La biografia di Klotz. Fritz Molden: gli italiani dovrebbero ringraziarlo, senza le bombe non ci sarebbe il pacchetto
«Jörg è un esempio per i nostri giovani»
L'assessore alla cultura Hosp: gli «attivisti» non volevano uccidere

di Mirco Marchiodi

BOLZANO. Sala stracolma ieri sera al Kolpinghaus, per la presentazione della biografia che Eva Klotz ha scritto su suo padre Jörg, il «martellatore della Val Passiria» condannato più volte dalla magistratura per gli attentati degli anni Sessanta.
Ad affiancare l'autrice, che ha letto alcuni brani del suo testo, anche l'editore, Fritz Molden e l'assessore provinciale alla cultura tedesca, Bruno Hosp. Tutti e tre hanno parlato dei «Freiheitskämpfer», dei combattenti per la libertà, citando, oltre a Georg Klotz, anche Luis Amplatz e Sepp Kerschbaumer.
«I più anziani - ha detto Bruno Hosp - dovrebbero dare questo libro ai giovani, perché anche loro si rendano conto di quello che dovette subire la generazione di allora. I "Freiheitskämpfer" ci hanno insegnato che bisogna impegnarsi per i propri diritti, così come hanno fatto Klotz, Amplatz e gli altri, che per questo hanno pagato chi con la vita, chi con pene eccessivamente dure, chi con la lontananza dalla propria famiglia. Le azioni illegali che furono compiute sono state fatte badando in primo luogo a non far male a nessuno. Si volevano colpire le leggi in vigore allora, non le vite umane». Hosp ha parlato anche di azioni denigratorie dei servizi segreti italiani. «Allora era facile accusare coloro che non potevano difendersi», ha affermato l'assessore.
Hosp ha poi raccontato della propria esperienza. Dopo aver conosciuto Georg Klotz di sfuggita a Renon, lo incontrò nuovamente a Vienna. Lì, dopo un'intervista concessa all'Europeo, Klotz era stato incarcerato nel '64, seguito pochi giorni dopo da Luis Amplatz. «Klotz aveva un entusiasmo che coinvolgeva; è riuscito a convincere persone giovani a combattere per l'ideale di un Tirolo unito attraverso l'autodeterminazione. Quando lui e Amplatz furono arrestati, mi recai personalmente da Michael Stern, il più famoso avvocato viennese. Amplatz fu liberato a maggio, dopo circa un mese, Klotz a giugno. Trovai un lavoro a entrambi, ma quando ci incontravamo a parlare si vedeva subito che quello che mancava loro era la propria famiglia». Hosp ha rievocato altri ricordi, da quelli più brutti («quando, a un concerto, molte persone fecero finta di non conoscere né Luis, né Georg») a quelli più belli («quando con Jörg feci partire una trasmissione radiofonica dalla Bassa Austria»), fino alla morte di Klotz. «Era il gennaio del 1976, io ero Bundesmajor degli Schützen. Nonostante alcuni pareri contrari, al Brennero eravamo in tanti ad accogliere la sua salma ed in tanti eravamo anche al suo funerale a San Leonardo in Passiria».
Hosp ha speso qualche parola anche per l'autonomia. «Non è la soluzione migliore, ma è accettabile».
Autonomia per la quale, secondo l'editore del libro, il viennese Fritz Molden, bisogna ringraziare i "Freiheitskämpfer". «Io sostenevo la linea morbida, credevo nelle trattative con l'Onu. Oggi posso dire che mi sbagliavo. È solo grazie alle azioni dei combattenti per la libertà che le trattative per il Pacchetto sono andate avanti, senza di loro oggi in Alto Adige ci sarebbe una maggioranza italiana. E proprio gli italiani dovrebbero a loro volta ringraziare Klotz per la pacifica convivenza di oggi».