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Risultati da 31 a 40 di 66

Discussione: La Russa

  1. #31
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    Originally posted by Il Condor



    Le toghe sono "rosse" perche' hanno preso di mira le aziende Fininvest spulciandole fino in fondo per evitare la "discesa in campo" di Silvio.

    Ecco!
    E' proprio PER QUESTO che le toghe sono "rosse", VERO??

  2. #32
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    Originally posted by Il Condor

    Che poi abbiano affondato i vecchi dc (che io odio perche' colpevoli del compromesso con i comunisti) e il vecchio Craxi ...
    Vacci piano col "vecchio" Cinghialone. Il Banana e la banda bassotti al completo sono in piena campagna di riabilitazione...

  3. #33
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    Originally posted by Il Condor



    Le toghe sono "rosse" perche' ...
    E sono "rosse" perche' non hanno indagato per nulla sul pci.

    Cfr.: http://www.politicaonline.net/forum/...threadid=27104

    Dai; fatti una lettura.

    Nel 1997-98, mentre Di Pietro combatte la sua battaglia solitaria contro le accuse a pagamento di D’Adamo, l’Italia sembra percorsa da una gran voglia di «tornare alla normalità». Cioè ai tempi in cui la politica e l’economia riuscivano, di fatto, a sottrarsi a un efficace controllo di legalità. Da Mani pulite a Mani libere.
    Questa unità di intenti trova la sua massima incarnazione, nel biennio 1997-
    98, nella Commissione bicamerale per la riforma della seconda parte della Costituzione.
    E, a cascata, in una imponente produzione di leggi in materia di giustizia,
    che – come osserva il procuratore torinese Maddalena – «sotto il pretesto di un malinteso "garantismo", infarciscono il processo penale non di garanzie, ma di ostacoli. E sembrano fatte apposta per rendere piú difficile il lavoro dei magistrati e piú facile quello degli imputati. Soprattutto dei colpevoli».
    La Bicamerale nasce, sotto la presidenza bipartisan di Massimo D’Alema (votato anche da Forza Italia e dal Ccd), il 22 gennaio 1997. Inizialmente, almeno stando alle dichiarazioni di alcuni protagonisti, pare che di tutto dovrà occuparsi fuorché di giustizia. Ma il presidente della Repubblica Scalfaro capisce in anticipo dove i partiti vogliono andare a parare: parlano di «nuova Repubblica», ma pensano soprattutto alle Procure della Repubblica. E fin dal 30 novembre 1996 li avverte: «La Bicamerale non perda tempo con la giustizia e si occupi delle riforme di sua competenza». Infatti la giustizia non è neppure inserita nella legge costituzionale del 24 gennaio 1997, approvata a grande maggioranza dalle due Camere, che istituisce la Commissione. A proposito dei compiti del nuovo organismo, la legge istitutiva recita: «La Commissione elabora progetti di revisione della parte seconda della Costituzione, in particolare in materia di forma di Stato, forma di governo
    e bicameralismo, sistema delle garanzie». Quattro temi, quattro comitati che
    prendono il nome da quattro dei cinque «titoli» della seconda parte della Costitu-zione.
    Manca proprio quello denominato «Magistratura»: che dunque, non è previsto.
    Lo dice, almeno all’inizio, lo stesso presidente in pectore D’Alema. Il 17 luglio 1996, illustrando «le grandi questioni» all’ordine del giorno della commissione
