Cerami, con tatto e buon gusto italici, sostiene che la critica non deve parlar male del suo film.
Due pezzi di risposte da La Stampa di oggi:
DUE RISPOSTE ALLA POLEMICA SUL «PINOCCHIO»
Il decreto Cerami
15 ottobre 2002
di Fabrizio Rondolino
PUÒ darsi che la critica cinematografica italiana sia in crisi di ruolo e di idee, come del resto lo è il cinema italiano.
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Il dibattito sulla critica e sui critici non è insomma una novità; non per questo non merita di essere affrontato: ma gli unici che dovrebbero tenersene alla larga sono i criticati, per un evidente conflitto d'interesse.
Vincenzo Cerami, invece, non sembra sfuggire ad un antico vizio nazionale: gridare al complotto, e buttarla in politica.
[...] le recensioni non sempre osannanti al nuovo film di Roberto Benigni diventano ai suoi occhi «aggressioni violentissime» espresse in un «linguaggio teppistico gonfio di oscuri veleni», e lo spingono a tirare in ballo nientemeno che «la crisi della sinistra».
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Quale delitto di lesa maestà si potrà mai compiere esprimendo un punto di vista, di certo parziale e sicuramente contestabile, che ha tuttavia il solo difetto di non concordare con l'opinione degli autori dell'opera?
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C'è qualcosa di inconsciamente berlusconiano, se così si può dire, nella requisitoria di Cerami: i critici (i giudici) sono tutti di sinistra, è in atto una congiura mossa dall'invidia e dal rancore, ma il pubblico (il popolo) è con noi. Bisognerebbe essere più cauti, anche per una questione di stile.
Come dicono a Torino, esageroma nen. Dopo la legge Cirami, non si avverte francamente il bisogno di un decreto Cerami per la ricusazione dei critici sgraditi.
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Il diritto del critico
15 ottobre 2002
di Edoardo Bruno
DISPIACE che Vincenzo Cerami generalizzi chiamando in causa la critica cinematografica come una consorteria andata oramai in pezzi, ma dal suo articolo non si capisce cosa rimproveri alla critica, se non il fatto che non ha scritto del suo film (lo sceneggiatore in fondo può avanzare il diritto di co-paternità) come di un capolavoro ma ne ha evidenziato i meriti e i demeriti.
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A mio parere, nel Pinocchio di Benigni, trovo appannato il clima di favola, mentre quel leggendario filare tra realtà e magia soffre, disturbato com’è da una maledetta voglia di esplicitare, sin dall’inizio, il senso, che doveva invece spontaneamente emergere come in quelle corse appassionate tra volontà e desideri, tra promesse (a se stesso) e tradimenti, tra impertinenze e paure.
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