Dopo la truffa svelata da "Striscia la notizia" indagine in tutta Italia
Tucker, controlli a Trento
Perquisita la sede, gli affiliati sono 300
ACQUISTI COL TRUCCO


TRENTO. Mentre il titolare della "Tucker", dopo le denunce di «Striscia la Notizia», veniva arrestato a Rimini insieme alla moglie con l'accusa di truffa e violenza privata per la vendita - con il metodo "multilevel" - del famoso tubo salva-energia la squadra mobile perquisiva a Trento la sede della società, sequestrando materiale giudicato «interessante» ai fini dell'inchiesta. La perquisizione in via Zambra, nella zona del Top Center ha permesso di far luce sulla struttura dell'organizzazione societaria della "Tucker trentina", che può contare su circa trecento affiliati.
Ad aprire la porta agli agenti della mobile - nella sede al quarto piano di un palazzo di Trento Nord - è stato Paolo Musella, agente rappresentante della Tucker in Trentino. Sarebbe lui il riferimento per l'intera regione nella vendita del prodotto che - a sentire i suoi ideatori - riuscirebbe a far risparmiare energia e a limitare l'inquinamento. Nel corso della perquisizione la polizia ha sequestrato materiale cartaceo relativo ai prodotti, ai clienti e agli affiliati oltre ad alcuni esemplari del cosiddetto «tubo». Nei confronti di Paolo Musella non è scattato alcun provvedimento giudiziario, mentre tutti gli atti e i documenti sequestrati sono stati inviati alla procura di Rimini, titolare dell'inchiesta che ha coinvolto quattordici regioni italiane.
Ieri le forze dell'ordine hanno eseguito tutte le otto ordinanza emesse dalla magistratura di Rimini: sei a Rimini, una ad Ancona e una a Pesaro. L'inchiesta ha portato all'accertamento, attraverso una perizia di ufficio, dell'inefficacia del sistema "energy saving", in grado invece - secondo la Tucker - di garantire elevati risparmi di consumi energetici e abbattimento di emissioni inquinanti. Il delitto di violenza privata si riferirebbe ai rapporti intercorsi tra i titolari della società, che ha sede a Riccione, e i dirigenti di società affiliate e incaricate della commercializzazione, alcuni dei quali avrebbero subito pesanti umiliazioni.
In sostanza la Tucker, che è stata tra gli sponsor della nazionale di calcio, è accusata di avere emesso sul mercato un prodotto con pubblicità ingannevole in quanto il dispositivo di nuova concezione avrebbe eliminato l'inquinamento atmosferico con risparmi energetici del 50%, fatto risultato non veritiero. La società, con un'organizzazione piramidale, era una specie di catena di Sant'Antonio cui spettavano compensi percentualmente diversi a secondo del ruolo ricoperto. I potenziali rivenditori venivano invitati a feste organizzate in hotel con il fine di far firmare un contratto con diritti di franchising per un importo di 19 milioni di vecchie lire. L'allargamento, poi, della base piramidale aveva lo scopo di incrementare i guadagni tanto che per il volume d'affari acquisito la società, nata come srl, dovette trasformarsi in spa. L'accusa di violenza privata, invece, si riferisce agli incontri organizzati dalla società di Eusebi in zone dell'Italia centrale per gli affiliati che, invitati per migliorare la tecnica di vendita, venivano poi sottoposti a una sorta di lavaggio del cervello tanto che, una volta "purificati", avevano il nulla-osta per lavorare per la ditta. Il costo di ogni dispositivo poteva variare tra i 3 e i 4 mila euro. Dopo l'acquisto i cliente poteva diventare a sua volta parte della piramide, convicendo altri ad investire nel «tubo».