    prossima ventura, ne cita tre: «federalismo, parlamentarismo, forma di governo».
    Sulla giustizia, nemmeno una parola. Berlusconi – imputato in quel momento
    in una decina di processi per corruzione, falso in bilancio, frode fiscale, finanziamento illecito e sospettato a Palermo di riciclaggio di denaro mafioso – è di tutt’altro parere: «Vi accorgerete dell’incombente drammaticità del tema giustizia»
    (10 ottobre 1996). Ma D’Alema è inflessibile: «Sulla giustizia non vedo que-stioni costituzionalmente rilevanti» (18 ottobre). Giuliano Ferrara però lo avverte: La giustizia è il problema politico numero uno. Il capo dell’opposizione viene sistemati-camente perseguitato dai giudici. D’Alema deve […] intervenire per fermare gli aggres-sori.
    Se no D’Alema e i suoi si possono scordare tutto: le pensioni, l’ingresso in Europa, le riforme istituzionali, tutto. Basterebbe poco per rimettere in riga i pm […] sotto controllo
    della politica. Vedrete che la sinistra qualcosa concederà (Repubblica, 9 febbraio 1997).
    È ottimo profeta: l’11 febbraio D’Alema annuncia che «il rapporto fra magistratura e potere politico è uno dei temi che piú seriamente dovrà impegnare la Commissione».
    Berlusconi, il giorno 23, è sulla stessa lunghezza d’onda. E dice,
    citando Dante: «La giustizia in Bicamerale? Qui si parrà la nobilitate dei signori dell’Ulivo. Per fortuna, il clima è molto positivo».
    Detto, fatto. Nonostante la legge e gli appelli di Scalfaro e Flick, la Bicamerale si occuperà anche, anzi soprattutto di giustizia. Il tema viene infilato surrettiziamente
    tra i compiti del quarto comitato, dedicato al «Sistema delle garanzie». Relatore del comitato diventa, su indicazione del centrosinistra, Marco Boato, 50 anni, ex dirigente di Lotta continua, ex radicale, ex deputato del Psdi, poi del Psi craxiano, da sempre molto critico con la magistratura e quindi molto gradito a Forza Italia. Fra l’altro, Boato ha appena elogiato il progetto di riforma della forzista Parenti che prevede la separazione delle carriere, due Csm con un aumento dei membri politici e l’azione penale discrezionale. Con il forzista Marcello Pera, poi, Boato darà presto vita a un simulacro di formazione politica, la cosiddetta «Convenzione per la Giustizia», per procacciare i finanziamenti pubblici riservati alla stampa di partito al quotidiano Il Foglio, fondato da Giuliano Ferrara, di proprietà
    di Veronica Berlusconi, moglie di Silvio.
    «L’Italia – esordisce il relatore – non è uno Stato di diritto». Da quel giorno,
    sfornerà ben sette bozze di riforma della giustizia in sette mesi. Tutte molto corpose: se approvate, farebbero lievitare i capitoli «Magistratura» e «Garanzie costituzionali» della Costituzione dagli attuali 19 articoli a 24, e da 52 commi a 101. Le toghe insorgono subito, fin dalla prima, e denunciano in un documento con 250 firme i gravi rischi per l’indipendenza della magistratura (garantita dalla prima parte della Costituzione, che la Bicamerale non potrebbe nemmeno sfiorare).
    Un gruppo di intellettuali, chiamato a raccolta da Micromega, invita l’Ulivo a non tradire il suo programma elettorale. «Dopo quello degli intellettuali – risponde Boato – aspetto il documento dei lavoratori manuali». Anche L’Espresso di Claudio Rinaldi avversa le bozze Boato: Giampaolo Pansa, per dipingere l’abbraccio (o «inciucio») fra D’Alema e Berlusconi, conia il termine «Dalemòni».
