Milioni di famiglie sull'orlo della fame: la loro colpa aver seguito i consigli degli "esperti"
Un caffè molto amaro
Il prezzo è crollato dell'80% rispetto al '97
Sabina Morandi
Il Brasile, primo produttore mondiale di caffè, registra quest'anno un raccolto record. Il Vietnam, che fino a dieci anni fa coltivava tutt'altro, grazie agli oculati suggerimenti e i solerti finanziamenti della Banca Mondiale, ha riconvertito buona parte delle sue terre riuscendo a diventare il secondo produttore mondiale della bevanda preferita dagli italiani. Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sull'inutilità di incrementare le produzioni agricole per combattere la fame - come non fa che ripetere la lobby dell'agrochimica e del biotech - è giunto il momento di dissiparli. Sì perché i contadini brasiliani e vietnamiti tutto quel caffè possono darselo sui denti.
E' il mercato, bellezza
Venticinque milioni di famiglie di agricoltori che hanno seguito i consigli degli "esperti" sono sull'orlo della fame: dopo un decennale declino il prezzo del caffè è ormai in caduta libera. I rappresentanti dei sessanta paesi che fanno parte dell'Organizzazione internazionale del caffè si sono riuniti a Londra in questi giorni per cercare di risolvere una crisi di lunga durata, ma che sta toccando il fondo con circa 600 milioni di chili l'anno di eccedenza, ovvero un dieci per cento della produzione ormai fuori mercato. Questo significa che le quotazioni della materia prima più scambiata al mondo dopo il petrolio sono scese al livello più basso degli ultimi 30 anni, e il caffè oggi vale 40 centesimi la libbra (454 grammi) ovvero l'80 per cento in meno del '97. Un crollo dei prezzi che non favorisce i consumatori, tanto è vero che al dettaglio il prezzo è rimasto quasi invariato, ma che porta letteralmente alla bancarotta i piccoli agricoltori visto che almeno il 70 per cento del caffè planetario viene prodotto in fattorie con meno di dieci ettari.
Sono i miracoli della liberalizzazione sponsorizzata fra gli altri dalla Banca Mondiale, organismo che non ha smesso di spingere i governi del Terzo mondo a incrementare la sovrapproduzione di caffè nemmeno quando l'eccedenza ha cominciato a manifestarsi in modo costante. La liberalizzazione ha significato l'ingresso nel mercato di nuovi produttori, come appunto il Vietnam, e, soprattutto, l'irruzione sulla scena delle quattro sorelle del caffè, Nestlé, Kraft, Procter & Gamble e Sara Lee, che si muovono come un solo cartello alla faccia della libera concorrenza.
Con in mano praticamente la metà del mercato mondiale, sono loro a decidere le regole del gioco imponendo ai paesi coltivatori - e ai consumatori - le tariffe che vogliono, scatenando una guerra al ribasso fra i più poveri dei poveri. Così dalla fine della guerra fredda, periodo in cui le sovvenzioni statunitensi ai coltivatori servivano a tenere buone le masse dell'America Latina, i paesi produttori producono sempre di più e guadagnano sempre meno, appena 6 miliardi di dollari su di un giro d'affari di 60 miliardi quando, appena 20 anni fa, incassavano un terzo del fatturato globale.
La storia del caffè non è affatto un'eccezione. Al contrario è se mai l'esemplificazione più evidente di quella versione truffaldina del libero mercato che viene definita unfair trade, ovvero scambio ineguale. Gli organismi internazionali come il Fondo Monetario o la Banca Mondiale, come un tempo facevano le potenze coloniali, continuano a imporre la riconversione delle coltivazioni da un'agricoltura diversificata destinata al mercato locale alle monocolture destinate alle esportazioni - caffè, zucchero o cacao che, oggi, ha i prezzi in crescita. A quel punto possono entrare in scena i padroni del grande gioco, ovvero le grandi transnazionali che si spartiscono le aree di influenza, che cominciano a spingere verso una sempre maggiore produzione, di qualità sempre più scarsa, per comprare il prodotto al più basso prezzo possibile. I grandi cartelli non rischiano niente perché tanto il gioco è truccato fin dall'inizio e quando il prezzo alla fine crollerà non saranno certo loro a rimetterci, visto che al consumo le tariffe non variano. Comunque giri vince sempre il banco. Al massimo, di fronte al profilarsi di vere e proprie rivolte dei produttori, come sta avvenendo in questi giorni, le grandi corporation possono sempre offrire qualche generosa elargizione alle comunità più disastrate, come fa oggi Nestlé. Una bella operazione di immagine che costa certamente meno di una campagna pubblicitaria.
Il piano di Oxfam
Se le quattro sorelle fanno il loro mestiere la stessa cosa non si può dire dei funzionari del Fondo Monetario e della Banca Mondiale giustamente accusati da Oxfam di avere continuato a incoraggiare l'agricoltura destinata all'esportazione ignorando le ricadute che questa politica avrebbe potuto avere sui piccoli coltivatori a basso reddito. La ong inglese che ha presentato a Johannesburg i suoi progetti per abbattere gli scambi diseguali lancia in questi giorni un piano d'emergenza per salvare dalla fame milioni di contadini dei paesi del Terzo mondo.
Il "Coffee Rescue Plan" di Oxfam propone la distruzione delle derrate in eccedenza, l'autorizzazione a commercializzare soltanto caffè di qualità e, soprattutto, il pagamento di un prezzo decente ai produttori. Ai governi e alle corporation si chiede di intervenire per aiutare finanziariamente i coltivatori che vogliono riconvertire le terre ad altre colture. Jeremy Hobbs, Direttore esecutivo di Oxfam, è stato categorico: «Ci è stato detto di essere pazienti perché alla fine il libero mercato avrebbe funzionato. Stiamo ancora aspettando mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Adesso basta. Venticinque milioni di famiglie debbono essere salvate, ora».
Ma la campagna di Oxfam non è diretta soltanto ai governi. Collegandosi con il sito http: //www. maketradefair. com, ci si può inserire nella campagna on line destinata a inondare le quattro sorelle del caffè di email provenienti da tutto il pianeta. Stessa cosa si può fare collegandosi con http: //www. oxfam. org/getinvolved. htm solo che questa volta il bersaglio della pioggia di lettere sono i burocrati della Banca Mondiale. Nel frattempo come scrive Vandana Shiva nel suo rapporto dal titolo, "Una migliore agricoltura è possibile", bisogna premiare sempre più attraverso i consumi equo solidali i piccoli produttori, collegando questi ultimi con i consumatori in un rapporto diretto. "IN questo modo si avrà la certezza che venga loro assicurata la possibilità di una vita decente mentre, al contempo, che i prezzi pagati dai consumatori garantiscano la possibilità di un processo produttivo rispettoso dell'ambiente".
Liberazione 25 settembre 2002
http://www.liberazione.it


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