Vicsia Portel
Voce Isontina
27 luglio 2002
COSA RESTA DELLA COMUNITA’?
Recensione a:
Adriano Segatori, La comunità vivente.
Pref. di L. L. Rimbotti. Edizione di Ar, Padova, 2002, pag. 120. Euro 9,00
“Piuttosto che maledire il buio è preferibile accendere una candela, secondo una massima orientale: è già onorevole testimoniare l’esistenza di idee chiare e fare un po’ di luce su quelle che non sono altro che idee fisse”. Queste righe potrebbero essere una sorta di dichiarazione programmatica dell’ultimo libro di Adriano Segatori, “La comunità vivente”, in cui lo psichiatra monfalconese analizza impietosamente alcuni snodi fondamentali del nostro tempo, senza proporre soluzioni preconfezionate, ma senza nemmeno cadere nella paralisi dell’impotenza di fronte alla complessità di questi anni.
Parte da una acuta spiegazione del dicotomico rapporto società- comunità, rapporto che vede il prevalere della prima – con “le sue fictions, i suoi rituali, i suoi folklori, la sua sostanzialità materiale, i suoi contratti tra soci”- sulla seconda -con i suoi miti, i suoi riti, le sue tradizioni, la sua essenza spirituale, i suoi legami tra sodali. Quella in cui noi viviamo è una società, concepita alla stregue di un cadavere, cioè di un individuo fatto oramai solo di corpo morto, o di una macchina, senza nulla di profondamente animato e spirituale. Qui il problema principale è il “buon funzionamento” generale, in cui nessun inconveniente turbi o freni il ritmato succedersi di ruoli e funzioni che ogni individuo vi esercita. In questo contesto, tutti i sintomi di malessere e non allineamento non possono venir interpretati, fatti risalire ad altro, quali “segni da assumere in senso simbolico, sintomi da decifrare”, ma possono soltanto essere visti come “storture del meccanismo”. E per questo devono al più presto essere ripristinati al normale funzionamento, “condiviso secondo i parametri dell’efficacia e dell’efficienza”. Qui non possiamo non notare come Segatori, psichiatra, abbia di mira anche alcune degenerazione di quella che lui chiama cerebroiatria, ad indicare l’attuale tendenze della psichiatria, non più cura per l’anima, ma tecnica in pillole che si occupa solo dei cervelli.
In “La comunità vivente” vengono messi in luce i processi di degradazione e degenerazione che ci hanno portato a questa società (anzi, che ci hanno fatto passare dalla comunità alla società), e finalmente non si individuano, come sono soliti fare gli asfittici e ”alternativi” frequentatori dei salotti radical-chic, nelle singole decisioni di qualche uomo d’affari dedito alla politica. Come fa notare Segatori infatti “sarebbe assurdo cercare, nell’epoca attuale, una causa unica di deterioramento che porti matematicamente ad un effetto definitivo e consequenziale”. Bisogna invece “decodificare i segni e le indicazioni del più piccolo avvenimento, inserirlo nella sfera storica in cui si forma e (...) dare un significato alla sua apparizione e al suo sviluppo”: dall’ipocrisia della de-ideologizzazione, che troppo spesso diventa mancanza di ideali e di riferimenti, mancanza estremamente funzionale al sistema, al decadimento del ruolo della cultura quale capacità di critica autonoma, di creatività e libertà a favore della mera e tecnica istruzione, che serve ad “uniformizzare le capacità produttive in base alle esigenze del mercato e della produzione”. E poi si parla del lavoro, della politica, del sacro, di un mondo che sta sempre più inesorabilmente appiattendosi, troncando ogni anelito e respiro più profondo.
Ma, stando così le cose, cosa resta da fare a quanti non vogliono allinearsi? La risposta non è semplice e, a ben guardare, l’autore non ne dà una: preferisce suggerire, evocare, tratteggiando un vago profilo dell’uomo che, dalla massa indistinta, riesce a guardare oltre, a pensare oltre, a sognare oltre. E’ il ribelle jungeriano, il “terrorista intellettuale” di Hillman, “terrorista per le anime belle, per il pensiero condiviso o non-pensiero, per i placidi scenari bovini, per le mansuete certezze della mandria”. E’ colui che non crede in qualsiasi cosa che fa, ma che mette in pratica, ad ogni costo, ciò in cui crede, “ciò che deve essere fatto, al di là degli usuali criteri opportunistici (“cosa ci guadagno”?, “tanto, a cosa serve?”…)”. Colui che fa propria, pluralizzandola al di là delle conseguenze, l’espressione di San Paolo: “Etiam si omnes nos non”.
Un libro acuto e spietato, che non propone soluzioni immediate, ma allo stesso tempo non cade nella vuota commiserazione. Insomma, per riprendere le parole della presentazione all’opera di Leonello Rimbotti, un libro che, “nella catastrofe della politèia, che dovrebbe essere essenzialmente capacità di educare, di condurre e condursi oltre”, sa che “ciò che conta è riconoscersi la responsabilità di aver speso la parola, di non aver taciuto nell’ora più oscura”.
Libreria Ar: 089 221 226
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