    Ma nel paese l’opposizione all’inciucio è molto piú ampia. Da destra, contesta la Bicamerale il settimanale Il Borghese diretto da Daniele Vimercati, che ospita interventi di magistrati conservatori come Cordova, Maddalena e Cicala. Cordova – come poi Scarpinato, Almerighi e altri – ricorda le straordinarie somiglianze fra le proposte di Boato e il «Piano di rinascita democratica» di Licio Gelli. L’ex Maestro Venerabile, intervistato in aprile dal Borghese, conferma: «Il mio Piano di rinascita? Vedo
    che vent’anni dopo questa Bicamerale lo sta copiando pezzo per pezzo, con la bozza Boato. Meglio tardi che mai. Mi dovrebbero almeno dare il copyright…».
    Il 16 aprile, 59 senatori dell’Ulivo guidati dal vecchio giudice napoletano Raffaele Bertoni firmano un documento contro l’ultima bozza. L’indomani la presidente dell’Anm Elena Paciotti viene sentita in Bicamerale e ribadisce che le riforme che occorrono alla giustizia italiana si possono fare con legge ordinaria, «a Costituzione invariata». Il 19 aprile mille magistrati si riuniscono in assemblea a Roma.
    C’è anche Borrelli che esorta i nuovi padri costituenti a «non obbedire ai diktat di Berlusconi», che oltretutto «è un imputato del nostro ufficio». A insorgere contro il procuratore non è Berlusconi, ma il Pds, mentre Flick minaccia azioni disciplinari. La redazione dell’Unità e le sedi del Pds sono tempestate di telefonate
    e fax di protesta contro la linea del partito. D’Alema, nel mirino della contestazione, propone addirittura di segretare i verbali della Commissione. Cosí, a partire dal 13 aprile 1997, il dibattito sulla riforma della Costituzione repubblicana entra in clandestinità. Il 30 giugno si chiude la prima parte dei lavori, con un sostanziale accordo sui punti-cardine. Il 18 giugno otto «padri costituenti» (D’Alema, Berlusconi, Fini, Marini, Tatarella, Nania, Mattarella e Salvi) si sono incontrati sulla terrazza dell’abitazione privata di un dirigente Fininvest, che non è nemmeno deputato (anzi, è ancora indagato per corruzione nell’inchiesta romana sulle telefrequenze): Gianni Letta. Lí, in via della Camilluccia, davanti a una crostata rimasta celebre, si sono accordati sui poteri che la nuova Costituzione dovrà assegnare al capo dello Stato. Resta soltanto qualche incognita sulla giustizia (...).
    Boato, l’ultima bozza
    In settembre, di ritocco in ritocco, Marco Boato presenta le sue ultime bozze
    «definitive»: la sesta e la settima. Quest’ultima viene votata e approvata il 30 ottobre dai rappresentanti di tutti i partiti nella Bicamerale, eccetto quelli di Rifondazione comunista. Poi viene trasmessa alla Camera, dove Boato la illustrerà ai colleghi deputati per farlo approvare entro l’estate del 1998. Berlusconi ne approfitta per un’ultima tirata contro «i pm che dominano i giudici». Poi parla D’Alema, ecumenico: «È un successo, anche se in una parte della Bicamerale prevale uno spirito antigiudici che ritengo profondamente sbagliato. Il testo approvato è equilibrato, salvo l’articolo 122 che divide in due sezioni il Csm e aumenta i componenti laici». In realtà, c’è ben altro:
    1) Per la Costituzione vigente, tutti «i giudici sono soggetti soltanto alla legge».
