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Discussione: Humanity Day

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    Humanity Day: partono da Treviso le «reti di resistenza» alla Bossi-Fini
    di Stefano Bocconetti

    Contano i numeri, certo. E anche stavolta ci sono tuttti: 25, 30 mila persone. Contano i numeri, certo, ma non sempre e non solo. A volte conta di più il dove, il come si fa una manifestazione. A Treviso, per esempio. Proprio nel giorno del rito bossiano, a mezz’ora di treno da qui, nella città del Duomo occupato dai sans-abrì, nella città di Gentilini e della sua razza Piave, c’è l’Humanity Day. La giornata contro il razzismo di Bossi, di Fini, dei loro sindaci. L’ha organizzata con un appello l’M21, il gruppo no global che ha dato una mano a quelle trenta famiglie di immigrati – tutti col permesso di soggiorno - che sono stati costretti ad “occupare” simbolicamente il sagrato del Duomo, perché cacciati dagli alloggi che occupavano e senza nessuno disposto ad offrire loro un tetto in affitto. M 21: un nome su cui il giornale la Padania ha indagato arrivando a “scoprire” che assomiglia pericolosamente ad una sigla – M19 – di un gruppo ribelle dell’America Latina, attivo vent’anni fa. La spiegazione dell’acronimo però è molto, molto più semplice. Più banale: M21 sta per 21 marzo, la giornata mondiale della lotta al razzismo.

    Polemiche da Padania, niente di più. Che però raccontano bene cosa è stata la giornata di Treviso. Di là, una città “militarizzata” come aveva chiesto e ottenuto il sindaco. Tremila agenti in assetto antisommossa che formavano un altro corteo che “fasciava” completamente il primo. Una presenza inutile, in un pomeriggio in cui non è accaduto nulla. E forse anche dannosa. Visto quel che è accaduto a sera: la delegazione romana era tornata alla stazione, in attesa di prendere il treno. Un annuncio sbagliato da parte dello speaker ha mandato quel centinaio di ragazzi proprio al binario dove era posteggiato il treno speciale che riportava a casa i "leghisti". Scambio di slogan, un po' pesanti ma niente di più. Tutto stava tornando, anche perché il treno "verde" stava ripartendo quando, dal tunnel è sbucato un plotone di carabinieri che ha fatto partire una carica. Fuggi, fuggi sui binari: un ragazzo è ferito. Del resto, sempre di là, nella Treviso di Gentilini, nelle edicole chiuse campeggiavano ancora i titoli dei giornali locali: "Arrivano, città blindata". Edicole chiuse come anche i negozi, i bar. Come aveva chiesto sempre lui, Gentilini, che così è riuscito a “punire” quasi esclusivamente la comitiva di turisti tedeschi costretti ad andare a mangiare in autostrada.

    Questi di là. E di qua? Loro, soprattutto loro: gli immigrati. Da Firenze, da Roma, da Milano. Da Padova, Pordenone, Mestre. Ma per lo più da Treviso, dai piccoli centri della provincia. Dove sono ormai quarantamila – su 800 mila abitanti – e sperimentano quello che qui tutti chiamano il “razzismo del pomeriggio”. Perché nessuno dice loro nulla, finché sono in fabbrica, nelle fabbriche del Nord Est. Il “razzismo” scatta all’uscita del lavoro, quando vorrebbero tornare in una casa che nessuno, però, è disposto ad affittare loro.

    Cantano, ballano. E lanciano slogan. In arabo, nella variante regionale del Maghreb. Altri, del Bangladesh chiedono di capire cosa si stia gridando. Un po’ ci si spiega in inglese, un po’ in francese. E’ strrano ma una volta tanto la lingua unificante diventa l’italiano. Tutti hanno un cartello al collo, un sandwich: “Non siamo pericolosi ma siamo in pericolo”.
    Di qua loro, e chi ha scelto di stare con loro. C’è Giuliano Giuliani, che arriva col treno da Roma, all’ulmtimo momento. Era stato a San Giovanni. Lo attorniano i cronisti locali. Lui dice che a Roma e Treviso è la stessa battaglia per il rispetto dei più elementari diritti civili. Un cronista lo interrompe e gli replica: “Ma noi diciamo che c’è un limite: il rispetto della legalità…”. Noi, chi? “Noi di Treviso, il sindaco, noi, insomma,…”. Giuliani neanche stavolta abdica all’immagine di “saggio” che si è lasciato cucire addosso. E pacatamente replica: “Legalità è rispetto della legge. E c’è una legge universale che obbliga al rispetto degli altri, obbliga gli stati a dare dignità, casa e lavoro a chi viene qui…”.

    Di qua, ci sono i disobbedienti, i Social Forum, il “movimento dei movimenti”, i verdi, “pezzi” di tutti i partiti d’opposizione. C’è Daniela, senza tessera di partito, che vota Rifondazione, segretaria comunale di Casarias, un centro del trevigiano. Anche lei viene da Roma. “Perché ho partecipato a tutte e due le manifestazioni? Perché a San Giovanni credo che siamo andati tutti a chiedere alle opposizioni una cosa sola: di svegliarsi. Altrimenti fra tre anni, qui non troviamo più nulla. Poi, quell’opposizione va riempita di contenuti: e bisogna partire da qui, dalla Bossi-Fini”.

    C’è Daniela, iscritta alla Cgil. La sua organizzazione ufficialmente non c’è con una motivazione un po’ singolare, se si da retta al comunicato pubblicato sul “Gazzettino”: “Non siamo stati ufficialmente invitati”. Ma invece no, eccola là la Cgil: non è quella di Treviso, è quella del Veneto ma fa lo stesso. Portano uno striscione con sù scritto: “Lavoro, integrazione, diritti. Sconfiggiamo la Bossi-Fini”. E ancora, non ci sono i diesse. Ma anche qui è solo questione di ufficialità: c’è – e la notano tutti – Adriana Costantini, consigliere regionale della Quercia. E poi, c’è lo striscione – diverse Unità in tasca – di una strana, questa davvero, sigla: TUI. Sono i “trevigiani umanamente indignati” col loro sindaco. Dietro di loro, un gruppo un po’ più a sinistra: “Trevigiani contro”. Ma la differenza è solo nell’età e nel modo di vestire.

    Si gioca, insomma, si fa ironia. Si appiccicano ovunque le impronte digitali, si fa bella mostra della magliette che espongono il faccione di Gentilini sovrastato da un divieto: “Non essere come lui, sii gentile con chi arriva da lontano”.

    Di qua una moltitudine, insomma. E in mezzo? In mezzo Treviso. Corso di Porta Romana, quella che attraversa i navigli. Nella strada passa il corteo. Un immigrato ha il megafono. E si rivolge ad un signore, che sta sul balcone con tutta la famiglia. “Guardaci – gli dice – Siamo uomini. Proprio come te. Ho un bambino, tu ne hai due. Cos’è che ti fa paura? Solo il colore della mia pelle? Guarda che sono come te, dai scendi giù…”. Un po’ retorico, sicuramente, ma efficace. Nel senso che scatta l’applauso. E l’uomo sul balcone? Ovviamente non scende. Ma ride. E chissà, forse dopo, andrà in piazza della Prefettura. Comune. Magari solo a sentire quel gruppo di italiani e di marocchini che suonano assieme. Chissà magari solo per ballare.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Bel coraggio fare una manifestazione in una città deserta

 

 

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