e l’imperatore Giuliano, testimoniata, fra l’altro, da fonti storico-epigrafiche e letterarie, a far propendere per tale attribuzione .....
Dal Prologo: I 1. Coloro che desiderano apprendere le dottrine riguardo agli Dei devono essere ben guidati sin dall’infanzia per non incorrere in folli convinzioni; è necessario inoltre che possiedano una natura buona e saggia sì da avere qualche rassomiglianza con i discorsi in oggetto; infine occorre che conoscano i concetti universali. 2. Sono universali quei concetti su cui tutti gli uomini, se interrogati, si troveranno d’accordo: ad esempio, che ogni Dio è buono, imperturbabile, immutabile. Infatti ogni cosa che cambia diviene necessariamente peggiore o migliore di ciò che era: se diviene peggiore si corrompe, se diviene migliore ciò prova che era imperfetta all’origine.
II 1. Così deve essere il discepolo. Le dottrine devono essere le seguenti: le essenze degli Dei non furono generate giacché ciò che esiste da sempre non fu mai generato e tutto ciò che possiede la potenza prima e che è naturalmente disposto all’imperturbabilità è sempre esistito. 2. Inoltre le essenze degli Dei non procedono dai corpi poiché le potenze dei corpi sono di necessità incorporee. Esse poi non sono circoscritte in un luogo (questa infatti è una caratteristica propria dei corpi) e non si separano mai dalla Prima Causa, né le une dalle altre, come i pensieri non si separano mai dalla mente, le scienze dall’anima, le sensazioni dall’essere vivente.
III 1. Bisogna ora esaminare per quale motivo gli antichi tralasciarono queste dottrine e si servirono dei miti. Questa ricerca è il primo vantaggio che si trae dai miti poiché stimola il nostro intelletto e non lo lascia nell’inattività. E' possibile affermare che i miti sono divini considerando coloro che se ne sono serviti: i poeti ispirati dalla divinità, i migliori fra i filosofi, i fondatori dei riti misterici, gli Dei stessi, nei loro oracoli, hanno impiegato i miti...
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pp. 180 ISBN 88-87139-03-02
euro 13,43
a cura di Alberto Pelissero
Il testo è un episodio autonomo tratto dal Mahabharata. Arjuna, l'eroe già noto agli appassionati che hanno letto la Bahagavad Gita, incontra un misterioso personaggio con cui ingaggia un mortale combattimento. L'uomo si rivela poi essere un'incarnazione di Shiva. Prima traduzione italiana.
Dal risvolto di copertina: Nel corso di un viaggio tra regioni inaccessibili, che si presenta a tratti come un volo sciamanico, l’eroe per eccellenza della tradizione indiana - Arjuna - incontra un cacciatore di stirpe montanara. Al culmine di uno scontro che si può configurare come una prova iniziatica, l’uomo della montagna si rivela come null’altri che Shiva, il dio supremo. L’eroe si prostra ai suoi piedi per adorarlo e ottiene in dono il conferimento di un’arma divina. Questo il succo dell’episodio del Mahabharata qui tradotto, che comprende però un lungo antefatto, denso di considerazioni etiche e politiche, e un’intera vicenda minore a sé stante, in cui viene descritto un duello tra il dio Krishna, auriga di Arjuna nella Bhagavadgita, e un re avversario. Shiva, il dio più enigmatico del pantheon induista, è qui presente all’inizio sotto mentite spoglie, e tanto più sorprendente e mirabile risulta la teofania che segue. Documento letterario di prim’ordine, testimonianza delle radici profonde del culto shivaita, modello esemplare di struttura narrativa, di complessità semantica e di intento edificante, quest’episodio autonomo del grande poema epico contiene più di un espediente per irretire il lettore.
Dall'Introduzione: “Finalmente il Gran Dio afferrò le membra dell’avversario in una presa inesorabile e lo ridusse a un bolo di carne. Assalitolo con furia e vigore lo lasciò privo di sensi. Con le membra fatte rientrare nel tronco dal dio degli dèi, simile nell’aspetto a una palla di carne, Phalguna ristette senza più poter controllare il proprio corpo, o Bharata.” Con queste parole culmina la descrizione dell’incontro dell’eroe Arjuna (qui chiamato Phalguna, epiteto che significa sia “il rosso”, che “nato sotto il segno dell’asterismo detto Phalguni”) con la misteriosa figura di un cacciatore di stirpe montanara, che si rivela, nel corso di una maestosa teofania, null’altri che il dio Shiva, colui che concederà al guerriero le armi divine di cui era andato in cerca, e per ottenere le quali si era sottoposto a severe pratiche ascetiche. Un tale drammatico confronto tra uomo e dio non suona del tutto alieno dalla sensibilità del lettore occidentale, appena ricordi l’episodio biblico (Genesi 32,25-33) che vede Giacobbe lottare con un uomo misterioso che gli provoca la lussazione dell’anca per rivelarsi infine come quel dio al quale non è prudente chiedere il nome. Il patriarca ottiene quale segno di particolare benedizione (oltre al fatto stesso di essere sopravvissuto all’incontro, giacché la visione diretta di Dio comporta per l’uomo un pericolo mortale) l’imposizione di un nuovo nome, che sarà il termine eponimo del popolo eletto: Israele. Incidentalmente si può notare che l’acquisizione dell’arma divina pasupata nel caso di Arjuna e l’ottenimento del nuovo nome da parte di Giacobbe sono tipi diversi di una sola struttura mitica. Infatti l’arma divina non è altro che un mantra, una formula meditativa che consente di evocare una formidabile potenza divina: è dunque anch’essa un nome, un nome divino. La potenza del verbo è la stessa....