    Sia i requirenti, sia i giudicanti. L’articolo 117 della bozza Boato, invece, distingue: «i giudici sono soggetti soltanto alla legge», mentre i pm «sono indipendenti da ogni potere e godono delle garanzie previste per loro dalle norme sull’ordinamento giudiziario» (norme ordinarie, che dunque i politici possono modificare). Significativa l’espressione «da ogni potere»: ora è «da ogni altro potere», e infatti la magistratura è uno dei tre poteri dello Stato. Ma i nuovi costituenti la degradano a semplice «ordine» (articolo 120). Cosí non potrà piú sollevare conflitti di attribuzioni fra poteri dello Stato davanti alla Consulta. Torna anche la vecchia gerarchizzazione dell’ufficio del pm.
    2) Il Csm viene sdoppiato in due sezioni, una per i pm e una per i giudici. I novelli costituenti sostengono che ora è troppo «politicizzato»: dunque, aumentano i membri di nomina politica, i cosiddetti «laici». Boato lascia aperte due soluzioni: quella che lui dichiaratamente predilige è il cosiddetto fifty-fifty (15 membri togati e 15 laici), ma per chi non cogliesse la portata dell’innovazione c’è una proposta piú morbida (i politici passano «soltanto» da 10 a 12, i magistrati scendono da 20 a 18). Le due sezioni saranno comunque presiedute da membri di nomina politica.
    E il ministro della Giustizia potrà partecipare ai lavori quando vorrà, pur senza diritto di voto. Inoltre il Csm viene declassato a semplice organo «amministrativo», perdendo il potere di esprimere pareri sui progetti di leggi (potrà farlo solo se il ministro glielo chiederà).
    3) L’azione disciplinare contro i magistrati diventa obbligatoria e, oltreché al
    ministro, viene affidata «d’ufficio» a un procuratore generale eletto dal Senato a maggioranza dei tre quinti (cioè gradito ai partiti), il quale «riferirà annualmente al Parlamento sull’esercizio dell’azione disciplinare». I magistrati sottoposti a procedimento non risponderanno piú al Csm, ma a una specie di Tribunale speciale che prende il nome di «Corte di giustizia della magistratura», formata da soli quattro magistrati ordinari (eletti tra i membri togati dei due Csm), due giudici amministrativi e tre politici (eletti fra i membri laici), i quali esprimeranno anche il presidente.
    Insomma, i magistrati ordinari saranno in minoranza nel giudicare i colleghi
    perseguiti dal ministro o dal procuratore speciale. E quest’ultimo non dovrà
    essere per forza un magistrato: potrà essere anche un giudice in pensione (come per esempio Mancuso) o un avvocato con vent’anni di servizio (come Taormina o Previti).
    4) L’articolo 124 separa rigidamente i pm e i giudici. Per passare dall’una all’altra funzione, bisogna sostenere un «concorso riservato» e soprattutto cambiare distretto (cioè regione). Commenta il professor Stefano Rodotà: «È la sostanziale e reale separazione delle carriere». In compenso, gli avvocati avranno libero accesso a tutti «gli altri gradi della giurisdizione»: cioè potranno diventare procuratore capo, procuratore generale, presidente di Tribunale, Corte d’assise, Corte d’appello e Cassazione. Senza nemmeno il fastidio del concorso e del cambio di distretto.
    L’avvocato che difende Riina a Palermo, per esempio, potrà fare il procuratore di Palermo. Ma un giudice del Tribunale di Palermo no: dovrà traslocare a Catania. Previo «concorso riservato».

