All’Onu ha scelto di tenere il suo discorso in inglese, anche se non lo parla

IL CAVALIERE E L’ARTE DI ARRANGIARSI

di FRANCESCO MERLO


C’è tutto il prodigio e il pasticcio dell'Italia, l'irresistibile imbroglio di sempre, in un primo ministro che pronunzia all'assemblea delle Nazioni Unite uno storico discorso sulla guerra e sulla pace in una lingua, l'inglese, che egli non conosce, caparbiamente ripetendo a memoria parole che tutti capiscono, tranne lui. C'è la simpatia dell'arte di arrangiarsi e c'è il riassunto di un'antica tradizione maccheronico-goliardica che dal latinorum arriva sino a Celentano, il quale, facendo il verso a se stesso, cantava in simil americano «Prisencolinensinanciusol», subito seguito da un magistrale colpo di « all right ». Chiuso per 24 ore in una camera d'albergo di New York con l'implacabile ma fidatissimo Valentino Valentini, Silvio Berlusconi si è dunque sottoposto a tutte le esercitazioni di fonetica previste dallo Schenker e dalla filosofia italiana dello «stasera mi butto» perché provarci è sempre meglio, come insegnava Walter Chiari, che per primo trasformò la masticatura del- l'americano in spettacolo ma poi, masticando masticando, arrivò ad addentare e a fidanzarsi con Ava Gardner: all right .
Pur di esibirsi in inglese al Palazzo di Vetro, Berlusconi ha dunque disertato il cocktail con Bush, la cena coi cinesi, i colloqui coi russi, impegnato com'era in estenuanti prove di memoria con le dentali e le acca aspirate, meglio del grammelot di Dario Fo, titanico sforzo onomatopeico nell'arte ruffiana e simpatica di padroneggiare una lingua masticata: «A me gli occhi, please ». Anche se in realtà la simpatia della masticatura è sempre stata malinconica perché, nello sforzo generoso di parlare una lingua che non si conosce, se ne esalta l'estraneità. Così il napoletano Totò a Milano, con il suo «noio» al posto di «noi», mostrava la distanza degli italiani dall'Italiano.
Ma ecco il prodigio e il pasticcio: Berlusconi è riuscito davvero a diventare l'amico di un estraneo. Le cronache di questa sua missione a New York e a Camp David hanno puntato giustamente, e persino nella scelta delle foto, a farci sentire orgogliosi per il rapporto che si è instaurato, di amicizia paritaria, tra il gigante America e il nano Italia, tra il grizzly bear e il camoscio, tra l'aquila e la rondine, con i due che vestono alla stessa maniera informale e si scambiano attenzioni cameratesche, e dove l'italiano non è più l'impomatato e impacciato democristiano che cerca di nascondere la propria marginalità. Eppure...
Eppure c'è qualcosa che riga il quadro, che stride e che svela. Ed è appunto quell'inglese esibito al- l'Onu, dettaglio che ribadisce strutture profonde di geopolitica, vale a dire la solitudine del gigante, anzi del guerriero, e l'eterna subalternità dell'alleato italiano.
Nessuno pretende che Berlusconi parli bene l'inglese, solo certi gregari credono che l'inglese sia prescritto a ogni primo ministro da un qualche protocollo internazionale. Al contrario, conosca o non conosca altre lingue, il primo ministro, almeno nella sede delle Nazioni Unite, farebbe bene ad esprimersi, e con orgoglio, come gli hanno insegnato i suoi genitori. Figuriamoci poi se il suo è un inglese parlicchiato.
Di sicuro Berlusconi se la sarebbe cavata molto meglio in italiano. Avrebbe, per esempio, potuto integrare a braccio, e sarebbe stato più autentico, più se stesso, e dunque probabilmente più divertente e più efficace. Ha preferito buttarsi nell'inglese, ed è come se Sordi avesse davvero preferito la mostarda ai maccheroni.
Insomma alla fine anche Berlusconi è venuto a dirci che per adeguarsi ai tempi bisogna «fare l'americano» come Carosone e come tutte le altre maschere italiane, che sono simpatiche proprio perché vestono inadeguatezze. E invece le ragioni dell'Occidente contro Saddam non sono solo americane e dunque debbono essere dette anche con parole italiane, offerte e spiegate in italiano. Probabilmente sarebbero più chiaramente espresse, meglio argomentate e più profondamente intese. Persino Bush ne sarebbe più contento