L'INTERVISTA

'Mi sento sardo sino al midollo'
«Perchè siamo bravi? Semplice, siamo tutti un po' matti»


LONDRA. Lo chiamano il fantino italo-inglese, da Parigi a Melbourne, da New York a Dubai. Ma lui, che pure è nato a Milano e che in Inghilterra ha raggiunto fama e ricchezza diventando l'eroe dei due mondi dell'ippica, si sente sardo sino al midollo.
E non solo per il cognome ereditato da papà Gianfranco (noto con il soprannome di mostro). Lui, Lanfranco Dettori, per tutti Frankie, è l'emblema dei suoi conterranei che corrono in sella: dai "guerrieri" di piazza del Campo a Siena, a quelli che iniziano sulle piste di Chilivani e Sassari, sino ai più famosi che si battono a San Siro o alle Capannelle. Frankie è quello che è riuscito ad arrivare al top, lì dove più in alto non si può. Il riferimento di tutti quelli che delle corse al galoppo hanno fatto il loro mestiere.

- Frankie Dettori, è passata una settimana dal trionfo di Parigi. Ancora emozionato?
«Sì, tantissimo. La botta non mi è mica passata. E' stata una gioia indescrivibile. E' vero Marienbard non era il favorito. Forse è stato un miracolo, o più semplicemente era la mia giornata».

- Papà Gianfranco che ha detto?
«Mah, lui era molto contento, ovviamente. Ha detto che ormai l'ho demolito. Ma esagera. Perché nella sua carriera ha fatto cose esaltanti. Comunque un anno fa era venuto a Longchamp, lo avevo invitato, sentivo di poter vincere con Sakhee, un cavallo straordinario. Quest'anno, invece gli ho detto: papà resta a casa, non è aria. Mi ha ubbidito, ma mi sono sbagliato io».

- Gianfranco Dettori ha iniziato da zero, facendo il cameriere a Milano insieme ad "Aceto" Degortes, scappando da una realtà che lo destinava a fare il minatore. Per caso è diventato fantino. Che ricordi sono rimasti di quando Lanfranco bambino sentiva i racconti di papà?
- Mi ricordo tutto, come se fosse oggi. Era come sentire una favola. Quando lui era giovane erano davvero altri tempi. Ha sofferto la fame, è stato costretto a mille sacrifici. Ma aveva voglia di fare qualcosa, di uscire da quello stato di precarietà. Per me è stato tutto facile: i vestiti, i giocattoli, la scuola. Ho trovato la pappa pronta».

- Sì, va bene, però per diventare Frankie, il mito dell'ippica moderna, sacrifici ne ha dovuto fare tantissimi. Giusto?
«Mi sono dovuto trasferire in Inghilterra a 15 anni, alla scuola dei fantini del grande Cumani. Non conoscevo la lingua, soffrivo per il freddo, la nostalgia. Mi davano da mangiare delle porcherie che trangugiavo a fatica. Ma rispetto a quello che ha passato mio padre è stato tutto uno scherzo».

- Stare in Inghilterra le piace?
«Vivo a Newmarket, con la mia famiglia. Mia moglie Cathrine e i miei tre figli Leonardo, Ella e Mia che vanno dai tre anni del più grande ai tre mesi della più piccola. Ho il mio lavoro, tantissime soddisfazioni. Ai miei bambini insegnerò l'italiano, però. Le radici non si possono dimenticare».

- Cosa rappresenta la Sardegna per Frankie Dettori?
«E' la mia patria.
Mi piace tornarci, tutte le volte che posso. Mi hanno invitato da poco anche a Chilivani, ma ho dovuto rinunciare, purtroppo. Sono venuto un paio di settimane fa, come al solito a Sant'Anna Arresi, dove mio padre ha una casa».

- E cosa è successo?
«Sono rimasto solo un giorno. Avevo il desiderio di fare il bagno al mare. C'era freddo, la gente aveva già tirato fuori maglioni e giubbotti. Ma io non ho resistito, mi sono tuffato. Mi hanno detto che sono un pazzo».

- A Sant'Anna Arresi ogni volta che arriva è una festa.
«Sì. E devo stare molto attento a quello che mangio. Mi invitano tutti, poi io sono particolamente ghiotto di ravioli. Però non posso permettermi di sgarrare. Nel mio mestiere, andare sovrappeso diventa una tragedia».

- Perchè i fantini sardi sono bravi, e apprezzati in tutto il mondo?
«Sarà forse perchè noi sardi siamo tutti mezzi matti. Siamo favoriti dalla struttura fisica, piccoli, adatti a stare in sella nelle corse al galoppo. E poi c'è questo rapporto fra cavallo e Sardegna. Qualcosa che affonda le radici nella storia. Un po' come accade ai maremmani, ma da noi il rapporto è molto più forte, qualcosa di ancestrale».

- Come dire, che vincere è un pochino più facile?
«Qualcosa del genere, anche se poi ci sono mille fattori che concorrono per diventare un bravo fantino».

- Qual è stata la sua più bella impresa?
«Ho vinto tante gare, più di duemila, ma il ricordo più forte è quello del settembre del 1996, quando vinsi tutte le sette corse in programma ad Ascot. Una impresa fantastica, nessuno, in 300 anni di ippica, c'era mai riuscito».

- Per la disperazione dei bookmakers...
«E' vero. Il cavallo che dovevo montare nella settima e ultima corsa, inizialmente era dato 12 a 1. Al momento di partire, la quota era scesa vertiginosamente a 2 a 1. Ormai tutti scommettevano su di me! Ma la cosa più curiosa fu che un signore ebbe il coraggio di puntarmi vincente su tutte le sette corse. Impegnò circa centomila lire e finì per incassare un miliardo e mezzo».

- Il cavallo più forte è stato Lammtarra?
«Quello era un sauro fantastico. Ma il più forte cavallo che ho avuto la fortuna di guidare è stato Dubai Millennium, con cui ho vinto il Gran Premio del Dubai, la corsa più ricca del mondo».

- Secondo i giornali specializzati europei, però, la gara che mantiene il maggior fascino, a dispetto dei soldi del montepremi negli Emirati o negli Usa, resta sempre l'Arc de Triomphe.
«Proprio così. L'Arc rappresenta la storia del galoppo. Praticamente è la finale della Coppa dei campioni».

- A proposito di calcio, ma è vero che tifa per il Cagliari?
«Le mie squadre sono l'Arsenal e la Juventus. Ho tifato anche per il Cagliari, quando ero più giovane ed era una squadra di ottimo livello. Ma ci sono ancora molto affezionato, spero che ritorni in serie A».

- Lei invece in serie A c'è, eccome!
«Più che altro, mi ritengo molto fortunato»

- Ma uno che ha vinto tutto che altri obiettivi si può porre nella carriera?
«Vincere, vincere, e ancora vincere. Il piacere di arrivare primi sul palo è inebriante. Non ne hai mai abbastanza».

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