    5) L’articolo 128 segna di fatto la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale
    (prevista peraltro nella prima parte della Costituzione): «Il ministro della Giustizia riferisce annualmente al Parlamento sull’esercizio dell’azione penale e sull’uso dei mezzi di indagine». Insomma, governo e Parlamento potranno intervenire e addirittura votare su un’inchiesta sgradita, o su un procuratore che usa «mezzi di indagine» non conformi ai desiderata dei partiti.
    6) L’articolo 129 introduce il concetto della «modica quantità» di delitto consentita.
    Prevede infatti che «non è punibile chi ha commesso un fatto previsto come
    reato, nel caso in cui esso non abbia determinato una concreta offensività». È la linea difensiva dei grandi gruppi industriali sotto processo per falso in bilancio: mentivano agli azionisti, ma solo un po’; accumulavano fondi neri e pagavano tangenti, ma poco per volta, un’inezia rispetto ai fatturati. Irrisa nei Tribunali e nelle università, questa linea si accinge a entrare nella Costituzione.
    7) L’articolo 130 è una serie di declamazioni sui princípi del cosiddetto «giusto processo», in gran parte già contenuti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in parte nella riforma ordinaria che il Parlamento si appresta a varare con il nuovo articolo 513 del codice di procedura (vietando di utilizzare nel processo i verbali resi davanti al pm da imputati di reato connesso o collegato che non si ripresentano in Tribunale a ripeterli).
    8) L’articolo 132 riduce i poteri del pm: «Il pubblico ministero ha l’obbligo di
    esercitare l’azione penale e a tal fine avvia le indagini quando ha notizia di un reato».
    Sembra un’ovvietà, invece significa privare il pm della facoltà di avviare indagini motu proprio, d’iniziativa, sull’eventualità di un reato non denunciato. Le Procure dovranno attendere che i cittadini volenterosi e le forze di polizia (dipendenti dal governo) le riforniscano di denunce. Da sole, non potranno piú agire.
    Insomma – è il giudizio di Rodotà – «nella Bicamerale non ha soffiato alcuno
    spirito costituente. I vecchi padri costituenti vedevano nella magistratura un corpo di garanzia. I nuovi costituenti la considerano un corpo potenzialmente deviante, una categoria sospetta e pericolosa. Cosí la sua autonomia viene complessivamente depotenziata. L’intera giurisdizione viene attratta nell’orbita della politica.
    Proprio mentre un potere politico, che tende a essere sempre meno controllabile nelle sedi parlamentari, richiederebbe un controllo di legalità il piú forte e indipendente possibile. Questa non è una seria e meditata riforma costituzionale. È un regolamento di conti della classe politica contro la magistratura».
    Per chi nutrisse ancora dei dubbi, ecco un codicillo inserito, dal comitato che
    si occupa della riforma del Parlamento, nell’articolo 79 della Costituzione: quello che regola le amnistie e gli indulti. Dal 1992 questo articolo recita: «L’amnistia e l’indulto sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera». Troppi, due terzi, per raccogliere facilmente una maggioranza per il colpo di spugna. In Bicamerale viene modificato cosí: «…a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera». In pratica, si riporta il quorum al 50 per cento piú uno, com’era prima del 1992, quando le amnistie e gli indulti erano stati 33 in 45 anni. Perché? Una possibile risposta si può trovare in una discussa intervista di Luciano Violante al Foglio, il 22 dicembre 1997: «Nel 1999, al termine delle riforme istituzionali, si porrà la questione dell’amnistia».