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pp. 180 ISBN 88-87139-03-02
euro 13,43
a cura di Alberto Pelissero
Il testo è un episodio autonomo tratto dal Mahabharata. Arjuna, l'eroe già noto agli appassionati che hanno letto la Bahagavad Gita, incontra un misterioso personaggio con cui ingaggia un mortale combattimento. L'uomo si rivela poi essere un'incarnazione di Shiva. Prima traduzione italiana.
Dal risvolto di copertina: Nel corso di un viaggio tra regioni inaccessibili, che si presenta a tratti come un volo sciamanico, l’eroe per eccellenza della tradizione indiana - Arjuna - incontra un cacciatore di stirpe montanara. Al culmine di uno scontro che si può configurare come una prova iniziatica, l’uomo della montagna si rivela come null’altri che Shiva, il dio supremo. L’eroe si prostra ai suoi piedi per adorarlo e ottiene in dono il conferimento di un’arma divina. Questo il succo dell’episodio del Mahabharata qui tradotto, che comprende però un lungo antefatto, denso di considerazioni etiche e politiche, e un’intera vicenda minore a sé stante, in cui viene descritto un duello tra il dio Krishna, auriga di Arjuna nella Bhagavadgita, e un re avversario. Shiva, il dio più enigmatico del pantheon induista, è qui presente all’inizio sotto mentite spoglie, e tanto più sorprendente e mirabile risulta la teofania che segue. Documento letterario di prim’ordine, testimonianza delle radici profonde del culto shivaita, modello esemplare di struttura narrativa, di complessità semantica e di intento edificante, quest’episodio autonomo del grande poema epico contiene più di un espediente per irretire il lettore.
Dall'Introduzione: “Finalmente il Gran Dio afferrò le membra dell’avversario in una presa inesorabile e lo ridusse a un bolo di carne. Assalitolo con furia e vigore lo lasciò privo di sensi. Con le membra fatte rientrare nel tronco dal dio degli dèi, simile nell’aspetto a una palla di carne, Phalguna ristette senza più poter controllare il proprio corpo, o Bharata.” Con queste parole culmina la descrizione dell’incontro dell’eroe Arjuna (qui chiamato Phalguna, epiteto che significa sia “il rosso”, che “nato sotto il segno dell’asterismo detto Phalguni”) con la misteriosa figura di un cacciatore di stirpe montanara, che si rivela, nel corso di una maestosa teofania, null’altri che il dio Shiva, colui che concederà al guerriero le armi divine di cui era andato in cerca, e per ottenere le quali si era sottoposto a severe pratiche ascetiche. Un tale drammatico confronto tra uomo e dio non suona del tutto alieno dalla sensibilità del lettore occidentale, appena ricordi l’episodio biblico (Genesi 32,25-33) che vede Giacobbe lottare con un uomo misterioso che gli provoca la lussazione dell’anca per rivelarsi infine come quel dio al quale non è prudente chiedere il nome. Il patriarca ottiene quale segno di particolare benedizione (oltre al fatto stesso di essere sopravvissuto all’incontro, giacché la visione diretta di Dio comporta per l’uomo un pericolo mortale) l’imposizione di un nuovo nome, che sarà il termine eponimo del popolo eletto: Israele. Incidentalmente si può notare che l’acquisizione dell’arma divina pasupata nel caso di Arjuna e l’ottenimento del nuovo nome da parte di Giacobbe sono tipi diversi di una sola struttura mitica. Infatti l’arma divina non è altro che un mantra, una formula meditativa che consente di evocare una formidabile potenza divina: è dunque anch’essa un nome, un nome divino. La potenza del verbo è la stessa....


Ottimi suggerimenti; grazie Mjollnir.
2010:


Ottimi suggerimenti; grazie Mjollnir.
2010:
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