    Scalfaro, nel messaggio di fine anno, attacca i pm che «fanno tintinnare le manette» in faccia all’indagato. L’allusione è chiaramente rivolta a Mani pulite, e Di Pietro gli risponde a muso duro. In realtà, il presidente prepara un’esternazione che lo riconcilierà subito con la magistratura: il 29 gennaio 1998 partecipa al congresso dell’Anm e ascolta, seduto in prima fila, la relazione della presidente Elena Paciotti. La quale, con toni suadenti, demolisce punto per punto la riforma della Bicamerale, con particolare riferimento al doppio Csm, all’aumento dei membri politici e alla strisciante separazione delle carriere. Alla fine, a sorpresa, il capo dello Stato chiede la parola e si associa: «Non credo di squilibrare la mia posizione nel dire che condivido tutta la sua relazione, fin nei particolari». Anche là dove Paciotti
    accusava i membri della Bicamerale di non aver lavorato «con il respiro e l’elevatezza dei nostri padri costituenti», quelli veri, quelli del 1946. È lí, al congresso dell’Anm, che la Bicamerale comincia a morire. D’Alema è contestato dai magistrati (il pm Maddalena lo «processa» in un duro faccia a faccia), Bertinotti invece è applauditissimo. E ancor di piú lo è Gianfranco Fini, venuto ad annunciare, proprio in chiusura, che le carriere dei magistrati devono restare unite e che anche il doppio Csm non è un dogma. A quel punto, scavalcati dalla destra, anche i costituenti del Pds cominciano a fare marcia indietro.
    Colombo nell’Italia dei ricatti
    Il 14 febbraio un gruppo di intellettuali di diverse estrazioni lancia un nuovo «Appello ai cittadini» contro la bozza della Bicamerale. L’ha promosso Flores d’Arcais, con le firme di Galante Garrone, Montanelli, Bocca, De Andrè, De Gregori, Stajano, Baricco, Starnone, Tabucchi, Vattimo, Sylos Labini, Del Colle, Sansa. È un invito a prepararsi a votare «no» alla bozza Boato nel referendum confermativo che dovrà chiudere l’iter della riforma costituzionale, una volta approvata dalle due Camere.
    Il 22 febbraio il Corriere della sera pubblica con grande evidenza un’intervista del pm Gherardo Colombo raccolta dal giornalista Giuseppe D’Avanzo. Titolone in prima pagina: «Colombo: Bicamerale figlia del ricatto». Dopo un lungo excursus attraverso i piú torbidi misteri d’Italia, dallo sbarco degli angloamericani in Sicilia con l’aiuto della mafia a Portella della Ginestra, giú giú fino alla strategia della tensione e alla P2, il magistrato ripropone la lettura di molti storici, italiani e stranieri, sul «doppiofondo» della storia repubblicana. Poi trae le conclusioni: con Tangentopoli s’è scoperta soltanto la punta dell’iceberg della corruzione, mentre il resto è rimasto sommerso, e su questo sommerso si sono costruiti ricatti incrociati cosí inquietanti da indurre la politica tutta, senza distinzioni di colori, a bloccare la magistratura prima che vi affondi ancora le mani. «Nel metabolismo politico-sociale
    del paese – dice Colombo – ci sono ancora le tossine che consigliano di realizzare le nuove regole della Repubblica non intorno al conflitto trasparente, ma al compromesso opaco. E un passaggio chiave è la Bicamerale […]. Chi non è stato toccato dalla magistratura ha scheletri nell’armadio e si sente non protetto, debole perché ricattabile. La società del ricatto trova la sua forza, appunto, su ciò che non è stato scoperto».
    Colombo ha detto e scritto le stesse cose in convegni, interviste e libri (Il vizio della memoria). Ma quell’intervista, con quell’evidenza e in quel momento, diventa un attacco dirompente alla Bicamerale. Le reazioni piú dure arrivano dal campo dalemiano. Salvi: «Gherardo Colombo farnetica e delira: si rivolga a uno psichiatra.
    La sua intervista fotografa un’ideologia del fanatismo tipica, del resto, di una
    piccola borghesia eversiva. Ora, sul modo di condurre le inchieste da parte di un magistrato che la pensa cosí, non possono non sorgere interrogativi inquietanti».
    Folena: «Quelle di Colombo sono accuse deliranti, un atto eversivo». D’Alema: «Il bersaglio sono le riforme, e per colpirle ci si traveste da rivoluzionari. Colombo è un estremista di sinistra, per lui la politica è il regno del male. Un teorema che ho
    già sentito, tipico di quanti si considerano avanguardie rivoluzionarie, non nuovo all’estremismo di sinistra […] a cominciare dal vezzo di attaccare chi è piú vicino» (Colombo risponderà nel libro scritto con Corrado Stajano, Ameni inganni: «"Piú vicino sarà lei!", direbbe Totò [ …]. Io non ho, non posso, e non voglio avere né vicini né lontani»). Boato: «L’analisi di Colombo è un fatto paranoide, nel senso tecnico della parola. Un delirio di onnipotenza. Pretende che tutta la società venga messa sotto il controllo del Grande Fratello, il Magistrato Inquirente». Maiolo: «Il pool di Milano va sciolto in quanto centrale di eversione».
    I presidenti di Camera e Senato, Violante e Mancino, sentono il bisogno di
    vergare un comunicato congiunto per comunicare alla Nazione che «non è ammissibile travolgere l’intero lavoro della Bicamerale con la delegittimazione in blocco del Parlamento, accusandolo senza appello di connivenze e di oscuri compromessi […]. Con argomenti cosí devastanti, il dottor Colombo non aiuta la ricerca degli strumenti piú idonei ad assicurare la necessaria indipendenza del pubblico ministero». Gli unici attestati di solidarietà dal fronte politico Colombo li riceve dalle provenienze piú improbabili: Cossiga, Buttiglione e Mastella, tutti e tre ostili per ragioni diverse alla Bicamerale. In quei giorni il pm Francesco Greco incrocia,
    nei corridoi della Procura, Cesare Previti. Il quale gli dice: «Dotto’, il suo
    collega Colombo ha ragione. Qua i ricatti volano come le mosche!».
    Il ministro Flick, dopo varie sollecitazioni del Pds e di Forza Italia, avvia l’azione disciplinare contro Colombo (è la terza, per lui, dopo quelle promosse da Mancuso), mentre il consigliere forzista del Csm Agostino Viviani (lo stesso che un tempo si batteva per l’abolizione dei reati di opinione) lo denuncia alla magistratura per reati gravissimi. Anche Salvi lo querela, per calunnia. Denunce che non porteranno a nulla. Al termine dell’istruttoria disciplinare, il procuratore generale della Cassazione chiederà l’archiviazione. Ma il plenum la respingerà con un solo voto di maggioranza, quello della diessina Graziella Tossi Brutti. E darà il via al procedimento vero e proprio, dal quale Colombo verrà comunque assolto.
    La Bicamerale muore nella primavera del 1998. Per colpa (o per merito) di
    Berlusconi. D’Alema fa di tutto per trattenerlo, ma invano. Le vere intenzioni del Cavaliere sono dichiarate con la consueta, brutale franchezza da Giuliano Ferrara: «Fu stipulato un patto, nel gennaio 1997, che ha resistito per oltre un anno: l’opposizione collabora lealmente a fare le riforme istituzionali, la maggioranza accetta un programma di restaurazione dello Stato di diritto e garantisce il leader dell’opposizione dall’agguato giudiziario» (Il Foglio, 4 aprile 1998). Anche Giuliano Urbani si è lasciato sfuggire un accenno alle prosaiche ragioni che costituiscono la vera posta in gioco: «Se facciamo le riforme giuste in Bicamerale, non ci sarà quasi piú bisogno dell’amnistia. Ma se passerà l’autorizzazione all’arresto di Previti [chiesta venti giorni prima dai giudici di Milano per lo scandalo Imi-Sir, come vedremo fra breve], le possibilità di una grande intesa si ridurranno praticamente a
    zero» (29 dicembre 1997).
    Fallita la Bicamerale come levatrice, o addirittura come succedaneo dell’amnistia, il 27 maggio Berlusconi annuncia il «no» di Forza Italia al testo approvato in commissione il 30 ottobre 1997: non solo quello sulla giustizia, ma anche quello sui poteri del capo dello Stato. Fini, schierato fino all’ultimo con D’Alema per il successo della Bicamerale, dissente e non applaude. Negli stessi giorni, An propone di rendere esecutive le condanne dopo l’appello: il che, per il Cavaliere, significa rischiare concretamente il carcere entro un paio d’anni, senza piú speranze nella prescrizione. I rapporti fra Forza Italia e An non sono mai stati cosí tesi. Il 2 giugno D’Alema annuncia in Parlamento che è tutto finito: «È una sconfitta,
    un fallimento per tutti»...

    (da "Mani pulite. La vera storia. Da Mario Chiesa a Silvio Berlusconi" di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio (Editori riuniti, pagg. 730

  4. #34
    Rosso è bello
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    Originally posted by GEORGE


    MA KE BLAK BLOK SIGNORILE, FASCISTELLI "DEL CAVOLO"
    BRAVO,KOSI' SI FA
    QUANDO SFASCI LE VETRINE DURANTE I CORTEI PACIFISTI POI TOGLI LA POLVERE?
    Senti cretinetti, io non ho mai sfasciato vetrine. Tu credi di poter dire quello che vuoi insultando a destra e a manca, ma non è così. Tu qui pensi che basti quel nick stupido che ti sei dato per poter dire quello che vuoi. Bene, a me non lo dici. Ricordatelo, perchè non te lo ripeto più. Le accuse di sfasciare vetrine le vai a fare a tua sorella e non a me.

  5. #35
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    Originally posted by seurosia


    Senti cretinetti, io non ho mai sfasciato vetrine. Tu credi di poter dire quello che vuoi insultando a destra e a manca, ma non è così. Tu qui pensi che basti quel nick stupido che ti sei dato per poter dire quello che vuoi. Bene, a me non lo dici. Ricordatelo, perchè non te lo ripeto più. Le accuse di sfasciare vetrine le vai a fare a tua sorella e non a me.
    C'è sempre la ignore list come "estrema ratio".

  6. #36
    VIENI AVANTI FASSINO!
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    WASHINGTON DC/WHITE HOUSE-ANCHE VOI AVETE DEI NERI? (AL PRESIDENTE BRASILIANO FERNANDO CARDOSO, “ESTADO DE SAO PAULO”, 28.4.02)
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    Originally posted by MrBojangles


    (da "Mani pulite. La vera storia. Da Mario Chiesa a Silvio Berlusconi" di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio (Editori riuniti, pagg. 730
    AHAHAHHAHAHAHAHAHA

    MA LA SMETTI DI INKOLLARE MERDA SU POLITICAONLINE?
    NON SENTI KE PUZZA?
    ORA COPIA/INKOLLA PURE TRAVAGLIO,AHAHAHAHAHAHAHHA

  7. #37
    VIENI AVANTI FASSINO!
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    [QUOTE]Originally posted by seurosia
    [B]

    Bene, a me non lo dici. Ricordatelo, perchè non te lo ripeto più........




    MI STAI MINACCIANDO?

  8. #38
    VIENI AVANTI FASSINO!
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    Originally posted by MrBojangles


    C'è sempre la ignore list come "estrema ratio".
    MA SEUROSIA,TRA UNA VETRINA ED UN PARABREZZA,RESTA UN UOMO MIKA UNA FEMMINUCCIA,LUI MI LEGGE ONLINE MIKA OFFLINE KOME TE BIMBETTA KARA

  9. #39
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    Originally posted by GEORGE


    AHAHAHHAHAHAHAHAHA

    MA LA SMETTI DI INKOLLARE MERDA SU POLITICAONLINE?
    NON SENTI KE PUZZA?
    ORA COPIA/INKOLLA PURE TRAVAGLIO,AHAHAHAHAHAHAHHA

    si tratta della vostra merda comunque, descritta con il massimo di scrupolo e rigore giornalistico fino quasi alla pedanteria.
    Nomi, eventi, atti, citazioni di articoli dai giornali con data e pagina.
    Impossibile querelare. I fatti sono lì in bella mostra, solo i fatti.
    mr

  10. #40
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    stavo pensando che avete cambiato registro, siete passati dalle calunnie e diffamazioni alla congiura del silenzio. Semplicemente si sceglie di non informare nella speranza che tutto cada nell'oblio.
    Poi ogni tanto ecco qualche commemorazione, come quella di Moroni, in cui i fatti sono completamente reinventati dal vostro affabulatore megagalattico.

    Meno male, a questo punto , che il solito Travaglio e Barbacetto hanno fatto un resoconto, una cronaca di quella storia recente. Hanno rivisto i giornali e scoperto che , per esempio, Moroni non era finito in galera perchè godeva dell'immunità parlamentare e che la sua lettera era soprattutto un atto di accusa ai compagni di partito, che lo avevano brutalmente scaricato dopo che "la ruota della fortuna" lo aveva scelto. La tangente gli era stata materialmente versata e lui lo aveva ammesso tranquillamente, come giorni fa ha fatto Citaristi.

    Ma silenzio, please......ssssstttttt
    mr

 

 
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